A proposito di carsimi...

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    Opinionista
    • 23/07/14
    • 1394

    #976
    [QUOTE=Breakthru;1638746] - doppione

    Comment

    • crepuscolo
      Opinionista
      • 08/10/07
      • 24570

      #977
      Originariamente Scritto da Pazza_di_Acerra Visualizza Messaggio
      Ma infatti per diaspora intendevo quella del 70 d.C. e ancor più quella del 135 d.C. a causa delle rivolte della Giudea. Sino ad allora la presenza ebraica a Roma era tutt'altro che trascurabile.
      Considera pure che l'entourage di Erode il grande, compresi i figli studiavano e vivevano parte del tempo giovanile a Roma.
      Tanto vicini ad Ottaviano che lo stesso Ottaviano disse di Erode: " Meglio essere un maiale che un figlio di Erode".

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      • Lilia
        Banned
        • 28/04/19
        • 758

        #978
        Originariamente Scritto da crepuscolo Visualizza Messaggio
        Considera pure che l'entourage di Erode il grande, compresi i figli studiavano e vivevano parte del tempo giovanile a Roma.
        Tanto vicini ad Ottaviano che lo stesso Ottaviano disse di Erode: " Meglio essere un maiale che un figlio di Erode".
        @ Crep.

        Invece il Princeps era davvero una persona per
        bene, assunse su di sè auctoritas, ma non ancora potestas,
        mandò in relegatio Ovidio con l'accusa di corrompere la gio-
        ventù ( manco fosse YouPorn), poi là lo lascio,'e pure Tiberio per
        non essere da meno non lo richiamò a Roma, mail Princeps aveva
        le stanze secesse dove le sue etere gli facevano vari lavoretti,
        come ben si sa e come dissi alla monaca che mi interrogò...

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        • crepuscolo
          Opinionista
          • 08/10/07
          • 24570

          #979
          ...era di Monza?

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          • axeUgene
            Opinionista
            • 17/04/10
            • 24399

            #980
            Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
            Ma no Arco, io non mi sento per niente diffamato. Dispiace solamente il non rispetto. Il giudizio. L'assoluta miopia culturale di chi (ce ne sono a migliaia) essendo del tutto legittimamente non credenti o comunque esterni al fenomeno Religioso, si arrogano il diritto di contestare secoli e millenni di Storia
            oltre a fare confusione - che c'entra quello che credi legittimamente tu, con la storia ? - qui chi fa strame della Storia, quella vera, con la S maiuscola, che si insegna nelle università a partire dalla ricerca scientifica, sei proprio tu: ti ho invitato a consultare testi di storia antica, anche in uso nelle università religiose, e questo ti offende ?

            di Teologia ("ci sono troppe interpretazioni e dunque nessuna è valida")
            beh, anche questo è un mero fatto; se metà dei cristiani non crede al libero arbitrio, a partire dalla Scritture, da Paolo, da Agostino, da Lutero, è colpa mia ? non è teologia quella ? sono quei fedeli e quelle chiese a contestare la validità della dottrina che piace a te, non io che te lo faccio presente;

            di Arte ("l'hanno fatta su commissione") Letteratura, Sociologia e Antropologia ad esso collegati. E' questo che stupisce. Rattrista e stupisce. Non certo gli epiteti o le parolacce. Quelle sono il meno.
            a parte che quei l'unico che abbia rivolto parolacce ad altri utenti è stato - occasionalmente - proprio Arcobaleno; io mai;

            capisco che sia la realtà a crucciarti, la storia stessa, e così ad altri; ma prendertela con un interlocutore che semplicemente fa presenti dei fatti - che peraltro dovresti aver appreso a scuola - atteggiandoti pure a martire offeso per questo, non mi sembra una tesi particolarmente lucida e degna di un uomo maturo, nel pieno delle sue facoltà mentali e morali;
            Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
            Dispiace solamente il non rispetto. Il giudizio. L'assoluta miopia culturale
            dove vedi mancanza di rispetto nel suggerirti di consultare i testi di storia scritti da credenti e in uso nelle università religiose, che per primi producono le tesi che ti spiacciono ?
            è miopia culturale far presente che da 5 secoli esiste una teologia cristiana opposta a quella cattolica, e che affonda le sue radici nel pensiero dei più importanti teologi, pure santificati dalla tua stessa Chiesa ?

            cosa dovrebbe pensare chi legga queste tue sortite ?
            c'è del lardo in Garfagnana

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            • Arcobaleno
              Opinionista
              • 31/12/16
              • 3756

              #981
              Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
              a parte che quei l'unico che abbia rivolto parolacce ad altri utenti è stato - occasionalmente - proprio Arcobaleno; io mai;
              Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
              vedo che tu e arcobaleno continuate ad attribuire a me ciò che viene insegnato nelle facoltà di storia antica, anche di università religiose;

              pur di attaccarmi, vi riducete a far la figura da anziani dementi e paranoici che scambiano il postino per il mittente di una cartella esattoriale , o incolpano il laboratorio di analisi della loro malattia...

              davvero non avete alcun amor proprio, senso del ridicolo, desiderio di essere considerati persone ragionevoli , pur di continuare ad incolpare di un fatto sgradito chi ve ne dia notizia, passando da veri idioti, quali non siete?
              Originariamente Scritto da Misterikx Visualizza Messaggio
              resisti Axe

              i paranoici soffrono perché non possono piú metterti al rogo..
              Originariamente Scritto da restodelcarlino Visualizza Messaggio
              I toni salgono, abbiamo superato gli insulti larvati, siamo alle ingiurie soft, le ingiurie sanguinose sono ormai alle porte. Bene bene. La sete di sangue e violenza dello spettatore standard (io)sarà presto soddisfatta? Passeremo dall'arena giuridica a quella circense? Speriamo, le premesse ci sono tutte. Mi metto comodo.
              Originariamente Scritto da esterno Visualizza Messaggio
              MA solo gli ottusi millenaristi (come i pittoreschi Mormoni, gli invasati TdGeova e le affini congregazioni di alterati mentali..) persistono nella loro strenua difesa di quei mitici passi "scritturali" come Unica-sola verita' (.. per lo piu' redatti da grandi bevitori e/o fumatori di lunghe canne).
              Fate l'amore, non la guerra.
              Lavorare tutti, lavorare meno.

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              • axeUgene
                Opinionista
                • 17/04/10
                • 24399

                #982
                Originariamente Scritto da Arcobaleno Visualizza Messaggio
                anziano demente e paranoico...

                passando da veri idioti, quali non siete?
                dove vedi le "parolacce" ?
                questi sono concetti, a volte taglienti, ma motivati, relazionati ad un contesto che li spiega, non epiteti gratuiti;

                a parte che quel contesto è più articolato, le parolacce sono cose normalmente censurate dal linguaggio, tipo stronzo, testa di cazzo, ecc...
                io non vi ricorro, per abitudine ed educazione, ma non mi scandalizzo se qualcuno le usa nei miei confronti.
                c'è del lardo in Garfagnana

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                • Lilia
                  Banned
                  • 28/04/19
                  • 758

                  #983
                  Crep

                  Originariamente Scritto da crepuscolo Visualizza Messaggio
                  ...era di Monza?
                  @
                  Crep.

                  No, tutte romane, ma ricordo bene che non avevano
                  peli sulla lingua. Si diceva la verità, per questo i nostri genitori
                  pagavano caro perchè imparassimo il vero. ( Non parlo di religione, ai miei non
                  interessava, basta che si studiasse). La vera corruzione a Roma ( non
                  quella del siciliano Verre, tanto per capirci, che era sempre esistita)inizio'
                  con Augusto che volle Roma grande e immacolata e per far cio' caccio' via
                  chi si era cimentato con libelli amorosi, es Ovidio, ma Orazio che pur non era stato
                  da meno
                  non lo caccio' , anzi lo incensò perchè gli scrivesse "il Carmen Saeculare", stupendo
                  in alcuni versi e ricordiamo infatti " Alme sol..." e cioè Oh sole che dai la vita....
                  insomma come le monache ci fecero capire che qualche atto dovevano pur farlo, e fu
                  cacciato Ovidio. Poi nessuno si è mai illuso che il padrone del mondo, il signore della Terra,
                  se ne stesse a fare il Cincinnato nei suoi Horti è chiaro che avesse etere private degne del suo rango.

                  Di Tiberio tutti sanno tutto, aveva la sua immensa piscina con statue gigantesche a Sperlonga, un'altra
                  a Capri, cosa facesse in queste piscine in compagnia di numerosi fanciulli, si intuisce facilmente...
                  ciao.

                  Comment

                  • crepuscolo
                    Opinionista
                    • 08/10/07
                    • 24570

                    #984
                    Infatti Caligola ogni tanto andava a trovarlo.
                    Se il pene di chi comanda, Tiberio, è il massimo il promesso, non sposo, ma Caligola successore, dovrà pur imparare ad usarlo
                    Ecco perché si è permesso di far senatore il suo cavallo da monta.
                    Mi piace quello che dici.
                    Last edited by crepuscolo; 24-06-2019, 22:56.

                    Comment

                    • conogelato
                      Candle in the wind
                      • 17/07/06
                      • 65988

                      #985
                      Originariamente Scritto da Vega Visualizza Messaggio
                      Vedi cono, tu portassi la tua testimonianza e basta, sarebbe un conto, aldilà di condividere o meno certe interoretazioni.
                      Invece è motivo per fare l'"estroso", rivalerti sull'altro o fare pressione quando non aderisce alla tua cosiddetta testimonianza. E di discorsi di questo tipo ne fai sempre.
                      E tu sei peggio d'una socera!!
                      Estroso in che senso? E senti che mi rivalgo su di te?!?!
                      Il cristiano non cerca adesioni. Non fa campagna-acquisti. Annuncia. Quando ha annunciato la Parola di Dio ha espletato e completato la sua Missione. I risultati...i frutti...spettano a Dio. Sono nelle mani di Dio.
                      amate i vostri nemici

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                      • conogelato
                        Candle in the wind
                        • 17/07/06
                        • 65988

                        #986
                        Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
                        oltre a fare confusione - che c'entra quello che credi legittimamente tu, con la storia ? - qui chi fa strame della Storia, quella vera, con la S maiuscola, che si insegna nelle università a partire dalla ricerca scientifica, sei proprio tu: ti ho invitato a consultare testi di storia antica, anche in uso nelle università religiose, e questo ti offende ?


                        beh, anche questo è un mero fatto; se metà dei cristiani non crede al libero arbitrio, a partire dalla Scritture, da Paolo, da Agostino, da Lutero, è colpa mia ? non è teologia quella ? sono quei fedeli e quelle chiese a contestare la validità della dottrina che piace a te, non io che te lo faccio presente;


                        a parte che quei l'unico che abbia rivolto parolacce ad altri utenti è stato - occasionalmente - proprio Arcobaleno; io mai;

                        capisco che sia la realtà a crucciarti, la storia stessa, e così ad altri; ma prendertela con un interlocutore che semplicemente fa presenti dei fatti - che peraltro dovresti aver appreso a scuola - atteggiandoti pure a martire offeso per questo, non mi sembra una tesi particolarmente lucida e degna di un uomo maturo, nel pieno delle sue facoltà mentali e morali;

                        dove vedi mancanza di rispetto nel suggerirti di consultare i testi di storia scritti da credenti e in uso nelle università religiose, che per primi producono le tesi che ti spiacciono ?
                        è miopia culturale far presente che da 5 secoli esiste una teologia cristiana opposta a quella cattolica, e che affonda le sue radici nel pensiero dei più importanti teologi, pure santificati dalla tua stessa Chiesa ?

                        cosa dovrebbe pensare chi legga queste tue sortite ?
                        Che la Chiesa è una realtà dinamica, Axe. Non statica. Che la sua forza è proprio quella delle idee. Idee e pensieri diversi, discussi e dibattuti nei Secoli e nei Millenni. Sapendo sempre che le Chiavi, del Regno dei Cieli, Cristo le ha consegnate a Pietro. Questo si. Vorrà pur dire qualcosa questo, no?
                        amate i vostri nemici

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                        • axeUgene
                          Opinionista
                          • 17/04/10
                          • 24399

                          #987
                          Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
                          Che la Chiesa è una realtà dinamica, Axe. Non statica. Che la sua forza è proprio quella delle idee. Idee e pensieri diversi, discussi e dibattuti nei Secoli e nei Millenni. Sapendo sempre che le Chiavi, del Regno dei Cieli, Cristo le ha consegnate a Pietro. Questo si. Vorrà pur dire qualcosa questo, no?
                          secondo la Chiesa stessa; ma nessuno ti contesta il fatto che tu ci creda o aderisca a quella dottrina;

                          ma nel tuo post precedente giudicavi come miopia culturale e mancanza di rispetto la semplice notifica di quanto palese e storico, che potresti constatare tu stesso; è scissa o no la Cristianità su questioni teologiche e dottrinarie essenziali ? è colpa mia ?

                          sono irrispettoso se ti faccio presente che in nessun testo di storia antica, sia in uso in facoltà laiche o religiose, scritto da ricercatori credenti o non credenti, troverai avvalorate come verità storiche le tesi delle narrazioni religiose ? è colpa mia ?

                          prenditela con quegli storici e coi loro referenti ecclesiastici, prenditela con Lutero, Agostino, Paolo, con chi ti pare; ma smettila di atteggiarti a martire, vittima di Axe, ché fai un torto alla tua intelligenza e dignità.
                          c'è del lardo in Garfagnana

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                          • conogelato
                            Candle in the wind
                            • 17/07/06
                            • 65988

                            #988
                            Originariamente Scritto da Pazza_di_Acerra Visualizza Messaggio
                            Clima di terrore e persecuzione? Mi sa che all'oratorio hai visto troppi film sui Romani... Fino a Nerone i cristiani a Roma se ne stavano beati e tranquilli. Intanto col tuo vuoti blablabla ancora una volta non hai risposto nel merito. Dove sono le testimonianza che Pietro è stato a Roma? Persino sulla lettera di Clemente, "fondamentale insieme agli Annales" non hai saputo darmi uno straccio di risposta e la cosa non mi sorprende poiché la risposta non esiste.
                            Ma non leggi Pazza?
                            Te le ho postate 2 volte settimana scorsa. Comunque, te lo ripeto, era di fondamentale importanza, per la prima comunità cristiana, tenere segreto il fatto che Pietro fosse a Roma: Fondamentale!

                            Bisogna pure conoscere la situazione dei cristiani all’interno dell’impero romano,
                            sappiamo tutti infatti che i romani li perseguitavano duramente, e ne uccidevano a
                            centinaia. In questo contesto la corrispondenza epistolare tra cristiani doveva avvenire in
                            modo cifrato, era necessario non rivelare i luoghi nei quali erano presenti i cristiani, per
                            mantenere il più a lungo possibile la vita. Questo spiega perché Pietro scrivendo da
                            Roma, usasse il nome in codice “Babilonia”, che dai pagani o dai romani all’epoca non
                            poteva essere associato ad una città in particolare, ma che i cristiani identificavano
                            benissimo con la capitale del grande impero idolatrico, Roma. Per cui leggendo “da
                            Babilonia” i destinatari delle lettere sapevano che si trattava di Roma, quindi Pietro
                            nella sua prima lettera saluta proprio da Roma, stando attento a non usare questo nome
                            di città, per non mettere a rischio la vita dei discepoli romani, qualora la lettera veniva
                            intercettata dai soldati romani.
                            “Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele, per
                            esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la
                            comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio
                            figlio”(1 Pt 5,12-13)
                            Luca è uno storico accurato. Se non accenna nemmeno alle peregrinazioni di Pietro fino
                            alla sua ricomparsa in occasione del Concilio apostolico degli Atti 15, doveva avere
                            delle buone ragioni. L'ipotesi che egli avesse perso interesse nel seguente ruolo di Pietro
                            perché voleva favorire Paolo è troppo semplicistica, ed è in ogni caso contraddetta dal
                            ruolo determinante che Pietro gioca negli Atti 15. E' comprensibile che Luca non voglia
                            nominare il luogo (o i luoghi) dove Pietro si recò. Il motivo è lo stesso che causò
                            l'omissione del nome di Pietro nel racconto di Luca e Marco (ripreso anche da Matteo)
                            della mutilazione dell'orecchio del servo al Getsemani. Scrivendo mentre Pietro era
                            ancora vivo, e a un alto funzionario romano, Luca vuole evitare qualsiasi cosa che possa
                            compromettere l'attività dell'apostolo (che era legalmente un fuggitivo dalle autorità
                            dello stato) nei confini dell'Impero romano. Luca sapeva dove era andato Pietro e dove si
                            trovava nel momento in cui scriveva, ma rimase zitto. Anche Pietro cerca di essere vago
                            a questo proposito, quando manda la sua prima Lettera da Roma usando lo pseudonimo topografico di «Babilonia» al posto di Roma (1Pt 5,13). Ed è proprio l'uso di
                            «Babilonia» che ci dà la chiave per identificare l'«altro luogo» di Luca.
                            Sebbene non si possa determinare quando Babilonia fu usata per la prima volta come
                            crittogramma al posto di Roma, una tale identificazione è indiscutibile (30). La scelta di
                            Babilonia (invece, per esempio, di Sodoma o Gomorra) era immediata poiché implicava
                            sia il simbolo del potere e del male, dell'arroganza e della corruzione che sarebbero stati
                            sconfitti dal Signore (cfr. Is 13,1-14,23), sia l'«esilio» della Chiesa cristiana nel centro
                            del paganesimo. Ma qualunque fosse la somma di ragioni che indusse la scelta di Pietro,
                            i suoi lettori sarebbero stati ben consapevoli dei riferimenti della Scrittura a Babilonia.
                            Ce ne sono molti, ma uno è particolarmente illuminante: Ezechiele 12,1-13. Vi sono qui
                            dei riferimenti all'«esilio», alla fuga da Gerusalemme a notte fonda (12,7) e a Babilonia
                            (12,13). Anche se tutti questi elementi sono presenti in questo passo (che contiene,
                            naturalmente, un significato e una profezia molto più ampi e complessi), tuttavia è un
                            altro verso che offre la chiave all'«indovinello» di Luca: «(...) preparati a emigrare;
                            emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo», recita Ez 12,3. La Bibbia dei
                            Settanta usa l'espressione eis heteron topon, la stessa usata da Luca per indicare la
                            destinazione di Pietro. L'«altro luogo» è Babilonia, e Babilonia è Roma.
                            I tempi erano maturi, pare, per l'uso simbolico di «Babilonia» per significare Roma fra i
                            cristiani che vivevano o si trovavano nella capitale dell'Impero alla fine degli anni 50 o
                            all'inizio degli anni 60, e i regni di Claudio e Nerone offrivano abbastanza materiale
                            esemplificativo (31).
                            Babilonia (detta anche Babele, Babel o Babil) era una città della Mesopotamia antica,
                            situata sull'Eufrate, le cui rovine coincidono oggi con la città di Al Hillah, nella
                            Provincia di Babilonia in Iraq a circa 80 km a sud di Baghdad. Fu la città sacra del regno
                            omonimo nel 2300 a.C. e capitale dell'Impero Babilonese nel 626 a.C. È il primo
                            esempio di metropoli moderna[senza fonte]; all'epoca di Alessandro Magno contava
                            forse un milione di abitanti[senza fonte]. Babele in lingua accadica significa "Porta di
                            Dio" (Bab-El).
                            Nella Bibbia “Babilonia” viene utilizzata come metafora del male, in contrapposizione
                            alla Gerusalemme celeste nell'Apocalisse giovannea.
                            Il profeta Isaia (Is 13, 19;14, 22-23) ha predetto la sua distruzione circa due secoli
                            prima del suo effettivo verificarsi nel 539 a.C.[3]
                            L'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente dovuto al fatto che il Regno di Israele
                            fu spesso conteso tra le due superpotenze del Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per
                            molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra questi due imperi. Tra l'altro furono i
                            Babilonesi con Nabucodonosor II a distruggere Gerusalemme e a deportare gli ebrei a
                            Babilonia. Zaccaria ad esempio nel suo libro al capitolo 2 vers. 11 riporta
                            “A Sion mettiti in salvo, tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia!”
                            Quando gli ebrei dovevano indicare la somma idolatria, usavano il nome di Babilonia,
                            appunto perché era noto a tutti nell’antichità che la città era piena di dei, idoli, che
                            venivano adorati dai babilonesi, e dalle nazioni da essi conquistate. Solo gran parte del
                            popolo di Israele pur conquistato non si sottomise mai ad adorare gli dei babilonesi.
                            Non dimentichiamo che la grande Persia conquistò sia Babilonia con Ciro II nel 539
                            a.C., distruggendola; sia Israele, e che l'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente
                            dovuto al fatto che il Regno di Israele fu spesso conteso tra le due superpotenze del
                            Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra
                            questi due imperi. Tra l'altro furono i Babilonesi con Nabucodonosor II a distruggere
                            Gerusalemme e a deportare gli ebrei a Babilonia, nel 587 a.C..
                            Babele nella Bibbia è proprio Babilonia, con la sua torre costruita da uomini orgogliosi
                            che furono puniti da Dio.
                            Prove testuali indicano quindi chiaramente che la destinazione di Pietro era Roma. Una
                            conferma ulteriore proviene dalla storia della Chiesa, in un suggestivo particolare
                            riportato da Eusebio e da Girolamo. Pietro arrivò a Roma durante il regno di Claudio,
                            più precisamente nel secondo anno di regno, l'anno 42 (Eusebio, HE 2,14,6, con
                            il Chronicon ad loc, e Girolamo, De viris illustribus 1, dove egli è il «soprintendente»
                            o episkopos per venticinque anni, cioè fino alla sua morte sotto Nerone) (32). Questo
                            fatto è confermato dal Catalogus Liberianus, del quarto secolo, un elenco di papi
                            dall'inizio della diocesi romana fino a papa Liberio (352-66), e dal Liber Pontificalis,
                            pubblicato (nella forma conservata) nel sesto secolo (per la maggior parte si basa
                            sul Catalogus Liberianus, ma contiene alcune informazioni indipendenti e della varianti
                            nei dettagli) (33). Pietro lasciò Gerusalemme subito dopo la fuga dalla prigione nell'anno
                            41 o 42.
                            Pietro si dirige quindi verso Roma, ma non direttamente. Potrebbe avere visitato
                            Antiochia, e forse molte città nell'Asia Minore (cfr. 1Pt 1,1; Eusebio, HE 3, 1,2), forse
                            Corinto (cfr. 1Cor 1,12-14; 9,5: probabilmente una traccia della presenza di Pietro a
                            Corinto con la moglie, che non fa altre apparizioni dirette nel Nuovo Testamento - cfr.
                            Mc 1,29-31 - e muore da martire sotto gli occhi di Pietro, come riporta Clemente
                            Alessandrino, Stromata 7,63,3, ed Eusebio, HE 3,30,2). Nell'inverno del 42 arriva a
                            Roma. Non fu il primo evangelizzatore ad arrivare in città (i romani citati negli Atti 2,10
                            avrebbero diffuso la buona novella prima di lui), ma fu il primo apostolo ad avallare e
                            fondare ufficialmente la Chiesa. Il suo arrivo e l'inizio della sua opera è il punto di
                            partenza del suo «episcopato», che, come quello ad Antiochia, continua anche durante la
                            sua assenza, rimanendo egli il capo titolare o il «soprintendente» ufficiale. L'importanza dell'opera di fondazione di Pietro a Roma è riconosciuta persino da Paolo,
                            che ritardò la propria visita a Roma finché non poté includerla come breve tappa di
                            passaggio nel viaggio verso la Spagna, perché non voleva «costruire su un fondamento
                            altrui» (Rm 15,20 e 23-24). Ciò che Paolo dice, alla lettera, è che la «prima pietra» era
                            già stata posta da qualcun altro, e apparteneva a costui. Non era una comunità anonima,
                            ma una persona, che aveva posto questa pietra. I romani sapevano chi era costui: non
                            c'era bisogno che Paolo menzionasse il suo nome in questo contesto (35); e Paolo aveva
                            tutte le ragioni per riconoscere la preminenza di Pietro a Roma: la sua priorità si
                            manifestava nella missione fra i pagani (cf. Gal 1,16; 2,7-9), e la comunità di Roma cui
                            si rivolgeva era decisamente ebrea, anche se in prevalenza di lingua greca.
                            Era questo, in effetti, il «terreno di caccia» ideale per un uomo con l'esperienza di Pietro,
                            piuttosto che quella di Paolo. Grazie alla sua opera rivoluzionaria in Cesarea, Pietro era
                            pronto a entrare in contatto con i romani (Cornelio potrebbe persino avere ricambiato
                            l'insegnamento di Pietro informandolo sulla situazione a Roma e sulla mentalità dei
                            romani), ma la sua esperienza fino a quel momento si era formata con gli ebrei e i
                            sostenitori degli ebrei, pagani «timorati di Dio» (proprio il genere di persone che
                            avrebbe incontrato e che lo avrebbe bene accolto al suo arrivo a Roma). Con una
                            popolazione ebraica di circa cinquantamila persone (36), inclusi i timorati di Dio e i
                            proseliti pagani, c'era molto lavoro da fare. Persino al tempo della Lettera di Paolo ai
                            Romani, nell'anno 57, quando le comunità si erano ricostituite dopo la morte di Claudio
                            e la fine definitiva delle espulsioni, l'elemento giudeo-cristiano era ancora più forte e più
                            importante di quello strettamente pagano-cristiano (cfr. Rm 1,16; 2,9-10; 7,1; 11,13-21).
                            Il semplice fatto, tuttavia, che ci fosse un considerevole gruppo di pagani (cfr. Rm 1,13-
                            15) dimostra ancora una volta l'intento di Pietro di svolgere anche la missione fra i
                            pagani.
                            Pietro non era solo a Roma. Marco andò con lui o direttamente dalla casa della madre o
                            lo raggiunse non molto tempo dopo: per quanto concerne la cronologia degli Atti, la
                            presenza di Marco a Gerusalemme non era più richiesta già da quando Paolo e Barnaba
                            lo portano con se ad Antiochia (At 12,25) nel 46, dopo la «visita per la carestia». Inoltre,
                            sentiamo parlare di lui come interprete di Pietro (come scrive Papia), e se Pietro bilingue
                            dall'infanzia, ebbe mai bisogno di un interprete per risparmiare alle sensibili orecchie dei
                            romani l'affronto del suo rozzo greco non colto, che si combinava con uno scoraggiante
                            accento di Galilea, questo accadde all'inizio del suo primo soggiorno, piuttosto che verso
                            la fine del secondo (37). Eusebio (HE 6,14,6, citando l'opera perduta di Clemente
                            Alessandrino, Hypotyposeis), nota che Marco aveva seguito Pietro per molto tempo,
                            un'allusione al lungo rapporto fra i due, del quale 1Pietro 5,13, dove Pietro chiama
                            Marco figlio suo, non è l'inizio, ma il punto culminante. Sebbene nessuna delle fonti
                            affermi in così tante parole che Marco rimase con Pietro a Roma dal 42 in poi, le prove
                            raccolte suggeriscono questa possibilità più di qualsiasi altra (38).
                            Il ritorno di Marco a Gerusalemme entro il 46 coincide con un altro dato: la scrittura del
                            suo Vangelo. Si è visto da prove papirologiche e storiche che il Vangelo doveva essere
                            datato a prima dell'anno 50, una conclusione cui portano anche prove indipendenti non papirologiche (39). La data più plausibile, considerando ciò, sarebbe da collocarsi fra la
                            partenza di Pietro da Roma (subito dopo la morte di Erode Agrippa nel 44, quando poté
                            programmare senza grossi rischi un ritorno in Palestina; la cronaca di Eusebio lo vede
                            ritornare, via Antiochia, nel 44) e l'arrivo di Marco a Gerusalemme nel 46 al più tardi.
                            Questa corrispondenza fra le prove papirologiche e quelle storiche ha inoltre il vantaggio
                            di essere corroborata da commenti, altrimenti di difficile interpretazione, dei Padri della
                            Chiesa.
                            Ireneo, che conosceva la nota di Papia, è il primo a commentare i Vangeli dopo di lui.
                            Egli inizia con una affermazione che sembra essere erronea, cioè che sia Pietro sia Paolo
                            fondarono la comunità romana (a meno che non si legga il verbo che egli usa per
                            «fondare», themelioo, allo stesso modo in cui viene usato in 1Pt 5,10, dove significa
                            «rafforzare», «confermare»; in questo senso, l'affermazione di Ireneo è naturalmente
                            vera sia per Pietro sia per Paolo).
                            Riferendosi all'epoca in cui Matteo scriveva il suo Vangelo «fra gli ebrei» «nella loro
                            stessa lingua», egli afferma che Marco, il discepolo e l'interprete di Pietro, trascrisse su
                            carta il suo insegnamento dopo la loro (cioè di Pietro e di Paolo) morte (Haer. 3, 1,1).
                            Molti commentatori hanno interpretato così il significato dell'affermazione di Ireneo.
                            Tuttavia, la traduzione «dopo la loro morte» di meta de touton exodon è molto
                            problematica e certamente non sopportata dalla affermazione precedente di Papia. Papia
                            dice semplicemente che Marco aveva scritto accuratamente tutte le cose così come le
                            ricordava (hosa emnemoneusen akribos egrapsen). Ma ricordare l'insegnamento di
                            qualcuno certamente non presuppone la morte di costui (sarebbe sufficiente la sua
                            partenza, e questo è precisamente ciò che dice Ireneo).
                            Exodos può naturalmente significare «morte» (come nel Nuovo Testamento: Lc 9,31;
                            probabilmente 2Pt 1,15). Innanzitutto, però, la parola greca ha il semplice significato di
                            «partenza», dai tragici greci fino all'Antico Testamento in greco, dove viene usata a
                            proposito della partenza degli israeliti dall'Egitto nel secondo libro del Pentateuco (cfr.
                            Sal 104,38; 113,1; Eb 11,22 et al.). Il significato «morte» è un significato acquisito, di
                            alto valore simbolico, ma il suo uso in questo senso deve risultare ovvio dal contesto
                            diretto (una condizione chiaramente presente in Lc 9,31, ma non altrettanto
                            inequivocabile in 2Pt 1,15). E poiché la fonte (o le fonti) di Ireneo non presuppone o
                            implica la morte di Pietro, non dovremmo interpretare così il suo testo (40). Pietro è
                            partito da Roma prima che Marco scriva il suo Vangelo: questo è tutto ciò che vuole
                            dire.
                            Questo è completamente compatibile con i commenti di Origene e di Clemente
                            Alessandrino. Origene dice che Marco scrisse come Pietro l'aveva istruito o gli aveva
                            insegnato (hos Petros hyphegesato auto, Commentario al Vangelo di Matteo, citato in
                            Eusebio, HE 6, 25,5). Questo significa che egli seguì l'esempio posto dal metodo e dai
                            contenuti della predicazione di Pietro. Infine, Clemente ricorda che Marco, che era stato
                            compagno di Pietro per molto tempo, fu sollecitato dai cristiani (romani) a trascrivere
                            ciò che Pietro aveva detto, e così fece. La reazione di Pietro fu neutrale: «Egli né impedì
                            né incoraggiò ciò» (mete kolusai mete protrepsasthai: Hypotyposeis, in Eusebio, HE 6, 14,7).
                            Questo è completamente compatibile con i commenti di Origene e di Clemente
                            Alessandrino. Origene dice che Marco scrisse come Pietro l'aveva istruito o gli aveva
                            insegnato (hos Petros hyphegesato auto, Commentario al Vangelo di Matteo, citato in
                            Eusebio, HE 6, 25,5). Questo significa che egli seguì l'esempio posto dal metodo e dai
                            contenuti della predicazione di Pietro. Infine, Clemente ricorda che Marco, che era stato
                            compagno di Pietro per molto tempo, fu sollecitato dai cristiani (romani) a trascrivere
                            ciò che Pietro aveva detto, e così fece. La reazione di Pietro fu neutrale: «Egli né impedì
                            né incoraggiò ciò» (mete kolusai mete protrepsasthai: Hypotyposeis, in Eusebio, HE 6,
                            14,7).
                            Tutti questi resoconti e fonti servono a confermare la conclusione che il Vangelo di
                            Marco fu scritto a Roma, non solo mentre Pietro era ancora in vita, ma subito dopo la
                            sua prima partenza dalla città, fra il 44 e il 46.
                            Tutte le più antiche fonti ancora esistenti che commentano la morte di Pietro
                            concordano sul fatto che avvenne a Roma. E' meno certo quando e come egli vi tornò da
                            Antiochia. Potrebbe essere rimasto ad Antiochia ancora per un po', poiché egli, a
                            differenza di Paolo, non aveva motivo per lasciare la città. Ma in qualunque momento
                            Pietro ripartì alla volta di Roma, è improbabile che vi sia andato direttamente: non era
                            persona da perdersi l'occasione di evangelizzare. Corinto potrebbe essere stata di nuovo
                            una tappa del suo viaggio, e non può essere esclusa la possibilità che alcuni dei fatti che
                            indussero Paolo ad alludere in modo enigmatico all'influenza di Pietro sui Corinzi
                            ebbero luogo durante questa sua (seconda) visita.
                            Pietro giunse a Roma non prima della fine dell'anno 57. Quando Paolo manda la sua
                            Lettera ai Romani nei primi mesi di quello stesso anno, il nome di Pietro spicca per la
                            sua assenza dal lungo elenco dei destinatari del saluto di Paolo in 16,3-16 (2). Questo
                            elenco, comunque, getta una luce sulla composizione della comunità cristiana a Roma.
                            Troviamo due vecchie conoscenze, Priscilla e Aquila (cfr. At 18,2, 18 e 26; 1Cor 16,19;
                            2Tm 4,19), che potrebbero avere collaborato con Pietro, prima di lasciare Roma nel 49,
                            vittime delle espulsioni di Claudio. Parecchi elementi che li riguardano invitano a un
                            commento. Secondo Romani 16,3-4, essi avevano una comunità nella loro casa, una
                            specie di «casa-chiesa» (Paolo usa proprio il termine ekklesia nel v. 4), il che indica una
                            forma di organizzazione simile a quella di Antiochia o (cfr. At 12,12 e 17) di
                            Gerusalemme: molti nuclei più piccoli formavano la Chiesa, e i giudeo-cristiani non
                            condividevano necessariamente i luoghi d'incontro e i pasti con i pagano-cristiani.
                            Quest'ultimo fatto è confermato da ciò che possiamo dedurre a proposito dei gruppi e
                            degli individui citati, se li consideriamo come i capi di case-nuclei allo stesso modo di
                            Priscilla e Aquila.
                            Andronico e Giunia sono giudeo-cristiani (Paolo li chiama «miei parenti» in Rm 16,7),
                            come Maria (16,6), Apelle (16,10) ed Erodione (16,11). D'altra parte, troviamo romani o
                            pagani, come Ampliato (16,8), Urbano e Stachi (16,9), Trifena, Trifosa e Perside
                            (16,12), Rufo (16,13), Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba ed Erma (16,14), Filologo e
                            Giulia, Nereo e Olimpas (16,15). Se per lo meno le coppie sono a capo delle case-nucleo
                            (3), le case-nucleo dei giudeo-cristiani e dei pagano-cristiani sono nettamente distinte. E'
                            interessante che Paolo, sebbene venga formalmente accolto tre (?) anni più tardi da due
                            delegazioni cristiane al Foro di Appio e alle Tre Taverne (At 28,15), non mostri alcun
                            interesse per la comunità cristiana (pagana); egli si preoccupa chiaramente dei giudei (At
                            28,17-28). La completa scomparsa dei cristiani dalla vista di Paolo dopo il verso 28,16 è
                            probabilmente una conseguenza del modo conciso di Luca di narrare la sua storia.
                            Questo non significa che Paolo operasse indipendentemente per tutti i due anni che
                            trascorse agli arresti domiciliari, ignorando la Chiesa esistente. Né dovremmo dedurre
                            dal silenzio di At 28,30-31 che Pietro era necessariamente assente da Roma a
                            quell'epoca, o che egli e Paolo non si incontrarono.
                            Aquila e Priscilla (o Prisca, come Paolo la chiama di solito) erano ricchi proprietari di
                            un'attività internazionale di costruzione di tende, con filiali a Roma, Corinto ed Efeso,
                            presso cui Paolo aveva in precedenza lavorato (At 18,2-4). Se possiamo giudicare dal
                            loro posto in cima all'elenco di Paolo, essi erano probabilmente i cristiani romani più
                            importanti durante l'assenza di Pietro. Paolo, come sappiamo dagli Atti e dalla 1 Corinzi,
                            li aveva incontrati a Corinto e fu in seguito con loro a Efeso, dove avevano fondato
                            ancora una volta una casa-chiesa. Ma Paolo li esclude dall'elenco di coloro che egli
                            aveva battezzato di persona (1Cor 1,14-16). Essi furono quindi battezzati con tutta
                            probabilità a Roma prima della loro espulsione; possiamo supporre che sia stato Pietro a
                            battezzarli e a istruirli a formare nuclei di credenti durante i loro viaggi e in sua assenza.
                            Come Marco, anch'essi costituiscono dunque un legame fra Pietro e Paolo.
                            Quando, perché e come morì Pietro? Le nostre fonti più antiche ci forniscono una
                            chiave: si tratta della prima lettera di Clemente Romano, uno dei primi cristiani della
                            seconda generazione di convertiti, del quale si conoscono parecchie cose. Cominciò
                            come membro dell'«amministrazione» della Chiesa (cfr. Il pastore di Hermas, Visione
                            2,4,2-3) e ricoprì questo incarico fino alla metà degli anni 80. Verso la fine degli anni 80
                            (1) per circa 10 anni fu vescovo di Roma (la Chiesa cattolica lo ricorda come terzo
                            successore di Pietro), grazie anche al fatto che era stato uno stretto discepolo di Pietro e
                            Paolo (Ireneo, Haer. 3,3,3; Eusebio, HE 5,6,1-5; cfr. Tertulliano, De praesc. 32). E' stato
                            persino ipotizzato che egli sia lo stesso Clemente della Filippesi 4,3
                            (Origene, Commentario su Giovanni 6,54; Eusebio, HE 3,4,9). A un certo punto, egli
                            scrisse la sua lettera, da parte della Chiesa romana, ai Corinzi (Dionigi di Corinto, in
                            Eusebio, HE 4,23,11; Egesippo, in Eusebio, HE 4,22,12).
                            Clemente scrive come uno per cui le persecuzioni di Nerone sono un ricordo ancora
                            vivo (5,1-6,2). E ciò che scrive a proposito della morte di Pietro (e di Paolo) è
                            illuminante: «A causa della gelosia e dell'invidia, i pilastri maggiori e più giusti furono
                            perseguitati e condannati a morte. Conserviamo davanti ai nostri occhi i buoni [retti]
                            apostoli: Pietro, il quale soffrì a causa della gelosia ingiustificata non uno o due ma molti
                            tormenti, e, avendo dato testimonianza [kai houto marturesas: il martirio letteralmente
                            come una forma di testimonianza], egli andò nel luogo della gloria che gli era dovuto. A
                            causa della gelosia e della discordia, Paolo mostrò il prezzo della sopportazione paziente
                            [hypomone]...».

                            In uno studio recente F. Grzybek, riprendendo una proposta del Thiede, ricorda che i
                            commentatori antichi e moderni vedono in questo <<altro luogo>> Roma ed accosta
                            questa espressione a quella identica di Ezechiele 12,3 e 12,13 in cui <<un altro luogo>>
                            è Babilonia. Il nome Babilonia per indicare Roma torna nei saluti finali della prima
                            lettera di Pietro, 5,13 inviati ai cristiani dell’Asia Minore dalla <<comunità degli eletti
                            che è in Babilonia, insieme a Marco, mio figlio>> Lo Grzybek spiega che qui non si
                            tratta, come nell’Apocalisse, di una designazione simbolica di Roma, ma di un
                            crittogramma: come Pietro nella sua lettera, così Luca negli Atti ricorre al medesimo
                            stratagemma per non svelare la presenza e la venuta di Pietro a Roma. Agrippa I morì
                            nel 44 e questo è il terminus ante quem per la partenza per Roma di Pietro; la data del
                            42 per l’arrivo dell’Apostolo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo del
                            Chronicon di Eusebio (p. 179 Helm) ma le testimonianze più importanti, riferite dallo
                            stesso Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto
                            fra l’ultimo quarto del secolo I e la prima metà del II) di Clemente di Alessandria e di
                            Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. La testimonianza di Papia è
                            conservata da Eusebio in due citazioni distinte: nella prima (H.E. II, 15) dopo aver detto
                            che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio e che i suoi ascoltatori chiesero
                            a Marco di mettere per iscritto l’insegnamento che avevano ascoltato a voce e che essi
                            furono così responsabili della stesura del Vangelo detto di Marco. Oltre a Papia e
                            Clemente anche Ireneo ricorda che Matteo aveva scritto il suo Vangelo, mentre Pietro e
                            Paolo evangelizzavano a Roma, ed osserva che Marco, discepolo di Pietro trasmise
                            anche lui per iscritto.
                            L’identificazione di un frammento papiraceo in lingua greca scoperto nelle grotte di
                            Qumran (l’ormai famoso 7Q5) con un passo del Vangelo di Marco 6,52/53), la datazione
                            di questo frammento in base ad un’analisi della scrittura, fatta quando non si pensava
                            affatto di trovarsi davanti ad un passo del Nuovo Testamento, agli anni prima del 50
                            d.C., la provenienza del frammento da Roma suggerita dalla presenza, nella stessa grotta,
                            di un coccio di giara con una scritta semitica indicante Roma, hanno stimolato,
                            nonostante le molte contestazioni, la ricerca storiografica che, accogliendo
                            l’identificazione come utile ipotesi di lavoro, ha riesaminato il problema della prima
                            venuta di Pietro a Roma, e la formazione della più antica comunità cristiana dell’Urbe,
                            riconoscendo l’aderenza della scoperta relativa al frammento di Marco a testimonianze
                            antiche e autorevoli come quelle di Papia e di Clemente.
                            Secondo il frammento latino di Clemente, la predicazione di Pietro si era svolta coram
                            quibusdam Caesarianis equitibus e che erano stati proprio questi a chiedere a Marco di
                            mettere per iscritto le cose che Pietro aveva detto.

                            amate i vostri nemici

                            Comment

                            • Pazza_di_Acerra
                              люблю беспокоиться
                              • 09/12/09
                              • 28840

                              #989
                              Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
                              Ma non leggi Pazza?
                              Te le ho postate 2 volte settimana scorsa. Comunque, te lo ripeto, era di fondamentale importanza, per la prima comunità cristiana, tenere segreto il fatto che Pietro fosse a Roma: Fondamentale!

                              Bisogna pure conoscere la situazione dei cristiani all’interno dell’impero romano,
                              sappiamo tutti infatti che i romani li perseguitavano duramente, e ne uccidevano a
                              centinaia. In questo contesto la corrispondenza epistolare tra cristiani doveva avvenire in
                              modo cifrato, era necessario non rivelare i luoghi nei quali erano presenti i cristiani, per
                              mantenere il più a lungo possibile la vita. Questo spiega perché Pietro scrivendo da
                              Roma, usasse il nome in codice “Babilonia”, che dai pagani o dai romani all’epoca non
                              poteva essere associato ad una città in particolare, ma che i cristiani identificavano
                              benissimo con la capitale del grande impero idolatrico, Roma. Per cui leggendo “da
                              Babilonia” i destinatari delle lettere sapevano che si trattava di Roma, quindi Pietro
                              nella sua prima lettera saluta proprio da Roma, stando attento a non usare questo nome
                              di città, per non mettere a rischio la vita dei discepoli romani, qualora la lettera veniva
                              intercettata dai soldati romani.
                              “Vi ho scritto, come io ritengo, brevemente per mezzo di Silvano, fratello fedele, per
                              esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la
                              comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio
                              figlio”(1 Pt 5,12-13)
                              Luca è uno storico accurato. Se non accenna nemmeno alle peregrinazioni di Pietro fino
                              alla sua ricomparsa in occasione del Concilio apostolico degli Atti 15, doveva avere
                              delle buone ragioni. L'ipotesi che egli avesse perso interesse nel seguente ruolo di Pietro
                              perché voleva favorire Paolo è troppo semplicistica, ed è in ogni caso contraddetta dal
                              ruolo determinante che Pietro gioca negli Atti 15. E' comprensibile che Luca non voglia
                              nominare il luogo (o i luoghi) dove Pietro si recò. Il motivo è lo stesso che causò
                              l'omissione del nome di Pietro nel racconto di Luca e Marco (ripreso anche da Matteo)
                              della mutilazione dell'orecchio del servo al Getsemani. Scrivendo mentre Pietro era
                              ancora vivo, e a un alto funzionario romano, Luca vuole evitare qualsiasi cosa che possa
                              compromettere l'attività dell'apostolo (che era legalmente un fuggitivo dalle autorità
                              dello stato) nei confini dell'Impero romano. Luca sapeva dove era andato Pietro e dove si
                              trovava nel momento in cui scriveva, ma rimase zitto. Anche Pietro cerca di essere vago
                              a questo proposito, quando manda la sua prima Lettera da Roma usando lo pseudonimo topografico di «Babilonia» al posto di Roma (1Pt 5,13). Ed è proprio l'uso di
                              «Babilonia» che ci dà la chiave per identificare l'«altro luogo» di Luca.
                              Sebbene non si possa determinare quando Babilonia fu usata per la prima volta come
                              crittogramma al posto di Roma, una tale identificazione è indiscutibile (30). La scelta di
                              Babilonia (invece, per esempio, di Sodoma o Gomorra) era immediata poiché implicava
                              sia il simbolo del potere e del male, dell'arroganza e della corruzione che sarebbero stati
                              sconfitti dal Signore (cfr. Is 13,1-14,23), sia l'«esilio» della Chiesa cristiana nel centro
                              del paganesimo. Ma qualunque fosse la somma di ragioni che indusse la scelta di Pietro,
                              i suoi lettori sarebbero stati ben consapevoli dei riferimenti della Scrittura a Babilonia.
                              Ce ne sono molti, ma uno è particolarmente illuminante: Ezechiele 12,1-13. Vi sono qui
                              dei riferimenti all'«esilio», alla fuga da Gerusalemme a notte fonda (12,7) e a Babilonia
                              (12,13). Anche se tutti questi elementi sono presenti in questo passo (che contiene,
                              naturalmente, un significato e una profezia molto più ampi e complessi), tuttavia è un
                              altro verso che offre la chiave all'«indovinello» di Luca: «(...) preparati a emigrare;
                              emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo», recita Ez 12,3. La Bibbia dei
                              Settanta usa l'espressione eis heteron topon, la stessa usata da Luca per indicare la
                              destinazione di Pietro. L'«altro luogo» è Babilonia, e Babilonia è Roma.
                              I tempi erano maturi, pare, per l'uso simbolico di «Babilonia» per significare Roma fra i
                              cristiani che vivevano o si trovavano nella capitale dell'Impero alla fine degli anni 50 o
                              all'inizio degli anni 60, e i regni di Claudio e Nerone offrivano abbastanza materiale
                              esemplificativo (31).
                              Babilonia (detta anche Babele, Babel o Babil) era una città della Mesopotamia antica,
                              situata sull'Eufrate, le cui rovine coincidono oggi con la città di Al Hillah, nella
                              Provincia di Babilonia in Iraq a circa 80 km a sud di Baghdad. Fu la città sacra del regno
                              omonimo nel 2300 a.C. e capitale dell'Impero Babilonese nel 626 a.C. È il primo
                              esempio di metropoli moderna[senza fonte]; all'epoca di Alessandro Magno contava
                              forse un milione di abitanti[senza fonte]. Babele in lingua accadica significa "Porta di
                              Dio" (Bab-El).
                              Nella Bibbia “Babilonia” viene utilizzata come metafora del male, in contrapposizione
                              alla Gerusalemme celeste nell'Apocalisse giovannea.
                              Il profeta Isaia (Is 13, 19;14, 22-23) ha predetto la sua distruzione circa due secoli
                              prima del suo effettivo verificarsi nel 539 a.C.[3]
                              L'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente dovuto al fatto che il Regno di Israele
                              fu spesso conteso tra le due superpotenze del Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per
                              molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra questi due imperi. Tra l'altro furono i
                              Babilonesi con Nabucodonosor II a distruggere Gerusalemme e a deportare gli ebrei a
                              Babilonia. Zaccaria ad esempio nel suo libro al capitolo 2 vers. 11 riporta
                              “A Sion mettiti in salvo, tu che abiti ancora con la figlia di Babilonia!”
                              Quando gli ebrei dovevano indicare la somma idolatria, usavano il nome di Babilonia,
                              appunto perché era noto a tutti nell’antichità che la città era piena di dei, idoli, che
                              venivano adorati dai babilonesi, e dalle nazioni da essi conquistate. Solo gran parte del
                              popolo di Israele pur conquistato non si sottomise mai ad adorare gli dei babilonesi.
                              Non dimentichiamo che la grande Persia conquistò sia Babilonia con Ciro II nel 539
                              a.C., distruggendola; sia Israele, e che l'odio per Babilonia nella Bibbia è probabilmente
                              dovuto al fatto che il Regno di Israele fu spesso conteso tra le due superpotenze del
                              Medio-Oriente: l'Egitto e Babilonia. Per molto tempo fu un semplice stato cuscinetto tra
                              questi due imperi. Tra l'altro furono i Babilonesi con Nabucodonosor II a distruggere
                              Gerusalemme e a deportare gli ebrei a Babilonia, nel 587 a.C..
                              Babele nella Bibbia è proprio Babilonia, con la sua torre costruita da uomini orgogliosi
                              che furono puniti da Dio.
                              Prove testuali indicano quindi chiaramente che la destinazione di Pietro era Roma. Una
                              conferma ulteriore proviene dalla storia della Chiesa, in un suggestivo particolare
                              riportato da Eusebio e da Girolamo. Pietro arrivò a Roma durante il regno di Claudio,
                              più precisamente nel secondo anno di regno, l'anno 42 (Eusebio, HE 2,14,6, con
                              il Chronicon ad loc, e Girolamo, De viris illustribus 1, dove egli è il «soprintendente»
                              o episkopos per venticinque anni, cioè fino alla sua morte sotto Nerone) (32). Questo
                              fatto è confermato dal Catalogus Liberianus, del quarto secolo, un elenco di papi
                              dall'inizio della diocesi romana fino a papa Liberio (352-66), e dal Liber Pontificalis,
                              pubblicato (nella forma conservata) nel sesto secolo (per la maggior parte si basa
                              sul Catalogus Liberianus, ma contiene alcune informazioni indipendenti e della varianti
                              nei dettagli) (33). Pietro lasciò Gerusalemme subito dopo la fuga dalla prigione nell'anno
                              41 o 42.
                              Pietro si dirige quindi verso Roma, ma non direttamente. Potrebbe avere visitato
                              Antiochia, e forse molte città nell'Asia Minore (cfr. 1Pt 1,1; Eusebio, HE 3, 1,2), forse
                              Corinto (cfr. 1Cor 1,12-14; 9,5: probabilmente una traccia della presenza di Pietro a
                              Corinto con la moglie, che non fa altre apparizioni dirette nel Nuovo Testamento - cfr.
                              Mc 1,29-31 - e muore da martire sotto gli occhi di Pietro, come riporta Clemente
                              Alessandrino, Stromata 7,63,3, ed Eusebio, HE 3,30,2). Nell'inverno del 42 arriva a
                              Roma. Non fu il primo evangelizzatore ad arrivare in città (i romani citati negli Atti 2,10
                              avrebbero diffuso la buona novella prima di lui), ma fu il primo apostolo ad avallare e
                              fondare ufficialmente la Chiesa. Il suo arrivo e l'inizio della sua opera è il punto di
                              partenza del suo «episcopato», che, come quello ad Antiochia, continua anche durante la
                              sua assenza, rimanendo egli il capo titolare o il «soprintendente» ufficiale. L'importanza dell'opera di fondazione di Pietro a Roma è riconosciuta persino da Paolo,
                              che ritardò la propria visita a Roma finché non poté includerla come breve tappa di
                              passaggio nel viaggio verso la Spagna, perché non voleva «costruire su un fondamento
                              altrui» (Rm 15,20 e 23-24). Ciò che Paolo dice, alla lettera, è che la «prima pietra» era
                              già stata posta da qualcun altro, e apparteneva a costui. Non era una comunità anonima,
                              ma una persona, che aveva posto questa pietra. I romani sapevano chi era costui: non
                              c'era bisogno che Paolo menzionasse il suo nome in questo contesto (35); e Paolo aveva
                              tutte le ragioni per riconoscere la preminenza di Pietro a Roma: la sua priorità si
                              manifestava nella missione fra i pagani (cf. Gal 1,16; 2,7-9), e la comunità di Roma cui
                              si rivolgeva era decisamente ebrea, anche se in prevalenza di lingua greca.
                              Era questo, in effetti, il «terreno di caccia» ideale per un uomo con l'esperienza di Pietro,
                              piuttosto che quella di Paolo. Grazie alla sua opera rivoluzionaria in Cesarea, Pietro era
                              pronto a entrare in contatto con i romani (Cornelio potrebbe persino avere ricambiato
                              l'insegnamento di Pietro informandolo sulla situazione a Roma e sulla mentalità dei
                              romani), ma la sua esperienza fino a quel momento si era formata con gli ebrei e i
                              sostenitori degli ebrei, pagani «timorati di Dio» (proprio il genere di persone che
                              avrebbe incontrato e che lo avrebbe bene accolto al suo arrivo a Roma). Con una
                              popolazione ebraica di circa cinquantamila persone (36), inclusi i timorati di Dio e i
                              proseliti pagani, c'era molto lavoro da fare. Persino al tempo della Lettera di Paolo ai
                              Romani, nell'anno 57, quando le comunità si erano ricostituite dopo la morte di Claudio
                              e la fine definitiva delle espulsioni, l'elemento giudeo-cristiano era ancora più forte e più
                              importante di quello strettamente pagano-cristiano (cfr. Rm 1,16; 2,9-10; 7,1; 11,13-21).
                              Il semplice fatto, tuttavia, che ci fosse un considerevole gruppo di pagani (cfr. Rm 1,13-
                              15) dimostra ancora una volta l'intento di Pietro di svolgere anche la missione fra i
                              pagani.
                              Pietro non era solo a Roma. Marco andò con lui o direttamente dalla casa della madre o
                              lo raggiunse non molto tempo dopo: per quanto concerne la cronologia degli Atti, la
                              presenza di Marco a Gerusalemme non era più richiesta già da quando Paolo e Barnaba
                              lo portano con se ad Antiochia (At 12,25) nel 46, dopo la «visita per la carestia». Inoltre,
                              sentiamo parlare di lui come interprete di Pietro (come scrive Papia), e se Pietro bilingue
                              dall'infanzia, ebbe mai bisogno di un interprete per risparmiare alle sensibili orecchie dei
                              romani l'affronto del suo rozzo greco non colto, che si combinava con uno scoraggiante
                              accento di Galilea, questo accadde all'inizio del suo primo soggiorno, piuttosto che verso
                              la fine del secondo (37). Eusebio (HE 6,14,6, citando l'opera perduta di Clemente
                              Alessandrino, Hypotyposeis), nota che Marco aveva seguito Pietro per molto tempo,
                              un'allusione al lungo rapporto fra i due, del quale 1Pietro 5,13, dove Pietro chiama
                              Marco figlio suo, non è l'inizio, ma il punto culminante. Sebbene nessuna delle fonti
                              affermi in così tante parole che Marco rimase con Pietro a Roma dal 42 in poi, le prove
                              raccolte suggeriscono questa possibilità più di qualsiasi altra (38).
                              Il ritorno di Marco a Gerusalemme entro il 46 coincide con un altro dato: la scrittura del
                              suo Vangelo. Si è visto da prove papirologiche e storiche che il Vangelo doveva essere
                              datato a prima dell'anno 50, una conclusione cui portano anche prove indipendenti non papirologiche (39). La data più plausibile, considerando ciò, sarebbe da collocarsi fra la
                              partenza di Pietro da Roma (subito dopo la morte di Erode Agrippa nel 44, quando poté
                              programmare senza grossi rischi un ritorno in Palestina; la cronaca di Eusebio lo vede
                              ritornare, via Antiochia, nel 44) e l'arrivo di Marco a Gerusalemme nel 46 al più tardi.
                              Questa corrispondenza fra le prove papirologiche e quelle storiche ha inoltre il vantaggio
                              di essere corroborata da commenti, altrimenti di difficile interpretazione, dei Padri della
                              Chiesa.
                              Ireneo, che conosceva la nota di Papia, è il primo a commentare i Vangeli dopo di lui.
                              Egli inizia con una affermazione che sembra essere erronea, cioè che sia Pietro sia Paolo
                              fondarono la comunità romana (a meno che non si legga il verbo che egli usa per
                              «fondare», themelioo, allo stesso modo in cui viene usato in 1Pt 5,10, dove significa
                              «rafforzare», «confermare»; in questo senso, l'affermazione di Ireneo è naturalmente
                              vera sia per Pietro sia per Paolo).
                              Riferendosi all'epoca in cui Matteo scriveva il suo Vangelo «fra gli ebrei» «nella loro
                              stessa lingua», egli afferma che Marco, il discepolo e l'interprete di Pietro, trascrisse su
                              carta il suo insegnamento dopo la loro (cioè di Pietro e di Paolo) morte (Haer. 3, 1,1).
                              Molti commentatori hanno interpretato così il significato dell'affermazione di Ireneo.
                              Tuttavia, la traduzione «dopo la loro morte» di meta de touton exodon è molto
                              problematica e certamente non sopportata dalla affermazione precedente di Papia. Papia
                              dice semplicemente che Marco aveva scritto accuratamente tutte le cose così come le
                              ricordava (hosa emnemoneusen akribos egrapsen). Ma ricordare l'insegnamento di
                              qualcuno certamente non presuppone la morte di costui (sarebbe sufficiente la sua
                              partenza, e questo è precisamente ciò che dice Ireneo).
                              Exodos può naturalmente significare «morte» (come nel Nuovo Testamento: Lc 9,31;
                              probabilmente 2Pt 1,15). Innanzitutto, però, la parola greca ha il semplice significato di
                              «partenza», dai tragici greci fino all'Antico Testamento in greco, dove viene usata a
                              proposito della partenza degli israeliti dall'Egitto nel secondo libro del Pentateuco (cfr.
                              Sal 104,38; 113,1; Eb 11,22 et al.). Il significato «morte» è un significato acquisito, di
                              alto valore simbolico, ma il suo uso in questo senso deve risultare ovvio dal contesto
                              diretto (una condizione chiaramente presente in Lc 9,31, ma non altrettanto
                              inequivocabile in 2Pt 1,15). E poiché la fonte (o le fonti) di Ireneo non presuppone o
                              implica la morte di Pietro, non dovremmo interpretare così il suo testo (40). Pietro è
                              partito da Roma prima che Marco scriva il suo Vangelo: questo è tutto ciò che vuole
                              dire.
                              Questo è completamente compatibile con i commenti di Origene e di Clemente
                              Alessandrino. Origene dice che Marco scrisse come Pietro l'aveva istruito o gli aveva
                              insegnato (hos Petros hyphegesato auto, Commentario al Vangelo di Matteo, citato in
                              Eusebio, HE 6, 25,5). Questo significa che egli seguì l'esempio posto dal metodo e dai
                              contenuti della predicazione di Pietro. Infine, Clemente ricorda che Marco, che era stato
                              compagno di Pietro per molto tempo, fu sollecitato dai cristiani (romani) a trascrivere
                              ciò che Pietro aveva detto, e così fece. La reazione di Pietro fu neutrale: «Egli né impedì
                              né incoraggiò ciò» (mete kolusai mete protrepsasthai: Hypotyposeis, in Eusebio, HE 6, 14,7).
                              Questo è completamente compatibile con i commenti di Origene e di Clemente
                              Alessandrino. Origene dice che Marco scrisse come Pietro l'aveva istruito o gli aveva
                              insegnato (hos Petros hyphegesato auto, Commentario al Vangelo di Matteo, citato in
                              Eusebio, HE 6, 25,5). Questo significa che egli seguì l'esempio posto dal metodo e dai
                              contenuti della predicazione di Pietro. Infine, Clemente ricorda che Marco, che era stato
                              compagno di Pietro per molto tempo, fu sollecitato dai cristiani (romani) a trascrivere
                              ciò che Pietro aveva detto, e così fece. La reazione di Pietro fu neutrale: «Egli né impedì
                              né incoraggiò ciò» (mete kolusai mete protrepsasthai: Hypotyposeis, in Eusebio, HE 6,
                              14,7).
                              Tutti questi resoconti e fonti servono a confermare la conclusione che il Vangelo di
                              Marco fu scritto a Roma, non solo mentre Pietro era ancora in vita, ma subito dopo la
                              sua prima partenza dalla città, fra il 44 e il 46.
                              Tutte le più antiche fonti ancora esistenti che commentano la morte di Pietro
                              concordano sul fatto che avvenne a Roma. E' meno certo quando e come egli vi tornò da
                              Antiochia. Potrebbe essere rimasto ad Antiochia ancora per un po', poiché egli, a
                              differenza di Paolo, non aveva motivo per lasciare la città. Ma in qualunque momento
                              Pietro ripartì alla volta di Roma, è improbabile che vi sia andato direttamente: non era
                              persona da perdersi l'occasione di evangelizzare. Corinto potrebbe essere stata di nuovo
                              una tappa del suo viaggio, e non può essere esclusa la possibilità che alcuni dei fatti che
                              indussero Paolo ad alludere in modo enigmatico all'influenza di Pietro sui Corinzi
                              ebbero luogo durante questa sua (seconda) visita.
                              Pietro giunse a Roma non prima della fine dell'anno 57. Quando Paolo manda la sua
                              Lettera ai Romani nei primi mesi di quello stesso anno, il nome di Pietro spicca per la
                              sua assenza dal lungo elenco dei destinatari del saluto di Paolo in 16,3-16 (2). Questo
                              elenco, comunque, getta una luce sulla composizione della comunità cristiana a Roma.
                              Troviamo due vecchie conoscenze, Priscilla e Aquila (cfr. At 18,2, 18 e 26; 1Cor 16,19;
                              2Tm 4,19), che potrebbero avere collaborato con Pietro, prima di lasciare Roma nel 49,
                              vittime delle espulsioni di Claudio. Parecchi elementi che li riguardano invitano a un
                              commento. Secondo Romani 16,3-4, essi avevano una comunità nella loro casa, una
                              specie di «casa-chiesa» (Paolo usa proprio il termine ekklesia nel v. 4), il che indica una
                              forma di organizzazione simile a quella di Antiochia o (cfr. At 12,12 e 17) di
                              Gerusalemme: molti nuclei più piccoli formavano la Chiesa, e i giudeo-cristiani non
                              condividevano necessariamente i luoghi d'incontro e i pasti con i pagano-cristiani.
                              Quest'ultimo fatto è confermato da ciò che possiamo dedurre a proposito dei gruppi e
                              degli individui citati, se li consideriamo come i capi di case-nuclei allo stesso modo di
                              Priscilla e Aquila.
                              Andronico e Giunia sono giudeo-cristiani (Paolo li chiama «miei parenti» in Rm 16,7),
                              come Maria (16,6), Apelle (16,10) ed Erodione (16,11). D'altra parte, troviamo romani o
                              pagani, come Ampliato (16,8), Urbano e Stachi (16,9), Trifena, Trifosa e Perside
                              (16,12), Rufo (16,13), Asincrito, Flegonte, Erme, Patroba ed Erma (16,14), Filologo e
                              Giulia, Nereo e Olimpas (16,15). Se per lo meno le coppie sono a capo delle case-nucleo
                              (3), le case-nucleo dei giudeo-cristiani e dei pagano-cristiani sono nettamente distinte. E'
                              interessante che Paolo, sebbene venga formalmente accolto tre (?) anni più tardi da due
                              delegazioni cristiane al Foro di Appio e alle Tre Taverne (At 28,15), non mostri alcun
                              interesse per la comunità cristiana (pagana); egli si preoccupa chiaramente dei giudei (At
                              28,17-28). La completa scomparsa dei cristiani dalla vista di Paolo dopo il verso 28,16 è
                              probabilmente una conseguenza del modo conciso di Luca di narrare la sua storia.
                              Questo non significa che Paolo operasse indipendentemente per tutti i due anni che
                              trascorse agli arresti domiciliari, ignorando la Chiesa esistente. Né dovremmo dedurre
                              dal silenzio di At 28,30-31 che Pietro era necessariamente assente da Roma a
                              quell'epoca, o che egli e Paolo non si incontrarono.
                              Aquila e Priscilla (o Prisca, come Paolo la chiama di solito) erano ricchi proprietari di
                              un'attività internazionale di costruzione di tende, con filiali a Roma, Corinto ed Efeso,
                              presso cui Paolo aveva in precedenza lavorato (At 18,2-4). Se possiamo giudicare dal
                              loro posto in cima all'elenco di Paolo, essi erano probabilmente i cristiani romani più
                              importanti durante l'assenza di Pietro. Paolo, come sappiamo dagli Atti e dalla 1 Corinzi,
                              li aveva incontrati a Corinto e fu in seguito con loro a Efeso, dove avevano fondato
                              ancora una volta una casa-chiesa. Ma Paolo li esclude dall'elenco di coloro che egli
                              aveva battezzato di persona (1Cor 1,14-16). Essi furono quindi battezzati con tutta
                              probabilità a Roma prima della loro espulsione; possiamo supporre che sia stato Pietro a
                              battezzarli e a istruirli a formare nuclei di credenti durante i loro viaggi e in sua assenza.
                              Come Marco, anch'essi costituiscono dunque un legame fra Pietro e Paolo.
                              Quando, perché e come morì Pietro? Le nostre fonti più antiche ci forniscono una
                              chiave: si tratta della prima lettera di Clemente Romano, uno dei primi cristiani della
                              seconda generazione di convertiti, del quale si conoscono parecchie cose. Cominciò
                              come membro dell'«amministrazione» della Chiesa (cfr. Il pastore di Hermas, Visione
                              2,4,2-3) e ricoprì questo incarico fino alla metà degli anni 80. Verso la fine degli anni 80
                              (1) per circa 10 anni fu vescovo di Roma (la Chiesa cattolica lo ricorda come terzo
                              successore di Pietro), grazie anche al fatto che era stato uno stretto discepolo di Pietro e
                              Paolo (Ireneo, Haer. 3,3,3; Eusebio, HE 5,6,1-5; cfr. Tertulliano, De praesc. 32). E' stato
                              persino ipotizzato che egli sia lo stesso Clemente della Filippesi 4,3
                              (Origene, Commentario su Giovanni 6,54; Eusebio, HE 3,4,9). A un certo punto, egli
                              scrisse la sua lettera, da parte della Chiesa romana, ai Corinzi (Dionigi di Corinto, in
                              Eusebio, HE 4,23,11; Egesippo, in Eusebio, HE 4,22,12).
                              Clemente scrive come uno per cui le persecuzioni di Nerone sono un ricordo ancora
                              vivo (5,1-6,2). E ciò che scrive a proposito della morte di Pietro (e di Paolo) è
                              illuminante: «A causa della gelosia e dell'invidia, i pilastri maggiori e più giusti furono
                              perseguitati e condannati a morte. Conserviamo davanti ai nostri occhi i buoni [retti]
                              apostoli: Pietro, il quale soffrì a causa della gelosia ingiustificata non uno o due ma molti
                              tormenti, e, avendo dato testimonianza [kai houto marturesas: il martirio letteralmente
                              come una forma di testimonianza], egli andò nel luogo della gloria che gli era dovuto. A
                              causa della gelosia e della discordia, Paolo mostrò il prezzo della sopportazione paziente
                              [hypomone]...».

                              In uno studio recente F. Grzybek, riprendendo una proposta del Thiede, ricorda che i
                              commentatori antichi e moderni vedono in questo <<altro luogo>> Roma ed accosta
                              questa espressione a quella identica di Ezechiele 12,3 e 12,13 in cui <<un altro luogo>>
                              è Babilonia. Il nome Babilonia per indicare Roma torna nei saluti finali della prima
                              lettera di Pietro, 5,13 inviati ai cristiani dell’Asia Minore dalla <<comunità degli eletti
                              che è in Babilonia, insieme a Marco, mio figlio>> Lo Grzybek spiega che qui non si
                              tratta, come nell’Apocalisse, di una designazione simbolica di Roma, ma di un
                              crittogramma: come Pietro nella sua lettera, così Luca negli Atti ricorre al medesimo
                              stratagemma per non svelare la presenza e la venuta di Pietro a Roma. Agrippa I morì
                              nel 44 e questo è il terminus ante quem per la partenza per Roma di Pietro; la data del
                              42 per l’arrivo dell’Apostolo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo del
                              Chronicon di Eusebio (p. 179 Helm) ma le testimonianze più importanti, riferite dallo
                              stesso Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto
                              fra l’ultimo quarto del secolo I e la prima metà del II) di Clemente di Alessandria e di
                              Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. La testimonianza di Papia è
                              conservata da Eusebio in due citazioni distinte: nella prima (H.E. II, 15) dopo aver detto
                              che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio e che i suoi ascoltatori chiesero
                              a Marco di mettere per iscritto l’insegnamento che avevano ascoltato a voce e che essi
                              furono così responsabili della stesura del Vangelo detto di Marco. Oltre a Papia e
                              Clemente anche Ireneo ricorda che Matteo aveva scritto il suo Vangelo, mentre Pietro e
                              Paolo evangelizzavano a Roma, ed osserva che Marco, discepolo di Pietro trasmise
                              anche lui per iscritto.
                              L’identificazione di un frammento papiraceo in lingua greca scoperto nelle grotte di
                              Qumran (l’ormai famoso 7Q5) con un passo del Vangelo di Marco 6,52/53), la datazione
                              di questo frammento in base ad un’analisi della scrittura, fatta quando non si pensava
                              affatto di trovarsi davanti ad un passo del Nuovo Testamento, agli anni prima del 50
                              d.C., la provenienza del frammento da Roma suggerita dalla presenza, nella stessa grotta,
                              di un coccio di giara con una scritta semitica indicante Roma, hanno stimolato,
                              nonostante le molte contestazioni, la ricerca storiografica che, accogliendo
                              l’identificazione come utile ipotesi di lavoro, ha riesaminato il problema della prima
                              venuta di Pietro a Roma, e la formazione della più antica comunità cristiana dell’Urbe,
                              riconoscendo l’aderenza della scoperta relativa al frammento di Marco a testimonianze
                              antiche e autorevoli come quelle di Papia e di Clemente.
                              Secondo il frammento latino di Clemente, la predicazione di Pietro si era svolta coram
                              quibusdam Caesarianis equitibus e che erano stati proprio questi a chiedere a Marco di
                              mettere per iscritto le cose che Pietro aveva detto.

                              http://www.cristianicattolici.net/fi...tro-a-Roma.pdf
                              Ma allora sei de' coccio! Nel periodo in cui SI SUPPONE che Pietro sia arrivato a Roma, PRIMA DI NERONE, ai Romani i cristiani non facevano né caldo né freddo, tanto che li confondevano con gli ebrei... Ti rinnovo l'invito già fattoti più volte da Axe, di sfogliare una buona volta un libro di storia antica, anche delle Edizioni Paoline se ne esistono. Sai quante figuracce ti risparmieresti...
                              semel in anno licet insanire, cotidie melius

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                              • Vega
                                Opinionista

                                • 04/05/05
                                • 17807

                                #990
                                Originariamente Scritto da conogelato Visualizza Messaggio
                                Estroso in che senso? E senti che mi rivalgo su di te?!?!
                                Il cristiano non cerca adesioni. Non fa campagna-acquisti. Annuncia. Quando ha annunciato la Parola di Dio ha espletato e completato la sua Missione. I risultati...i frutti...spettano a Dio. Sono nelle mani di Dio.
                                Fai rivalsa in generale. Tu pari una socera tipo quando cominci a dire che uno resta solo (vedi matrimoni e divorzi ). Per questo diverse volte ti comporti in maniera sorretta e cattivella. Estroso quindi non in senso di bizzarro ma di comportarti male.
                                Se questo è il metodo Cono o il metodo di aiuto delle "anime" bisognose di ascolto, con pressioni psicologiche e leve su potenziali sensi di colpa, annamo bbbbeneeee, annamo proprio bbbbeneeee.

                                Le cercate le adesioni, le cercate. La campagna-acquisti è di secolare attuazione.
                                E quando vi dicono no grazie, non è tutto così neutro come vuoi far credere. Che le fiamme dell'Inferno non vi pare il vero sventolarle alla pecorella smarrita.
                                Pienamente funzionante e programmata in tecniche multiple

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