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Discussione: Le apparenze sociali

  1. #1
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    Le apparenze sociali

    “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”: questo aforisma è attribuito a Oscar Wilde.

    La citazione vuol evidenziare che le persone cosiddette “superficiali” tendono a valutare gli altri in base alle loro apparenze (“l’abito fa il monaco”) anziché considerare il loro vero valore.

    Wilde sottolinea l’importanza di valutare le persone dai loro comportamenti, dalle loro azioni, non solo dal loro aspetto.

    Per saperne di più, ieri ho acquistato il libro titolato “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio” (edito recentemente da Il Mulino), scritto dalla filosofa Barbara Carnevali, docente di “Estetica sociale” nell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.



    L’autrice indaga la relazione tra apparenze sociali e identità. Il modo in cui ci mostriamo, ci atteggiamo o ci comportiamo pubblicamente viene notato e giudicato dagli altri.

    La Carnevali invita a guardare le persone come se fossero un oggetto estetico.

    Nella prefazione l’autrice dice:

    “viviamo nell’epoca dell’esposizione totale, del diffondersi dilagante di pratiche di auto-esibizione e messa in scena di sé. Esperienze un tempo elitarie, riservate a un ristretto numero di individui che praticavano la “pubblicità” professionalmente, come le star del cinema o le figure politiche, stanno diventando sempre più popolari e quotidiane. Anche le persone comuni hanno acquisito notevole competenza nel produrre e manipolare la propria immagine pubblica, anche se non sempre nel padroneggiarla: curano i propri profili sui social media: si scambiano fotografie, video, selfie; si raccontano per immagini (sempre di più) e per parole (sempre di meno), tenendo una sorta di diario digitale che, a differenza di quello delle nostre nonne, sigillati con un lucchetto e rinchiusi nel comodino, vengono condivisi in rete con decine, a volte migliaia di follower, queste strane figure a metà tra l’amico e il fan.

    Le nuove forme di autorappresentazione spopolano soprattutto tra le generazioni più giovani, che non hanno mai conosciuto altre modalità di socializzazione”.


  2. #2
    Dall'introduzione, sembra descrivere una (banale) realtà quotidiana.
    Trae delle conclusioni interessanti e, soprattutto, originali?
    Quando l'hai terminato, fammi sapere!

  3. #3
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    Ciao Carlino, "cammin facendo" racconterò ciò che leggo e se il testo lo reputo interessante o meritevole del bookcrossing



    Nel primo capitolo la Carnevali dice: "Ciò che sappiamo degli altri, e ciò che gli altri sanno di noi, si fonda sulle apparenze. Nessuno ha accesso diretto all'interiorità altrui, ai pensieri delle altre persone".

    Nel rapportarsi con i propri simili gli esseri umani non possono evitare di guardare le cose per come appaiono. E, paradossalmente, più danno importanza alla realtà nascosta, più devono concentrare la loro attenzione su ciò che è visibile e percepibile.

    E’ il modo in cui le persone appaiono a fornire il medium dei loro rapporti reciproci.

    Le apparenze sono le condizioni fisiologiche della socialità. Condizionano i nostri rapporti sociali.

    La filosofa autrice del libro invita a guardare la società come un oggetto estetico, considerando il valore delle apparenze. Esse proiettano il loro aspetto, l’aura delle persone.

    Le apparenze sono come uno schermo, condizionano i nostri rapporti sociali, sono un inseparabile biglietto da visita, presentando anticipatamente agli altri le nostre generalità, plasmano e influenzano la nostra comunicazione con loro.

    Nella rappresentazione sociale, l’apparenza è come una maschera, mostra nascondendo, rivela un aspetto e ne copre un altro. Tramite essa si mostra qualcosa che sembra essere, ma che forse non è.

    Come una maschera, l’apparenza sociale è sempre sospetta: può celare, deformare la realtà.

    Le apparenze sono il tramite con cui si calibrano i rapporti reciproci tra persone, tra la realtà soggettiva, privata e segreta, e la realtà oggettiva, accessibile e pubblica.

    Quella dell’apparire è sempre una duplice funzione: espositiva ma anche protettiva.

    La filosofia dell’apparire sociale intrapresa in questo libro dalla filosofa Carnevali si scontra con varie diffidenze, che impediscono di prendere troppo sul serio questa dimensione della vita umana.

  4. #4
    Da quanto dici...sento odore di "già letto"...
    Attendo il seguito.

  5. #5
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    Da un punto di vista soggettivo la vanità è narcisismo, ossessionato dalla propria immagine pubblica, che ha bisogno di trovare conferme di sé.

    Che il mondo sociale somigli a un teatro, e che tra l’arte dell’attore e quella di vivere con gli altri esista l’affinità, è un topos antico, dice Barbara Carnevali.

    Di questa linea di pensiero, che si è riconosciuta in una concezione spettacolare della società, compiacendosi di paragonare la vita a una commedia, è lo scrittore, filosofo e gesuita spagnolo Baltasar Graciàn (1601 – 1658): nel suo libro titolato “Oràculo manual”, nel quale ha scritto metafore dedicate alla maschera, gli spettatori, il sipario, il palcoscenico. I suoi aforismi offrono la trasposizione del realismo politico di Machiavelli al regno delle apparenze mondane. Ecco un suo aforisma:

    Realtà e apparenza: le cose non passano per ciò che sono, ma per quello che appaiono; sono pochi quelli che guardano dentro , molti quelli che si accontentano dell’apparente.

    La tradizione moralistica occidentale ha sviluppato il suo specifico metodo di conoscenza sociale tramite due approcci complementari:
    l’osservazione dei comportamenti degli individui e lo smascheramento delle stesse apparenze, come nel trattato titolato “La fausseté des vertus humaine (1677 – 1678), scritto da Jacques Esprit come manifesto della demistificazione cui deve essere sottoposta ogni sembianza percepita.

    Apparenza è tutto ciò che offriamo alla percezione altrui. Dalle parole che diciamo ai vestiti che indossiamo, dalle espressioni del volto ai gesti, agli accessori con i quali ci orniamo.

    Altre sembianze minori: tic, posture corporee, odori, rossori, sguardi fugaci, modulazioni della voce: spesso sono tanto più appariscenti quanto più sono considerate insignificanti. Il loro specifico modo d’essere evoca il fermo immagine. I singoli fotogrammi dell’apparire permettono le immagini sociali, le figure, gli insiemi di sembianze che mediano i rapporti tra soggetti e che compongono la sostanza estetica del sociale.

    Carlino hai ragione: "ho preso na sola", nel libro ci sono troppe digressioni filosofiche, e come si sa i filosofi oltre che essere astrusi sono noiosi, incapaci di esporre le loro idee in modo divulgativo, perciò non prolungo il topic.

    Mi consola il pensiero che mi libererò del libro lasciandolo nello scaffale dedicato al bookcrossing. In tale scaffale a volte trovo libri che mi interessano.

  6. #6
    Opinionista L'avatar di Ninag
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    A questo proposito vi segnalo il film" The Substance" con Demi Moore. Quando l'esteriorità prende il sopravvento sulla sostanza.

  7. #7
    Opinionista L'avatar di axeUgene
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    Citazione Originariamente Scritto da doxa Visualizza Messaggio
    Carlino hai ragione: "ho preso na sola", nel libro ci sono troppe digressioni filosofiche, e come si sa i filosofi oltre che essere astrusi sono noiosi, incapaci di esporre le loro idee in modo divulgativo, perciò non prolungo il topic.

    Mi consola il pensiero che mi libererò del libro lasciandolo nello scaffale dedicato al bookcrossing. In tale scaffale
    forse il genovese raccomanda altro punto di vista: i gendarmi che difficilmente vengono meno al loro dovere quando sono in grande uniforme;
    rappresentazione e narrazione di sé sono spesso elementi costitutivi di identità e affidamento.
    c'� del lardo in Garfagnana

  8. #8
    la viaggiatrice L'avatar di dark lady
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    Che l'apparenza conti, e molto, al di là di quanto la narrazione della body positive vuole far credere, è vero.
    La nostra società è fondata su questo.
    Poco importa che sia giusto o sbagliato, eticamente e moralmente parlando. E' un dato di fatto.
    Poi certo, nel nostro piccolo possiamo vivere dando importanza a cose diverse. Ma di fatto in questa cultura ci siamo nati e in un certo modo ci condiziona.
    Riuscire ad andare oltre significa saper fare un'analisi molto profonda di sè stessi e di quanto sotto gli strati qualcosa ci possa colpire più o meno positivamente.
    Come appunto cita Axe parlando del sommo poeta: la divisa ti fa pensare a qualcosa che ti trasmetta sicurezza. Poi nella realtà non sempre è così e anche tra chi porta la divisa trovi persone poco raccomandabili.
    “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

    Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

  9. #9
    Citazione Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
    forse il genovese raccomanda altro punto di vista: i gendarmi che difficilmente vengono meno al loro dovere quando sono in grande uniforme;
    rappresentazione e narrazione di sé sono spesso elementi costitutivi di identità e affidamento.
    Ci fidiamo di chi "sa rappresentarsi e raccontarsi" in modo coerente e riconoscibile, ed i filosofi ne parlano da secoli. Spulciando la mia raccolta di Bignami :

    1. Platone - Apologia di Socrate (28b–30c; 38a–38b)
    Socrate contrappone apparire giusto ed essere giusto davanti alla città.
    Mostra che la reputazione pubblica è potente ma eticamente inaffidabile. L'identità non coincide con la narrazione sociale, ma ne subisce il giudizio.

    2. David Hume - Trattato sulla natura umana Libro I,
    Hume mostra che l’io è una costruzione narrativa che tiene insieme percezioni nel tempo.
    Senza questa continuità raccontata, non c’è identità stabile, quindi nemmeno fiducia.
    Che presuppne, per essere affidabile, un "sé" narrabile e coerente

    3. Paul Ricoeur - "Soi-même comme un autre" (Etude VI "L'Identité narrative" )
    Ricoeur formalizza che l’identità personale esiste come storia raccontabile, e che la promessa (quindi la fiducia) dipende da questa continuità narrativa.

    Che poi, senza troppo bla-bla, si sintetizza in Platone che diffida del "racconto pubblico", Hume per quale il "racconto" é il "sé" e Ricoeur per il quale il "racconto" é fondamento della fiducia.

    Per concludere il giro turistico in biblioteca, tre "pezzi da 90"

    Aristotele - Etica Nicomachea Libri I -IV
    L’identità morale si vede nelle azioni, non nelle intenzioni: la fiducia nasce dalla coerenza pratica visibile.

    Hegel - Fenomenolgia dello spirito cap. IV "Autocoscienza"
    Non esisti socialmente senza riconoscimento, in quanto l’identità è relazionale, non privata: condizione dell'essere qualcuno é "apparire" all'altro.

    Nietzche - Genealogia della morale - Al di là del bene e del male
    L’io è una interpretazione, non un fatto, in quanto i valori nascono da narrazioni dominanti.
    Chi impone il racconto, definisce chi vale e chi no.

    E si conclude, in pillole:
    Aristotele: identità = coerenza delle azioni visibili.
    Hegel: identità = riconoscimento pubblico.
    Nietzsche: identità = interpretazione vincente.

    E ne conseguono:
    l' etica pratica (Aristotele)
    la struttura sociale (Hegel)
    l'analisi critica delle origini (Nietzsche)


    Per completezza, e "par condicio" verso chi é partito sbattendo la porta :

    Cristo non nega che le apparenze contino; nega che decidano il valore dell’uomo.
    La filosofia lo ha spiegato, analizzato, storicizzato; il Vangelo lo ha detto in una frase:
    "Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate con giusto giudizio." - (Vangelo di Giovanni, 7,24)

    È la formula evangelica, quella più diretta che riassume tutto il discorso su apparenza, giudizio, valore e giustizia.
    IMHO

  10. #10
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    Axe ha scritto

    forse il genovese raccomanda altro punto di vista
    Axe, ma chi è sto genovese ? Da do "esce fora così all'improvviso ?"

    Ho promesso a Carlino di non proseguire nella descrizione dei capitoli del libro della Carnevali, ma non è "igienico" lasciare un post striminzito con la sola mia domanda ad Axe, allora vi faccio leggere il post che avevo preparato e non pubblicato nel forum.


    L’immagine sociale può essere involontaria, come nel caso dell’aristocratico che ha in sé l’aura derivante dal suo titolo nobiliare, oppure volontaria, cercata, per esempio con i tentativi di frequentare gente più bella o più famosa per essere socialmente più appariscenti approfittando del “riflesso di luce” proiettato da un altro/a.

    Un altro esempio è il name-dropping: durante una conversazione nominare come per caso personaggi famosi o che hanno il potere, per dare ad intendere a chi ascolta di essere loro amico, al fine di suscitare ammirazione nell’interlocutore.

    La scrittrice londinese Virginia Woolf (1882 – 1941) disse che “l’essenza dello snobismo è il desiderio di fare colpo sugli altri” (vedi V. Woolf: “Sono una snob ?” in “Momenti di essere. Scritti autobiografici”) “e prima ancora su sé stessi” avrebbe precisato il filosofo francese Jules de Gaultier (1858 – 1942), conosciuto per la sua teoria del “bovarismo”: la facoltà concessa all’individuo di “considerarsi diverso da ciò che è”.

    Il bovarismo è una corrente di pensiero sviluppata nella seconda metà del XIX secolo. Deriva dal celebre romanzo “Madame Bovary”, scritto dal francese Gustave Flaubert. La protagonista, sempre insoddisfatta di tutto ciò che la circonda, non fa nulla per evitare questa sua situazione.

    Il concetto di bovarismo definiva la tendenza di alcuni artisti ad allontanarsi dalla monotonia della vita di provincia per recarsi a vivere a Parigi. La deludente esperienza nella metropoli li costringeva a tornare dove erano partiti.

    Per lo snob è necessario nascondersi dietro una parvenza di “superiorità”, dare di sé stesso un’immagine diversa dalla sua, “rivestita” di apparenze che gli danno l’opportunità di ingannarsi riguardo alla sua personalità.

    L’abilità con cui delle persone (cortigiani, adulatori) riescono a creare questa impressione “dandosi delle arie” che non sono proprie è un caso esemplare di costruzione estetica del prestigio.

    La transitiva apparenza prestigiosa evoca il “rito dell'incorporazione perpetua”, che si celebra quando i candidati completano il tirocinio di formazione religiosa.

    Dal punto di vista oggettivo i vari livelli di apparenza uniti in forma sintetica, offrono l’aspetto totale della persona; dal punto di vista soggettivo unifica le tre dimensioni (cognitiva, estetica e morale) in un unico stato emotivo, che si traduce in una reazione di simpatia o antipatia.

    La mescolanza di percezione e di gusto è il principio della fisiognomica sociale: disciplina pseudo scientifica che vorrebbe essere scientifica ma non lo è, perché non soddisfa i criteri tipici della scientificità. La fisiognomia pretende di dedurre i tratti psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine deriva dalle parole greche physis (natura) e gnosis (conoscenza).


  11. #11
    Cosmo-Agonica L'avatar di Bauxite
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    Molte persone avanzano per come si raccontano agli altri.
    Nel senso letterale del verbo raccontare ma anche nella convinzione di essere come si raccontano a sé e agli altri.
    Via via sono fragili, forti, emotivi, combattivi, arresi, leoni, ermellini...
    E tutti trovano chi ascolti, si persuada o si finga persuaso, chi resta ammaliato e chi si conturba incuriosito.

    Mi annoiano tutti

    Mi annoia anche immaginare che possano incuriosirsi di me, che non racconto e non sono raccontata.

    Quanto rincoglionimento c'è al mondo.
    Speriamo de fini'.




    Axe si riferiva a De Andrè.

    Per contribuire alla discussione,
    aggiungo una delle mie preferite:

    LOCUTA LUTETIA

    Se il mondo va alla malora
    non è solo colpa degli uomini
    Così diceva una svampita
    pipando una granita col chalumeau
    al Café de Paris

    Non so chi fosse. A volte il Genio è quasi
    una cosa da nulla, un colpo di tosse

    Eugenio Montale

    (da Quaderno di quattro anni, Mondadori, 1977)

  12. #12
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    Bauxite ha scritto

    E tutti trovano chi ascolti, si persuada o si finga persuaso, chi resta ammaliato e chi si conturba incuriosito.

    Mi annoiano tutti

    Mi annoia anche immaginare che possano incuriosirsi di me, che non racconto e non sono raccontata.
    Gentile Bauxite, mentre scrivevi il tuo post eri in crisi depressiva ?

    La tua noia esistenziale da cosa dipende ? E’ necessaria l’evasione dalla routine quotidiana !

    Se domenica mattina vieni a Roma puoi aggregarti al gruppo di arte e cultura di cui faccio parte. Andremo a visitare la nuova stazione “Colosseo” della linea C della metropolitana. Ci farà da guida uno degli archeologi che hanno partecipato ai preliminari lavori di ricerca: ci spiegherà i loro interventi e alcuni dei reperti esposti.

    Per farti ridere (non è facile) mi sforzo di “spremere il limone” (= le pagine del libro della citata Barbara Carnevali dedicato a “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio”) per vedere se metaforicamente c’è rimasto del succo, cioè qualche notizia interessante, tale da meritare la tua attenzione in attesa del pranzo.

    Gli “homines aesthetici”



    Nel passato l’aristocrazia seduceva la borghesia con il fascino di illusorie apparenze.

    In termini di ricchezza e istruzione l’aristocratico e il borghese erano allo stesso livello, ma furono gli aristocratici a fissare le condizioni dell’incontro tra aristocrazia e borghesia, E fu il borghese a sforzarsi di imitare le movenze corporee e facciali, le peculiarità linguistiche dell’aristocratico, a indagarle per cercare conferme del proprio incerto status sociale.

    Oltre che per il suo rapporto con le apparenze, questa dinamica sociale si caratterizza per il movimento verso l’alto dei borghesi gentiluomini che, come il “Monsieur Jourdain” di Molière, cercano di imitare lo stile di vita del ceto superiore, cioè di riprodurne l’immagine sociale che contemplano da lontano, con la speranza di assimilarsi, ma la nobiltà rivendicava e segnalava la propria irriducibile differenza sociale costruendosi un’aura che distanzia: “noli me tangere”.

    Il fenomeno della persistenza del prestigio aristocratico, dopo la scomparsa giuridica dell’aristocrazia, fu raccontato da vari scrittori, tra i quali Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo” e da Marcel Proust nel lungo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”, scritto tra il 1906 e il 1922. Questo autore evoca con malinconia un’epoca e l’ambiente sociale aristocratico e borghese in Francia.

    Un altro fenomeno suscitato dall’avvento della vita borghese fu l’imporsi della tendenza tra vita estetica, connotata da un’aura aristocratica, ma in senso più intellettuale che sociale, come “nobiltà dello spirito”, e la realtà della vita.

    Il gusto estetico fu il fondamento della cultura nobiliare d’Ancien Régime; le cui pratiche erano esplicitamente e vistosamente estetiche, perché destinate alla rappresentazione pubblica del rango: cerimoniali orientati alla messa in scena, all’ostentazione e al suo effetto sulla percezione delle persone.

    Ma cos’è il gusto estetico ? Per giudicare il bello è necessario il gusto estetico: settore della filosofia che si occupa della definizione del bello naturale artistico e del giudizio: la capacità di vedere e apprezzare la bellezza e sentirsene soddisfatti.

    Il filosofo britannico di origine irlandese Edmund Burke (1729 – 1797) scrisse che “un gusto errato è un difetto di giudizio”, trasferendo la nozione di gusto "estetico" verso la razionalità anziché al sentimento.

    Ultima modifica di doxa; 16-01-2026 alle 16:23

  13. #13
    la viaggiatrice L'avatar di dark lady
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    Citazione Originariamente Scritto da Bauxite Visualizza Messaggio
    Molte persone avanzano per come si raccontano agli altri.
    Nel senso letterale del verbo raccontare ma anche nella convinzione di essere come si raccontano a sé e agli altri.
    Via via sono fragili, forti, emotivi, combattivi, arresi, leoni, ermellini...
    E tutti trovano chi ascolti, si persuada o si finga persuaso, chi resta ammaliato e chi si conturba incuriosito.

    Mi annoiano tutti

    Mi annoia anche immaginare che possano incuriosirsi di me, che non racconto e non sono raccontata.

    Quanto rincoglionimento c'è al mondo.
    Speriamo de fini'.




    Axe si riferiva a De Andrè.

    Per contribuire alla discussione,
    aggiungo una delle mie preferite:

    LOCUTA LUTETIA

    Se il mondo va alla malora
    non è solo colpa degli uomini
    Così diceva una svampita
    pipando una granita col chalumeau
    al Café de Paris

    Non so chi fosse. A volte il Genio è quasi
    una cosa da nulla, un colpo di tosse

    Eugenio Montale

    (da Quaderno di quattro anni, Mondadori, 1977)
    E come mai non ti piace raccontarti?
    Comunque è vero, una riflessione che condivido.
    “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

    Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

  14. #14
    Cosmo-Agonica L'avatar di Bauxite
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    Citazione Originariamente Scritto da doxa Visualizza Messaggio
    Bauxite ha scritto



    Gentile Bauxite, mentre scrivevi il tuo post eri in crisi depressiva ?

    La tua noia esistenziale da cosa dipende ? E’ necessaria l’evasione dalla routine quotidiana !

    Se domenica mattina vieni a Roma puoi aggregarti al gruppo di arte e cultura di cui faccio parte. Andremo a visitare la nuova stazione “Colosseo” della linea C della metropolitana. Ci farà da guida uno degli archeologi che hanno partecipato ai preliminari lavori di ricerca: ci spiegherà i loro interventi e alcuni dei reperti esposti.

    Per farti ridere (non è facile) mi sforzo di “spremere il limone” (= le pagine del libro della citata Barbara Carnevali dedicato a “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio”) per vedere se metaforicamente c’è rimasto del succo, cioè qualche notizia interessante, tale da meritare la tua attenzione in attesa del pranzo.

    Gli “homines aesthetici”



    Nel passato l’aristocrazia seduceva la borghesia con il fascino di illusorie apparenze.

    In termini di ricchezza e istruzione l’aristocratico e il borghese erano allo stesso livello, ma furono gli aristocratici a fissare le condizioni dell’incontro tra aristocrazia e borghesia, E fu il borghese a sforzarsi di imitare le movenze corporee e facciali, le peculiarità linguistiche dell’aristocratico, a indagarle per cercare conferme del proprio incerto status sociale.

    Oltre che per il suo rapporto con le apparenze, questa dinamica sociale si caratterizza per il movimento verso l’alto dei borghesi gentiluomini che, come il “Monsieur Jourdain” di Molière, cercano di imitare lo stile di vita del ceto superiore, cioè di riprodurne l’immagine sociale che contemplano da lontano, con la speranza di assimilarsi, ma la nobiltà rivendicava e segnalava la propria irriducibile differenza sociale costruendosi un’aura che distanzia: “noli me tangere”.

    Il fenomeno della persistenza del prestigio aristocratico, dopo la scomparsa giuridica dell’aristocrazia, fu raccontato da vari scrittori, tra i quali Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo” e da Marcel Proust nel lungo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”, scritto tra il 1906 e il 1922. Questo autore evoca con malinconia un’epoca e l’ambiente sociale aristocratico e borghese in Francia.

    Un altro fenomeno suscitato dall’avvento della vita borghese fu l’imporsi della tendenza tra vita estetica, connotata da un’aura aristocratica, ma in senso più intellettuale che sociale, come “nobiltà dello spirito”, e la realtà della vita.

    Il gusto estetico fu il fondamento della cultura nobiliare d’Ancien Régime; le cui pratiche erano esplicitamente e vistosamente estetiche, perché destinate alla rappresentazione pubblica del rango: cerimoniali orientati alla messa in scena, all’ostentazione e al suo effetto sulla percezione delle persone.

    Ma cos’è il gusto estetico ? Per giudicare il bello è necessario il gusto estetico: settore della filosofia che si occupa della definizione del bello naturale artistico e del giudizio: la capacità di vedere e apprezzare la bellezza e sentirsene soddisfatti.

    Il filosofo britannico di origine irlandese Edmund Burke (1729 – 1797) scrisse che “un gusto errato è un difetto di giudizio”, trasferendo la nozione di gusto "estetico" verso la razionalità anziché al sentimento.

    Grazie per l'invito, ma è praticamente infattibile.

    Grazie per la domanda in merito ad una crisi depressiva ma non ne soffro
    Non ho nemmeno crisi esistenziali o affini.

  15. #15
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    Hyacinthe Rigaud, Luigi XIV di Francia (il “Re Sole”), olio su tela, 1701, Museo del Louvre, Parigi

    Denominazione del dipinto: “Ritratto di Luigi XIV con gli abiti dell'incoronazione”, realizzato dal pittore di corte Hyacinthe Rigaud. Venne commissionato da Luigi XIV per soddisfare una richiesta di suo nipote, Filippo V di Spagna: avere un ritratto del sovrano francese.

    L'esecuzione piacque a Luigi XIV e il quadro lo tenne per sé nella reggia di Versailles.
    Divenne il ritratto ufficiale di Luigi XIV e la sua immagine si diffuse non solo in Francia, ma in varie parti del mondo.

    Per il nipote, Filippo V di Spagna, fece fare una copia.

    Durante il regno del “Re Sole” la forma di governo era di tipo “assolutista”. Nel periodo della Rivoluzione francese fu denominata “Ancien Régime”: espressione usata con riferimento al sistema di governo precedente: la monarchia assoluta. All’epoca quel termine aveva una connotazione dispregiativa e con tale significato, per estensione, venne usato anche per le altre monarchie europee con sistemi di governo simili.

    “Celui qui n'a pas vécu au dix-huitième siècle avant la Révolution ne connaît pas la douceur de vivre et ne peut imaginer ce qu'il peut y avoir de bonheur dans la vie" (= Chi non ha vissuto nel diciottesimo secolo prima della Rivoluzione non conosce la dolcezza del vivere e non può immaginare quale felicità possa esserci nella vita”, scrisse l’aristocratico Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord).

    Il sociologo Norbert Elias (1897 - 1990) in due suoi noti libri (“La società di corte”, pubblicato nel 1980 da “Il Mulino”, e “La civiltà delle buone maniere”, pubblicato da Il Mulino nel 1982) descrive la differenza di valori tra l’antica élite e la borghesia: l’ethos non più incentrato sulla ricerca dell’immagine positiva nel giudizio degli altri. La borghesia emarginò il savoir-faire estetico che aveva plasmato l’esistenza dell’aristocrazia di corte.

    Nell’Ancien Régime per i ricchi era importante la raffinata disposizione della casa e del parco, la decorazione delle stanze in modo più intimo o elegante a seconda della moda, rispettando le convenzioni sociali.

    L’aspetto esteriore di quelle persone di corte che vivevano di rendita fa comprendere quale importanza abbia avuto il cambiamento di alcuni valori sociali successivi alla Rivoluzione nel modellare e rielaborare nuove usanze . Quasi tutto ciò che la società di corte dei secoli XVII e XVIII aveva creato (la danza, le sfumature del saluto, la vita mondana, i dipinti con i quali ornavano la propria casa, la formalità di una richiesta di matrimonio o il risveglio mattutino di una dama) fu spostata nell’ambito privato e non furono più al centro delle influenze formatrici della società.

    Dal tardo Medioevo alla fine del ‘700 l’élite europea ha coltivato per secoli il sapere e l’arte delle apparenze, accumulando competenze estetiche: le pratiche aristocratiche che esaltano il gusto estetico, il controllo e il raffinamento dell’apparenza.

    La cultura delle apparenze è stata per lungo tempo appannaggio di chi viveva di rendite: aveva interesse a diffonderla per esigenze di rango.

    Il mantenimento di uno stile di vita elegante e dispendioso, il decoro, la cortesia, la rappresentanza, erano un imperativo motivato dalle apparenze.

    L’educazione del gusto estetico necessita di mezzi finanziari appropriati: la possibilità di viaggiare, frequentare musei, possedere e collezionare opere d’arte.

    L’agiatezza economica era la condizione determinante per la “vita estetica”, per imporre il loro gusto come dominante.

    “Salvare le apparenze” era l’imperativo che riassumeva i loro valori sociali: la ricerca del “lustro”, il controllo della propria immagine, l’attenzione alle modalità, la tendenza alla stilizzazione di gesti e comportamenti, il decoro.

    Invece nel nostro tempo, dicono, che vige il contrario della distinzione: domina il gusto estetico del vulgus, del popolo-massa indistinto e indifferenziato.


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