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Discussione: Refuso

  1. #1
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    Refuso

    Refuso: questo sostantivo deriva dal latino “refusus”, participio passato di refundĕre (= "riversare").

    Per refuso s’intende un errore compiuto durante la scrittura di un testo oppure l’errore tipografico (una vocale, una consonante, oppure una parola al posto di un’altra). Può essere un errore di omissione (es. cane anziché carne) o nell’aggiunta (es. compresse anziché comprese), ecc..



    Presi dall’impeto della scrittura e concentrati più sul contenuto che sulla forma, è facile generare refusi nella prima stesura di un testo.

    Se Dio è in tutte le cose allora il diavolo è nel refuso.

    I refusi vivono di vita propria, s’insinuano nelle parole, tra le parole, al posto delle parole. Fuoriescono aitanti dalle pagine, storpiano i nomi e le cose, sono i corruttori della grammatica e della logica.

    I refusi si nascondono, resistono al primo sguardo, anzi danno la sensazione di concretarsi immediatamente dopo: “prima non c’era, lo giuro”. Sono i servizi segreti deviati dell’idioma, sono la multinazionale della semantica, il trofeo della distrazione. Testimoniano la nostra fallibilità, la sciatteria: fuoriescono dalla grammatica mal digerita, dalla fretta.

    Lo scrittore Vincenzo Monti scrisse ad Antonio Fortunato Stella, che aveva pubblicato la sua “Musigonia” per dirgli: ”Dacché gli stampatori godono il privilegio di assassinare gli autori non si è mai veduto né strazio né indegnità tipografica da paragonarsi con questa. Versi mancanti, parole cambiate, altre mutilate …”.

    Giacomo Leopardi in una lettera scritta nel 1824 all’avvocato Brighenti disse: “Non conosco lo stampatore […] Vi prego a impedire ch’io sia strapazzato […] tanto nel testo, quanto nominatamente nella punteggiatura”.

    Invece lo scrittore e pittore Alberto Savinio (il suo vero nome era Andrea de Chirico, fratello del noto pittore Giorgio de Chirico) nel saggio “Refusi. Scritti sull’errore tipografico” scorge nell’errore un incidente in grado di prospettare nuovi significati, a volte sono perfino provvidenziali.

  2. #2
    Opinionista L'avatar di Adalberto
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    Citazione Originariamente Scritto da doxa Visualizza Messaggio
    Refuso: questo sostantivo deriva dal latino “refusus”, participio passato di refundĕre (= "riversare").

    Per refuso s’intende un errore compiuto durante la scrittura di un testo oppure l’errore tipografico (una vocale, una consonante, oppure una parola al posto di un’altra). Può essere un errore di omissione (es. cane anziché carne) o nell’aggiunta (es. compresse anziché comprese), ecc..

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    Avendo bazzicato il mondo delle tipografie (quando esistevano) chiesi l'origine di questa parola che erroneamente attribuivo al fatto di dover "rifondere" il piombo dei caratteri tipografici con la linotype, che vedevo ancora utilizzata per creare automaticamente linee di caratteri di piombo digitando su una tastiera meccanica.
    In realtà il "riversare" che metti giustamente in evidenza segnala un errore manuale dei tipografi che dal '500 utilizzavano comporre i testi unendo singoli caratteri, i quali dopo l'uso dovevano essere disposti ordinatamente in grandi cassetti di legno con tante caselle: una per ciascuna lettera alfabetica. Se per disattenzione il carattere veniva "riversato" nella casella sbagliata, una volta ripreso per comporre nuovi testi da stampare avrebbe generato il classico "errore di stompa".

  3. #3
    Opinionista
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    Errore, refuso, menda: questo sostantivo si riferisce ad un errore nei testi scritti o ad altro.

    A proposito di refusi, alla fine del XII secolo nella letteratura medievale europea, soprattutto nell’omiletica (l’arte dello scrivere e declamare omelie e sermoni), compare un demone, all’inizio senza nome, successivamente denominato dal teologo francese Guglielmo d’Alvernia (1180 - 1249) “Titivillus”: questo non era un nullafacente, ogni giorno annotava su una pergamena le sillabe e le parole omesse dai chierici durante la messa, la recita delle Ore e nel canto liturgico, per poi presentarle a Dio come prova incriminante nei loro confronti nel giorno del Giudizio.

    Il teologo francescano John of Wales, in italiano Giovanni del Galles (1210 circa - 1285 circa) nel suo “Tractatus de Penitentia”, pubblicato nel 1285, cita il demone "Titivillus", lo considera incaricato di riempire di errori i lavori degli amanuensi medievali. Essi lo accusavano di colpe che invece avevano loro per nascondere la propria negligenza nel proprio lavoro.

    Si narra che ogni giorno questo diavoletto vagava per raccogliere gli errori dei copisti. Dopo la raccolta giornaliera, gli errori li scriveva in un libro con accanto il nome del monaco che l'aveva compiuto, per poi leggerli nel giorno del giudizio universale.


    sulla sinistra il demone Titivillus, miniatura del XIV secolo

    Nella “Summa Predicantium” di John Bromyard, Titivillus è accompagnato dal diavolo Grisillus, che scrive le parole omesse dai laici mentre lui si concentra su quelle dei chierici.

    Gli venne attribuita anche un’altra funzione, quella di annotare le parole inutili (ociosa verba, vaniloquia…) dei fedeli in chiesa e, soprattutto, delle donne, considerate pettegole e maldicenti. Dinanzi all’ingente numero di mancanze, il demone fu costretto ad allungare la pergamena per avere più spazio per scrivere.

    La storia poco nota del curioso “demone dei refusi” è raccontata da Julio Ignacio González Montañés nel suo opuscolo titolato: “Titivillus. Il demone dei refusi” (Graphe.it edizioni).

    Nella letteratura, nel teatro e nell’arte, Titivillus a volte agisce accompagnato da altri demoni che incitano i fedeli alla maldicenza, distraggono i monaci e annotano mancanze e peccati che poi consegnano a Titivillus, che a sua volta li inserisce in una relazione generale.


    Diego de la Cruz, La Vergine della Misericordia, olio su tela, 1485, Monastero di Santa Maria la Real de las Huelgas a Burgos, in Spagna.

    Titivillus è il diavolo in alto a destra

    Nel nostro tempo è considerato il diavolo patrono degli scribi e degli stampatori.


    Titivillus appare tra gli altorilievi nella facciata della basilica di San Pietro extra moenia di Spoleto.
    Nell’episodio La morte del giusto, la bilancia che pesa la sua anima, pende dalla parte dei buoni. San Pietro libera il giusto. Il demone mostra nel cartiglio tutta la sua contrarietà: DOLEO Q(uia) AN(te) E(rat) MEUS (“Mi affliggo perché prima era mio”). Ma San Pietro non approva. E colpisce in testa Titivillus con una delle due sue chiavi.

    Le chiavi di San Pietro simboleggiano il potere conferito da Gesù al suo discipolo di legare e sciogliere nel Regno dei Cieli. Queste chiavi, una d'oro e una d'argento, rappresentano l'autorità spirituale del papato sulla terra e il potere di aprire e chiudere le porte del Paradiso.

    La rappresentazione delle chiavi incrociate nello stemma papale indica il legame tra i due suddetti poteri.

    Ultima modifica di doxa; Ieri alle 15:58

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