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Le "Heraia"
A proposito di Olimpiadi (invernali o meno), nell’antica Grecia anche le giovani nubili ne avevano una dedicata a loro: le “Heraia”, dal nome della dea Hera (= Giunone per gli antichi Romani): regina degli dei dell’Olimpo, sposa e sorella di Zeus (= Giove), divinità protettrice delle donne, del matrimonio, della fedeltà coniugale, della nascita e della famiglia.
Le Heraia o “giochi Erei” erano gare sportive femminili dedicate alla corsa podistica nello stesso stadio delle gare maschili, ma il percorso era più breve. Vi potevano partecipare soltanto ragazze nubili (parthenoi).
Si effettuavano ogni 4 anni a Olimpia. Le vincitrici ricevevano una corona fatta con rametti e foglie d’ulivo e una porzione di bue sacrificato ad Hera.
Gli uomini gareggiavano nudi nelle gare olimpiche, le partecipanti alle Heraia, invece, indossavano un chitone corto fino al ginocchio, senza maniche, fissato con fibule, lasciava scoperti il seno e la spalla nella parte destra.
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In occasione delle Olimpiadi le guerre venivano interrotte, vigeva la “tregua sacra” o “pace olimpica”, per permettere il trasferimento sicuro di atleti e spettatori nei luoghi dove si svolgevano le gare. Invece nelle Olimpiadi contemporanee permane la tragica convivenza con i conflitti in corso.
Ad Olimpia l'atleta veniva premiato con una corona di ulivo o di alloro, nel migliore dei casi con un “epinicio” (un componimento celebrativo della vittoria) o una statua, oggi il premio è un “brand” aziendale.
La vittoria non è più solo un valore etico, è una quotazione economica. Il grande flusso finanziario non è un corollario dei Giochi attuali, ne costituisce la linfa.