Certo che l'effetto alone è molto potente, in tutti i sensi, anche se non privo di stereotipi.
Certo che l'effetto alone è molto potente, in tutti i sensi, anche se non privo di stereotipi.
Buongiorno Nina, stamane per colazione ti offro una delle curiosità romane.
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Sul tuo post hai scritto
l'effetto alone è molto potente, in tutti i sensi, anche se non privo di stereotipi
E’ vero, l’effetto alone induce a giudicare una persona in base all’interpretazione delle informazioni in nostro possesso. A volte basta una sola caratteristica positiva o negativa, per estendere il proprio giudizio su tutte le altre sue caratteristiche, pur non corrispondenti all’evidenza. La distorsione cognitiva induce a generalizzare una sola qualità o caratteristica e causare un errore di valutazione o mancanza di oggettività, ed esprimiamo il nostro giudizio anche su altri aspetti che non conosciamo.
Un esempio, considerare, “a prima vista” simpatico o intelligente, un individuo di bell’aspetto, senza che ci siano prove concrete di queste qualità. E’ una modalità di distorsione della valutazione causata dal pregiudizio, dall’assenza di evidenze oggettive.
L’effetto alone tende a durare nel tempo facendoci mantenere l’idea che abbiamo di quella persona, fino a quando non abbiamo evidenti prove contrarie.
Nella società l’apparenza è anche spettacolo, e un moralista come fratel Cono (sempre sia benedetto il suo nick![]()
) guarda con apprensione la folla peccatrice, cerca di smascherarne gli “artifici” per poi comminare le pene. Le apparenze sociali sono il suo ambito di studio: ha lo sguardo anatomico e demistificatore.
Oltre ai vangeli legge spesso due libri: il “Cortigiano” di Baldassarre Castiglione, il “Galateo” di monsignor Giovanni Della Casa: questi testi enunciano le regole dell’apparire in società, intesa nella sua dimensione normativa.
Nel libro titolato “Della dissimulazione onesta” dello scrittore e poeta pugliese Torquato Accetto (1590 circa – 1650), l’autore considera la "dissimulazione" non un abile occultamento di ciò che si pensa, ma una cautela, l'unico rimedio per difendersi da una società pullulante di simulatori.
Il filosofo ed economista scozzese Adam Smith (1723 – 1790), autore de “La ricchezza delle nazioni” e della “Teoria dei sentimenti morali”, in quest’ultimo libro esamina la natura della moralità umana e il ruolo della simpatia nelle relazioni sociali, analizza anche la genesi del giudizio morale. L’apparenza è al centro della sua riflessione.
Il “codice di comportamento” o “etica della cortesia”: tema complesso, implica comportamenti e valori etici che possono influenzare le relazioni interpersonali e la comunicazione. E’ una forma di educazione e gentilezza che deriva dalla civiltà medievale e dalla vita di corte.
Cortesia: questo sostantivo ci proviene dal provenzale "cortes" (= cortese), allude ai modi garbati e ai comportamenti degni di un ambiente cortigiano, legato ai valori cavallereschi, l’eleganza e la cultura. Col tempo il significato di cortesia si è esteso dal contesto nobiliare ai comportamenti educati nelle relazioni interpersonali, mantenendo un'aura di formalità e regole sociali.
Dante Alighieri nel “Convivio” (II, X, 8) scrisse: “Cortesia e onestade è tutt’uno: e però che nelle corti anticamente le vertudi e li belli costumi s’usavano, sì come oggi s’usa lo contrario, si tolse quello vocabulo dalle corti, e fu tanto a dire cortesia quanto uso di corte. Lo qual vocabulo se oggi si togliesse dalle corti, massimamente d'Italia, non sarebbe altro a dire che turpezza”.
Per Dante cortesia e onestà sono due virtù: la cortesia implica la gentilezza, invece l’onestade è associata alla lealtà.
Nel tempo cambiano i valori ma non cambia l’importanza delle apparenze.
Il moralista e scrittore francese Jean de La Bruyère (1645 – 1696) nel suo libro titolato “Les caracteres de Theophraste, traduits du grec: avec Les Caracteres ou Les Moeurs de ce siecle”, nel capitolo “De la societé et de la conversation”, scrisse che la cortesia non ispira sempre la bontà, l’equità, la compiacenza, la gratitudine, ma produce l’apparenza e fa sembrare esteriormente l’individuo come dovrebbe essere interiormente.
L’obiettivo della cortesia è eliminare la conflittualità sociale impedendo alle persone di offendersi reciprocamente.
Carlino lo so che un dubbio ti assilla. Ti stai domandando: “ma se il libro della Carnevali dedicato alle apparenze sociali contiene tutte queste notizie perché Doxa lo considera “striminzito” ?
Ebbene debbo dirti che negli ultimi post ho incluso notizie desunte dai miei documenti virtuali per rendere più interessante l’argomento e allungare il cosiddetto "brodo"
Un bel saluto anche a Cono, paziente cristiano che sopporta le mie elucubrazioni
“Quando i tuoi amici cominciano a complimentarsi con te per la tua aria giovanile, puoi star certo che pensano che stai invecchiando”, scrisse lo scrittore umorista americano Washington Irving nel suo libro titolato: “Bracebridge Hall”.
Qualcuno arriva al punto di dire all'altro: “Ma tu ringiovanisci, invece di invecchiare”.
Questa prassi fa parte delle convenzioni sociali: sono norme comportamentali, regolano le interazioni tra gli individui in una determinata comunità. Esse stabiliscono ciò che è considerato appropriato o inappropriato in vari contesti sociali, influenzando il comportamento, il linguaggio e l’abbigliamento delle persone.
Quel che è accettabile in un luogo potrebbe non esserlo in un altro. Un esempio: le modalità di saluto variano da cultura a cultura, un abbraccio può essere considerato normale in alcune culture, mentre in altre invadente.
Le convenzioni sociali sono collegate alle apparenze sociali e si influenzano reciprocamente entrambe condizionano il modo in cui le persone si presentano agli altri e come vengono percepite.
Le apparenze hanno un ruolo determinante nelle interazioni sociali.
Tramite le norme giuridiche lo Stato impone ai cittadini di tenere una determinata condotta per non subire una sanzione, cioè una punizione proporzionata alla gravità della violazione commessa.
Le norme non giuridiche, invece, sono le regole di comportamento, non sono obbligatorie e non prevedono sanzioni legali in caso di violazione. Esse facilitano le interazioni sociali tra gli individui e contribuiscono a creare legami tra le persone che condividono gli stessi valori e lo stesso sistema di vita.
Le norme non giuridiche includono anche le norme morali e quelle religiose.
Le norme morali motivano l’individuo a comportarsi in modo etico e rispettoso verso gli altri.
Le norme religiose possono variare da religione a religione, ma in generale pretendono l’obbedienza a comandamenti e precetti (esempi: non uccidere, non rubare, non mentire, ecc.), praticare la carità e la solidarietà verso i bisognosi, dire le preghiere per connettersi con il sacro.
Fanno parte delle norme non giuridiche le norme sociali: queste disciplinano i molteplici aspetti della vita di relazione degli individui organizzati in una società. Esse influenzano le interazioni quotidiane e i rapporti interpersonali. Variano a seconda del contesto.
Un esempio di norma non giuridica: il galateo, il cosiddetto bon ton o buona educazione. Indicano il comportamento che una persona deve avere nell’ambito del gruppo sociale cui fa parte: nel vestire, nel parlare, quando si è a tavola, e in generale nelle varie situazioni sociali, per garantire armonia e rispetto reciproco.
Le norme sociali evolvono nel tempo e comportamenti che erano considerati normali nel passato possono diventare obsoleti o inappropriati. Esse servono a dare ordine e coesione in una società.
Baldassarre Castiglione nel “Cortegiano” definisce “sprezzatura” la capacità di apparire spontanei in ogni circostanza, evitando l’ostentazione. E’ l’ingrediente segreto del bon ton nel gentiluomo, è lo stile in un individuo, la convergenza tra la dimensione morale e quella estetica. Tramite lo stile l’apparenza acquista coesione, permette all’individuo di farsi notare o riconoscere.
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“Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]
Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .
Gentile Bauxite, si, me lo dicono
Dicono che mostro 10 anni di meno ! Nel mio caso l'apparenza inganna
Il regno estetico-sociale è virtualmente privo di confini, ed io mi considero (?) un esteta ! Come tale, desidero l’affermazione del bello.
L’arte, la bellezza non sono optional, ma un’esigenza psicologica.
Bauxite per te la bellezza è oggettiva o soggettiva?
Quali sono i canoni di bellezza che rendono una persona attraente ?
L'esteta vorrebbe vivere circondato solo da arte e bellezza, ma la realtà quotidiana lo immerge nella volgarità.
La bellezza suscita emozioni positive a seguito di un rapido paragone, effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore, acquisito tramite l’istruzione o per consuetudine sociale. Il giudizio estetico dipende dalla propria personalità, dalle proprie esperienze, dalle conoscenze, dai pregiudizi, ecc..
Kalòs e agathòs (bello e buono) sono gli antichi termini greci che si riferiscono alla stessa realtà.
In entrambi i casi, non c'è la netta distinzione tra dimensione estetica e aspetto etico della bellezza.
Ma ora bando alle "ciance". Come va con la "noia esistenziale" ?
Per dirla con Lucio Battisti: "tu chiamala se vuoi ..." taedium vitae.
Il filosofo e scrittore di epoca romana Lucio Anneo Seneca nel nono libro dei "Dialoghi", titolato “De tranquillitate animi”, considera il tedio una condizione esistenziale, che si manifesta con insoddisfazione, inquietudine.
In questo libro un suo amico, Anneo Sereno, gli chiede rimedi contro l'insoddisfazione di vivere, il filosofo lo invita a dedicarsi alle amicizie e al bene comune: “Dunque cerchiamo il modo per cui l’animo abbia un andamento sempre uguale e favorevole e sia propizio a sé stesso e guardi lieto ai suoi beni e non interrompa questa gioia, ma resti in uno stato placido senza mai sollevarsi o deprimere. Questa sarà la tranquillità”.
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Ultima modifica di doxa; 27-01-2026 alle 22:28
La bellezza è oggettiva e soggettiva.
Non sono una esteta e non è essenziale per me circondarmi di cose belle, oggetti di valore, persone particolarmente curate nell' aspetto...
Se tutto ha un' armonia, ce l'ha anche il kaos, ciò che è in continuo movimento/spostamento, un luogo/modo in cui tutto può sempre ricominciare.
Non capisco perché tu mi chieda della noia esistenziale, probabilmente ti sei fatto una idea di me tale da non poter essere scalfita, e io non la discuterò.
Sia mai.
Va benissimo.
Il mio taedium vitae oggi ha previsto un pranzo a base di capicollo di suino cotto "all' etrusca".
Poi pennica.
E comunque Seneca ha provato a vivere tranquillo, ma non glielo hanno concesso granché.
Ultima modifica di Bauxite; 27-01-2026 alle 20:30
: applauso dedicato a Bauxite.
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Ultima modifica di doxa; Ieri alle 06:16
Oggi come vostra "piacevole" lettura (l’ho divisa in due post) vi offro alcune notizie riguardanti l’estetica sociale.
Oggetto dell’estetica sociale è la società come fenomeno estetico che produce regole e giudizi estetici, valuta il modo di apparire in società.
Il sociologo di origine polacca Norbert Elias (1897 – 1990) nel suo libro “La civiltà delle buone maniere. La trasformazione dei costumi nel mondo aristocratico occidentale”, descrive la rottura che il modello borghese ha esercitato rispetto alla sensibilità dell’antica élite.
Introducendo la distinzione tra pubblico e privato e l’ethos non più incentrato sul riconoscimento, ossia sulla ricerca di un’immagine positiva nel pensiero degli altri, la vita borghese ha perso molto del savoir-faire estetico che aveva plasmato l’esistenza dell’aristocrazia di corte dell’Ancien Régime: la disposizione della casa, la decorazione delle stanze a seconda della moda, i rapporti tra uomo e donna, come usare le posate per mangiare, soddisfare in privato i bisogni fisici, questi ci sembrano comportamenti del tutto naturali, invece sono il risultato dell'evoluzione culturale.
Elias mostra, sulla base di fonti come i galatei, che anche le forme di convivenza più ovvie e quotidiane hanno una genesi storica. Le "buone maniere" cominciano ad affermarsi alla fine del Medioevo, con l'avvento della società di corte, una sorta di laboratorio dove si perfezionano tecniche di autodisciplina degli impulsi spontanei. Si elaborarono codici di comportamento, destinati col tempo a diffondersi in tutta la società. Furono di fondamentale importanza nello sviluppo dell'età moderna. Ma il "processo di civilizzazione" non è concluso: forse i posteri troveranno rozze e sorprendenti le nostre abitudini.
L’aspetto esteriore delle persone di corte, che vivevano di rendita, fa comprendere l’importanza avuta nel modellare gli individui tra l’ambito privato e quello pubblico.
Quasi tutto ciò che la società di corte dei secoli XVII e XVIII aveva creato per la vita mondana (il modo di vestire, le modalità del saluto, la formalità per la richiesta di matrimonio, il “lever” di una dama, ecc.), si spostò sempre più nell’ambito della vita privata. Come conseguenza, quei modi di fare non furono più al centro delle influenze culturali e sociali formatrici della società.
segue
(seconda parte)
Dal tardo Medioevo alla fine del ‘700 l’élite europea curò per secoli il sapere e l’arte delle apparenze, accumulando le competenze estetiche. Le ha elaborate in modalità adatte all’agire aristocratico, raffinando l’apparenza tramite precetti presso le corti e nei cosiddetti “salotti”.
La cultura delle apparenze fu per lungo tempo la dote dei “rentiers” (persone che vivono di rendita). Essi avevano interesse a difenderla e diffonderla per esigenze di rango, volevano l’egemonia dei loro criteri di scelta per conservare e giustificare il loro status sociale, il loro apparire come nobili. Il mantenimento di uno stile di vita elegante e dispendioso, le norme del decoro, della cortesia e della rappresentanza sociale.
L’educazione del gusto estetico necessita di mezzi e ambienti appropriati, la possibilità di viaggiare, frequentare musei, possedere opere d’arte. Per conquistare tale privilegio è necessario aver neutralizzato i problemi economici, avere risorse finanziarie e tempo libero.
Lo scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832) nel suo romanzo titolato: “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” argomenta su questo giovane, coinvolto dal soggettivismo esasperato nella vita e nell’arte. Wilhelm, amante del teatro, vuole diventare attore e direttore di spettacoli. Con l’aiuto economico dei suoi familiari acquista un teatro e organizza spettacoli di burattini, diventando famoso. Ma non gli basta, vuole raggiungere la perfezione, l'essenza della verità e della finzione, cercare di farle unire tra loro.
Wilhelm ammette di invidiare la grandezza e la libertà della vita nobile, paragonandola a uno sgravio: “Tre volte felici coloro che la nascita solleva subito sopra i gradini inferiori dell’umanità”.
L’agiatezza economica è condizione importante per condurre una vita estetica, ma non è la condizione necessaria. Infatti il controllo della propria immagine, l’attenzione alle forme e la tendenza alla stilizzazione di gesti e comportamenti, sono comuni a tutte le classi sociali, a tutti i gruppi e a tutti gli individui. Ognuno ha competenza nell’ambito dell’apparire: l’imprenditore come l’operaio, il contadino come il commerciante, il manager come il piccolo impiegato. E’ consapevole che nella cosiddetta “società borghese” la produzione di immagini non si concentra solo al vertice della piramide sociale.
“Salvare le apparenze” è l’imperativo.
Il fatto che le élite abbiano interesse a egemonizzare l’ambito estetico, a imporre il loro stile di vita come il più prestigioso e a svalutare quello degli altri gruppi sociali, non fa dell’estetica sociale un fenomeno esclusivamente aristocratico, anzi, al contrario, il tratto caratterizzante della cultura contemporanea è la sua natura popolare. Essa è il contrario della distinzione: è il gusto estetico del vulgus, del popolo-massa indistinto e indifferenziato.
Nel nostro mondo dove i social hanno preso il sopravento sulla realtà o quasi, conta di più quello che si rappresenta ossia ;non si posta più ciò che si vive, ma si vive in funzione di ciò che si potrà postare.
"Non è importante chi sei, è importante chi sembri essere mentre tutti ti guardano attraverso uno schermo."
Ninag ha scritto
Parole sante Ninag.Nel nostro mondo dove i social hanno preso il sopravento sulla realtà o quasi, conta di più quello che si rappresenta ossia ;non si posta più ciò che si vive, ma si vive in funzione di ciò che si potrà postare.
"Non è importante chi sei, è importante chi sembri essere mentre tutti ti guardano attraverso uno schermo."
La cultura delle apparenze è il lascito della tradizione moralistica. In essa si distinguono due filoni principali:
quello di tendenza cognitiva, descrittiva e demistificatrice (autori esemplari: Montaigne, La Rochefoucauld, La Bruyère) che si prefigge di osservare e descrivere le usanze, affidando le proprie osservazioni a proverbi, saggi, caratterizzazioni. Le apparenze sociali sono il loro ambito di studio.
Il secondo filone, invece, è più prescrittivo, comprende “trattati” come il “Cortigiano” di Baldassarre Castiglione, il pedagogico “De civilitate morum puerilium” dell’olandese Erasmo da Rotterdam, pubblicato nel 1530, il “Galateo” di mons. Giovanni Della Casa, la “Civil conversazione” dello scrittore e diplomatico Stefano Guazzo.
Altri trattati, i cosiddetti “traités de civilité” pubblicati in Francia, come “Honnète Homme” di Faret e le “Conversations” del cavalier de Méré, si prefiggono di enunciare le regole dell’apparire in società.
Di solito l’apparenza sociale è abbinata all’etica della cortesia, un tempo riservata all’uso delle corti nobiliari.
Dante, ironizzando su quella del suo tempo, scrisse: “Cortesia e onestade è tutt’uno: e però che nelle corti anticamente le vertudi e li belli costumi s’usavano, sì come oggi s’usa lo contrario, si tolse questo vocabulo dalle corti, e fu tanto a dire cortesia quanto uso di corte” (Convivio, II, X, 8).
La cortesia è la capacità di interagire con rispetto, educazione e gentilezza verso gli altri.
Secondo lo scrittore, aforista e moralista francese Jean de La Bruyère (1645 – 1696) la cortesia non ispira sempre la bontà, l’equità, la compiacenza, la gratitudine, ma produce l’apparenza.
La cortesia è una morale sostitutiva. Il suo obiettivo è l’eliminazione della conflittualità sociale, rispettando la finzione, impedendo alle persone di offendersi reciprocamente. Essa impone di rispettare il modo in cui gli altri cercano di apparire e chiedono, o si aspettano, di essere percepiti. Ha una valenza estetica e morale.
Le norme estetico-sociali si propongono di moderare la reattività soggettiva e regolano questo ambito con le norme di comportamento e di linguaggio.
Il fine della cortesia è di evitare di infliggere agli altri quelle umiliazioni dell’amor proprio che denominiamo gaffes, in modo che i contatti tra le persone avvengano in modo tranquillo.