“Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”: questo aforisma è attribuito a Oscar Wilde.

La citazione vuol evidenziare che le persone cosiddette “superficiali” tendono a valutare gli altri in base alle loro apparenze (“l’abito fa il monaco”) anziché considerare il loro vero valore.

Wilde sottolinea l’importanza di valutare le persone dai loro comportamenti, dalle loro azioni, non solo dal loro aspetto.

Per saperne di più, ieri ho acquistato il libro titolato “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio” (edito recentemente da Il Mulino), scritto dalla filosofa Barbara Carnevali, docente di “Estetica sociale” nell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.



L’autrice indaga la relazione tra apparenze sociali e identità. Il modo in cui ci mostriamo, ci atteggiamo o ci comportiamo pubblicamente viene notato e giudicato dagli altri.

La Carnevali invita a guardare le persone come se fossero un oggetto estetico.

Nella prefazione l’autrice dice:

“viviamo nell’epoca dell’esposizione totale, del diffondersi dilagante di pratiche di auto-esibizione e messa in scena di sé. Esperienze un tempo elitarie, riservate a un ristretto numero di individui che praticavano la “pubblicità” professionalmente, come le star del cinema o le figure politiche, stanno diventando sempre più popolari e quotidiane. Anche le persone comuni hanno acquisito notevole competenza nel produrre e manipolare la propria immagine pubblica, anche se non sempre nel padroneggiarla: curano i propri profili sui social media: si scambiano fotografie, video, selfie; si raccontano per immagini (sempre di più) e per parole (sempre di meno), tenendo una sorta di diario digitale che, a differenza di quello delle nostre nonne, sigillati con un lucchetto e rinchiusi nel comodino, vengono condivisi in rete con decine, a volte migliaia di follower, queste strane figure a metà tra l’amico e il fan.

Le nuove forme di autorappresentazione spopolano soprattutto tra le generazioni più giovani, che non hanno mai conosciuto altre modalità di socializzazione”.