Risultati da 1 a 4 di 4

Discussione: Dimenticare

  1. #1
    Opinionista
    Data Registrazione
    30/04/19
    Messaggi
    2,452

    Angry Dimenticare



    Sandor, Axe, Vega i vostri post vi hanno sfinito nel topic dedicato a Sigmund Freud e l’inconscio ? Se non avete più nulla da dirvi in merito, e temete l’ozio, vi propongo di discutere sulla dimenticanza, una delle “strade” virtuali percorse da Freud per raggiungere l’inconscio: l’interpretazione dei lapsus, piccoli errori quotidiani e altre disattenzioni apparentemente insignificanti, ma frequenti, descritte da “zio Sigmund” nel libro "Psicopatologia della vita quotidiana”. Secondo Freud, questi eventi non sono frutto del caso, ma manifestazioni dell’inconscio: segnali della psiche che si esprime anche quando non ne siamo consapevoli.

    Il tema principale è rappresentato dalla memoria, un argomento centrale per la psicoanalisi che fa dei ricordi, della connessione fra le tracce mnestiche attuali e le esperienze passate, l’asse del suo intervento.

    L’interrogativo che si pone Freud riguarda il perché certi avvenimenti subiscano una cancellazione mentre altri si impongono con eccezionale intensità.

    La dimenticanza è causata dalla “manutenzione cognitiva” nella memoria ? In effetti si, perché per il cervello è impossibile e inutile ricordare tutte le informazioni che costantemente gli arrivano. La memoria non è un archivio immutabile, è un sistema dinamico: seleziona, rielabora, dimentica.


    illustrazione di Alberto Ruggieri

    Dimenticare è importante quanto ricordare: questo verbo deriva dal latino “cor” e significa “rimettere nel cuore”; il suo contrario, “scordare”, è l’atto di togliere dal cuore: simbolo universale dell’amore e delle relazioni affettive. Ha radici antiche ed è presente nelle rappresentazioni artistiche.

    Con i nostri ricordi abbiamo un rapporto complesso di amore-odio e l’oblio può essere una necessità. Ma è davvero soltanto il tempo che passa a farci dimenticare la persona amata nel passato ?

    Il potere della mente non è ricordare tutto, ma rimuovere il superfluo. Nella psicoanalisi la rimozione è un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io.

    La dimenticanza impedisce di richiamare alla memoria un ricordo.

    Senza dimenticare non potremmo scegliere chi e cosa ricordare, saremmo intrappolati nei ricordi.
    Ciò accade quando la presentazione di uno stimolo che precedentemente aveva portato con successo al recupero di un ricordo, ora non riesce più a funzionare. In genere, questo tipo di dimenticanza viene percepito come un disturbo oppure un fastidio, come quando si dimentica un appuntamento o non si riesce a dare un nome a un viso conosciuto: il ricordo esiste ma non si riesce a raggiungerlo. Se ne percepisce la presenza, ma non si riesce a riportarlo alla coscienza.

    A livello cognitivo, la possibilità di recuperare specifici ricordi è condizionata da vari fattori, incluse alcune variabili “interne”, che possono essere fisiologiche o emotive, oppure da variabili “esterne”, come contesti ambientali e sociali. Si pensa che queste variabili, interne ed esterne, possano modulare la possibilità di recupero dei ricordi, spostandoli da uno stato di accessibilità a uno di inaccessibilità e viceversa.

    Può essere facile ricordare i dettagli del percorso verso il posto di lavoro effettuato al mattino, invece è improbabile ricordare con eguale sicurezza i dettagli di quel percorso effettuato un mese fa, a meno che in quel tragitto non sia accaduto qualche fatto inusuale e specifico.
    Ultima modifica di doxa; Oggi alle 11:29

  2. #2
    Opinionista
    Data Registrazione
    30/04/19
    Messaggi
    2,452
    Lo scrittore e aforista tedesco Georg Christoph Lichtenberg (1742 – 1799) scrisse: “Una buona memoria è un buon dono di Dio. Ma poter dimenticare è talora un dono divino ancor migliore”. E’ il dono di non aver sempre incombenti nella mente i propri errori, le cattiverie altrui che ci sono state inflitte, le fantasie dispersive, le ostinazioni del passato. Chi non si libera da questa zavorra viene colto dalla depressione.

    “La natura ha concesso all’uomo la felice capacità di dimenticare. Altrimenti non sopporterebbe la vita”
    , scrisse lo svedese Hjalmar Soderberg (1869 – 1941) nel romanzo: “Il gioco serio”.

    Il neuroscienziato Sergio Della Sala, docente nell’università di Edimburgo, ha dedicato un libro alla necessità dell’oblio: “Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio” (edit. Feltrinelli).

    L’autore offre una visione scientifica e accessibile sul funzionamento della memoria e dell’oblio, esplora le forme della dimenticanza, sia fisiologiche che patologiche, ed elogia l’oblio per la sua funzione necessaria, lo considera uno strumento di sopravvivenza e libertà.

    Nella nostra cultura, a scuola, si è sempre insegnato a ricordare, nella convinzione che la conoscenza proceda per accumulazione.

    Nelle culture orali dell’antichità memorizzare era un fattore di primaria importanza, da cui dipendeva la sopravvivenza: prima della scrittura il sapere era fondato sulla capacità di ricordare.

    Ci sono culture, come quella dei Sioux, xhw xonsiderano la memoria e l’oblio due forze che devono convivere: ricordare ciò che conta, dimenticare il superfluo.

    Lo stesso dualismo è presente nella mitologia greca, con Mnemosine, la dea della memoria, e Lete, il fiume dell’oblio.

    Dimenticare è parte integrante della memoria, dice Della Sala. Senza oblio non potremmo selezionare, categorizzare, apprendere, o decidere: per ricordare dove abbiamo parcheggiato la macchina oggi, dobbiamo dimenticare i parcheggi di ieri e quelli precedenti.

    La dimenticanza normale è una funzione adattativa: ci ha aiutato nell’evoluzione a distinguere ciò che era rilevante per sopravvivere.

    “I nostri esperimenti, dice questo neuroscienziato, hanno dimostrato che un potente meccanismo di oblio è l’interferenza, cioè quello che accade nel tempo. Accettando questa ipotesi, si spiega l’oblio meglio che non immaginandolo solo una funzione del tempo. E gli si dà dignità di funzione cognitiva sua propria, che va studiata non semplicemente intendendola come il fallimento dell’apprendimento.

    Nei ricordi dell’infanzia sono ancora vive le serate passate a ripetere rime baciate o alternate, da recitare alla maestra esigente. Tutto quel tempo impiegato a cercare di ricordare la sequenza di “T’amo, pio bove” o della “donzelletta che vien dalla campagna” per scoprire invece l’importanza di dimenticare.

    Ho sostenuto che repetita non iuvant perché la ripetizione non produce ricordi duraturi. Abbiamo visto e maneggiato migliaia di volte la moneta da 50 centesimi, ma pochi ricordano che sul retro c’è la statua di Marco Aurelio: questo è un esempio di come l’esposizione frequente o la semplice ripetizione, non garantiscano il ricordo.

    Ma imparare a memoria è tutt’altro che inutile. L’idea che lo sia deriva da un frainteso, di un’influente teoria sull’apprendimento che si chiama “Livelli di elaborazione”. Se ci limitiamo a sottolineare un testo o evidenziarlo in giallo, il ricordo sarà fragile. Se invece ci fermiamo sul significato e lo colleghiamo ad altre idee, la memoria si rafforzerà: più legami creiamo, più stabile sarà il ricordo.

    Studi di neuroimmagini hanno dimostrato che imparare poesie attiva particolari circuiti cerebrali connessi all’immaginazione e al ragionamento. Leggere poesie è utile, oltre che piacevole”.

    Ancora Della Sala: “Oggi abbiamo i mezzi necessari per memorizzare, registrare, accumulare dati che fanno apparire inadeguato ogni sforzo mnemonico. A ciò si aggiunge la rapidità dei cambiamenti, al punto di mettere in discussione il valore dell’esperienza. Prevale l’abilità a resettare cognizioni, certezze, modalità di fare. Oggi, di fronte allo sviluppo dell’IA, si parla addirittura di «disimparare» a ricordare.

    Il mondo digitale vive un paradosso: da un lato promette uno spazio infinito, dall’altro rivela fragilità sorprendenti, possiamo leggere libri di duemila anni fa, ma non aprire un floppy disk di vent’anni fa. Il naturale equilibrio umano tra ricordare l’essenziale e lasciar andare il superfluo si capovolge: le macchine ricordano tutto, senza intelligenza né ricostruzione, alimentando ansie legate alla perdita di dati o al timore di un bug totale.

    La memoria umana, invece, è selettiva, contestuale, soggetta a oblio e ricostruzione, e proprio per questo efficiente. Imparare da essa potrebbe rendere più sostenibili i sistemi digitali: algoritmi capaci di dimenticare intenzionalmente, imitando i processi cognitivi, trasformerebbero il “dovere di dimenticare” in un diritto nell’era dell’internet eterno.

    Ricordare e dimenticare sono processi complementari e necessari: l’oblio, come scriveva Jorge Luis Borges, è “l’altra faccia della memoria”.

    Il sonno ha proprio questa funzione: elimina ciò che non serve e rafforza ciò che è importante, soprattutto se legato alle emozioni. Durante il sonno elaboriamo ciò che sappiamo e ne raffiniamo il contenuto. Non si impara nulla di nuovo dormendo, tantomeno una nuova lingua, come a volte ci racconta il marketing, ma il sonno ci aiuta a rimettere ordine nei ricordi.

    Siamo portati a pensare alla memoria come a un grande magazzino che si può riempire all’infinito.

    La memoria non è un archivio fisso dove tutto viene incamerato; è un sistema ricostruttivo che vive di equilibrio tra ricordare e dimenticare”.

  3. #3
    Opinionista L'avatar di Vega
    Data Registrazione
    04/05/05
    Messaggi
    17,572
    Traccia mnestica (detta anche engramma): le reti neuronali non sono statiche in assoluto, tanto che gli organismi sono in grado di modifcare il comportamento in base alle esperienze. Informazioni sul'ambiente che vengono immagazzinate con apprendimento e memorizzazione sotto forma di quella che è chiamata traccia mnestica, che produce una modificazione nei neuroni e nelle loro interconnessioni. Molte di queste modificazoni riguardano le sinapsi, che possono aumentare o scomparire, formarsi in punti diversi della membrana del neurone e collegarsi ai neuroni vicini o modulando diversamente la funzionalità propria come sinapsi. Questa è la plasticità sinaptica.

    Memoria esplicita: è quella che è legata a processi cognitivi ed intenzionali, sia come memorizzazione che richiamo informazioni ed anche le correlazioni coscienti con quello che abbiamo già immagazzinato.

    Memoria implicita: è quella che non richiede processi cognitivi sia durante la memorizzazione che nel richiamo delle informazioni. Non sarebbe esprimibile, o non facilmente, con le parole. Si forma più lentamente ed in modo automatico. E' quella che si forma per esempio durante apprendimento di abilità manuali.
    Può essere divisa anche in memoria non associativa, che si forma quando un organismo è esposto più volte allo stesso stimolo e memoria associativa, dove due o più eventi vengono associati per creare una risposta automatica.

    Memoria a breve termine: è quella delle fasi preliminari della memorizzazione, caratterizzata da potenziale labilità. La traccia mnestica puù durare pochi minuti o anche ore ma può venire cancellata da altre inrormazioni in arrivo o essere perturbata da un evento che alteri l'attività delle sinapsi.
    Memoria a lungo termine: alla fase della memoria a breve termine segue quella a lungo termine, dove si consolida la traccia mnestica in maniera duratura.
    Pienamente funzionante e programmata in tecniche multiple

  4. #4
    Opinionista
    Data Registrazione
    30/04/19
    Messaggi
    2,452
    Brava Vega, finalmente hai dedicato un post "anche a me", perché stanca delle contestazioni di Axe.

    Simbolicamente io sono un'oasi di pace nella quale puoi acquietare i tuoi "affanni", le paturnie che ti suscita axe.

    Per premiarti, al tuo elenco dei vari tipi di memoria, aggiungo questi:

    Memoria a lungo termine: è un sistema mentale di archiviazione di durata variabile. Consente di conservare informazioni e ricordi per periodi prolungati. E’ come un hard disk o un dvd.

    Memoria collettiva: è l'insieme dei ricordi, più o meno consci, vissuti o mitizzati da una collettività della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato, secondo la definizione dello storico francese Pierre Nora.

    Il termine “memoria collettiva” fu coniato negli anni ’20 dello scorso secolo dal filosofo e sociologo francese Maurice Halbwachs come estensione e contrapposizione al concetto di memoria individuale.

    La memoria collettiva fa riferimento al patrimonio condiviso di ricordi sui quali una comunità o un gruppo fondano la propria storia e quindi la propria identità. E’ una dimensione sovra-individuale della costruzione del ricordo attraverso la quale la rappresentazione del passato viene condivisa dai membri di un gruppo e comunicata alle future generazioni. Non si limita ad “archiviare” i fatti accaduti, ma dà una interpretazione, un significato coerente nella storia di un gruppo sociale.

    C’è anche la “memoria culturale”: è quel patrimonio collettivo di conoscenze su cui ogni società o nazione fondano la propria identità. Come avviene per l’identità individuale, la memoria culturale riproduce e mantiene l’identità di un popolo riverberandone il ricordo non attraverso circuiti fisici di tipo neurale, ma mediante le forme simboliche di linguaggio, arti, miti, riti e tradizioni della sua cultura.

    Nella memoria culturale confluiscono luoghi, date e oggetti simbolici, costruiscono l’identità collettiva di un popolo o di una nazione.

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
  • Il codice BBAttivato
  • Le faccine sono Attivato
  • Il codice [IMG]Attivato
  • Il codice [VIDEO]Attivato
  • Il codice HTML � Disattivato