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Discussione: Iesus: alfa e omega

  1. #1
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    Iesus: alfa e omega

    Ieri è stata commemorata la nascita di Gesù, chi andando in chiesa per partecipare alla messa natalizia e chi l’ha festeggiata laicamente pensando al pranzo di Natale.

    Gesù di Nazaret si è definito “alfa e omega”( la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: Alfa Α o α, Omega Ω o ω): il principio e la fine di tutte le cose, come affermato nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni:

    “Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!” (1, 8);

    “E mi disse:
    ‘Ecco, sono compiute!
    Io sono l’Alfa e l’Omèga,
    il Principio e la Fine’ ”
    (21, 6);

    “Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine” (22, 13).

    Tali affermazioni evidenziano la sua divinità ed eternità ai credenti cristiani, ma molti commentatori e dizionari applicano questo titolo sia a Dio sia a Gesù Cristo. Non si è certi che l’evangelista Giovanni intendesse riferirsi a Gesù di Nazaret. La maggior parte delle denominazioni cristiane insegnano che il titolo si applica sia a Gesù che a suo Padre.

    Nell’arte cristiana le due lettere vengono spesso raffigurate insieme alla croce nel cristogramma: simbolo cristiano che deriva dall’abbreviazione delle lettere greche che indicano Cristo (Khristòs); “Chi” (= X) e “Rho” (= P), insieme formano il monogramma “Chi-Rho”, spesso accompagnato da Alfa (A) e Omega (Ω) per indicare l'inizio e la fine, simbolo di eternità e divinità.



    I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino: formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti sacri.

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    Ultima modifica di doxa; 26-12-2025 alle 12:01

  2. #2
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    Anche la nostra vita è alfa e omèga, principio e fine.

    Veniamo dal nulla: nasciamo dall’incontro casuale di uno spermatozoo e un ovulo.

    Finiamo nel nulla, con la morte. La nostra vita finisce a causa del disinteresse che la natura ha per gli esseri viventi dopo la riproduzione dei figli.

    Gli studi scientifici hanno dimostrato che circa il 25 -30% della variabilità nella durata della vita umana può essere attribuita a fattori genetici, mentre il resto dipende da stile di vita, ambiente e un po’ di fortuna.

    La ricerca genetica riguardante la longevità evidenzia che vari geni hanno un ruolo cruciale nel determinare quanto a lungo possiamo vivere. Questi geni non agiscono isolatamente ma formano una complessa rete di interazioni che influenzano processi fondamentali come la riparazione del DNA, il metabolismo, ecc..

    E dopo la morte il nulla. Per chi non crede nella trascendenza tale evenienza non crea ansia.

    Si prova disagio ad accettare questa realtà, perché la logica della natura non corrisponde alla vita affettiva o professionale che ci motiva a vivere in salute e longevi.

    Non è la morte a dover far paura ma è l'invecchiamento e tutto ciò che l'invecchiamento porta con sé: fragilità, impotenza, ridotta mobilità, dolori articolari, perdita dei denti, calo della vista e dell'udito, corruzione fisica del corpo. Bisogna arrendersi, accettare il declino del corpo. Questa affermazione sembra l’essenza del nichilismo, ma questa corrente filosofica ha un orizzonte più ampio, non si limita alla nascita e alla morte dell’individuo.

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    Ultima modifica di doxa; 26-12-2025 alle 18:03

  3. #3
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    La filosofia nichilista afferma che l'esistenza umana e l'universo sono privi di significato e di valori assoluti.

    Il nome "nichilismo" deriva dal latino "nihil" (= nulla).

    Il nichilismo può essere considerato da tre prospettive: come assenza di valori, come rifiuto della trascendenza e come sensazione psicologica del nulla. Delle tre prospettive, il mio nichilismo è limitato al rifiuto della trascendenza.

    Viene citato Nietzsche come principale filosofo del nichilismo e si sottolinea come questo concetto, centrale nella filosofia e nella vita quotidiana, influenza comportamenti e fenomeni sociali.

    Il nichilismo nega l'esistenza di valori assoluti, leggi morali universali, e scopi trascendenti (Dio, verità, ecc.) considera la vita come priva di significato intrinseco.

    La condizione umana come passaggio dal nulla originario al nulla finale.

    Nel pensiero occidentale Dio ha rappresentato per secoli e ancora rappresenta il fondamento di ogni valore, la giustificazione dell’ordine morale e del mondo.

    Friedrich Nietzsche nel proclamare la “morte di Dio”, non si riferisce alla scomparsa della divinità, ma alla consapevolezza che i fondamenti religiosi e metafisici tradizionali hanno perso il loro potere normativo e non sono più in grado di orientare l’esistenza degli individui.

    Questo filosofo non si limita a constatare la morte di Dio: egli ne coglie le implicazioni culturali ed esistenziali.

    La “morte di Dio” è un concetto che emerge ne “La gaia scienza” e in “Così parlò Zarathustra”. In essi Nietzsche s’interroga sul destino dell’umanità in seguito alla progressiva erosione della fede cristiana e delle certezze assolute.

    Gli individui emancipandosi dalla religione, dalla metafisica e dalla morale condizionata dalla religione, hanno tolto dalla propria esistenza un fondamento importante, che conduce al nichilismo, alla consapevolezza che non esistono valori eterni dettati da un dio.

    Il nichilismo non è un punto d’arrivo, ma un passaggio necessario verso un nuovo modo di pensare e di esistere.

    Nietzsche interpreta la morte di Dio come l’evento decisivo: l’individuo non può più affidarsi a entità trascendenti per dare significato alla propria vita, ma deve imparare a essere responsabile della creazione dei propri valori. E’ un capovolgimento della prospettiva etica, esistenziale e filosofica.

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    Ultima modifica di doxa; 26-12-2025 alle 17:51

  4. #4
    Opinionista L'avatar di follemente
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    Molto interessante questo thread!

    Non vedo l'ora che continui...

  5. #5
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    Grazie Folle !

    Allora ti offro un approfondimento su Nietzsche.

    L’ultimo evento della vita, la morte, non è altro che la rappresentazione del divenire altro. E tutti abbiamo bisogno di comprendere che cosa ne sarà del nostro io.

    Ma il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889 – 1951) avverte: “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere".

    Nel celebre aforisma 125 de La gaia scienza, Nietzsche mette in scena la figura del folle, che corre in una piazza e annuncia la morte di Dio. Gli astanti ridono per la sua disperazione. Ma il folle non è uno squilibrato: è colui che vede ciò che gli altri non vogliono ancora vedere. Egli dice: "Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!".

    Questa frase è inquietante: è l’umanità la responsabile della scomparsa di Dio. L’uomo l’ha creato e l’uomo lo distrugge.

    Il progresso scientifico, il razionalismo, l’Illuminismo, il pensiero critico: tutto ha contribuito a sottrarre legittimità alla fede religiosa, lasciando l’uomo contemporaneo privo di significati prestabiliti.

    L’immagine del folle introduce un aspetto fondamentale del pensiero di Netzsche: l’inadeguatezza dell’umanità ad accettare le conseguenze della propria emancipazione dalla religione, dai suoi precetti e dogmi.

    Anche se Dio è morto (o per meglio dire "mai nato") l’uomo continua a vivere come se nulla fosse accaduto, aggrappandosi a norme morali e valori che non hanno più radici. In questo risiede, secondo Nietzsche, l’ipocrisia della modernità.

    Le conseguenze etiche e culturali della morte di Dio.

    Se Dio è morto, tutto cambia. Nietzsche ne analizza le conseguenze con impietosa lucidità: senza un Dio garante della verità, non esiste più un criterio oggettivo per distinguere il bene dal male. Le morali tradizionali, fondate su un ordine trascendente, vengono disgregate. La verità cessa di essere un valore assoluto e diventa una costruzione umana, contingente e storicamente determinata.

    L’uomo contemporaneo è esposto alla solitudine metafisica, alla responsabilità della scelta.

    Nietzsche invita a non reagire con il rimpianto o con la restaurazione nostalgica, ma a intraprendere un nuovo cammino.

    La morte di Dio non è solo un lutto, ma anche una possibilità, la possibilità di liberarsi dalla morale del risentimento, tipica del cristianesimo, che esalta la debolezza, la rinuncia, l’umiltà.

    Nietzsche propone una morale fondata sull’affermazione della vita, sull’individualità, sulla forza creativa.

    In risposta al nichilismo suscitato dalla morte di Dio, Nietzsche propone l’immagine dell’oltreuomo (ed anche "super-uomo", Übermensch), colui che ha il coraggio di creare nuovi valori e di vivere senza riferimenti assoluti.

    L’oltreuomo non è un essere biologicamente superiore, ma una figura simbolica ed etica, che incarna la capacità di trasformare il mondo a cominciare da sé stesso.

    La sua forza nasce dalla volontà di potenza, intesa non come dominio sugli altri, ma come energia creatrice, impulso alla vita, capacità di superarsi.

    L’oltreuomo accetta la finitezza dell’esistenza, la caducità dei valori, la contingenza del mondo, e ne fa il punto di partenza per un’esistenza autentica e affermativa.

    In questo contesto, la morte di Dio è l’atto fondatore di una nuova spiritualità immanente.

    L’oltreuomo è l’erede di Dio, non nel significato che ne sostituisce l’autorità, ma nel senso che si assume il compito che prima era attribuito al divino.

    Nietzsche non si limita a constatare la fine della religione: ne analizza anche le radici storiche e psicologiche. La sua critica è spietata: il cristianesimo è per lui una forma di nichilismo passivo, che ha trasformato il rifiuto della sofferenza in un culto del dolore, ha demonizzato la vita terrena in favore di un aldilà fittizio, ha coltivato il senso di colpa, la rinuncia, l’autoannientamento.

    Per Nietzsche la morale cristiana è nata dall’ira degli schiavi verso i padroni, dall’invidia dei deboli verso i forti. I valori come umiltà, compassione e sacrificio sono, secondo questo filosofo, l’espressione di una rivolta mascherata, che ha rovesciato i valori vitali in nome di una giustizia punitiva e vendicativa.

    La morte di Dio è anche liberazione da un sistema di dominio spirituale, che ha soffocato la vita in nome della redenzione.

    Nietzsche invita a ritornare alla terra, al corpo, alla gioia dell’esistenza, riconoscendo nella spiritualità autentica una forma di potenza e non di negazione.

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    Ultima modifica di doxa; 26-12-2025 alle 22:19

  6. #6
    Fantastico 3D doxa!
    Poi Nietzsche è da sempre il mio filosofo "per eccellenza".
    E anche le tue riflessioni sulla vita e sulla morte sono coordinate al suo pensiero ( Anche la nostra vita è alfa e omèga, principio e fine.
    Veniamo dal nulla: nasciamo dall’incontro casuale di uno spermatozoo e un ovulo.
    Finiamo nel nulla, con la morte.
    )
    "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

  7. #7
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    Ciao Kanyu. Un bel saluto a te.

    Ti dedico questo post, perché ti piace la poesia. Argomento su due poeti: Giacomo Leopardi e Ugo Foscolo.

    Giacomo Leopardi e la natura: dall’idillio al considerarla matrigna.

    Nelle prime fasi del suo pensiero, Leopardi concepiva la natura come una madre benevola, un rifugio idilliaco dalle sofferenze della vita.

    Nel tempo la sua riflessione filosofica gli fece cambiare questa visione: la natura divenne una matrigna. Non più un’entità provvidenziale, ma una forza cieca, regolata da leggi immutabili che non tengono conto del bene o del male dell’uomo. Questa concezione, emerge in particolare nella fase del cosiddetto “pessimismo cosmico”.

    “Natura matrigna”: Leopardi giunge a questa definizione dopo aver analizzato il ruolo della natura nella vita dell’individuo e aver constatato che essa non agisce come una madre amorevole, ma come una matrigna crudele.

    Ma la natura è matrigna ? No ! E’ indifferente !.

    Leopardi la definisce “cieca e insensibile”. Crea la vita, ma nel contempo la priva di significato. L’uomo, nel suo tentativo di trovare una ragione alla propria esistenza, si scontra con l’indifferenza della natura, che non offre risposte. Questo concetto lo esprime nei suoi scritti, dove la natura è vista come una forza implacabile, che prosegue il suo corso senza preoccuparsi delle sorti degli individui.

    Tale considerazione evidenzia in lui il significato utilitaristico che le attribuisce, perciò le sue illusioni diventano delusioni.

    Accettare l’indifferenza della natura è il primo passo dell’individuo verso la comprensione della vita e della propria finitudine.

    La vita è un costante andare verso la “fatal quiete”, scrisse Ugo Foscolo nella poesia “Alla sera”.

    Il poeta si rivolge alla sera dicendole che gli è cara perché è l'immagine della quiete e della morte che tutto annulla.

    Mentre è assorto nel pensiero del “nulla eterno” (l’annullamento definitivo) il tempo fugge e con lui le preoccupazioni che lo assillano.

    Il "nulla eterno" è un concetto filosofico e letterario. Allude alla morte, la fine dell'esistenza e di ogni sofferenza: la "fatal quiete".

    Testo:

    “Forse perché della fatal quiete
    tu sei l'immago a me sì cara vieni
    o Sera! E quando ti corteggian liete
    le nubi estive e i zeffiri sereni,

    e quando dal nevoso aere inquiete
    tenebre e lunghe all'universo meni
    sempre scendi invocata, e le secrete
    vie del mio cor soavemente tieni.

    Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
    che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    questo reo tempo, e van con lui le torme

    delle cure onde meco egli si strugge;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    quello spirto guerrier ch'entro mi rugge”.


    In questo sonetto l’ateo Foscolo considera il tramonto adatto alla riflessione. E’ convinto che l’individuo deve affrontare il ciclo vitale che termina con la morte, dopo la quale c’è il “nulla eterno”.

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  8. #8
    Opinionista L'avatar di follemente
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    @ Doxa


  9. #9
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    Buonasera Folle, il tuo applauso merita il ringraziamento. Ti offro anche questo post, l'ultimo.

    La vita umana: dal nulla originario al nulla finale.

    La culla dondola su un abisso e l’esistenza è un fuggevole spiraglio di luce tra due tenebre.

    Dal nulla al nulla”: tra questi due estremi, l’intermezzo, la nostra esistenza storica che ha come stemma evidente la finitudine col suo corteo di interrogativi non solo teorici.

    La morte di Dio è un mito religioso presente in più tradizioni, oltre che un concetto teologico e filosofico.

    La religione più segnata dall'avvento della morte di Dio è il cristianesimo, secondo cui Gesù, figlio di Dio e Dio egli stesso, muore (come uomo) per assumersi i peccati dell'umanità e risorgere in gloria dopo tre giorni.

    Nella mitologia egizia si parla della morte del dio Osiride per mano del malvagio fratello Seth; Osiride viene poi ricomposto e resuscitato dalla moglie e sorella Iside, con l'aiuto di Anubi.

    Nella mitologia greca, Dioniso viene ucciso e fatto a pezzi dai Titani, poi ricomposto da Apollo o fatto reincarnare da Zeus.

    La cosiddetta morte divina è presente anche nelle mitologie nordiche europee anteriori al cristianesimo, segnate dal presentimento di un imminente crepuscolo degli dei e dove spesso il leader del pantheon è in uno stato di agonia per ottenere grandi poteri, come Odino che poi s'impiccò.

    Il passaggio dalla vita originaria a quella finale è un tema complesso che coinvolge vari aspetti della vita umana.

    Il filosofo francese Blaise Pascal nella sua principale opera: “I Pensieri”, si sofferma sulla condizione sospesa dell’individuo di fronte all’infinito e alla morte, che rappresenta il nulla finale.

    La finitezza è il tratto costitutivo della natura umana. L’uomo è un nulla rispetto all’infinito, ma al tempo stesso è un tutto riguardo al nulla. “Egualmente incapace di vedere il nulla dove egli è tratto e l’infinito che lo inghiottisce”.

    Nietzsche è il filosofo a cui fa riferimento la riflessione sulla morte di Dio. Essa si configura, secondo Nietzsche, come una realtà teorica e storica al tempo stesso, che non fonda le sue radici soltanto su un convincimento del filosofo, ma sulla realtà, sulla fine delle illusioni dell'essere umano, che cerca di far fronte creandosi dei sostituti, quali idoli e miti di diversa natura e di varia specie, che diano un senso alla vita ma anche alla morte, in modo che ognuno si veda e si senta realmente ricompensato delle proprie fatiche e delle rinunce immaginandosi di venire un giorno ripagato e premiato nell'oltre-vita, nell’aldilà.

    Francesco Petrarca ci ricorda “La vita fugge e non s’arresta un’ora / e la morte vien dietro a gran giornate”. Questi versi sono nel “Canzoniere”, nel sonetto CCLXXII. Essi fanno riflettere sulla transitorietà della vita e l’inevitabilità della morte.
    In quel sonetto il poeta medita sul tempo che passa e sulla fugacità della vita, un tema ricorrente nella sua opera, specialmente in relazione alla perdita di Laura, la sua amata. L’inevitabile morte è descritta come un’ombra che si avvicina, viene presentata come una presenza costante che segue il passare dei giorni.

    La riflessione petrarchesca invita a pensare alla condizione umana, all’uso del tempo e la necessità di dare significato alla propria esistenza.

    Un altro scrittore, il siciliano Gesualdo Bufalino (1920 – 1996) nei “Pensieri a perdere” scrisse: “La vita: uno squarcio di luce che la morte, come una chiusura lampo, fulmineamente richiude”. E’ interessante l’immagine della chiusura lampo: si apre e si chiude. Nella metafora della vita ad aprirla è la nascita, a chiuderla è la morte. In quel lungo istante che è l’esistenza si cela tutta la nostra storia.

    E’ anche interessante la definizione del pittore Paul Klee (1879 – 1940): “l’arte non rappresenta il visibile, ma l’invisibile che è nel visibile”.

    Il filosofo Emanuele Severino scrisse: "Anche per l’ateo le cose escono dal nulla e vanno nel nulla: l’amico di dio è un folle che crede di aver bisogno di un padrone, di un signore, di un creatore; l’ateo è un folle che crede di non averne bisogno, ma appartengono entrambi alla stessa anima".


    The end

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