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Opinionista
Quattro film in concorso a Cannes.
“The History of Sound” (2025) di Oliver Hermanus
Una coppia di ragazzi è unita dalla musica folk tradizionale che ascoltano e cantano nei locali americani. La prima guerra mondiale li dividerà per qualche tempo, per poi rincontrarsi e decidere di girare in lungo e in largo il paese alla ricerca di vecchi brani da registrare e conservare affinché non vengano perduti. La seconda parte del film si apre con delle belle immagini di Tarquinia dove il protagonista interpretato da Paul Mescal si è trasferito; il folk sostituito dai tipici cori di chiesa, la lingua parlata, l’italiano. Successivamente si sposta a Oxford ed è qui che l’uomo avrà dei dubbi sui suoi sentimenti. Il film era in concorso a Cannes e ha il limite di avere un ritmo fin troppo compassato che rende meno piacevole la visione. C’è inoltre la presunzione di voler raccontare come la tecnica di registrazione della musica sia nata, ma alla fine il film appare come la biografia sdolcinata del protagonista. Poi c’è appunto lui, Paul Mescal, visto anche in Hamnet, attore a mio parere sopravvalutato.
The History of Sound **
“Nouvelle Vague” (2025) di Richard Linklater
Una finestra sulla più importante corrente cinematografica francese che fece a pezzi i canoni tradizionali del cinema di allora, sia nei temi trattati che nel modo in cui venivano presentati. Il film si apre con la proiezione di “I 400 colpi” di Truffaut e continua con le riprese di “Fino all’ultimo respiro” di Godard, con Belmondo e Seberg. In mezzo la presentazione di tutti i protagonisti della Nouvelle Vague compreso Rossellini considerato come la principale fonte di ispirazione. Di Linklater nel 2025 abbiamo visto “Blue Moon”, anche in quel caso dedicato ad alcuni artisti ma della canzone americana. In Nouvelle vague si nota come Godard girando “All’ultimo respiro” improvvisi giorno per giorno su cosa raccontare e senza chiedere agli attori di ripetere le scene; tutto è legato alla spontaneità e al quotidiano ed esprimendo quello che i giovani, in un’epoca di grandi trasformazioni, si aspettavano dalla vita. Bianco e nero che non ti fa vergognare, anticato al punto giusto che sembra uscire da riprese dell’epoca, alla fine mi è venuta voglia di riguardare l’originale.
Nouvelle Vague ***
“O Agente Secreto” (2025) di Kleber Mendonca
Ancora un film ambientato durante la dittatura dei militari in Brasile, dopo il pluripremiato “Ainda Astou Aqui” dell’anno passato. In questo caso l’oppressione è soltanto velata, si manifesta con metodi mafiosi ormai radicati all’interno di ambienti vicini alla giunta militare. Nella prima parte viene definito il raggio d’azione di alcuni personaggi senza svelare il loro ruolo all’interno della vicenda che si sviluppa a strati. A Cannes il film si è portato a casa il premio per la miglior regia che presenta uno stile tipicamente anni ’70, cinemascope, fotografia che pare analogica ma non lo è; il film ha il difetto di non focalizzare bene la storia, si rimane in attesa che succeda qualcosa che alla fine arriva ma non è quello che ci si aspettava, è più che altro legato alla memoria di un periodo e al popolo che l’ha vissuto. Però la forma è inappuntabile.
O Agente Secreto ***
“Alpha” (2025) di Julia Ducournau
La vita di Alpha è un inferno. Di origine araba, vive con la madre e con lo zio accolto in casa per tentare di tenerlo lontano dall’eroina. Sul braccio della ragazza appare incisa la lettera A, forse fatta con un ago infetto che potrebbe pietrificare il suo corpo per via di un virus e per questo i compagni di classe si tengono lontano da lei; inoltre frequenta un ragazzo che sa bene stare con un’altra persona. Con “Alpha” prosegue il tentativo della regista, già Palma d’oro nel 2021 con “Titane”, di raccontare storie appartenenti a giovani donne con problematiche di varia natura. Lo fa senza essere indulgente, lasciando poco spazio alle illusioni e rappresentando la realtà come effettivamente è (a parte i corpi pietrificati). Il suo cinema difficilmente attrae perché nei suoi film la tragedia che incombe non sempre è rappresentata nel modo giusto, lo stile finisce per essere eccessivo e a volte di cattivo gusto. Detto questo, non male la sequenza in cui la ragazza va con lo zio in un club e ballano sulle note di Nick Cave, per quanto possa sembrare strano ballare su un brano di Nick Cave. Ancor meglio la scena conclusiva, sulle note del secondo movimento della settima di Beethoven, ma con il solo piano e quindi privo della sovrastruttura che conosciamo al fine di renderlo perfetto per vestire l’immagine finale della ragazza.
Alpha **
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