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Discussione: Il gene di dio

  1. #1
    Opinionista L'avatar di Il gatto
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    Il gene di dio

    Dean Hamer, del Centro di genetica dell’Istituto nazionale di ricerca sul cancro, USA, è un genio della biologia, ha trovato nel cromosoma 10 una variante del gene VMAT2, che ritiene responsabile un maggior o minor grado di spiritualità. Ci ha scritto pure un libro “The God Gene” (il gene di Dio).Anni prima aveva fatto un’altra incredibile scoperta, che, a dir il vero non ha avuto molto seguito, il gene che predispone all’omosessualità.

    Che la fede, le tendenze sessuali e le caratteristiche dell’anima che credevamo fino ad oggi trascendenti siano invece determinate dalla nostra immutabile e inevitabile eredità genetica è la conquista della scienza biologica e il passa parola del momento.

    La cultura genetica trasmette una idea di ereditarietà a cui non ci si può sottrarre, come il nostro destino, e da un’altra parte si arriva a considerare la spiritualità, come qualcosa di cablato e codificabile.

    Per nostra fortuna il libro non è stato tradotto in italiano ma trovo tracce delle conseguenze di queste illuminanti teorie su “D” di Repubblica che riporta un pezzo di Arianna Huffington dell’Huffingtonpost sugli istinti dell’uomo, la sopravvivenza, il potere (?!), la sessualità e il quarto istinto alla spiritualità… e questa è, giornalisticamente, la novità salvifica. http://d.repubblica.it/dmemory/2013/...rt6932032.html

    Nella nostra ricerca della dimensione Sacra della Biodinamica Craniosacrale, abbiamo anche la genetica e gli istinti umani.

    Eppure nella stessa immagine dello zigote troviamo una rappresentazione chiara e immediata della dimensione in cui TUTTO (il nostro essere) è in UNO (in una cellula fecondata), cosa c’è di più Olistico.
    http://sacrocraniale.wordpress.com/2...craniosacrale/

  2. #2
    D'Alessio Forever L'avatar di dajide
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    ma come fa un gene a determinare la spiritualità dell'anima?

    il gene è una cosa concreta che esiste, l'anima non è stata dimostrata l'esistenza....

    tutt'al più si potrebbe parlare di coscienza!?

    a me paiano cavolate solo per fare notizia, magari la ricerca è seria e poi i giornali la banalizzano....

    e poi fa ridere la cosa che un gene caratterizzi l'anima, non è forse il contrario? ahahah
    "Non puoi fare nulla per smettere di invecchiare, ma potresti fare moltissimo... se volessi iniziare a crescere!"

    It's long way to the top, if you wanna rock'n'roll



  3. #3
    Opinionista L'avatar di Il gatto
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    Ovviamente non determina l'anima, ma un ormone che sviluppa il pensiero astratto che costruisce la concezione dell'anima e del resto collegato, niente ormone, niente fede.

    L’anima e i suoi ormoni
    Per secoli, le ragioni della scienza e quelle dello spirito si sono contrapposte frontalmente, nella migliore delle ipotesi i due contendenti si sono reciprocamente ignorati. Ma da qualche tempo si respira un’aria nuova: la ricerca scientifica ha cambiato strategia e irrompe sempre più spesso nell’universo della spiritualità. Il suo obiettivo questa volta è ambizioso: ricostruire la struttura biologica di quell’entità generalmente conosciuta con il nome di “anima”.

    Dean Hammer, biologo molecolare dell’ Oxford University National Cancer Institute, nel 2004, pubblica un libro, “The God gene” (“il gene di Dio”) in cui spiega che il livello di spiritualità varia da individuo a individuo in rapporto alla quantità di alcune sostanze chimiche prodotte all’interno del nostro cervello: la dopamina e la serotonina. Sono questi due mediatori ormonali responsabili del senso di unione con l’universo e di tutte quelle sensazioni che caratterizzano l’esperienza spirituale. Il gene che regola la loro produzione, il “gene di Dio”, appunto, è stato battezzato Vmat2. Hammer nel suo libro ci illustra la serie di studi da lui compiuti. Egli ha dapprima misurato con appositi questionari il “tasso di spiritualità” di una serie di volontari. Successivamente è andato a verificare l’attività del gene Vmat2. Secondo lo scienziato, quanto maggiore è l’attività del “gene di Dio” (cioè la produzione di dopamina e serotonina) tanto più intensa è la spiritualità della persona. Hammer ha poi compiuto una serie di studi sui gemelli e ha verificato che il principale determinante della loro spiritualità non è l’ambiente culturale in cui sono vissuti, si sono formati e sono stati educati, ma l’ereditarietà. Secondo lui infatti, mentre i gemelli uguali (monozigotici) possiedono lo stesso “tasso di spiritualità”, i gemelli diversi (dizigotici), in quanto a spiritualità si comportano in modo differente fra di loro, pur essendo vissuti nello stesso ambiente. Secondo Hammer dunque, stimolando in modo opportuno il nostro cervello, si può far sentire ad una persona il profumo di una rosa, anche se la rosa non c’è o fargli provare un’esperienza mistica anche se sta facendo shopping in un centro commerciale di Baltimora.

    D’altronde questa visione meccanicistica dell’ esperienza spirituale è condivisa dallo stesso Francis Crick che, insieme a James Watson scoprì la struttura a doppia elica del DNA. Egli, in una delle sue ultime interviste prima di morire, affermò di aver individuato nelle cellule neuronali (le cellule che compongono il sistema nervoso) uno schema coerente della coscienza e, quindi, dell’anima. Insomma,vi è una scuola di scienziati convinta che le esperienze mistiche di San Francesco, Confucio, Buddha e Maometto sarebbero tutta una questione di ormoni e neurotrasmettitori: più il nostro cervello ne produce, più noi siamo in grado di elevare la nostra mente al di sopra delle logiche della materia bruta.

    Ma poi c’è da chiedersi perché quando viene individuato all’interno del nostro cervello la sede di un pensiero superiore, arriva subito qualcuno a dirci di aver “smascherato” l’imbroglio, e a gridare alla vittoria della razionalità sullo spirito? Perché, da diversi secoli, la nostra cultura scientifica si fonda su di una netta scissione tra le ragioni del corpo e quelle dello spirito. E’ la ben nota distinzione cartesiana tra res extensa e res cogitans. Grazie a questo dualismo, scienza e religione si sono potuti spartire i territori di reciproca competenza. Il corpo ai medici, l’anima alla religione. Così è stato stipulato un trattato di non belligeranza, che, a parte qualche scaramuccia di confine, ha retto per secoli. Questo dualismo ha fatto sì che la medicina gestisse il corpo umano secondo il cosiddetto “modello iatro-meccanico”, che lo considera alla stregua di una macchina fatta di leve e ingranaggi, pulegge e contrappesi, spinte e controspinte, in cui ad ogni causa corrisponde un effetto.

    Ma cosa avviene se, per caso, res cogitans e res extensa si incontrano? Cosa accade se all’interno degli ingranaggi della macchina-uomo ci si imbatte in qualcosa che, manifestamente, appartiene all’“io pensante”? Accade che salta la logica duale tra corpo e anima: se si dimostra che l’anima si serve di strutture che lo scienziato può osservare, isolare, misurare, vuol dire che l’anima non è più anima: è anch’essa materia. E il dogma è infranto, la “truffa” è scoperta. E’ la materia a farla da padrona. E’dunque vero che, come affermava un certo positivismo agli inizi del’900, “le emozioni sono tutta una questione di chimica”.

    Ma stanno proprio così le cose? Se scoprissimo la tecnica con cui nel medioevo si producevano i mattoni avremmo automaticamente anche scoperto i meravigliosi ed ineffabili segreti dei costruttori di cattedrali?

    A chiarirci le cose, paradossalmente, potrebbero essere le più sofisticate tecnologie di cui si servono oggi le neuroscienze, come la risonanza magnetica funzionale. Questa tecnica consente di vedere le aree del cervello che sono coinvolte nei vari tipi di attività mentale.

    Chi si fosse trovato a passare qualche anno fa per il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università del Wisconsin avrebbe assistito ad una scena a dir poco inconsueta: avrebbe visto monaci buddisti in meditazione all’interno del tubo di un apparecchio di risonanza magnetica funzionale. Nessun problema dal punto di vista morale: l’esperimento era stato autorizzato e incoraggiato nientemeno che dal Dalai Lama in persona. L’ideatore dell’inconsueta indagine era il neuroscienzato Richard Davidson. Studiando i tracciati di questo particolare tipo di risonanza magnetica, Davidson notò che, durante gli esercizi mentali in cui i monaci si concentrano su sentimenti di compassione pura, le regioni del cervello deputate a discernere ciò che è proprio da ciò che è estraneo, sembravano essere addormentate. Insomma sembrava proprio che, in questi esercizio i monaci avessero abbattuto le barriere mentali che esistono fra il loro mondo e l’universo circostante.

    Più interessanti ancora erano poi le differenze tra i monaci anziani e i novizi. Nei primi c’era un’attivazione significativamente maggiore dei percorsi cerebrali legati all’empatia e all’amore. Maggiori erano gli anni di allenamento alla meditazione, maggiori erano le connessioni tra le regioni frontali (molto attive durante le meditazioni di compassione) e le regioni dell’emozione.

    Ma probabilmente le differenze più nette emergevano nell’area della corteccia prefrontale sinistra, il sito coinvolto nei sentimenti di felicità. Mentre i monaci anziani erano intenti in esercizi di compassione, l’attività nella regione prefrontale sinistra aumentava enormemente, travolgendo l’attività della regione destra, associata invece a sentimenti negativi. Questi livelli di attività non erano mai stati osservati durante il lavoro mentale di persone “normali”. Dunque anche il pensiero positivo è un’abilità che può essere allenata. Già qualche anno fa, Davidson aveva scoperto che una maggiore attività nella corteccia prefrontale sinistra rispetto a quella destra determinava un maggiore livello di serenità. La cosa più interessante era poi l’osservazione che, le persone allenate a far funzionare maggiormente la corteccia sinistra, tendono a tornare a quel livello di base anche dopo episodi di vita stressanti o dolorosi. In altre parole, riescono più degli altri a superare le prove difficili della vita.

    Insomma, da questi studi si conferma che il cervello funziona per certi versi come un muscolo che, allenato in modo appropriato, può rafforzare progressivamente alcune sue funzioni e persino la sua struttura anatomica. Il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks ha di recente pubblicato il libro “Musicophilia: tales of music and the brain” (“Musicofilia: racconti sulla musica e sul cervello”) in cui spiega che il corpo calloso, quella struttura costituita da fibre nervose che collega i due emisferi del cervello, aumenta progressivamente di dimensioni in coloro che hanno molta dimestichezza con la musica, tanto che uno specialista esperto è in genere in grado di riconoscere senza esitazioni con una TAC o una risonanza magnetica, il cervello di un musicista di professione. Il cervello va quindi visto come una struttura plastica, in cui i pensieri possono modificarne le funzioni e la struttura, e non solo viceversa.

    Un’altra grande lezione che ci viene da questi studi è che il pensiero emozionale, la visione spirituale del mondo possono essere portati ad un livello di consapevolezza. Possono essere una libera scelta. Inoltre, la parte emozionale del nostro pensiero può essere allenata e utilizzata attivamente per arricchire e migliorare il lavoro del pensiero razionale. E la nostra volontà su questo gioca un ruolo non da poco. Molto superiore a quello dei geni e degli ormoni da loro prodotti. E allora non è vero che siamo dominati da ormoni e neurotrasmettitori, come sostengono alcuni, ma possiamo servirci di essi per valorizzare alcune particolari attività mentali.

    E se la ricerca scientifica abbatte i confini fra neurochimica e anima portando a risultati che nessuno si aspettava, la stessa drastica scissione cartesiana fra anima e corpo sembra reggere sempre meno: sempre più si abbattono i confini tra funzioni biologiche e funzioni che sembravano assolutamente circoscritte alla mente. A questo argomento Antonio Damasio, brillante neurologo di origine portoghese dell’Università dello Iowa, dedica un corposo libro, non a caso intitolato : “L’errore di Cartesio”, dal sottotitolo “Emozione, ragione e cervello umano”.

    Ad esempio, è noto da molto tempo che condizioni di stress o sentimenti negativi come gelosia e invidia, determinano nel nostro cervello un calo dei livelli di serotonina che, oltre ad essere, come abbiamo visto, un ormone legato ai sentimenti di spiritualità, ha la capacità più in generale di stabilizzare l’umore, favorire il sonno, il relax e la distensione e determinare sentimenti positivi, tanto da essere identificato in genere come l’ormone della serenità. Per di più, negli stati di stress aumentano pericolosamente i livelli di noradrenalina, Questo accade perché serotonina e noradrenalina si comportano come due bambini sull’altalena: se uno sale, l’altro scende, ma non possono mai essere tutt’e due contemporaneamente in alto. E’ ben noto che la noradrenalina stimola la memoria e l’attenzione, ma anche la carica energetica e l’aggressività, ed aumenta il rischio di malattie cardiovascolari. Ma la sua è un’azione di breve durata, a tipo “mordi e fuggi”. Nello stress cronico un altro ormone prende il posto dell’adrenalina: il cortisolo, un potente cortisone naturale che, alla lunga, può determinare molti problemi. I ricercatori infatti correlano livelli cronicamente elevati di cortisolo con l’insorgenza di diabete, obesità, osteoporosi ma soprattutto immunodepressione e, ancora una volta, problemi cardiaci. Del resto non è necessario essere monaci buddisti per sperimentare nella vita di tutti i giorni che combattere sentimenti negativi come l’invidia aumenta i livelli degli ormoni del benessere e aiuta a prevenire il rischio cardiovascolare. Quindi, gelosi e invidiosi dei successi altrui: occhio al cuore e al sistema immunitario!

    Ma Cartesio non aveva poi tutti i torti. Nelle Passioni dell’anima, egli sosteneva che siamo diventati umani quando siamo stati capaci di controllare le nostre pulsioni animali grazie al pensiero, alla ragione e alla volontà, e questo è senz’altro vero, e le nuove tecnologie applicate alla medicina ci consentono di vedere queste interazioni con i nostri occhi e di scoprire che altre e più ammirevoli interazioni coinvolgono la parte emotiva del nostro cervello. Tuttavia Cartesio era convinto che la mente potesse controllare il corpo attraverso l’intervento di un agente non fisico. L’aver scoperto che, alla base di queste meravigliose potenzialità esiste un’attività biologica fatta di cellule, ormoni e circuiti neuronali strutturata all’interno del nostro cervello non le rende per nulla meno affascinanti, anzi apre in questo campo nuove e promettenti prospettive.
    http://paolomaggi.wordpress.com/lanima-e-i-suoi-ormoni/

  4. #4
    whatever.. L'avatar di Misterikx
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    mah io penso a cosa serva sapere ste cose a uno/a che si alza alle 6 di mattina per prendere il bus e il metro´ per andare alla catena di montaggio...o tantopeggio chi ,da disoccupato, non ha manco quello..
    la chiesa che dice?
    " Non siamo in un salotto borbonico col mignolo sollevato e l'inchino obbligatorio. Qui siamo tutti uguali. Non ti aspettare in un forum cose difficili da trovare pure tra amici e parenti." Nahui

  5. #5
    Opinionista L'avatar di Il gatto
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    A lui niente, ad altri si visto che ne esce la mappa di come funzionano gli umani magari si e la cosa è venuta furi con le ricerche sulle cause del cancro.

  6. #6
    Candle in the wind L'avatar di conogelato
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    Citazione Originariamente Scritto da Misterikx Visualizza Messaggio
    mah io penso a cosa serva sapere ste cose a uno/a che si alza alle 6 di mattina per prendere il bus e il metro´ per andare alla catena di montaggio...o tantopeggio chi ,da disoccupato, non ha manco quello..
    la chiesa che dice?
    Che l'anima viene da Dio. Ed è quindi immortale! Non rinchiudibile in una formuletta scientifica....
    amate i vostri nemici

  7. #7
    Opinionista L'avatar di Il gatto
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    La chimica dell’anima

    Dean Hamer, biologo molecolare, ha appena pubblicato negli Stati Uniti un libro col titolo bizzarro “The God Gene”, il gene di Dio. Sostiene che la spiritualità di ciascuno ha base in un gene, con tanto di nome in codice, che presiede alla produzione nel cervello di dopamina e serotonina, a loro volta determinanti nel produrre esperienze mistiche. Il settimanale “Time”, a corredo del libro di Hamer, ha offerto ai suoi lettori un test di venti domande per misurare quanto “Dio” ci sia nel kit genetico di ciascuno. La “Storia di un’anima” di santa Teresa del Bambino Gesù e il “Giornale dell’anima” del beato Angelo Roncalli sono così chimicamente sistemati.

    Ma senza scomodare Dio e i santi, a tesi ancor più radicali è giunto Francis Crick, morto lo scorso luglio, scopritore nel 1953 con James Watson della struttura a doppia elica del DNA col suo codice genetico. In un articolo su “Neuroscience” del marzo 2003 ha affermato senza esitazioni d’aver individuato nei neuroni, ossia nelle cellule del cervello tra loro correlate, “uno schema coerente della coscienza” e quindi dell’anima. Jean-Pierre Changeux, accademico del Collège de France e membro dell’Institut Pasteur, arciconvinto che “l’uomo non ha più nulla a che fare con lo spirito”, ha titolato un suo saggio “L’uomo neuronale”. E in forza della tesi che lo spirito umano è nient’altro che il cervello con i suoi cento miliardi di neuroni, Paul S. Churchland, nel saggio “Il motore della ragione sede dell’anima”, ha liquidato la dottrina dell’immortalità dell’anima come “un mito falso nel suo nocciolo”.

    Conclusione che filosofi e teologi cristiani non potranno mai accettare. Curiosamente, però, l’anima immortale separata dal corpo non è un dogma sul quale in campo cristiano ci si accanisca allo spasimo. Oscar Cullmann, teologo protestante dei più autorevoli del Novecento, ha titolato un suo celebre saggio “Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti?”, inclinando decisamente per il secondo corno del dilemma. I due “Credo” che sintetizzano la fede cristiana, l’apostolico e il niceno-costantinopolitano, non parlano di anima, ma, per l’appunto, di “risurrezione della carne” e di “risurrezione dei morti”. La Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, più che su anima e corpo tra essi distinti insiste sull’”uomo vivente” come un tutt’uno, a immagine e gloria di Dio. È stata la filosofia platonica a introdurre il dualismo tra anima e corpo in campo cristiano, specie con sant’Agostino, ma dall’aristotelico san Tommaso d’Aquino in poi l’accento è tornato sull’unità psicofisica della persona.
    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/20038

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