La coúrt di matt
Rivista, ampliata e corretta
La bis-nonna Luisina abitava in uno di quei cortili tipici lombardi: una grande corte centrale circondata da abitazioni a ringhiera su tre piani con il gabinetto sulle scale.
L’edificio centrale poggiava su otto eleganti colonne di granito che formavano un portico dove le donne si riunivano le sere di Maggio a recitare il rosario sotto l’edicola della Madonna, ripulita per l’occasione e illuminata dai ceri, uno per famiglia, che facevano a gara per testimoniare la fede dei singoli.
Nella settimana di Passione (spero che la denominazione sia quella giusta), tutti in chiesa a baciare i piedi del Cristo crocifisso al centro della navata centrale e poi di nuovo a casa con l’aria mesta e triste, che mesta e triste lo era spesso, quando il lavoro dei campi lasciava ai braccianti le briciole del raccolto che invece arricchiva il padrone e il fittavolo, figura ancora rilevante su tutta la pianura. A tutto questo, nella settimana santa, si aggiungeva il divieto di un bicchiere di vino all’osteria alla fine di una giornata già dura e triste di suo.
Poi, finalmente arrivava la Pasqua, nella chiesa stracolma riecheggiava come un trionfo il "Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth". Le donne vestite di nero, per lo più vedove o donne che avevano dedicato la vita al servizio della fede, erano una piccola minoranza sui primi banchi a sinistra dell’altare mentre le mogli più giovani dei contadini sfoggiavano il vestito delle grandi occasioni: un battesimo, un matrimonio e Pasqua. Vestiti in realtà modesti, ma indossati con orgoglio e dignità. Il velo di pizzo nero per le sposate, bianco per le nubili. Gli uomini potevano finalmente affollare lo spazio antistante l’osteria della cooperativa, proprio dirimpetto alla parrocchia e il loro vociare concitato riempiva la piazza. Quasi come una rivendicazione, il bicchiere di spuma (metá vino e metà limonata) veniva ostentato come un oggetto sacro prima di un rituale “Salute, salute”. Sul sagrato, finita la funzione, i ragazzi dell’oratorio distribuivano rametti d’ulivo tenuti insieme da nastrini bianchi e gialli che finivano irrimediabilmente appesi allo stesso chiodo del calendario di Frate Indovino nella stanza grande che era al contempo cucina, sala da pranzo e camera da letto dei bambini. La storia non finisce qui. Nei caldi pomeriggi d’agosto, quando l’ennesimo temporale estivo si annunciava da lontano, l’Ernestina del pian terreno si affrettava, con l’approvazione severa dell’Angelina, la Pinuccia, la Bambina, a collocare un modesto pentolino adibito a questo uso al centro del cortile dentro il quale bruciava il rametto di Pasqua. “Ci ripara dai fulmini” era la ragione che tutti conoscevano senza dover chiedere. E se il temporale era di eccessiva violenza e formava una grande pozzanghera che arrivava all’uscio delle abitazioni, “la culpa l’è di omen” e di quella scritta oscena sul fianco del carretto davanti al ripostiglio che inneggiava alla peculiarità dell’anatomia femminile. Solo la Carla, rimasta vedova da giovane, rideva. “Ghè póc de rid” le gridavano le comari “el san túcc che mestè te fee”. Non era un mistero, in certe sere, di ritorno dalla cooperativa, più di un marito, approfittando del buio e della scarsa illuminazione, scivolava di soppiatto nel modesto locale della Carla portando sotto il tabarro, una bottiglia di vino, un pacchetto di sigarette o qualche dolce confezionato acquistato in cooperativa in cambio di un modesto e rapido sussulto amoroso. Sull’aia scoppiettavano le ultime braci lasciate dall’ulivo pasquale.
Ma per tutti e tutto il tempo scorre, inesorabile, imparziale, spietato.
I campi irrigui rubati alla brughiera e alla palude con secoli di lavoro difficile, arduo, ingrato dei nostri nonni e nonni dei nonni, sono stati sacrificati con pochi colpi di ruspa per fare spazio ai campi sportivi, una piscina, un liceo, il distributore di benzina. Così, dai sentieri segnati dal solco dei carri, sono state ricavate strade a due corsie con relative rotonde e parcheggi. I contadini non servono più.
Questo ha segnato anche il destino della “corte dei matti”, così si è sempre chiamata, che è diventata un indirizzo di prestigio. Sulle porte sotto il colonnato campeggiano targhe di ottone lucido con i nomi preceduti dalle sigle “Dott., Avv., Ing.,”, Il carretto con la scritta oscena e il cavallo bianco che lo trainava hanno lasciato il posto a quella che sembra una sfida fra SUV e macchine tedesche di grossa cilindrata.
Cosa vi devo dire, ogni volta che torno, passo lì davanti e penso all’Ernestina, l’Angelina, la Pinuccia, Carla la matta e alla mia bis-nonna Luisina, che su una cucina bianca a legna si ostinava a cucinare, primavera, estate, autunno e inverno, il riso con l’aglio le cotiche le patate e il prezzemolo, mi sale il magone e gli occhi si inumidiscono. Chissà se ci sono ancora i rametti d’ulivo appesi al chiodo e se il calendario è ancora quello di Frate Indovino.
Sulla corte dei matti non si è mai abbattuto un fulmine.
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