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Discussione: Poesie

  1. #1771
    Greto L'avatar di Tiberio
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    Lupo ululà e castello ululì

  2. #1772
    Dylan Thomas.
    Non andartene docile in quella buona notte


    Non andartene docile in quella buona notte,
    I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
    Infuria, infuria, contro il morire della luce.

    Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
    Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
    Non se ne vanno docili in quella buona notte,

    I probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
    Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
    S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

    Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
    Troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
    Non se ne vanno docili in quella buona notte.

    Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
    Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
    S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

    E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
    Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
    Non andartene docile in quella buona notte.
    Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

  3. #1773
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    Bella!
    amate i vostri nemici

  4. #1774
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    Da questa De André trasse il Cantico dei drogati

    Riccardo Mannerini
    Eroina

    Come potrò dire
    a mia madre
    che ho paura?
    La vita,
    il domani,
    il dopodomani
    e le altre albe
    mi troveranno
    a tremare
    mentre
    nel mio cervello
    l’ottovolante della critica
    ha rotto i freni
    e il personale
    è ubriaco.
    Ho paura,
    tanta paura,
    e non c’è nascondiglio possibile
    o rifugio sicuro.
    Ho licenziato
    Iddio
    e buttato via una donna.
    La mia patria
    è come la mia intelligenza:
    esiste, ma non la conosco.
    Ho voluto
    il vuoto.
    Ho fatto
    il vuoto.
    Sono solo
    e ho freddo
    e gli altri nudi
    ridono forte
    mentre io striscio
    verso un fuoco che non mi scalda.
    Guardo avvilito
    questo deserto
    di grattacieli
    e attonito
    vedo sfilare
    milioni di esseri di vetro.
    Come potrò
    dire a mia madre
    che ho paura?
    La vita,
    il suo motivo,
    e il cielo
    e la terra
    io non posso raggiungerli
    e toccare…
    Sono sospeso a un filo
    che non esiste
    e vivo la mia morte
    come un anticipo terribile.
    Mi è stato concesso
    di non portare addosso
    vermi
    o lezzi o rosari.
    Ho barattato
    con una maledizione
    vecchia ma in buono stato.
    Preparazione della siringa di eroinaFu un errore.
    Non desto nemmeno
    più la pietà
    di una vergine e non posso
    godere il dolore
    di chi mi amava.
    Se urlo chi sono,
    dalla mia gola
    escono deformati e trasformati
    i suoni che vengono sentiti
    come comuni discorsi.
    Se scrivo il mio terrore,
    chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
    per ritornare dopo aver comprato
    del coraggio.
    Solo quando
    scadrà l’affitto
    di questo corpo idiota
    avrò un premio.
    Sarò citato
    di monito a coloro
    che credono sia divertente
    giocare a palla
    col proprio cervello
    riuscendo a lanciarlo
    oltre la riga
    che qualcuno ha tracciato
    ai bordi dell’infinito.
    Come potrò dire a mia madre
    che ho paura?
    Insegnami,
    tu che mi ascolti,
    un alfabeto diverso
    da quello della mia vigliaccheria.
    Lupo ululà e castello ululì

  5. #1775
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    Jack Kerouac
    Sulle lacrime

    Lacrime è la mia fronte che si rompe,
    Il lunato agitato
    sedersi
    In bui cimiteri di treni
    Quando per vedere il volto di mia madre
    Che richiamava dalla sua visione
    Piansi alla comprensione
    Della trappola mortalità
    E del sangue personale della terra
    Che mi aspettavano
    Padre padre
    Perché mi hai abbandonato?
    Mortalità & repulsione
    Scorrazzano per questa città
    Infelicità è il mio secondo nome
    Voglio essere salvato,
    Affondato-non può essere
    Non vuole essere
    Mai fu fatta per essere
    Così da vomitare!

    Dio


    Seduto sui nostri significati
    Egomaniaco Dio,
    Solitaria macchia d'olio luccico di pioggia
    È solito irritarci per di più
    Nel Reale.

    Come meditare

    - luci spente -
    autunno, mani strette, in istantanea
    estasi come una pera di eroina o morfina.
    la ghiandola nel mio cervello secernente
    il buon fluido felice (Fluido Santo) allorché
    mi ah-bbasso e tengo ogni parte del corpo
    giù in trance da puntomorto – Sanando
    ogni mio male – tutto cancellando – neppure
    resta il brandello di uno «spero-che-tu» o una
    Bolla di Pazzia, ma la mente
    libera, serena, spensierata. “Quando arriva
    un pensiero spuntando da lontano con la sua
    esibita figura d’immagine, lo freghi,
    lo sfreghi via, lo smonti e si fa
    smunto, e il pensiero non viene – e
    con gioia comprendi per la prima volta
    «Pensare è proprio come non pensare –
    Perciò non devo pensare
    mai
    più».

    Beat (una prosa poetica, titolo mio, ndr, rielaborata da me in versi), originale di Kerouac citato da "Scrivere Bop. Lezioni di scrittura creativa"

    Fu da cattolico […]
    che un pomeriggio
    andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante),
    Santa Giovanna d'Arco a Lowell, Mass.,
    e a un tratto, con le lacrime agli occhi,
    quando udii il sacro silenzio della chiesa
    (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio;
    fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie,
    le candele brillavano debolmente solo per me),
    ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”,
    la visione che la parola Beat significava beato
    Lupo ululà e castello ululì

  6. #1776
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    Ogni anno, mentre scopro che Febbraio
    È sensitivo e, per pudore, torbido,
    Con minuto fiorire, gialla irrompe
    La mimosa.
    (Giuseppe Ungaretti)
    amate i vostri nemici

  7. #1777
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    La poesia più bella dell'universo, imho

    Paul Verlaine
    Languore


    Io sono l'Impero alla fine della decadenza,
    che guarda passare i grandi Barbari bianchi
    componendo acrostici indolenti dove danza
    il languore del sole in uno stile d'oro.

    Soletta l'anima soffre di noia densa al cuore.
    Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
    O non potervi, debole e così lento ai propositi,
    e non volervi far fiorire un po' quest'esistenza!

    O non potervi, o non volervi un po' morire!
    Ah! tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
    Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!

    Solo, un poema un po' fatuo che si getta alle fiamme,
    solo, uno schiavo un po' frivolo che vi dimentica,
    solo, un tedio d'un non so che attaccato all'anima!
    Lupo ululà e castello ululì

  8. #1778
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    Oscar Wilde
    La ballata del carcere di Reading

    In Memoriam C.T.W. già soldato delle Guardie Reali a Cavallo Obiit nel carcere di S.M. a Reading,

    Berkshire, il 7 luglio 1896.


    Prima edizione: Londra, Smithers, 1898, in-8° (in luogo del nome dell’autore, la sua sigla di carcerato: “C.3.3.”).


    * * *
    I


    Più non portava la scarlatta tunica,
    Poiché il sangue ed il vino erano rossi,
    E sangue e vino aveva sulle mani
    Allorché fu sorpreso, con la morta,
    Quella povera morta che egli amava
    E uccise nel suo letto.

    Camminava frammezzo agli imputati
    In un frusto e meschino abito grigio;
    Aveva in capo un berretto da cricket
    E i suoi passi parevan lievi e gai:
    Ma io non vidi uomo guardar mai
    Così intensamente la luce.

    Uomo non vidi che guardasse mai
    Con sì intensa pupilla
    La breve tenda azzurra
    Che i prigionieri chiamano cielo
    E la nuvola errante che passava
    Con argentee vele.

    Camminavo con altre anime in pena
    In un altro cerchio,
    Pensando se la colpa di quell’uomo
    Fosse grave o leggera,
    Quando mi sussurrò dietro una voce:
    “Colui sarà impiccato”.

    Ah, Cristo Iddio! Le mura del carcere
    Parvero barcollare bruscamente
    E sul mio capo il cielo diventò
    Come un casco d’acciaio incandescente;
    Anima in pena pur essendo io stesso,
    Non potei la mia pena sentir più.

    Sol seppi quale incalzato pensiero
    Gli accelerasse il passo e perché mai
    Egli guardasse il fulgore del giorno
    Con sì intensa pupilla:
    Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,
    E quindi doveva morire.

    Eppure ognuno uccide ciò che ama,
    Lo intendano tutti:
    Lo fanno alcuni con un bieco sguardo
    Ed altri con parole carezzevoli,
    Il vile con un bacio,
    Il prode con la spada!

    Alcuni uccidono il loro amore quando sono giovani,
    Altri quando sono vecchi;
    Alcuni strozzano con le mani della Lussuria,
    Altri con le mani dell’Oro:
    I migliori si servon d’una lama,
    Perché così i morti più presto diventano freddi.

    Troppo poco si ama, o troppo a lungo;
    C’è chi vende l’amore e chi lo compra,
    Chi commette il delitto lacrimando
    E chi senza un sospiro:
    Poiché ogni uomo uccide ciò che ama,
    Ma non per questo ogni uomo muore.

    Non muore d’una morte obbrobriosa
    In un giorno d’infamia tenebrosa,
    Non ha un nodo scorsoio intorno al collo
    Ed un panno sul viso,
    Né ritto sprofonda traverso l’assito
    In uno spazio vuoto.

    Non siede vigilato giorno e notte
    Da uomini silenti
    Che lo spiano quando tenta di piangere
    E quando tenta di pregare,
    Che lo spiano per tema che sottragga
    Al carcere la sua preda.

    Non vede, svegliandosi all’alba,
    Terrificanti figure affollare la sua cella;
    Il tremante cappellano in veste bianca,
    Lo sceriffo cupo e severo,
    Il governatore tutto in nero,
    Gialla faccia da giorno del Giudizio.

    Non si leva con fretta miseranda
    Per indossare i panni del condannato,
    Mentre un medico dalla bocca volgare lo guata
    E prende nota d’ogni suo sussulto,
    Palpeggiando un orologio in cui i battiti lievi
    Son come orrendi colpi di martello.

    Non conosce la sete disgustosa
    Ch’empie di sabbia le fauci,
    Prima che il boia con i suoi guanti da giardiniere
    S’insinui dalla porta imbottita
    E con tre cinghie di cuoio lo leghi
    Sì che le sue fauci non abbiano sete mai più.

    Non reclina la testa ad ascoltare
    La lettura dell’Ufficio dei Morti
    Né, mentre il terrore dell’anima
    L’assicura che non è morto ancora,
    Sfiora la propria bara inoltrandosi
    Dentro lo spaventoso capannone.

    Non fissa i vuoti spazi
    Traverso un piccolo tetto di vetro:
    Non prega con labbra di creta
    Perché passi la sua agonia;
    Né sente sulla guancia fremente
    Il bacio di Caifa.




    II



    Per sei settimane il nostro soldato passeggiò nel cortile,
    Col suo frusto e meschino abito grigio:
    Aveva in capo il berretto da cricket,
    E i suoi passi parevan lievi e gai:
    Ma io non vidi mai uomo guardar mai
    Così intensamente la luce.

    Uomo non vidi che guardasse mai
    Con sì intensa pupilla
    La breve tenda azzurra
    Che i prigionieri chiamano cielo
    E la nuvola errante che trascina
    Il suo arruffato vello.

    Non si torceva le mani
    Come i pazzi che ardiscono tentare
    D’allevar la Speranza, figlia spuria,
    Nell’antro della nera Disperazione:
    Solamente guardava in alto il sole
    E beveva l’aria del mattino.

    Non torceva le mani, non piangeva,
    Né si divincolava o si struggeva:
    Beveva l’aria quasi contenesse
    Un salutare balsamo:
    Beveva a bocca spalancata il sole
    Come se fosse vino!

    Ed io e tutte quelle anime in pena
    Nell’altro cerchio incedenti
    Dimenticammo se la nostra colpa
    Fosse grave o leggera:
    Con opaco stupore guardavamo
    L’uomo che doveva penzolar dalla forca.

    Ed era strano vederlo passare
    Con andatura così lieve e gaia,
    Ed era strano vederlo fissare
    Così intensamente la luce,
    E strano era pensare
    Che un tale debito avesse da pagare.

    La quercia e l’olmo han deliziose foglie
    Che a primavera si schiudono:
    Ma orrido a vedersi è l’albero della forca,
    Con la radice morsa dalle vipere,
    E, verde o secco, un uomo ha da morire
    Prima ch’esso dia frutto!

    Il più alto posto è quel seggio di grazia
    Al quale tendon tutti gli ambiziosi:
    Ma chi vorrebbe in cordone di canapa
    Troneggiare dall’alto d’un patibolo
    E attraverso un collare d’assassino
    Lanciare in cielo l’ultimo suo sguardo?

    Dolce è danzare al suono dei violini
    Quando l’amore e la vita sorridono;
    Danzare a suon di flauti, a suon di liuti,
    E’ delicato e raro:
    Ma non è dolce con agile piede
    Ballar sospesi in aria!

    Così con occhi curiosi e congetture angosciate
    Di giorno in giorno osservandolo,
    Ci chiedevamo se ognuno di noi
    Non finirebbe alla stessa maniera
    Poichè nessuno può dire fino a qual rosso inferno
    Possa smarrirsi la sua cieca anima.

    Infine il morto non passeggiò più
    Frammezzo gli imputati
    Ed io seppi che adesso era là ritto
    Nel nero banco degli accusati,
    E che mai più avrei visto la sua faccia
    In questo dolce mondo del Signore.

    Come due navi perdute che passano nella tempesta
    Ci eravamo sfiorati,
    Ma senza un cenno, senza una parola:
    Non avevamo parole da dire,
    Poiché non nella notte santa ci eravamo incontrati,
    Ma nel giorno della vergogna.

    Intorno a entrambi un muro di prigione.
    Due reietti eravamo:
    Il mondo ci aveva rigettato dal suo cuore
    E Iddio dai suoi pensieri:
    E la trappola di ferro che attende il peccato
    Nella sua insidia ci aveva ghermiti.



    III


    Dure le pietre nel Cortile degli Indebitati,
    Alte le mura stillanti:
    Ed era là ch’egli prendeva aria
    Sotto il plumbeo cielo,
    E due guardiani gli camminavano ai fianchi
    Per tema che morisse.

    O sedeva con quelli che spiavano
    Dì e notte la sua angoscia,
    Che lo spiavano quando si alzava per piangere
    E quando si curvava per pregare,
    Che lo spiavano affinché non sottraesse
    Al patibolo loro la sua preda.

    Il governatore s’atteneva
    Agli articoli del Regolamento:
    Il medico diceva che la morte
    Era nient’altro che un fatto scientifico:
    Due volte al giorno veniva
    Il cappellano e lasciava un opuscolo.

    E due volte al giorno egli fumava la pipa
    E beveva il suo quarto di birra:
    In quell’anima intrepida non v’era
    Nascondiglio per la paura:
    Spesso diceva d’essere contento
    D’aver vicine le mani del boia.


    Ma perché mai affermasse una cosa sì strana
    Nessun guardiano osava domandargli,
    Poiché chi dalla sorte è condannato
    Al compito di guardia nelle carceri
    Deve porsi alle labbra un catenaccio
    E fare del suo viso una maschera.

    Altrimenti potrebbe commuoversi e cercare
    Di porgere conforto e consolare:
    E che farebbe l’umana pietà
    Rinchiusa in una tana di assassini?
    In un simile luogo dove la parola bontà
    L’anima d’un fratello potrebbe aiutare?

    Con passo goffo e dondolante intorno al cortile
    La Parata dei Pazzi scandivamo!
    Non ci importava: sapevamo d’essere
    La Brigata del Diavolo:
    Teste rase e piedi di piombo
    Compongono un ‘allegra mascherata.

    Sfilacciavamo corda incatramata
    Con le unghie corrose e sanguinanti;
    Sfregavamo le porte e i pavimenti,
    Pulivamo le inferriate lucenti:
    Ogni squadra lavava i tavolati
    Tra un fragore di secchi sbatacchiati.

    Cucire i sacchi, spaccare le pietre,
    Il polveroso trapano girare,
    Urtare le gamelle, urlare gli inni,
    Al mulino sudare:
    Ma nel cuore d’ognuno
    Tranquillo se ne stava il terrore.

    Così tranquillo, che ogni giornata
    Strisciava come un’onda greve d’alghe:
    E noi dimenticammo l’aspra sorte
    Che attende il folle e il tristo,
    Fino a quando, tornando dal lavoro,
    Passammo accanto ad una tomba aperta.

    La bocca della gialla fossa spalancata in uno sbadiglio
    Attendeva d’ingoiare una cosa vivente:
    Il fango stesso gridava per chiedere sangue
    Al sitibondo cortile d’asfalto:
    E noi sapemmo che prima che l’alba imbiondisse
    Un prigioniero doveva penzolar dalla forca.

    Rientrammo senza indugio, con l’anima assorta in pensieri
    Di morte, di terrore e di condanna:
    Il boia, con il suo piccolo sacco,
    S’allontanò pesantemente nel buio:
    E ognuno tremava infilandosi
    Nella propria tomba numerata.

    Quella notte i deserti corridoi
    Si gremiron d’immagini paurose,
    E su e giù per la città di ferro
    Andavano passi furtivi che non udivamo;
    Dalle sbarre che occultano le stelle
    Bianche facce sembravano spiare.

    Egli giaceva come chi disteso
    Sogna in una ridente prateria;
    le guardie lo guardavano dormire,
    Né sapevan capire
    Come fosse possibile godere un sonno sì dolce
    Con il boia alle costole.





    Ma non v’è sonno per uomini che devono piangere
    E che in passato non piansero mai:
    E così noi – i folli, i frodatori, i furfanti –
    Facemmo quella veglia interminabile:
    E in ogni cervello, su mani dolorose strisciando,
    Il terrore d’un altro penetrava.

    Ahimè, è spaventevole
    Sentire la colpa di un altro!
    Nell’anima la spada del Peccato
    Ci entrava fino all’elsa avvelenata,
    E come gocce di piombo erano le lacrime che versavamo
    Per il sangue non sparso da noi.

    Con le loro scarpe di feltro i guardiani
    Scivolavano davanti alle porte sprangate
    E dalla spia vedevano, con occhio sgomento,
    Figure grigie sul pavimento,
    E si domandavano perché si inginocchiassero a pregare
    Uomini che un tempo non pregavano mai.

    Tutta la notte stemmo inginocchiati in preghiera,
    Dementi che piangevano un cadavere!
    Le agitate piume della mezzanotte
    Eran pennacchi sopra un carro funebre,
    E amaro vino offerto su una spugna
    Era il sapore del Rimorso.

    Il gallo grigio cantò, cantò il gallo rosso,
    Ma il giorno mai non spuntava;
    Contorte forme di terrore si rannicchiavano
    Negli angoli dove noi giacevamo:
    E tutti gli spiriti maligni che vanno errando nella notte
    Dinanzi a noi pareva folleggiassero.

    Scivolavano e passavano, scivolavano rapidi,
    Come viandanti attraverso la nebbia:
    Beffavano la luna in un trescone
    Ricco di giri e intrecci delicati;
    Con movenze solenni e orrenda grazia
    I fantasmi tenevano convegno.

    Con smorfie e lazzi li vedemmo muoversi,
    Tenendo per mano, ombre sottili:
    Gira, gira, in tumulto fantomatico
    Ballarono una sarabanda:
    E i dannati grotteschi tracciavano arabeschi
    Come il vento fa sulla sabbia!

    Con piroette di marionette
    Sulle punte dei piedi saltellavano:
    Ma con i flauti della Paura l’orecchio assordavano,
    Nella raccapricciante mascherata,
    E a gran voce cantavano, e lungamente cantavano,
    Poiché cantavan per destare i morti.

    “Oh! – gridavano. – il mondo è lungo e largo,
    Ma gambe incatenate vanno zoppe!
    E gettare una volta o due i dadi
    E’ un gioco da signori:
    Ma non vince chi gioca col Peccato
    Nella segreta Casa dell’Infamia”.

    Non eran certo aeree parvenze
    Quei buffoni che allegri sgambettavano:
    Per uomini le cui vite erano tenute in catene
    E i cui piedi non potevano andare liberamente,
    Ahi, piaghe di Cristo! Essi eran creature ben vive
    E spaventose a guardarsi.

    In cerchio, in cerchio vorticosamente ballavano il valzer:
    Alcuni giravano, in coppie leziose;
    Altri con passi affettati di tipi un po’ equivoci
    Si dileguavano su per le scale:
    E con sottili sogghigni, con occhiatine adescanti,
    Ognuno ci assisteva nelle nostre preghiere.

    Il vento del mattino cominciò a far udire i suoi gemiti,
    Ma ancora durava la notte;
    Sul suo gigantesco telaio l’ordito delle tenebre scorse
    Fin che l’ultimo filo fu tessuto:
    E nel pregare paura ci colse
    Della giustizia del sole.

    Il vento gemebondo andò vagando
    Intorno alle piangenti mura del carcere,
    finché, come una ruota d’acciaio che giri,
    Sentimmo serpeggiare i minuti:
    O gemebondo vento, che cosa avevamo mai fatto
    Per meritarci un simile siniscalco?

    Io vidi infine l’ombra delle sbarre
    Come un traliccio lavorare in piombo
    Stamparsi sull’imbiancata parete
    Di fronte al letto fatto di tre assi,
    E seppi che in qualche luogo del mondo
    Già rosseggiava la terribile alba di Dio.

    Alle sei scopammo le nostre celle,
    Alle sette tutto era tranquillo:
    Ma il fremito di un’ala possente
    Parve riempir la prigione,
    Poiché il Signore della Morte dal gelido fiato
    Era entrato per uccidere.

    Non passò avvolto di purpureo fasto,
    Né cavalcava un corsiero bianco al par di luna.
    Tre metri di corda ed un asse scorrevole
    Son tutto ciò che occorre per la forca:
    Così con la corda dell’obbrobrio venne l’Araldo
    Per compiere la sua opera segreta.

    Eravamo come gente che in una palude
    Di sozza tenebra brancoli:
    Non osammo alitare una preghiera
    O dare sfogo all’angoscia:
    Qualcosa era morto in ognuno di noi,
    E ciò che era morto era la speranza.

    La truce giustizia dell’uomo segue il suo corso
    E mai non devia:
    Abbatte il debole, abbatte il forte
    Con il suo passo semina la morte:
    Con tallone di ferro schiaccia il forte,
    Il mostruoso parricida!

    Aspettavamo il battere delle otto
    Con la lingua ispessita dalla sete:
    Poiché alle otto batte il destino
    Che d’un uomo fa un maledetto,
    E il destino si serve d’un nodo scorsoio
    Tanto per il migliore che per il peggiore.

    Non potevamo fare altro
    Che attendere il segno imminente:
    Come cose di pietra in una valle sperduta
    Sedevamo immobili e muti;
    ma il cuore d’ognuno dava battiti rapidi e cupi,
    Come su un tamburo un demente.

    Con un colpo improvviso l’orologio della prigione
    Percosse l’aria fremente,
    E dal carcere intero eruppe un gemito
    Di disperazione impotente,
    Simile al grido che odono le paludi sgomente
    Dalla tana di un lebbroso.


    E come si vedono le più spaventevoli cose
    Nel cristallo d’un sogno,
    Vedemmo la corda di canapa oleosa
    Appesa alla trave nera
    E udimmo la preghiera
    Che il laccio del boia in un urlo strozzò.

    Tutto il dolore che lo lacerò
    Fino a strappargli quell’amaro grido,
    E i furiosi rimpianti, i sudori di sangue,
    Nessuno al pari di me li poté capire:
    Poiché colui che vive più di una vita
    Più di una morte deve morire.




    IV

    Non si va in cappella il giorno
    In cui impiccano un uomo:
    Il cappellano ha troppo male al cuore,
    O sul suo volto c’è troppo pallore,
    O nei suoi occhi sono scritte cose
    Che nessuno deve vedere.

    Così ci tennero rinchiusi fin quasi a mezzogiorno,
    Poi suonarono la campana,
    E con le loro chiavi tintinnanti i guardiani
    Aprirono le celle intente in ascolto,
    E noi scendemmo pesantemente le scale di ferro,
    sbucando ognuno dal suo isolato inferno.

    Uscimmo nella dolce aria di Dio,
    Ma non al modo consueto:
    La faccia dell’uno sbiancata dalla paura,
    La faccia dell’altro era grigia,
    Ed io non vidi mai uomini tristi guardare
    Così intensamente la luce.

    Uomini tristi non vidi mai che guardassero
    Con sì intensa pupilla
    La breve tenda azzurra
    Che noi reclusi chiamavamo cielo,
    E la nuvola spensierata che in alto passava
    In lieta libertà.

    Ma v’erano alcuni tra noi
    Che a testa bassa incedevano,
    Ben sapendo che, se ognuno avesse ciò che si merita,
    Sarebbe toccato a loro morire:
    Egli aveva soltanto ucciso una cosa vivente
    Essi ciò che era già morto.

    Poiché chi pecca una seconda volta
    Desta un’anima morta al patimento,
    La trae dal macchiato sudario
    E la fa sanguinare nuovamente,
    Sanguinare la fa con grosse gocce di sangue,
    E la fa sanguinare vanamente!

    Come scimmie o pagliacci, in mostruoso costume
    Di storte frecce stellato,
    Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio,
    Intorno al cortile di sdrucciolevole asfalto;
    Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio
    E nessuno diceva una parola.

    Silenziosamente andavamo muovendoci in cerchio,
    E nella svuotata mente d’ognuno
    Il ricordo di cose terribili
    Irrompeva come un terribile vento:
    Dinanzi a ognuno incedeva l’Orrore
    E dietro strisciava il Terrore.



    Tronfi i guardiani andavan su e giù,
    Vigilando il loro armento di bruti;
    Indossavano uniformi nuove fiammanti,
    I loro panni domenicali,
    Ma noi capimmo a quale lavoro avessero atteso,
    Dalla calce che avevano sugli stivali.

    Dove larga poc’anzi una tomba s’apriva,
    Non c’era più tomba alcuna:
    Solo una striscia di terra smossa e di sabbia
    Lungo l’orrendo muro del carcere,
    E un piccolo mucchio di calce ardente
    Affinché l’uomo avesse un sudario.

    Ed ha invero un sudario, il disgraziato,
    Quale pochi possono pretendere:
    Ben giù, sotto un cortile di prigione,
    Ignudo per maggiore sua vergogna,
    Giace, con le catene ad ambo i piedi,
    Avviluppato in lenzuolo di fiamma!

    E senza posa la calce ardente
    Rode le carni e le ossa,
    Rode le fragili ossa di notte,
    Le teneri carne di giorno:
    Rode ora le carni, ora le ossa,
    Ma sempre rode il cuore.

    Per tre lunghi anni non semineranno
    Né pianteranno laggiù:
    Per tre lunghi anni il sito maledetto
    Sarà sterile e nudo,
    E guarderà l’attonito cielo
    Con uno sguardo privo di rimproveri.

    Secondo loro, un cuore d’omicida
    Corromperebbe ogni semplice seme che venisse deposto.
    Non è vero! La buona terra di Dio
    E’ più buona di quanto gli uomini non sappiano,
    E la rosa rossa si schiuderebbe semplicemente più rossa,
    La rosa bianca più bianca.

    Dalla sua bocca una rosa vermiglia,
    Dal suo cuore una bianca!
    Perché chi può dire per quali vie misteriose
    Cristo riveli la sua volontà,
    Se l’arido bastone del romeo
    Fiorì al cospetto del grande pontefice?

    Ma né la lattea rosa, né la rossa
    Possono fiorire in aria di prigione:
    Ciottolo, coccio, selce,
    Ecco che cosa ci danno:
    Poiché si sa che i fiori talvolta guariscono
    La disperazione dell’uomo.

    Così né la rosa rossa come vino né la bianca
    Si sfoglieranno mai petalo a petalo
    Su quella striscia di terra e di sabbia
    Lungo l’orrendo muro del carcere,
    Per dire a coloro che camminano per il cortile
    Che il Figliuolo di Dio morì per tutti.

    Ma benché l’orrendo muro del carcere
    Ancora da ogni parte lo rinserri,
    E uno spirito non possa errare la notte
    Se da catene è avvinto,
    Né possa far altro che piangere
    Se giace in così empio recinto.

    E’ in pace il disgraziato,
    E’ in pace, o quanto prima lo sarà:
    Più non lo fa impazzire cosa alcuna,
    Né il Terrore s’aggira in pieno giorno,
    Poiché la buia terra dove giace
    Non ha sole né luna.

    L’hanno impiccato come s’impicca una bestia:
    Non hanno nemmeno suonato
    Un funebre rintocco che avrebbe potuto
    Calmare la sua anima atterrita
    Ma in fretta e furia via l’hanno portato
    E nascosto in una buca.

    L’han spogliato dell’abito di tela
    E abbandonato alle mosche:
    Han deriso la gola paonazza ed enfiata,
    Gli occhi vitrei e sbarrati:
    Con alte risa hanno ammucchiato il sudario
    In cui riposa il loro condannato.

    Il cappellano non s’inginocchierebbe a pregare
    Presso la sua disonorata tomba,
    Né la segnerebbe con quella croce benedetta
    Che Cristo diede per i peccatori,
    Perché l’uomo era uno di coloro
    Che Cristo venne a salvare.

    Ma non importa: egli è semplicemente giunto
    Allo sbocco prefisso della vita:
    Lacrime sconosciute riempiranno
    l'urna della Pietà per lui.
    Avrà i lamenti degli uomini esiliati,
    per gli esiliati esiste solo il pianto



    V

    Io non so se le leggi abbian ragione,
    O se le leggi abbian torto;
    Tutto ciò che sappiamo, qui in prigione,
    E’ che le mura sono forti
    E che ogni giorno è simile ad un anno,
    Un anno in cui i gironi sono lunghi.

    Ma questo so: che ogni legge
    Dagli uomini fatta per l’uomo,
    Fin dalla prima volta che un uomo tolse la vita al fratello
    Ed ebbe inizio un mondo di triste travaglio,
    Disperde il grano e conserva la pula
    Con un pessimo vaglio.

    Anche questo io so – e sarebbe bene
    Se tutti lo potessero sapere –
    Che ogni prigione costruita dagli uomini
    Con mattoni di infamia è costruita,
    E munita di sbarre affinché Cristo non abbia a vedere
    Come gli uomini mutilano i loro fratelli.

    Con sbarre oscuran la graziosa luna
    E accecano il buon sole:
    E fanno bene a nascondere il loro inferno,
    Perché vi avvengono cose
    Che né il Figlio di Dio né il figlio dell’uomo
    Dovrebbero vedere giammai.

    Le più vili azioni come erbe velenose
    Prosperano nell’aria della prigione;
    Solo quanto di buono vi è nell’uomo
    Vi si guasta e intristisce:
    La pallida Angoscia sta al pesante portone
    Ed è guardiana la Disperazione.

    Ché fan patire la fame al bimbetto spaurito
    Fin che dì e notte piange,
    E frustano il debole, sferzano l’idiota,
    Beffano il vecchio dai capelli grigi,
    E alcuni impazziscono, e tutti diventan cattivi
    E nessuno può dire una parola.

    Ogni angusta cella nella quale abitiamo
    E’ una sozza e buia latrina;
    Il fetido fiato della Morte vivente
    Soffoca ogni finestra a inferriata;
    E tutto, fuorché il Desiderio, si sbriciola in polvere
    Nella macchina dell’Umanità.

    L’acqua salmastra che da noi si beve
    Fluisce densa di schifosa melma,
    L’amaro pane che ci pesano con le loro bilance
    E’ pieno di gesso e di calce,
    e il Sonno non si stende, ma cammina
    Sbarrando gli occhi e lancia grida al tempo.

    Ma sebbene la magra Fame e la livida Sete
    Come l’aspide e la vipera si diano battaglia,
    Poco curiamo del vitto del carcere:
    Ciò che davvero ci agghiaccia ed uccide
    E’ che ogni pietra alzata nel corso del giorno
    Diventa poi di notte il nostro cuore.

    Sempre con la mezzanotte nel cuore
    E nella cella il crepuscolo,
    Giriamo la manovella, sfilacciamo la corda,
    Ognuno nel suo inferno separato,
    E assai più spaventevole è il silenzio
    Che il suono d’una bronzea campana.

    E mai non si avvicina voce umana
    Per dire una parola di bontà:
    L’occhi che guarda traverso la porta
    E’ duro e senza pietà:
    E da tutti dimenticati andiamo sempre più imputridendo,
    Nell’anima e nel corpo rovinati.

    Così arrugginiamo la ferrea catena della Vita,
    Degradati e soli:
    Alcuni maledicono, altri piangono,
    Altri non danno lamenti:
    Ma le eterni leggi di Dio sono clementi
    E spezzano il cuore di pietra.

    Ed ogni cuore umano che si spezza
    In cella od in cortile di prigione
    E’ come il vaso infranto che largì
    Il suo tesoro al Signore
    E nell’immonda casa del lebbroso
    Sparse un olezzo di nardo prezioso.

    Ah, beati coloro il cui cuore può infrangersi
    E conquistare la pace del perdono!
    Come altrimenti potrebbe l’uomo raddrizzare le sue vie
    E l’anima mondare dal peccato?
    Come, se non per il varco d’un cuore spezzato,
    Cristo Signore in lui potrebbe entrare?

    E l’uomo dalla gola paonazza ed enfiata,
    Dai vitrei occhi sbarrati,
    Le mani sante attende che portarono
    Il ladro in paradiso:
    Poiché il Signore non sprezza
    Un cuore infranto e contrito.

    L’uomo in rosso che interpreta la Legge
    Gli concesse tre settimane di vita,
    Tre brevi settimane per guarire
    L’anima dal suo intimo conflitto
    E per lavare da ogni macchia di sangue
    La mano che aveva impugnato il coltello.

    E con lacrime di sangue egli deterse la mano,
    La mano che aveva stretto la lama d’acciaio:
    Poiché soltanto il sangue può il sangue lavare,
    E soltanto le lacrime sanare:
    E la rossa macchia che già fu di Caino
    Divenne il nìveo sigillo di Cristo.



    VI

    Nel carcere di Reading presso la città
    V’è una fossa d’infamia,
    E là giace uno sventurato
    Roso da denti di fiamma:
    Il bruciante sudario è avviluppato.

    E sopra la sua tomba non v’è nome.
    Là, fin che Cristo chiami fuori i morti,
    In silenzio lasciatelo dormire:
    Inutile sprecare sciocche lacrime
    O trarre vani sospiri:
    Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,
    E quindi doveva morire.

    Ed ogni uomo uccide ciò che ama,
    Lo intendano tutti:
    Lo fanno alcuni con bieco sguardo
    Ed altri con parole carezzevoli,
    Il vile con un bacio,
    il prode con la spada!

    C.3.3.
    Lupo ululà e castello ululì

  9. #1779
    Il mondo è un gran bel posto
    (Lawrence Ferlinghetti)

    Il mondo è un gran bel posto
    per nascerci
    se non vi dà fastidio che la felicità
    non sia sempre
    poi tutto ’sto spasso
    se non vi dà fastidio un pizzico di inferno
    di tanto in tanto
    proprio quando tutto fila liscio
    perché perfino in paradiso
    non stanno sempre lì
    a cantare

    Il mondo è un gran bel posto
    per nascerci
    se non vi dà fastidio che la gente muoia
    di continuo
    o magari stia solo morendo di fame
    ogni tanto
    il che non è poi così grave
    se non si tratta di voi

    Oh il mondo è un gran bel posto
    per nascerci
    se non vi dà fastidio più di tanto
    qualche mente morta
    tra gli alti papaveri
    o un paio di bombe
    di tanto in tanto
    sulle vostre facce rivolte all’insù
    o altre consimili sconvenienze
    di cui la nostra società Marchio Aziendale
    è preda
    con i suoi uomini distinti
    e i suoi uomini estinti
    e i suoi preti
    e gli altri vigilantes
    e le sue svariate segregazioni
    e le investigazioni parlamentari
    e le altre stitichezze
    di cui la nostra carne cogliona
    è erede

    Sì il mondo è il miglior posto di tutti
    per un sacco di cose tipo
    prendere parte alla scena divertente
    e prendere parte alla scena d’amore
    e prendere parte alla scena lacrimosa
    e cantare canzoni sommesse e avere ispirazioni
    e passeggiare
    guardando tutto
    e sentendo il profumo dei fiori
    e toccando il culo alle statue
    e perfino per pensare
    e baciare le persone e
    per fare bambini e portare i calzoni
    e salutare sventolando il cappello e
    per ballare
    e andare a nuotare nei fiumi
    o a fare picnic
    in piena estate
    e in generale proprio per
    «spassarsela»


    ma poi proprio sul più bello
    arriva sorridente

    il becchino

  10. #1780
    ????? ???????????? L'avatar di Pazza_di_Acerra
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    ANORMALE
    (Charles Bukovski)
    Quando facevo le elementari
    il maestro ci raccontò la storia
    di un marinaio
    che disse al capitano:
    "La bandiera? Spero di non
    vederla più, la bandiera!"
    "Molto bene," gli fu risposto,
    "il tuo desiderio
    sarà esaudito!"
    E lo chiusero nella
    stiva
    e ce lo tennero,
    mandandogli cibo
    di sotto
    e morì laggiù
    senza vederla mai più
    la bandiera.
    Una storia davvero spaventosa
    per dei bambini,
    molto
    efficace.
    Ma non efficace
    abbastanza per
    me.
    Stavo lì seduto a pensare,
    bene, è brutto
    non vedere la
    bandiera,
    ma il bello è
    non dover vedere
    la gente.
    Però
    non alzai la mano
    per dir niente del genere.
    Sarebbe stato ammettere
    che non volevo vedere
    neppure loro.
    Ed era vero.
    Guardavo dritto alla
    lavagna
    che sembrava migliore
    di chiunque.
    semel in anno licet insanire, cotidie melius

  11. #1781
    Opinionista L'avatar di follemente
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    Misantropia allo stato puro.

  12. #1782
    ????? ???????????? L'avatar di Pazza_di_Acerra
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    Sul pianeta Terra
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    Citazione Originariamente Scritto da follemente Visualizza Messaggio
    Misantropia allo stato puro.
    Io la definirei saggezza...
    semel in anno licet insanire, cotidie melius

  13. #1783
    Opinionista L'avatar di Turbociclo
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    Adesso ci sono computer e ancora più computer

    e presto tutti ne avranno uno,
    i bambini di tre anni avranno i computer
    e tutti sapranno tutto
    di tutti gli altri
    molto prima di incontrarli
    e così non vorranno più incontrarli.
    Nessuno vorrà incontrare più nessun
    altro mai più
    e saranno tutti
    dei reclusi
    come me adesso…”


    (Bukowski)
    È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante

  14. #1784
    Il sale onesto degli abbracci
    (Aleksandr Skidan)


    Il sale onesto degli abbracci
    il taglio nella fronte

    non andar via
    lo sfiorarsi labiale

    e non sei più cavachiodi di pagine
    coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

    non il cervello arso
    non il fumo dolciastro

    ma la torba della terra
    nella quale – allungandoti – ti stenderai

    che bocca ricordi bocca

    e labbro il labbro.

  15. #1785
    ????? ???????????? L'avatar di Pazza_di_Acerra
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    Non ti chiedere mai, ché non si può,
    quale destino gli dei abbiano pronto per me, per te, Leucònoe,
    né ti curar di oroscopi Babilonesi.
    Meglio, quel che verrà, prenderlo così com'è.
    Se molti inverni Dio ci darà, o sarà questo l'ultimo
    che spumeggiante scaglia il Tirreno contro le rupi a infrangersi.
    Sii saggia, versami il vino, le tue speranze regola giorno per giorno.
    Mentre parliamo, l'ora già scorre rapida.
    Cogli il tuo tempo, meno che puoi fidati del domani.

    (Quinto Orazio Flacco)
    semel in anno licet insanire, cotidie melius

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