“Springsteen: Deliver me from Nowhere” (2025) di Scott Cooper
L’anno passato di questi tempi si parlava del film su Bob Dylan e dei suoi primi anni di carriera. Alla fine dell’anno è arrivato nelle sale quello su Springsteen, sicuramente il più vivace tra i discepoli di Dylan essendo influenzato anche dai dischi della Sun Records e dal rhythm blues di Van Morrison, con almeno tre album capolavori usciti tra gli anni settanta e l’inizio del decennio successivo e un live show tra i migliori di sempre. Il film è ambientato subito dopo il trionfale tour di “The River” quando l’artista è alle prese con una crisi esistenziale. Aveva raggiunto tutto quello che desiderava da ragazzo, ma ora era cresciuto e non gli bastava più fare dischi, conferenze stampa, tours. Ecco che nasce “Nebraska” disco acustico registrato in casa che manifesta la disperazione attraverso una manciata di brani con i quali viene descritta l’America di quegli anni, quella di Reagan. Disco avversato dalla casa discografica per la mancanza totale di contenuto commerciale, scritto più per se stesso che per il pubblico. Il film non è male proprio quando descrive la scelta di Bruce di far uscire il disco in quella forma, meno quando rappresenta con flash back in bianco e nero grigio topo i problemi avuti con il padre e che si trascineranno in età adulta, come pure il rapporto con la sua ragazza dell’epoca e in generale con il suo entourage e i suoi amici indugiando fin troppo sulle sue difficoltà del periodo. Bellissima la versione elettrica dal vivo di “Atlantic City” con cui si chiude il film.
Springsteen: Deliver me from Nowhere **



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