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axeUgene
non è il tipo di risposta che intendevo, ma non è l'inquisizione, e tantomeno un pensiero "alto";
io ragionavo terra-terra, di configurazione pregi/difetti, che in me descrivono un tipo di personalità che può trovarmi modicamente sopportabile per ragioni modicamente sostenibili; cioè, che non mi soffre troppo e viceversa;
non è sta grande scienza, ma osservazione ex-post, che in qualche caso può essere utile, forse.
Quelle sono una parte delle mie risposte "ex post".
E anche quelle che sembrano meno attinenti a ciò che intendi tu, arrivano da diverse situazioni.
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Ale
Io riassumerei il tutto in cinque parole, meglio soli che mal accompagnati... :rotfl:
...finalmente la gente comincia a capire che certe norme sociali possono essere altamente tossiche, e poi che altro dire, per come sta andando il mondo altro che passa la voglia di fare famiglia e riprodursi, che qua sta andando tutto sempre peggio :sisi:
:mahciao:
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Originariamente Scritto da
Ale
A proposito e restando intopic in merito la formazione della coppia, vorrei ripropone qua un profondo quesito esistenziale... :clap:
...secondo voi, chi si somiglia si piglia oppure gli opposti si attraggono? :mumble:
:ciaociao:
Ale, condensare due problemi classici in cinque parole e un quesito universale è già un piccolo capolavoro. :clap
Da un lato, il filtro “meglio soli che mal accompagnati” funziona come selezione naturale: oggi la coppia deve aggiungere valore concreto alla vita di ciascuno.
Dall’altro lato, il dilemma simili/opposti diventa interessante se lo guardiamo come compatibilità di sistema: attrazione iniziale sì, ma il vero test è la capacità di adattarsi a tempi, ritmi e piccoli compromessi quotidiani.
In altre parole, non conta solo chi ti attrae, ma con chi funziona restare insieme senza troppi attriti.
È un po’ come un ballerino filiforme che piroetta e solleva una ballerina "in carne"… o Eddy Merckx sullo Stelvio in sella a una Graziella pieghevole 😄
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restodelcarlino
@ninag;@LadyHawke (non "pojana", plis :mmh?: )
Se ho ben capito, sembra emergere la sovrapposizione di due dinamiche non necessariamente conflittuali, anche se talvolta divergenti, all’interno di un processo evolutivo piuttosto dinamico e multivariabile.
Da un lato pare crescere, almeno in molte esperienze femminili, l’idea che la relazione non rappresenti più una necessità strutturale, ma una possibilità tra altre.
Dall’altro lato emerge però una difficoltà crescente di sincronizzazione tra aspettative, tempi di vita e disponibilità al compromesso, indipendentemente dal genere, in un contesto in cui anche i bisogni relazionali stessi continuano a evolvere.
Forse non è solo che “ci si ascolta meno”, ma che oggi arriviamo all’incontro con identità più complesse e autocoscienti, quindi meno malleabili rispetto al passato.
Mi chiedo allora:
stiamo assistendo a una reale divergenza dei bisogni relazionali, oppure a una sorta di aumento "inflazionistico" della soglia oltre la quale ciascuno è disposto ad adattarsi?
E, se esiste questa "inflazione", quale potrebbe esserne il fenomeno originario: maggiore autonomia individuale, aspettative più alte, o minore necessità materiale della cooperazione?
E ancora: se la coppia (nell'ambito di una "famiglia") è stata storicamente il primo spazio di apprendimento del compromesso, dove si acquisiscono oggi quelle competenze relazionali?
Perché forse non è diminuito il desiderio di relazione, ma la tolleranza verso ciò che ogni relazione inevitabilmente comporta.
Sì da un lato le donne non trovano più la realizzazione solo o necessariamente attraverso la famiglia, le relazioni fisse, dall'altro è difficile sincronizzare le aspettative, ma comunque osservo in chi conosco, anche nel genere maschile, che il desiderio di creare relazioni stabili c'è ancora e in qualcuno anche il desiderio di avere figli.
Anche dopo essere passati da precedenti esperienze sentimentali o convivenze.
È evidente che mano a mano che passano gli anni diventa più difficile trovare chi "s'incastra" con le reciproche aspettative.
Comunque non credo allo slogan "soli è bello", se dev'essere una relazione tossica meglio soli certo, ma.... "Siamo animali sociali" e arrivare a casa la sera, dopo diverse ore di lavoro, dopo mille impegni e attività sfinenti e trovare manco un cane che ti aspetta per me è triste. Per lo meno per come sono io sentirei la mancanza di una presenza.
Infatti gli animali sono diventati spesso sostituti degli esseri umani, meno impegnativi, si accontentano di poco, ti ricambiano l'affetto.:D
O si trovano altri modi super impegnativi per colmare "vuoti" e bisogni, e grazie anche alla tecnologia oggi la compagnia la puoi trovare online e addirittura nella A.I. :D
Citazione:
E, se esiste questa "inflazione", quale potrebbe esserne il fenomeno originario: maggiore autonomia individuale, aspettative più alte, o minore necessità materiale della cooperazione?
E ancora: se la coppia (nell'ambito di una "famiglia") è stata storicamente il primo spazio di apprendimento del compromesso, dove si acquisiscono oggi quelle competenze relazionali?
Perché forse non è diminuito il desiderio di relazione, ma la tolleranza verso ciò che ogni relazione inevitabilmente comporta.
Penso non ci sia un'unica risposta su quale fenomeno originario.
Dove si acquisiscono oggi le competenze relazionali?
Boh, dal confronto con amici? :D
Dai social? :D
Ecco per ovviare alla mancanza di tolleranza...e trovare altri compromessi, oggi spesso le coppie, soprattutto quelle che vanno formandosi dopo esperienze di convivenza finite male, vivono a distanza, non vivono sotto lo stesso tetto e allargare, diventano parte anche figli avuti da altri.
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Bauxite
Penso alle mancate occasioni che viviamo, per esempio quella di raccontarci a chi incontriamo in modo naturale , senza necessità di temere come reazione la fuga; c'è chi smonta i propri pezzi e li rimette a posto nella maniera che più conviene credendo di trasmettere la parte migliore di sé, che magari è tale solo perché lo crede lui.
Magari fare un po' di schifo non è una cosa tanto negativa.
Non è tanto male dire:"io non ne sono capace", "le incombenze vorrei poterle scegliere in base a ciò che so di poter affrontare".
E invece si tenta, si prova, si riprova ad libitum ma senza alcun piacere perché ammettere che la libertà personale è già nella crescita che affrontiamo fino all'ultimo dei nostri giorni, può sembrare triste o segno di resa.
Ma vuoi mettere il piacere di ammettere di non essere in grado e il sollievo che dà?
Per me è impagabile.
:lode:
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Originariamente Scritto da
Ale
A proposito e restando intopic in merito la formazione della coppia, vorrei ripropone qua un profondo quesito esistenziale... :clap:
...secondo voi, chi si somiglia si piglia oppure gli opposti si attraggono? :mumble:
:ciaociao:
La regola che gli opposti si attraggono secondo me si rappresenta bene nelle relazioni passionali ma brevi. Nel lungo periodo credo sia più facile andare d'accordo se si parte da basi simili e da una visione comune delle cose.
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Originariamente Scritto da
restodelcarlino
Le fasi di assestamento sono normali in ogni processo osservato sul lungo periodo: le società raramente evolvono in modo lineare e hanno già attraversato transizioni demografiche, anche violente, prima di ritrovare nuovi equilibri.
Mi chiedo però se il nodo interessante non sia tanto il livello riproduttivo globale, quanto la sua localizzazione e le condizioni sociali in cui avviene. Per la prima volta, almeno nelle società ad alta autonomia individuale, la scelta di avere figli sembra separarsi dalla necessità di costruire una coppia stabile come struttura di base. Questo apre a modelli familiari diversi — probabilmente destinati a crescere — ma modifica un equilibrio che per millenni ha legato cooperazione adulta, stabilità relazionale e crescita della prole.
Stiamo assistendo a un semplice adattamento delle forme familiari, oppure a un passaggio in cui la funzione riproduttiva diventa progressivamente indipendente dalla coppia stessa? Come, mi sembra, ipotizzi Axe.
E, se così fosse, quali effetti potrebbe avere nel lungo periodo su coesione sociale, trasmissione culturale e sostenibilità dei sistemi costruiti attorno al ricambio generazionale?
Mi ero persa questo intervento! Io credo che la risposta ce la darà solo il tempo.
Ci troviamo sicuramente di fronte ad una rivoluzione tecnologica incredibile. E questi tipi di rivoluzioni producono cambiamenti profondi nel tessuto sociale. Nulla mi stupirebbe. E nulla mi scandalizzerebbe, in effetti. Essere aperti al cambiamento è l'unico modo per non farsi travolgere dall'evoluzione.
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Ninag
Molte donne stanno iniziando a mettere in discussione l'idea stessa che avere una relazione con un uomo sia un fine in sé. In un mondo in cui i ruoli tradizionali appaiono sempre meno attraenti, ho molte amiche che preferiscono stare da sole, alcune hanno superato i quaranta, altre, dopo relazioni poco soddisfacenti decidono che è meglio stare da sole o quasi, molte hanno il cane, per quanto riguarda gli incontri vis a vis, dicono che se capita qualcosa d’interessante va bene, altrimenti nulla. Mentre per gli uomini il discorso è diverso, almeno dalle cose che sento, sempre in proporzione, l’uomo cerca la compagna, una persona con cui condividere un percorso, sia relazionale che emotivo. A me sembrano due mondi che si parlano poco, o che hanno perso la capacità di ascoltarsi.
Io sono esattamente in quella fase. Solo che non ho il cane, ma due gatti. :asd:
E' che si, dopo i 40 spesso acquisisci più consapevolezza di te, e capisci anche che non hai bisogno di un uomo. Che la coppia può essere un'aggiunta piacevole, ma solo se ne vale la pena. Cioè, solo se incontri qualcuno che ti piaccia più di quanto ti piace stare da sola.
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Originariamente Scritto da
restodelcarlino
Mi chiedo se l’idea della comunità cooperante non apra anche una questione parallela: quella dell’appartenenza.
Finora l’identità personale, cioè il senso di chi siamo, è nata in gran parte da una storia relazionale abbastanza definita, sintetizzata nella "Famiglia".
Se la cura e la responsabilità si distribuiscono su una rete più ampia, cambiano inevitabilmente anche il luogo e modalità nelle quali quell’identità si forma.
Mi chiedo quindi: modelli più comunitari produrranno identità più libere e plurali… o faranno emergere un bisogno nuovo di riferimenti stabili?
Perché, se cambia chi si prende cura, cambia anche il modo in cui impariamo a dire “noi”.
Verissimo. Ma quale sarà l'evoluzione è difficile dirlo.
Io auspico la prima ipotesi: identità più libere e plurali. E l'identificazione in una comunità fatta di persone che si tendono una mano. Sarò un'utopista, ma credo che quello sarebbe lo scenario più bello,.
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Bauxite
Non vorrei dire cazzate, pur non temendone la portata, ma allora ricordo che risposi.
È una vita che mi chiedo:"si ok, ma tu cosa porti? Non sei figa, non sei bella, vuoi ragionare anche dopo una litigata, mandi a cacare e poi dopo mezz'ora ti è passata, che catenazzo vai trovando?".
Mi dò molteplici risposte e di solito prevale quella che è più adatta a come mi sento in quel momento.
Ultimamente mi rispondo:"non porto nulla e non voglio qualcuno che mi porti qualcosa. Ove mai fosse che incontri qualcuno spero solo.di accorgermene".
Io porto la possibilità di non rendermi conto dell' incontro.
Un vero drammone brontiano.
Forse il vero filtro di compatibilità è il “cosa porto”: non conta tanto ciò che offriamo in senso oggettivo, quanto quanto ci rendiamo disponibili a riconoscere l’incontro quando arriva.
Portare “nulla” può bastare, se il sistema, le due persone, tempi, ritmi, micro-compromessi quotidiani, trova il suo equilibrio naturale. In altre parole, il valore non sta sempre nelle qualità individuali, ma nella capacità di far funzionare insieme il sistema.
Un drammone brontiano, sì 😄, ma efficace come selezione naturale.
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Originariamente Scritto da
restodelcarlino
Forse il vero filtro di compatibilità è il “cosa porto”: non conta tanto ciò che offriamo in senso oggettivo, quanto quanto ci rendiamo disponibili a riconoscere l’incontro quando arriva.
Portare “nulla” può bastare, se il sistema, le due persone, tempi, ritmi, micro-compromessi quotidiani, trova il suo equilibrio naturale. In altre parole, il valore non sta sempre nelle qualità individuali, ma nella capacità di far funzionare insieme il sistema.
Un drammone brontiano, sì ������, ma efficace come selezione naturale.
Inceghniere sehr effektiv, qvando motore muofe :D
in questi dispositivi cartesiani, per la mia esperienza - vale quel che vale - manca l'imprevedibile;
vale a dire la circostanza di un incontro che in qualche misura sfugge a ciò che preventiviamo di volere, ma sollecita una crescita;
un tipo ideale può benissimo essere tale nel rafforzare tratti che potrebbero essere discutibili, oppure no; non si sa;
in concreto, se penso alle mie esperienze migliori, devo dire che non le avrei probabilmente scelte su un catalogo, ma si sono rivelate come fondamentali, magari proprio perché andavano a ravanare in anfratti psichici dove c'era bisogno;
per questo ho reiterato la domanda cui ha risposto Bau; specularmente, se posso rappresentare mie attitudini utili in quel senso, mi è più facile vedere in tempo reale, capire i messaggi di una persona e l'eventualità che, oltre ad eventuale attrazione, si potrebbero mettere in moto percorsi gratificanti per entrambi;
ecco, se io avessi un* figli*, cercherei di sollecitare questa capacità di percepire consapevolmente queste dinamiche e riconoscerle in modo esplicito; *
* disponibili esempi, ove il tutto risulti oscuro; prodotto surgelato :D
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Quante seghe mentali! Finché c'è pisello e patonza c'è speranza:sisi:
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Saggia Vega! :asd:
Comunque, tornando seri, io credo che da un lato l'incontro sia paradossalmente diventato più difficile. Il che farebbe sorridere se pensiamo alle dinamiche dei social e su quanto sia comune conoscere gente online.
Eppure, io che il mondo social lo analizzo a fondo per motivi di lavoro, noto dinamiche piuttosto peculiari, in cui la gente sui social esprime soprattutto la propria solitudine, ma non è minimamente in grado poi di farvi fronte nella vita reale.
Paradossalmente, le persone si lamentano sui social che sono sole, quando la soluzione sarebbe uscire dai social e misurarsi con il mondo.
Ma questo oggi a molti fa paura.
Io che della socialità ho fatto uno stile di vita fatico non poco a comprendere certe dinamiche, eppure sono così comuni che ritengo non siano spettro del disagio di singole persone, ma più una dinamica sociale.
Forse il periodo del Covid, che ha recluso la gente per mesi, ha contribuito a sviluppare questo isolamento sociale, che comunque i social network, per come sono usati, non fanno che amplificare.
Poi sicuramente anche lo stile di vita odierno non aiuta. Soprattutto per chi vive in grandi città, che sicuramente non favoriscono la socializzazione.
Eppure credo che di fondo ci sia anche una diffusa incapacità di trovarle, le occasioni di incontro. Non è che non esistano, è che non vengono praticate.
Ma ho divagato, sebbene anche queste dinamiche contribuiscono a rendere più difficile la formazione di coppie.
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Citazione:
Originariamente Scritto da
dark lady
Ma no, direi che non ha senso, ho solo accennato la cosa per evidenziare come tra i giovani fortunatamente ci siano anche casi di persone che hanno una mente illuminata.
Ma tu hai intervistato le ragazze: grazziearkka :asd:
Intervista i ragazzi: c'è la quota incazzati, la quota che finge di essere evoluto per accoppiarsi (e magari ci crede, finché non è lasciato, tradito, ecc.), la quota davvero evoluti secondo me è un 10%
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Citazione:
Originariamente Scritto da
dark lady
Saggia Vega! :asd:
Comunque, tornando seri, io credo che da un lato l'incontro sia paradossalmente diventato più difficile. Il che farebbe sorridere se pensiamo alle dinamiche dei social e su quanto sia comune conoscere gente online.
Eppure, io che il mondo social lo analizzo a fondo per motivi di lavoro, noto dinamiche piuttosto peculiari, in cui la gente sui social esprime soprattutto la propria solitudine, ma non è minimamente in grado poi di farvi fronte nella vita reale.
Paradossalmente, le persone si lamentano sui social che sono sole, quando la soluzione sarebbe uscire dai social e misurarsi con il mondo.
Ma questo oggi a molti fa paura.
Io che della socialità ho fatto uno stile di vita fatico non poco a comprendere certe dinamiche, eppure sono così comuni che ritengo non siano spettro del disagio di singole persone, ma più una dinamica sociale.
Forse il periodo del Covid, che ha recluso la gente per mesi, ha contribuito a sviluppare questo isolamento sociale, che comunque i social network, per come sono usati, non fanno che amplificare.
Poi sicuramente anche lo stile di vita odierno non aiuta. Soprattutto per chi vive in grandi città, che sicuramente non favoriscono la socializzazione.
Eppure credo che di fondo ci sia anche una diffusa incapacità di trovarle, le occasioni di incontro. Non è che non esistano, è che non vengono praticate.
Ma ho divagato, sebbene anche queste dinamiche contribuiscono a rendere più difficile la formazione di coppie.
Quello che descrivi mi sembra un fenomeno di isolamento strutturale: l’esposizione digitale cresce, ma la capacità di trasformarla in contatto reale diminuisce.
Non è solo questione di timidezza, città o pandemie: si tratta di una dinamica sociale più ampia, in cui la disponibilità alle occasioni concrete e la capacità di misurarsi con l’altro si indeboliscono, mentre la rappresentazione online amplifica desideri, frustrazioni e percezioni di solitudine.
I social segnalano segnali, ma non costruiscono automaticamente la rete di collegamento tra persone. L’incontro reale richiede tempo, attenzione, piccoli adattamenti quotidiani e un po’ di rischio: tutti elementi che la visibilità virtuale non genera di per sé.
Forse la sfida più interessante oggi non è creare più occasioni, ma allenarsi a riconoscere e cogliere quelle già presenti, imparando a distinguere tra la percezione e la sostanza, tra il bisogno di essere visti e la possibilità di incontrare davvero.
Ci si potrebbe chiedere, ad esempio: quanto le nostre aspettative filtrano ciò che potremmo considerare un incontro significativo? E quanto le modalità di socializzazione digitale influenzano la percezione di ciò che è possibile nel mondo reale?
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Originariamente Scritto da
axeUgene
Inceghniere sehr effektiv, qvando motore muofe :D
in questi dispositivi cartesiani, per la mia esperienza - vale quel che vale - manca l'imprevedibile;
vale a dire la circostanza di un incontro che in qualche misura sfugge a ciò che preventiviamo di volere, ma sollecita una crescita;
un tipo ideale può benissimo essere tale nel rafforzare tratti che potrebbero essere discutibili, oppure no; non si sa;
in concreto, se penso alle mie esperienze migliori, devo dire che non le avrei probabilmente scelte su un catalogo, ma si sono rivelate come fondamentali, magari proprio perché andavano a ravanare in anfratti psichici dove c'era bisogno;
per questo ho reiterato la domanda cui ha risposto Bau; specularmente, se posso rappresentare mie attitudini utili in quel senso, mi è più facile vedere in tempo reale, capire i messaggi di una persona e l'eventualità che, oltre ad eventuale attrazione, si potrebbero mettere in moto percorsi gratificanti per entrambi;
ecco, se io avessi un* figli*, cercherei di sollecitare questa capacità di percepire consapevolmente queste dinamiche e riconoscerle in modo esplicito; *
* disponibili esempi, ove il tutto risulti oscuro; prodotto surgelato :D
Forse l’imprevedibile non manca: gli incontri decisivi raramente coincidono con ciò che pensavamo di voler scegliere.
Molte esperienze significative non sarebbero finite in nessun catalogo e funzionano perché toccano zone che non avevamo previsto ma che erano pronte a muoversi.
In questo senso, la domanda sul “cosa porto” non misura il valore personale, ma la disponibilità a lasciarsi modificare dall’incontro. L’attrazione può avviare tutto, ma sono la percezione reciproca, l’adattamento ai tempi, ai ritmi e ai piccoli compromessi quotidiani a far capire se qualcosa sta realmente accadendo.
Se dovessi trasmetterlo a un* figli*: non come scegliere “bene”, ma come riconoscere quando l’imprevedibile smette di essere casuale e diventa significativo.
In altre parole, il vero test non è il catalogo ideale, ma la capacità del sistema, due persone, tempi e micro-compromessi, di funzionare insieme senza doverlo spiegare a posteriori.