Ermafrodito, androgino: dal greco androgynos, parola composta da “aner” = uomo (al genitivo andros) + “gyne” = donna.
In biologia per androgino si intende un individuo che ha entrambi i sessi; in questo senso è usato come sinonimo del più corretto ermafrodito.
Androgino ed ermafrodito alludono a miti che hanno contenuti, tempi e modi differenti, pur nel comune interesse per la natura bisessuale negli esseri umani.
Diversamente dal Simposio platonico, un diverso approccio all’argomento è quello narrato dal poeta latino Ovidio nel IV libro delle Metamorfosi (vv. 285-388), cui si aggiunge un’ulteriore breve menzione quasi alla fine del poema (15, 319), che rievoca e consolida il mito.
Platone propone una trattazione di carattere descrittivo, dal tono serio ma pervaso di arguzia, mentre Ovidio, usa la forma narrativa, varia i toni seguendo le fasi della vicenda, passando da uno stato d’animo inizialmente sereno a sensazioni inquietanti ed infine ad una visione drammatica dovuta agli eventi.
Emergono anche interessanti affinità, soprattutto un comune atteggiamento positivo, rispettoso verso gli androgini da parte di Platone ed emotivamente partecipe Ovidio, anche se i due autori trattano la bisessualità in modi diversi e quasi opposti.
Il tema della duplice natura sessuale compare nella letteratura latina con l’efficace contributo di Ovidio, l’unico che crea la leggenda di Ermafrodito, divenuta modello per i successori come Marziale (in 6,68,9 e 10,4,6) e Stazio (in Silv. 1,5,21).
Il racconto ovidiano è affidato a una voce femminile, ad Alcitoe, una delle tre figlie di Minia, re di Orcòmeno ed antenato di Giasone, che rifiutavano di celebrare la festa di Bacco preferendo continuare a filare e a narrarsi reciprocamente racconti, ma vennero punite con la trasformazione in pipistrelli.
Ovidio pone la natura bisessuale del protagonista, Ermafrodito, non come condizione iniziale della fabula, bensì come punto di arrivo e risultato di una metamorfosi. Per la sua narrazione si ispira a Platone. Infatti, così come Aristofane aveva usato il mito dei tre generi sessuali per spiegare l’origine e la causa dell’amore umano, anche Alcitoe nelle Metamorfosi spiega con un mito l’origine del malefico potere “effeminante” della fonte Salmace, situata nei pressi di Alicarnasso (era una città-Stato greca nel territorio attualmente della Turchia), capace di fiaccare il corpo dei maschi.
Secondo la mitologia greca Salmace era anche il nome della ninfa naiade che abitava la fonte e che rifiutò l’obbligo della verginità, proprio del culto della dea Diana, per amore verso Ermafrodito, adolescente bello, di genere maschile, connotato dall’insolito “nomen”, derivante dalla fusione dei nomi dei suoi genitori divini, Ermes e Afrodite.
Ovidio narra l’infanzia del ragazzo, trascorsa sul monte Ida (nell’attuale Turchia), da cui, divenuto adolescente, partì per viaggiare, fino a giungere in un “locus amoenus” con un laghetto limpido, luogo ideale per la seduzione del giovane da parte della ninfa Salmace.
Quando Ermafrodito giunse presso la fontana, Salmace ne fu attratta e lo abbracciò. Il discorso che la ninfa rivolse a Ermafrodito ricorda le parole di Ulisse, rivolte a Nausicaa. Il giovane ha pudico rossore e respinge l’offerta di amore e matrimonio. Salmace finge di ritirarsi ma, mentre il giovane nuota nudo nel lago, lei lo avvolge nell’acqua per il coito. Poi chiese agli dei di poter restare eternamente con lui. Gli dei esaudirono la sua richiesta unendo Ermafrodito e Salmace in un unico corpo.
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François-Joseph Navez (pittore belga), La ninfa Salmace ed Ermafrodito, olio su tela, 1829
Dalla fusione tra Salmace ed Ermafrodito, che avvenne anche per volontà e complicità di dèi favorevoli alla ninfa, nacque una nuova ed unica figura con gli attributi di entrambi i generi.
Ovidio accentua l’aspetto involontario della condizione bisessuale di Ermafrodito, causata da una trasformazione forzata. Il giovane, consapevole di essere diventato da “vir” un “semimas” "un maschio a metà", maledice la fonte.
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