Ho riflettuto sulla madre che ha visto torturare i suoi figli, e prendo lo spunto per considerare l'evoluzione del senso della morte nell'Antico Testamento.
L'A.T. conosce, nella sua dottrina dello Seol, almeno negli strati più antichi, una certa sopravvivenza dei morti.
Ma se leggiamo questi testi nelle loro forme "letterali" ( il che però non significa che questa sia anche la lettura più corretta) appare chiaro che i defunti, dopo la morte, rimangono lontani da Dio, sottratti al raggio del suo potere e della sua cura.
Questa idea sta comunque ad esprimere ( altrimenti si determinerebbero delle gravi difficoltà per quanto riguarda l'inerranza della Scrittura ispirata dell'A.T.) il convincimento dell'uomo pio dell'antica alleanza, secondo il quale con la morte si giunge alla definitività assoluta e si entra nella fine reale.
Con la sua dottrina sullo Seol, egli non getta il suo sguardo oltre la morte per esprimere qualcosa che si riferirebbe ad un "aldilà": fissa il suo sguardo sulla morte stessa e la osserva in quella radicalità con la quale la morte conduce a termine la vita di tutto l'uomo.
Alcuni scritti tardivi, ecco il punto, dell'A.T. infondono speranza sviluppando la dottrina della resurrezione e distinguendo, secondo dei criteri morali, fra la vita dell'al di qua e la sorte riservata nell'aldilà, ed il Nuovo testamento sviluppa ulteriormente questa fede nella resurrezione dei giusti ed alla luce della resurrezione di Gesù, afferma un legame inscindibile fra colui che crede ed il Signore risorto.
Tenendo conto dell'esperienza fondamentale che l'A.T. ha fatto della radicalità della morte, tale speranza non potrà poggiare sul fatto che ora al morente viene promessa una sopravvivenza che, per un verso, potrebbe essere concepita come un modo di continuare con mezzi diversi, ma in definitive nel medesimo stile, e che, per altro verso, solleverebbe il problema del perché mai, in questo stato di sopravvivenza, non si potrebbe operare nuove decisioni di tipo morale.
La speranza in una vita eterna vissuta nell'aldilà può essere correttamente interpretata soltanto sul fondamento di quella radicalità che negli strati meno recenti dell'A.T caratterizza la conclusione della vita intera dell'uomo nella morte.
Questa vita non è semplicemente una prosecuzione della vita terrena.
Al contrario è proprio questa vita ultraterrena che ci permette di comprendere come non sia possibile sottrarsi all'importanza radicale ed al rigore insopprimibile della nostra libertà responsabile: questa vita eterna non è altro, infatti, se non la definitività ( salvata o smarrita) della nostra storia terrena e del soggetto che l'ha realizzata nella libertà.







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