ecco, questo è un tentativo, anche se mi sembra poco efficace; per il semplice motivo che non esiste nulla di oggettivo che possa essere definito "paranormale", soprattutto a partire dall'esperienza soggettiva; chiunque può raccontare qualsiasi cosa, in base a proprie suggestioni;
a me è capitata solo una cosa strana: avevo 11 anni e camminavo con un ex-compagno delle elementari in un giardinetto a Roma; c'erano lavori di movimento terra a 6,7 mt.; ad un tratto c'è stato uno spostamento d'aria, forse con un boato, e siamo stati entrambi sbalzati a terra; io ero preoccupato perché sapevo che quel ragazzino era malato di cuore, ma non ci siamo fatti nulla; ho cercato di capire se fossimo stati investiti da qualcosa, ma sembrava tutto in ordine, e soprattutto gli operai non erano in nessun modo colpiti da nulla, come fossimo stati invisibili; boh...
attribuire spiritualità a chi sia suggestionato o interessato al paranormale mi sembra una definizione poco efficiente, troppo vaga;
oddio, no; la spiritualità dovrebbe essere la qualità di colui che ha spirito; quindi, per prima cosa si dovrebbe definire lo spirito, altrimenti si parla del nulla;
in teoria, ammettendo per un momento l'equazione: spirituale=interessato all'ultraterreno, si potrebbe immaginare l'indipendenza di questo interesse alla questione dei "valori";
in concreto, qualunque idea di tipo spiritualista implica comunque nozioni di pregio e valore, e soprattutto gerarchie iniziatiche tra le persone; altrimenti, sarebbe solo mera scienza, cioè un portato di idee accessibili a chiunque senza un filtro di tipo esoterico; di solito, le religioni si esprimono attraverso testi popolari, e anche se vi è spesso un clero o un ceto pastorale, il tenore di quei testi è poco esoterico;
per quel che vale la mia esperienza personale, ho constatato, e poi cercato conferme (o smentite) che le spiritualità alternative alla pluralità di sistemi etico-religiosi attrae persone che si sentono oppresse dal rigore di quei sistemi e dal fatto che essi giungono dritti al precetto morale, lasciando poco spazio alle suggestioni;
ma un tratto psicologico che mi sembra di ritrovare praticamente in tutti i cultori delle spiritualità non organizzate in modo religioso-dogmatico è quello dell'insicurezza emotiva e il bisogno di frapporre un diaframma tra se stessi e le emozioni indesiderate imposte dalla presenza altrui;
cioè, se l'approccio religioso codifica e impone qualche forma, anche ipocrita, di socialità emotiva e condivisione, quello spiritualista va incontro all'individualismo di chi regge meno il confronto emotivo e ha necessità di tenere sotto controllo le proprie pulsioni empatiche; avendo conosciuto di persona diversi adepti di scuole e centri di tipo spiritualista, quello che mi ha sempre colpito è la capacità di erigere un muro all'empatia sulla soglia che marca i rapporti sociali da quelli personali; credo per tutelarsi dalla propria sensibilità;
questo sarebbe anche un tratto comune all'individualismo delle società nordico-protestanti, con la differenza che quella religiosità, almeno in via di principio, non offre alibi al disimpegno, anche se filtra molto il coinvolgimento emotivo.







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