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Discussione: Lo sguardo, il viso

  1. #1
    Opinionista
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    Lo sguardo, il viso

    Nella sezione Poesie l’amico Kanyu ci ha offerto la lettura della sua poesia titolata:

    Lo sguardo di una donna.

    Molte donne ospitano negli occhi
    dei piccoli musei preistorici:
    microcosmi di eventi universali
    che fluttuano nell’acquario dell’iride;
    animali e vegetali ormai fossili,
    uomini di altre ere;
    embrioni di specie future
    orbitano intorno alle loro pupille
    in un ballo che trascina via.

    La vista dell’inconscio è insostenibile,
    si arretra abbassando lo sguardo: è
    d’obbligo l’inchino, porgendo
    infinite scuse a tutte loro.
    E basta con le parole.


    Bene ! La sua poesia merita come premio lo sguardo di questa fanciulla


    Jean-Auguste Dominique Ingres, Mademoiselle Caroline Rivière, olio su tela, 1806, Museo del Louvre, Parigi.

    Il dipinto raffigura la quindicenne Caroline Rivière, che morì pochi mesi dopo. E’ l’unico ritratto di Ingres che raffigura una persona adolescente.

    L’abito bianco di mussola è in stile impero, la parte bassa spicca sul fondo scuro della vegetazione.

    Il vestito è impreziosito da accessori che evocano la voluttà femminile, tra le braccia ha la stola di ermellino nella forma di serpente boa, i lunghi guanti lasciano intravedere la parte superiore delle dita. Una cintura (di raso bianco ?) cinge l'abito sotto il seno.

    Sullo sfondo c’è il paesaggio dell'Ile-de-France.

    I capelli e gli occhi scuri della fanciulla mettono in evidenza il chiarore diffuso nella parte alta del dipinto.


    Mademoiselle Caroline Rivière, particolare

    La posa evoca i ritratti di epoca rinascimentale, in particolare quelli di Raffaello Sanzio.

    Ecco un esempio


    Raffaello Sanzio - La Fornarina 1518-1519, particolare.

    segue
    Ultima modifica di doxa; 10-01-2025 alle 16:35

  2. #2
    Opinionista
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    Nel precedente post guardate bene quel riflesso, quel piccolo punto bianco nell'iride delle due giovani, non è un riflesso della luce.

    Il graphic designer Riccardo Falcinelli nel suo recente libro titolato "Visus. Storie del volto dall'antichità al selfie" nel preambolo ha scritto:

    "Occhi simili possono esistere solo in pittura: le sopracciglia seguono un arco che ripete, come in rima, la curva delle palpebre. Il risultato è uno splendido andamento di geometrie regolari. Una scelta che potrebbe apparire fredda o troppo astratta, se non fosse che Ingres, per renderla plausibile, decide di trattare le superfici in maniera illusionistica: modella l'incarnato per velature di colore, mette i rossori nei punti giusti e dipinge qua e là gli effetti di umido, tipici degli occhi veri, aggiungendo piccoli tocchi di bianco che, alla giusta distanza , danno l'idea che l'iride sia bagnata. Sembra niente, una cosa banale; eppure nell'arte nulla è mai scontato. Quel luccichio compare infatti solo in certi periodi storici, anzi, la maggior parte delle culture lo ha completamente ignorato: non c'è riflesso negli occhi delle madonne bizantine; né in quelli delle miniature indiane; non c'è in molti ritratti rinascimentali".

    Ed ancora: "Dal punto di vista fisico, quel bagliore è la conseguenza di una superficie lucida colpita da una fonte luminosa isolata. Non vediamo riflessi quando la luce è diffusa o riverberata, per esempio se il volto è in controluce".

    [...] "I motivi sono più complessi e non riguardano la fisica della luce, ma le teorie della rappresentazione. Un volto disegnato, dipinto o scolpito è sempre un'interpretazione della realtà: si dipinge in una data maniera per restituire una versione dei fatti o un modo di sentire la vita. Decidere se mettere o non mettere quel riflesso è una volontà precisa, una cosa che è stata pensata con cura per raccontare un determinato tipo di storia. Quel puntolino bianco, insomma, non è davvero un riflesso della luce, ma della cultura".
    Ultima modifica di doxa; 10-01-2025 alle 16:19

  3. #3
    Opinionista L'avatar di Ninag
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    Citazione Originariamente Scritto da doxa Visualizza Messaggio
    Nella sezione Poesie l’amico Kanyu ci ha offerto la lettura della sua poesia titolata:

    Lo sguardo di una donna.

    Molte donne ospitano negli occhi
    dei piccoli musei preistorici:
    microcosmi di eventi universali
    che fluttuano nell’acquario dell’iride;
    animali e vegetali ormai fossili,
    uomini di altre ere;
    embrioni di specie future
    orbitano intorno alle loro pupille
    in un ballo che trascina via.

    La vista dell’inconscio è insostenibile,
    si arretra abbassando lo sguardo: è
    d’obbligo l’inchino, porgendo
    infinite scuse a tutte loro.
    E basta con le parole.


    Bene ! La sua poesia merita come premio lo sguardo di questa fanciulla


    Jean-Auguste Dominique Ingres, Mademoiselle Caroline Rivière, olio su tela, 1806, Museo del Louvre, Parigi.

    Il dipinto raffigura la quindicenne Caroline Rivière, che morì pochi mesi dopo. E’ l’unico ritratto di Ingres che raffigura una persona adolescente.

    L’abito bianco di mussola è in stile impero, la parte bassa spicca sul fondo scuro della vegetazione.

    Il vestito è impreziosito da accessori che evocano la voluttà femminile, tra le braccia ha la stola di ermellino nella forma di serpente boa, i lunghi guanti lasciano intravedere la parte superiore delle dita. Una cintura (di raso bianco ?) cinge l'abito sotto il seno.

    Sullo sfondo c’è il paesaggio dell'Ile-de-France.

    I capelli e gli occhi scuri della fanciulla mettono in evidenza il chiarore diffuso nella parte alta del dipinto.


    Mademoiselle Caroline Rivière, particolare

    La posa evoca i ritratti di epoca rinascimentale, in particolare quelli di Raffaello Sanzio.

    Ecco un esempio


    Raffaello Sanzio - La Fornarina 1518-1519, particolare.

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    Ben fatto!

  4. #4
    Candle in the wind L'avatar di conogelato
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    È proprio vero: gli occhi sono lo specchio dell'Anima! Soprattutto nella Donna.
    amate i vostri nemici

  5. #5
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    Grazie Nina !

    Il libro che ho citato racconta che fin dai tempi antichi il viso è stato oggetto di riflessioni e descrizioni da parte di artisti e letterati.

    Teste scolpite oppure dipinte, bambole o maschere, effigi funerarie o personaggi di fantasia come gli dei. Che forma dare a quei volti ? Come rappresentare i sovrani ? Dall’espressione del viso come far capire agli altri chi è buono e chi è cattivo ?

    Michelangelo Buonarroti, scultore, pittore e architetto, tra il 1524 e il 1534 fu impegnato nella decorazione della “Sagrestia Nuova” nella basilica di San Lorenzo, a Firenze, e realizzò anche la tomba di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, da non confondere con il nonno, Lorenzo il Magnifico (si chiamavano entrambi Lorenzo di Piero de’ Medici).


    Michelangelo Buonarroti, tomba di Lorenzo di Piero de’ Medici, duca di Urbino. Cappella de’ Medici, Sagrestia Nuova, chiesa di San Lorenzo, Firenze.

    Questa tomba è famosa per le statue del Crepuscolo (sulla sinistra) e dell’Aurora (sulla destra). Nella nicchia al centro, in alto c’è l’allegorica statua di Lorenzo raffigurato come un condottiero di epoca romana.



    In questa scultura Michelangelo lo idealizza e lo raffigura come un condottiero malinconico mentre sta pensando.

    Al Buonarroti fecero notare che la statua non era somigliante al duca, l’artista rispose dicendo che in futuro nessuno ricorderà le fattezze di Lorenzo. Lo scopo dell’arte è celebrare la gloria degli uomini e trascurare il compiacimento dei contemporanei.

    Michelangelo in questa scultura non considera gli attributi del duca, come la barba o la forma del naso, preferendo ideare un volto immaginario, un personaggio eroico che lo simboleggia.

    Si può fare il confronto con il dipinto attribuito a Raffaello Sanzio che mostra Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, in modo più somigliante.


    Raffaello Sanzio (attribuito) ritratto di Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino, olio su tela, 1516/1519

    Nel XVII secolo Gian Lorenzo Bernini a volte scolpiva le statue con la bocca un po’ aperta per dare l’idea che il soggetto stesse respirando.

    Nel XIX secolo il pittore e fotografo tedesco Franz Seraph Hanfstaengl inventò il fotoritocco, perché ci sono persone che nelle foto “vengono male”, invece altre sono fotogeniche e “vengono bene” o meglio di come sono dal vero.


    Doppio ritratto di Monica Bellucci realizzato dal fotografo Piero Gemelli nel 1996. La sua idea era quella di far apparire in fotografia una sola persona ma come se fossero due.

    A differenza del pittore, il fotografo sceglie fra le foto scattate qual è quella giusta. Non necessariamente quella in cui “si è venuti meglio”, ma quella adeguata a ciò che deve raccontare.
    Ultima modifica di doxa; 10-01-2025 alle 16:40

  6. #6
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    Dall’epoca rinascimentale ebbe notevole diffusione il ritratto quasi fotografico.

    Un esempio è il noto dipinto del pittore olandese Jan Vermeer la “Ragazza col turbante”, meglio conosciuto come “Ragazza con l’orecchino di perla”, dal romanzo di Tracy Chevalier, pubblicato nel 1999, da cui è derivato nel 2003 l’omonimo film diretto da Peter Webber.


    Jan Vermeer, Ragazza col turbante, olio su tela, 1665 circa, Museo Mauritshuis, L’ Aia, Olanda

    A guardarla sembra di trovarsi davanti a lei.

    Nel 1696 vennero venduti all’asta tre dipinti di Vermeer, catalogati come “tronie” (in olandese significa faccia), uno di quelli forse era la “Ragazza col turbante”.

    “Tronie” è un tipo di quadro che mostra la testa di figure allegoriche, simboliche o curiose: bevitori, fumatori, persone talvolta brutte o che fanno smorfie. Non sono ritratti ma teste decorative che evocano significati morali.

    Nella storia dell’arte questo tipo di facce è definito “pseudo-ritratto”.

    Un esempio di pseudo ritratto è l’Olympia, realizzata dal pittore francese Edouard Manet.


    dettaglio



    Edouard Manet, Olympia, olio su tela, 1863, Musée d’Orsay, Parigi

    In questo dipinto il soggetto è una prostituta stesa su un letto, ma l’immagine che vediamo è Victorine Meurent, che faceva da modella per i pittori.

    Il quadro evoca la “Venere di Urbino”, di Tiziano. Infatti Manet la copiò nel 1857 quando venne in Italia.


    dettaglio


    Tiziano Vecellio, Venere di Urbino, olio su tela, 1538, Galleria degli Uffizi, Firenze.

    La raffigurazione è un elogio alla grazia e alla femminilità. Come Venere, è simbolo di amore e bellezza. Il committente, il duca di Urbino, Guidobaldo II della Rovere.

    Il quadro rappresenta un’allegoria del matrimonio. Doveva servire come modello “didattico” per Giulia Varano, la giovane moglie del duca: l’evidente erotismo aveva lo scopo di ricordare alla donna i doveri matrimoniali nei confronti dello sposo.

    L’allegoria è ancora più chiara nella rappresentazione di Venere, dea dell’amore, come una donna terrena, che fissa in modo allusivo chi la guarda.

    Il corpo nudo disteso di fianco sul letto con la parte superiore poggiata su cuscini, ha una lunga tradizione figurativa, in particolare quella veneziana del Cinquecento.

    In questo quadro Tiziano ha dipinto una seducente Venere basandosi sull’antica figurazione della Venus pudìca.

    La fanciulla è distesa nuda sul letto, le lenzuola sgualcite, guarda lo spettatore in modo allusivo. Con la mano sinistra nasconde la zona pubica, nella mano destra ha un piccolo mazzo di rose, uno dei simboli della dea Venere.

    Su un lato del letto, ai piedi della donna, c’è il cagnolino simbolo di fedeltà coniugale, lo stesso che è in un altro dipinto di Tiziano, il “Ritratto di Eleonora Gonzaga”.

    Lo sfondo mostra un ambiente di una casa patrizia della Venezia del Cinquecento. Ci sono due ancelle: una è in ginocchio, di spalle intenta a frugare nel cassone istoriato dal quale ha preso il sontuoso abito destinato alle nozze, visibile sulla spalla dell’altra ancella in piedi a destra.

    Sul davanzale delle finestra, il vaso di mirto, pianta tradizionalmente legata a Venere, costituisce un ulteriore riferimento alla costanza in amore.

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