Sull’orizzonte intellettuale
Propongo un estratto dell’articolo “Sull’orizzonte intellettuale” di Albano Martín De La Scala, pubblicato nella rivista “Lettera e Spirito” del Dicembre 2015 (Testo completo disponibile al link: https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo).
Il termine orizzonte, dal latino horizon -ontis e greco ὁρίζων -οντος, participio presente di ὁρίζω “limitare” (sottintendente κύκλος “circolo”), indica la linea apparente, a forma circolare, lungo la quale, in un luogo aperto e pianeggiante, il cielo e la terra sembrano toccarsi, tanto più ampia quanto maggiore è l’altitudine del luogo dal quale si osserva, la parte più lontana dello spazio libero cui si può spingere lo sguardo. Diversi elementi possono impedire la visione dell’orizzonte fisico di un luogo, posto che lo spazio dev’essere libero da ostacoli: oscurità o nebbia, difetti alla vista dell’osservatore, una postura scorretta (chi dovesse guardare troppo in alto vedrebbe solo cielo, chi troppo in basso, solo terra). Escludendo incorreggibili difetti alla vista, tutti gli altri impedimenti possono essere rimossi, scegliendo il momento e il punto più propizi all’osservazione, adottando una postura eretta e ben orientata orizzontalmente, tuttavia ciascun individuo possiede una propria percezione di orizzonte. Solo l’ampiezza massima di quel circolo apparente, il cosiddetto orizzonte astronomico terrestre, è caratteristico dell’altezza dell’osservatore, la sua distanza potendo essere facilmente calcolata con il teorema di Pitagora.
Il termine orizzonte, dal piano fisico, può essere utilizzato a rappresentare le realtà del piano psichico e, ancor meglio, spirituale. Così, all’uscita dell’oscuro baratro dell’Inferno, all’arrivo nell’isoletta del Purgatorio, il «secondo regno | dove l’umano spirito si purga | e di salire al ciel diventa degno», Dante menziona l’orizzonte in quel “primo giro”. Ma sarà solamente in cima al Purgatorio, dove si colloca il Paradiso Terrestre e dove Dante s’incontra con Beatrice, nel punto più elevato in cui la razionalità sublima nell’intelletto, che fa tutt’uno con la spiritualità, che l’orizzonte raggiungerà la sua massima estensione, la percezione individuale non avendo più ostacolo sottile alcuno alla “visione” dell’intero emisfero.
La risalita al monte Purgatorio equivale alla rigenerazione psichica dell’uomo, con il razionale che viene spinto ai suoi limiti superiori, a incontrare il puro intelletto. Tale risalita si compie attraverso la purificazione dai peccati vale a dire, in un linguaggio meno exoterico, la rimozione di altrettanti ostacoli alla visione interiore dell’orizzonte che compete a quella posizione. Ogni passo di questo cammino iniziatico muove dall’esercizio della discriminazione, “strumento” indispensabile perché l’individuo conosca la propria condizione relativa, e richiede specifiche qualificazioni. «Va da sé che la qualificazione essenziale, quella che domina tutte le altre, è una questione d’“orizzonte intellettuale” più o meno esteso». Arrivato in cima al Purgatorio, Dante si trova ad avere dato risposta all’ingiunzione “Conosci te stesso”, di fatto alla domanda “Chi sei tu?”.
La rigenerazione psichica dell’uomo, il riassorbimento delle facoltà individuali nel proprio centro, equivale al passaggio “dal cervello al cuore”, dalla sede della razionalità a quella dell’Intelligenza, attraverso la “concentrazione” dell’essere.
Si faccia bene attenzione tuttavia, «non v’è niente come l’abuso d’erudizione per limitare strettamente l’“orizzonte intellettuale” di un uomo e impedirgli di vedere chiaramente in certe cose». L’intelligenza intuitiva e l’intelligenza discorsiva o razionale non si collocano sullo stesso piano, «la ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscenza mediata, è il modo propriamente umano dell’intelligenza; l’intuizione intellettuale può essere detta sopra-umana, poiché è una partecipazione diretta all’Intelligenza universale», quindi la sola capace di cogliere, in modo immediato, le realtà d’ordine metafisico, attraverso il linguaggio dei simboli.
«Ogni vero simbolo porta in sé i suoi molteplici sensi, e questo fin dall’origine, giacché esso non è costituito come tale in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della “legge di corrispondenza” che collega tutti i mondi tra di loro; il fatto che, mentre certuni vedono questi sensi, altri non li vedano o non ne vedano che una parte, non toglie che essi vi siano realmente contenuti, e l’“orizzonte intellettuale” di ciascuno fa tutta la differenza; il simbolismo è una scienza esatta e non una fantasticheria in cui le fantasie individuali possano aver libero corso». «Pretendere di mettere questa [la verità] “alla portata di tutti”, renderla accessibile a tutti indistintamente, significa necessariamente sminuirla e deformarla, giacché è impossibile ammettere che tutti gli uomini siano ugualmente capaci di comprendere qualsiasi cosa; non è una questione d’istruzione più o meno estesa, è una questione d’“orizzonte intellettuale”, e ciò è qualcosa che non si può modificare, che è inerente alla stessa natura di ogni individuo umano».
I vizi, che Dante definisce «cose che lo ’ntelletto nostro vincono, sì che non può vedere quello che sono», sono come detto altrettanti ostacoli alla visione dell’orizzonte, ossia della Verità. Il Sommo Poeta li suddivide in due categorie: innati e consuetudinari. I secondi possono essere eliminati con il comportamento virtuoso, mentre i primi, connaturali all’essere, possono solo essere ridotti dal buon comportamento; solo l’intervento divino, nella sua onnipotenza e in modo “miracoloso”, può vincerli e incidere sulla natura degli esseri modificandone l’orizzonte intellettuale. Resta inteso che ogni essere non potrà in ogni caso che sviluppare le possibilità che già conteneva in se stesso e questo perché la realizzazione metafisica «non è la produzione di qualcosa che non esiste ancora, ma la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente e immutabile, al di fuori di ogni successione di tempo o d’altro genere, giacché tutti gli stati dell’essere, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente».
Ma ch’è il “punto” d’incontro del Cielo e della terra, quell’orizzonte che Dante colloca in cima al Purgatorio, dove culmina la rigenerazione psichica dell’essere e porta d’accesso alla risalita spirituale, se non l’incontro dell’individuo con un’organizzazione iniziatica in cui «sussiste ancora una vera dottrina tradizionale», in grado di «vivificare i simboli i quali non ne sono che la rappresentazione esteriore», e che quindi può condurre all’iniziazione effettiva? Quanto più cosciente sarà tale “riconoscimento”, quanto più riservato, poiché «la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta», tanto più efficace sarà l’adesione agli “strumenti” di cui l’organizzazione dispone per consentire la piena attuazione delle possibilità insite nell’orizzonte intellettuale dell’essere.