
Originariamente Scritto da
doxa
Bauxite ha scritto
Gentile Bauxite, mentre scrivevi il tuo post eri in crisi depressiva ?
La tua noia esistenziale da cosa dipende ? E’ necessaria l’evasione dalla routine quotidiana !
Se domenica mattina vieni a Roma puoi aggregarti al gruppo di arte e cultura di cui faccio parte. Andremo a visitare la nuova stazione “Colosseo” della linea C della metropolitana. Ci farà da guida uno degli archeologi che hanno partecipato ai preliminari lavori di ricerca: ci spiegherà i loro interventi e alcuni dei reperti esposti.
Per farti ridere (non è facile) mi sforzo di “spremere il limone” (= le pagine del libro della citata Barbara Carnevali dedicato a “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio”) per vedere se metaforicamente c’è rimasto del succo, cioè qualche notizia interessante, tale da meritare la tua attenzione in attesa del pranzo.
Gli
“homines aesthetici”
Nel passato l’aristocrazia seduceva la borghesia con il fascino di illusorie apparenze.
In termini di ricchezza e istruzione l’aristocratico e il borghese erano allo stesso livello, ma furono gli aristocratici a fissare le condizioni dell’incontro tra aristocrazia e borghesia, E fu il borghese a sforzarsi di imitare le movenze corporee e facciali, le peculiarità linguistiche dell’aristocratico, a indagarle per cercare conferme del proprio incerto status sociale.
Oltre che per il suo rapporto con le apparenze, questa dinamica sociale si caratterizza per il movimento verso l’alto dei borghesi gentiluomini che, come il “Monsieur Jourdain” di Molière, cercano di imitare lo stile di vita del ceto superiore, cioè di riprodurne l’immagine sociale che contemplano da lontano, con la speranza di assimilarsi, ma la nobiltà rivendicava e segnalava la propria irriducibile differenza sociale costruendosi un’aura che distanzia: “
noli me tangere”.
Il fenomeno della persistenza del prestigio aristocratico, dopo la scomparsa giuridica dell’aristocrazia, fu raccontato da vari scrittori, tra i quali Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo” e da Marcel Proust nel lungo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”, scritto tra il 1906 e il 1922. Questo autore evoca con malinconia un’epoca e l’ambiente sociale aristocratico e borghese in Francia.
Un altro fenomeno suscitato dall’avvento della vita borghese fu l’imporsi della tendenza tra vita estetica, connotata da un’aura aristocratica, ma in senso più intellettuale che sociale, come “nobiltà dello spirito”, e la realtà della vita.
Il
gusto estetico fu il fondamento della cultura nobiliare d’Ancien Régime; le cui pratiche erano esplicitamente e vistosamente estetiche, perché destinate alla rappresentazione pubblica del rango: cerimoniali orientati alla messa in scena, all’ostentazione e al suo effetto sulla percezione delle persone.
Ma cos’è il gusto estetico ? Per giudicare il bello è necessario il gusto estetico: settore della filosofia che si occupa della definizione del bello naturale artistico e del giudizio: la capacità di vedere e apprezzare la bellezza e sentirsene soddisfatti.
Il filosofo britannico di origine irlandese Edmund Burke (1729 – 1797) scrisse che “un gusto errato è un difetto di giudizio”, trasferendo la nozione di gusto "estetico" verso la razionalità anziché al sentimento.
