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“Springsteen: Deliver me from Nowhere” (2025) di Scott Cooper
L’anno passato di questi tempi si parlava del film su Bob Dylan e dei suoi primi anni di carriera. Alla fine dell’anno è arrivato nelle sale quello su Springsteen, sicuramente il più vivace tra i discepoli di Dylan essendo influenzato anche dai dischi della Sun Records e dal rhythm blues di Van Morrison, con almeno tre album capolavori usciti tra gli anni settanta e l’inizio del decennio successivo e un live show tra i migliori di sempre. Il film è ambientato subito dopo il trionfale tour di “The River” quando l’artista è alle prese con una crisi esistenziale. Aveva raggiunto tutto quello che desiderava da ragazzo, ma ora era cresciuto e non gli bastava più fare dischi, conferenze stampa, tours. Ecco che nasce “Nebraska” disco acustico registrato in casa che manifesta la disperazione attraverso una manciata di brani con i quali viene descritta l’America di quegli anni, quella di Reagan. Disco avversato dalla casa discografica per la mancanza totale di contenuto commerciale, scritto più per se stesso che per il pubblico. Il film non è male proprio quando descrive la scelta di Bruce di far uscire il disco in quella forma, meno quando rappresenta con flash back in bianco e nero grigio topo i problemi avuti con il padre e che si trascineranno in età adulta, come pure il rapporto con la sua ragazza dell’epoca e in generale con il suo entourage e i suoi amici indugiando fin troppo sulle sue difficoltà del periodo. Bellissima la versione elettrica dal vivo di “Atlantic City” con cui si chiude il film.
Springsteen: Deliver me from Nowhere **
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Due bei film in odore di candidature importanti.
“Hamnet” (2025) di Chloe Zhao
Fatale un incontro tra una donna cresciuta nella foresta e un uomo di buona famiglia che insegna latino ai ragazzi del villaggio nella campagna inglese. I due si sposano malgrado le opposizioni della famiglia di lui e hanno prima una figlia e poi due gemelli, una femminuccia e un maschietto, Hamnet. Il ragazzo diventerà il capofamiglia designato dal padre quando l’uomo lascerà il villaggio natale e andrà a Londra a fare l’artista. Il film è tratto dall’omonimo romanzo ed è stato presentato in alcuni festival minori tra cui Roma e si presenta con una regia convincente che non indugia mai troppo sui fatti raccontati e una vena drammatica costante che pesa come una spada di Damocle sull’intero film. Mentre nella prima parte viene rappresentata la vita nel villaggio inglese nella seconda, dopo la tragedia che ha colpito la famiglia, la scena si trasferisce a Londra dove Shakespeare deve mettere in scena la tragedia Hamlet e la moglie, analfabeta e all’asciutto di letteratura, una volta raggiunta la città per vedere il marito, appare come un pesce fuor d’acqua all’interno della sala scoprendo che la storia recitata è quella del figlio. E’ il momento in cui capirà di aver interpretato male il comportamento del marito.
Ho detto della regia della Zhao ma da segnalare anche l’interpretazione di Jessie Buckley.
Hamnet ***
“Train Dreams” (2025) di Clint Blentley
Il rapporto tra un uomo e la natura, quest’ultima vista sia come forma di sostentamento che come scelta di vita. Lavora come boscaiolo ma a fasi alterne per un’impresa che costruisce traversine per le ferrovie. Con la moglie e la figlia decide di vivere in mezzo alla foresta sino a quando un vasto incendio non manda in cenere la casa quando l’uomo è fuori per lavoro. Non trovando i loro resti decide allora di ricostruire una nuova nella stessa posizione della vecchia e rimanendo fiducioso nel loro ritorno. Seconda parte più interessante della prima e un finale che è una sintesi dell’intero film.
Train Dreams ***