Alcune riflessioni sulla scrittura
Propongo un estratto dell’articolo “Alcune riflessioni sulla scrittura” di Albano Martín De La Scala, pubblicato nella rivista “Lettera e Spirito” del dicembre 2018 (Testo completo disponibile al link: https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo)
…[È nota] l’importanza insita nel verbo, la sua origine atemporale nel Logos e la sua forza creatrice. La radice della parola è elevata e il linguaggio può essere una scala che innalza fino a questa radice. Vanno proprio in questa direzione le enunciazioni e le formule tradizionali, nelle quali la parola divina viene ripetuta, spesso in maniera ritmata. Quanto diciamo si applica non soltanto alle lingue sacre, ma alle lingue tutte, che mantengono comunque una certa qual primordialità e potenza originaria. La lingua dà forma ai pensieri e i pensieri determinano le azioni; ne consegue che chi non sa parlare non sa neanche ragionare e chi parla impropriamente, o peggio si lascia andare a maldicenza, calunnia e falsa testimonianza, finisce inesorabilmente per innescare comportamenti deplorevoli.
Ogni atto porta con sé delle conseguenze, e l’atto della parola può avere ripercussioni inimmaginabili sia positive sia negative, data la grande potenza che lo caratterizza. Quanto stiamo affermando della parola pronunciata può essere esteso a maggior ragione alla parola scritta. Chi scrive è come se testimoniasse, e il peso di quest’azione è ancora maggiore rispetto a quello di chi si esprime solo verbalmente, a causa della fissità e del prolungarsi nel tempo di tale azione.
Tutto ciò dovrebbe far riflettere sulla potenza della parola e sull’enorme responsabilità che grava chi la pronuncia, segnatamente se concerne argomenti tradizionali. In quest’ambito ciò che è scritto può trasformarsi, qualora dia indicazioni corrette, in pietra miliare che aiuta nel cammino verso la verità, o in pietra d’inciampo nel caso sia erroneo. Questa responsabilità aumenta proporzionalmente con il credito goduto da colui che scrive, così chi ha scritto o detto tante cose giuste potrà facilmente indurre molte persone in gravi errori con una sola affermazione falsa o una formulazione scorretta. Non a caso i peggiori danni alla tradizione sono stati causati da teologi non illuminati dall’intelletto.
Che dire allora di un mondo come il nostro, dove tutti sono spinti sin dall’infanzia a esprimersi e manifestare la propria opinione, e dove la diffusione della rete e del digitale ha portato la divulgazione dei testi scritti a livelli mai visti prima. In questo contesto, la tendenza diffusa è inevitabilmente quella di dare a tutti i libri più o meno lo stesso valore, appiattito verso il basso, senza considerazione per il diverso livello degli scritti, ciascuno dei quali richiede una giusta attitudine per trarne profitto. Occorre distinguere se un libro è stato scritto in una lingua sacra o profana, se è d’origine divina o umana, se si tratta di libro rivelato o di un suo commento, se è stato scritto da un santo e quindi discendeva dal cuore o da un sapiente e proveniva dal cervello, oggigiorno se è un manoscritto o un libro a stampa o un testo digitale.
Come indicato nella lettera scritta da Dante Alighieri a Cangrande, per trarre beneficio da una lettura occorre avere una disposizione attenta, docile, umile e ricettiva. Chi intende ricevere un insegnamento tradizionale dovrebbe avere un’attitudine di venerazione e profondo rispetto verso colui che trasmette quest’insegnamento e del pari verso i testi dai quali desidera apprendere. Le migliori condizioni per evitare un appiattimento verso il basso e migliorare l’approfondimento della lettura si trovano in una biblioteca essenziale, non certo sovradimensionata. In ogni caso la lettura di testi tradizionali andrebbe compiuta con l’aiuto di chi sia in grado di contestualizzarli, pena il grosso rischio di voler applicare quanto letto a situazioni che ben poco hanno a che vedere con quelle in cui vive colui che legge. Ad esempio, nell’affrontare testi con racconti sulla vita dei santi delle diverse forme tradizionali il rischio suddetto consiste nell’immedesimarsi in queste figure di altissimo livello spirituale, dimenticando che la propria condizione è assai differente. Una volta messi di fronte alla dura realtà dei fatti e aver scoperto che la Via è ben diversa rispetto a quanto ci si era immaginati sarà inevitabile cadere nello sconforto. In quest’ottica anche la lettura di testi autenticamente tradizionali rischia di aumentare la confusione e, per certuni, sarebbe molto meglio se non fosse mai stata fatta.
Quel rischio è presente in misura ancor maggiore quando i testi che trattano argomenti tradizionali esprimono opinioni e interpretazioni individuali di chi, senza aver ricevuto alcun mandato o autorizzazione in tal senso, si sente di esprimere, magari in modo stilisticamente inappuntabile, concetti e costruzioni dialettiche che trovano la loro origine nel mentale e non in ciò che lo trascende. Costoro, o si illudono d’aver ricevuto un mandato, forzando con la loro fantasia quanto avvenuto nella loro vita (in alcuni casi estendendo un’autorizzazione ben oltre i limiti che la contraddistinguono), oppure ignorano totalmente le leggi tradizionali che regolano l’“autorizzazione” in ambito iniziatico e immaginano magari di poter emulare autorità autentiche …. In realtà anche chi semplicemente traduce testi iniziatici senza aver ricevuto un “mandato” in tal senso, li profana e alimenta il caos. Solo in presenza di un’“autorizzazione” lo spirito potrà essere veicolato, in caso contrario non resterà che lettera morta, indipendentemente dalle capacità tecniche del traduttore.
La funzione regale è quella che porta a ordinare il regno attraverso l’emanazione di editti e leggi per mandato divino, la necessità di un’“autorizzazione” per poter esercitare una qualunque arte o mestiere del passato è un fatto acclarato, e analogamente il vate, così come il rishi indù è interprete degli dei e riporta, con un linguaggio poetico che è quasi un canto, ciò che proviene dallo spirito che ha ascoltato e dal quale ha ricevuto il mandato di trasmettere quanto ricevuto, dandogli la propria colorazione, ma senza aggiungerci null’altro. L’ispirazione delle Muse è ben altro rispetto a una semplice apertura psicologica.
Siamo consapevoli che per un lettore alla ricerca della verità non è sempre facile saper distinguere le due tipologie di scritti di cui parliamo, tuttavia certi aspetti di profondità, vitalità, assentimento interiore, chiarezza e coerenza possono aiutare a percepire il profumo dei testi scritti da chi agisce non di propria iniziativa individuale bensì chiamatovi dall’“autorizzazione” ricevuta.