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Discussione: Metal detector

  1. #1
    Opinionista L'avatar di Ninag
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    Metal detector

    Se la scuola ha bisogno di usare il metal detector, significa che la sua azione educativa è fallita, com’è fallita l’intera società, la famiglia, le istituzioni, perdendo del tutto il loro ruolo educativo, nessun modello culturale è adeguato alla complessa società del secolo appena iniziato.
    L’esigenza di controllare un ragazzo di quattordici o quindi anni che si presenta armato in un centro che ha la funzione di educare, ci costringe a porci delle domande, com’è accaduto, cosa non abbiamo previsto, quali problematiche devono affrontare i ragazzi nella vita odierna, in cui il dialogo sembra essere quasi scomparso in questo mondo fatto di immagini e superficialità, almeno in apparenza, mentre all’interno vivono più che mai le pulsioni primordiali, che incontrollate prendono il posto della ragione.
    Il modello più diffuso è il bullo, che con la prepotenza riesce a soddisfare le proprie esigenze, la nostra “democrazia” è un’arma a doppio taglio, se da un lato si cerca la rappresentazione di ogni individualità, dall’altra ci chiede la perdita delle identità, forse è la mancanza della capacità individuale di razionalizzare il proprio pensiero, che si perde nel caos sociale dove iniziano a mancare i punti di riferimento.

  2. #2
    Opinionista L'avatar di axeUgene
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    Se la scuola ha bisogno di usare il metal detector, significa che la sua azione educativa è fallita, com’è fallita l’intera società, la famiglia, le istituzioni, perdendo del tutto il loro ruolo educativo, nessun modello culturale è adeguato alla complessa società del secolo appena iniziato.
    L’esigenza di controllare un ragazzo di quattordici o quindi anni che si presenta armato in un centro che ha la funzione di educare, ci costringe a porci delle domande, com’è accaduto, cosa non abbiamo previsto, quali problematiche devono affrontare i ragazzi nella vita odierna, in cui il dialogo sembra essere quasi scomparso in questo mondo fatto di immagini e superficialità, almeno in apparenza, mentre all’interno vivono più che mai le pulsioni primordiali, che incontrollate prendono il posto della ragione.
    Il modello più diffuso è il bullo, che con la prepotenza riesce a soddisfare le proprie esigenze, la nostra “democrazia” è un’arma a doppio taglio, se da un lato si cerca la rappresentazione di ogni individualità, dall’altra ci chiede la perdita delle identità, forse è la mancanza della capacità individuale di razionalizzare il proprio pensiero, che si perde nel caos sociale dove iniziano a mancare i punti di riferimento.
    ho frequentato un liceo di Roma nord, tra il 1976 e il 1981, quando c'erano le "identità"; ci si sparava a 17 anni per pretese identità politiche, ma tanti si perdevano nell'eroina; ricordo un bravo ragazzo di colore, madre eritrea, infervorato nella sezione di Balduina di un gruppuscolo di estrema destra, dove metà dei militanti lo guardava con malcelato disprezzo per via del colore della sua pelle; racconto del suo camerata Giusva Fioravanti;
    Giorgio è morto durante una rapina, dopo aver commesso diversi omicidi;

    è peggiore il mondo di oggi ? forse per chi ha la memoria naturalmente selettiva delle persone mature e non si ritrova nei costumi attuali;
    direi che bullismo e violenza siano una costante tra i giovani, come manifestazione ordinaria di ruolo sociale; se proprio dovessi fare una comparazione, le differenze oggettive mi suggeriscono che in effetti la violenza in media è molto diminuita; prima di tutto perché la popolazione giovanile è più che dimezzata, e ha pure un tenore di vita molto più alto; e l'altro dato rilevante è che una gran parte delle interazioni umane è virtuale, via social;

    infine, che valori mai possono dedurre i giovani dal mondo adulto, quando questo non si esprime politicamente sul bullismo dei potenti del pianeta, ma anzi li blandisce e spera di trarre vantaggi ? perché mai non dovrei emulare Trump, Putin o Netanyahu, se i miei genitori o zii apprezzano e votano gente che chiude uno o entrambi gli occhi sui grandi bulli ? che autorevolezza possono mai rivendicare quei genitori ? in nome di che ?
    c'� del lardo in Garfagnana

  3. #3
    Opinionista L'avatar di Ninag
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    ho frequentato un liceo di Roma nord, tra il 1976 e il 1981, quando c'erano le "identità"; ci si sparava a 17 anni per pretese identità politiche, ma tanti si perdevano nell'eroina; ricordo un bravo ragazzo di colore, madre eritrea, infervorato nella sezione di Balduina di un gruppuscolo di estrema destra, dove metà dei militanti lo guardava con malcelato disprezzo per via del colore della sua pelle; racconto del suo camerata Giusva Fioravanti;
    Giorgio è morto durante una rapina, dopo aver commesso diversi omicidi;

    è peggiore il mondo di oggi ? forse per chi ha la memoria naturalmente selettiva delle persone mature e non si ritrova nei costumi attuali;
    direi che bullismo e violenza siano una costante tra i giovani, come manifestazione ordinaria di ruolo sociale; se proprio dovessi fare una comparazione, le differenze oggettive mi suggeriscono che in effetti la violenza in media è molto diminuita; prima di tutto perché la popolazione giovanile è più che dimezzata, e ha pure un tenore di vita molto più alto; e l'altro dato rilevante è che una gran parte delle interazioni umane è virtuale, via social;

    infine, che valori mai possono dedurre i giovani dal mondo adulto, quando questo non si esprime politicamente sul bullismo dei potenti del pianeta, ma anzi li blandisce e spera di trarre vantaggi ? perché mai non dovrei emulare Trump, Putin o Netanyahu, se i miei genitori o zii apprezzano e votano gente che chiude uno o entrambi gli occhi sui grandi bulli ? che autorevolezza possono mai rivendicare quei genitori ? in nome di che ?
    So bene com'era la situazione fine anni settanta e primi anni ottanta, non ci si faceva mancare nulla, io stessa mi sono ritrovata davanti a una pattuglia della polizia mentre uscivo dall'università; che iniziò a sparare con il mitra, occupare le scuole e università era al quanto comune, come anche produrre parecchi danni. Le infinite assemblee, talvolta inutili, c'era il tentativo di cambiare alcune cose. Proprio per questo mi chiedo che cosa stiamo lasciando, quale messaggio o quale modello abbiamo lasciato. Ogni generazione ha bisogno di creare i propri punti di riferimento. Per questo motivo mi domando come siamo arrivati al metal detector nelle scuole, e com'è stato possibile che non abbiamo trovato il modo per costruire una convivenza civile.

  4. #4
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    Riguardo al mio passato studentesco da I.T.C. statale, non ho ricordi di episodi di violenza o pericolo legato ad ideologie politiche, nella mia scuola non si respirava quell'aria, credo si debba distinguere per quanto riguarda il passato in scuole di provincia e nelle grandi città come ad esempio Milano.
    Noi quando si faceva uno sciopero manco so e ricordo per cosa, non si partecipava a manifestazioni, si stava fuori dalla scuola e basta per un po' senza commettere atti di violenza o vandalismo e poi ognuno se ne tornava a casa propria tranquillamente, era solo un pretesto per saltare le lezioni. Sì magari qualcuno menzionava le manifestazioni di Milano ma sconsigliato perché lì le manifestazioni studentesche potevano anche prendere una brutta piega e rischiare.
    Insomma la realtà di provincia della mia epoca si respirava un'aria diversa, era ben diversa dalla grande città, non rischiavi di andare a scuola ed essere accoltellato/a, c'era rispetto per l'autorità scolastica, anche se un proff ti poteva stare sulle balle ( a me è successo di provare forte antipatia per una proff) nessuno si permetteva di minacciare o altro.
    Almeno questa è stata la mia esperienza.
    La vita è veramente molto semplice, ma noi insistiamo nel renderla complicata.
    Confucio

  5. #5
    Opinionista L'avatar di axeUgene
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    So bene com'era la situazione fine anni settanta e primi anni ottanta, non ci si faceva mancare nulla, io stessa mi sono ritrovata davanti a una pattuglia della polizia mentre uscivo dall'università; che iniziò a sparare con il mitra
    Zambonj, marzo 77 ?

    Proprio per questo mi chiedo che cosa stiamo lasciando, quale messaggio o quale modello abbiamo lasciato. Ogni generazione ha bisogno di creare i propri punti di riferimento. Per questo motivo mi domando come siamo arrivati al metal detector nelle scuole, e com'è stato possibile che non abbiamo trovato il modo per costruire una convivenza civile.
    domanda un po' da brevi cenni sull'universo, di Eco

    non credo siamo peggio di quelli di prima; la caduta di certe rigidità - soprattutto private - famiglia, ruoli di classe, ecc... ci ha costretti a improvvisare; in un paese di suo molto "privato", ognun per sé...

    se vai a comparare coi paesi europei affini, la differenza, sotto le stesse sollecitazioni storiche, è che l'Italia è un paese strutturalmente anarchico, coi suoi pro e contro;
    i pro sono una capacità elastica di correggere in qualche modo grandi errori di impostazione - due guerre mondiali iniziate da una parte e finite più o meno tra i vincitori/meno perdenti;
    i contro riguardano l'incapacità di governarsi come comunità; una cosa che impoverisce e inficia i progetti; senza progetti ovviamente non hai quella convivenza civile e ordinata che dici.
    c'� del lardo in Garfagnana

  6. #6
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    Riguardo al mio passato studentesco da I.T.C. statale, non ho ricordi di episodi di violenza o pericolo legato ad ideologie politiche, nella mia scuola non si respirava quell'aria, credo si debba distinguere per quanto riguarda il passato in scuole di provincia e nelle grandi città come ad esempio Milano.
    Noi quando si faceva uno sciopero manco so e ricordo per cosa, non si partecipava a manifestazioni, si stava fuori dalla scuola e basta per un po' senza commettere atti di violenza o vandalismo e poi ognuno se ne tornava a casa propria tranquillamente, era solo un pretesto per saltare le lezioni. Sì magari qualcuno menzionava le manifestazioni di Milano ma sconsigliato perché lì le manifestazioni studentesche potevano anche prendere una brutta piega e rischiare.
    Insomma la realtà di provincia della mia epoca si respirava un'aria diversa, era ben diversa dalla grande città, non rischiavi di andare a scuola ed essere accoltellato/a, c'era rispetto per l'autorità scolastica, anche se un proff ti poteva stare sulle balle ( a me è successo di provare forte antipatia per una proff) nessuno si permetteva di minacciare o altro.
    Almeno questa è stata la mia esperienza.
    In generale gli studenti erano più tranquilli, specie nei centri più piccoli, la maggior parte delle famiglie erano presenti, senza assilli, se un giorno non entravi a scuola non era un dramma.

  7. #7
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    Zambonj, marzo 77 ?
    L'episodio è quello, ma non ero a Bologna in quel periodo, la mia facoltà era già occupata, e quel pomeriggio quando arrivai scoprì che c'era un concerto, arrivò la notizia dell'uccisione di Lorusso e gli animi si agitarono parecchio, sinceramente volevo capire cosa stava succedendo, quando poi decisi di andarmene, appena fuori dai cancelli passò una volante e un poliziotto scese dall'auto e iniziò a sparare, scoprì dopo che avevano sparato in aria, ma sai in quel momento le gambe vanno da sole, più o meno.
    Forse sì ogni epoca ha i suoi riti e totem.

  8. #8
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    L'episodio è quello, ma non ero a Bologna in quel periodo, la mia facoltà era già occupata, e quel pomeriggio quando arrivai scoprì che c'era un concerto, arrivò la notizia dell'uccisione di Lorusso e gli animi si agitarono parecchio, sinceramente volevo capire cosa stava succedendo,
    il giorno dopo, a Roma, feci lo stesso, per curiosità; ero andato a comprare un disco dietro la stazione e mi sono trovato in mezzo, a 14 anni;
    quando poi decisi di andarmene, appena fuori dai cancelli passò una volante e un poliziotto scese dall'auto e iniziò a sparare, scoprì dopo che avevano sparato in aria, ma sai in quel momento le gambe vanno da sole, più o meno.
    Forse sì ogni epoca ha i suoi riti e totem.
    a piedi, per tornare a casa, mi sono trovato in mezzo a una sparatoria in piazza del popolo; non sentivo spari; ero all'altezza della fontana al centro e sentivo dei sassolini ticchettare sui sampietrini; di fronte avevo la polizia, dietro nessuno di visibile a distanza di un centinaio di metri, e mi chiedevo chi stesse tirando sassi quella volta Cossiga fu saggio, perché poteva andare molto male;

    due mesi dopo Giorgiana Masi fu più sfortunata; volevamo andare al concerto in piazza navona e la incontrai fuori dalla piazza; io ero in 1a A, lei in 5, in classe con Federica Sciarelli, e disse a noi primini che il concerto era stato annullato e c'erano scontri;
    sono stati anni atroci, che solo a quell'età si possono vivere con quell'incoscienza; poi, nell'estate dell'80 è cambiato quasi tutto, all'improvviso; i violenti sono diventati terroristi, ma in strada c'era un'atmosfera nuova, che riesco a datare solo per alcune circostanze; c'erano di nuovo i concerti di gruppi stranieri e io avevo una cover band dei Police; il bassista, più grande di me, era stato un picchiatore nero; solo qualche mese prima sarebbe stato impossibile anche solo concepire il tutto;

    ma, insomma, quello che vediamo oggi in confronto è una pennichella.
    c'� del lardo in Garfagnana

  9. #9
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    insomma, quello che vediamo oggi in confronto è una pennichella.
    .
    C'erano molti scontri, da quello che mi hanno raccontato capitava in molte altre città, era abitudine rompere le vetrine e sfasciare le auto in sosta.
    Sicuramento c'è l'incoscienza dovuta alla giovinezza, l'inesperienza del mondo, cose si fanno con fede assoluta, anche in politica.
    Da quello che percepisco i giovani si tengono ben lontani dalla politica, non in modo attivo come avveniva in quegli anni. Certo, entrare a scuola con un coltello non è una cosa particolarmente felice. Immagina di essere in quella scuola e dover intervenire in un simile frangente.

  10. #10
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    .
    C'erano molti scontri, da quello che mi hanno raccontato capitava in molte altre città, era abitudine rompere le vetrine e sfasciare le auto in sosta.
    a Roma e Milano era un incubo, perché potevi finire male anche solo per i capelli lunghi o corti, un capo d'abbigliamento o un motorino "sbagliato"; un quartiere ignoto si attraversava con molta circospezione e spesso con una gamba di una sedia di scuola nel giubbotto; molti erano proprio armati;

    ma la cosa che dimentichiamo di più è l'eroina; ogni mattina si trovavano nei parchi ragazzi morti con l'ago ancora penzolante dal braccio; ma c'erano anche tanti che riuscivano a sopravvivere in qualche modo senza "farsi l'autoradio", magari rubando soldi ai genitori o mettendoli in croce; ne ho visti un'infinità, in tutti gli ambienti, e anche in provincia; oggi il bullo col coltello o la baby gang fanno notizia; le molte decine di migliaia di giovani tossici duri non finivano nemmeno sul giornale, se non quando li trovano morti, con due righe.
    c'� del lardo in Garfagnana

  11. #11
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    a Roma e Milano era un incubo, perché potevi finire male anche solo per i capelli lunghi o corti, un capo d'abbigliamento o un motorino "sbagliato"; un quartiere ignoto si attraversava con molta circospezione e spesso con una gamba di una sedia di scuola nel giubbotto; molti erano proprio armati;
    Certamente, eppure girando in varie città non ho mai avuto paura, Genova, Torino, Firenze, Roma stessa, perché adesso si ha una percezione diversa? Anche Bologna in cui mi sono sempre sentita sicura, adesso mi appare meno tranquilla, specie intorno alla stazione.

  12. #12
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    Certamente, eppure girando in varie città non ho mai avuto paura, Genova, Torino, Firenze, Roma stessa, perché adesso si ha una percezione diversa? Anche Bologna in cui mi sono sempre sentita sicura, adesso mi appare meno tranquilla, specie intorno alla stazione.
    le ragazze non erano bersaglio della violenza politica, ma alle storie dei tossiconi eravamo abituati tutti; bastava stare alla larga da certe zone e situazioni;
    adesso, quando succede qualcosa, siamo bombardati di informazioni, e alla nostra età ci si sente più insicuri, oltre che estranei alle nuove generazioni, soprattutto chi non ha figli;
    non ce ne accorgiamo, perché è avvenuto gradualmente, ma sta roba dei social, oltre a porre uno schermo tra le autenticità delle persone, tendenzialmente crea bolle di simili e disabitua a confrontarsi e capire chi la pensa diversamente; e questo genera diffidenza e paura, oramai anche tra persone istruite e in teoria capaci di interagire con persone di estrazione diversa;

    se io dovessi - da "studiato" in sociologia - definire un tratto che trovo oggettivamente peggiorativo della società attuale, direi che è la scarsità di giovani e della loro energia creativa e critica - anche coi lati negativi;
    fino a tutti i 70, c'era una specie di onda lunga dell'economia americana, per cui si stampava denaro per pagare gente a cui si chiedeva solo di pensare e inventare qualcosa; tra la società vecchia e tradizionale e la nostra classe di boomers c'era questa camera di compensazione a creare fiducia;
    se stavi in provincia ti potevi fare la tua vita di operaio o geometra con famiglia; nelle grandi città potevi pensare di vivere con la musica, i fumetti, la radio, il giornalismo indipendente, qualche ente o anfratto di parastato generoso; se eri popolare, una laurea qualsiasi e in pochi anni un posto da insegnante o un concorso pubblico, la banca, che pure era pubblica, quindi bastava rivolgersi al politico di riferimento;

    un utente qui, ha raccontato di aver rifiutato un posto pubblico prestigioso per cooptazione del fratello, perché col commercio guadagnava di più; te l'immagini oggi ?
    c'� del lardo in Garfagnana

  13. #13
    Opinionista L'avatar di Ninag
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    Citazione Originariamente Scritto da axeUgene Visualizza Messaggio
    le ragazze non erano bersaglio della violenza politica, ma alle storie dei tossiconi eravamo abituati tutti; bastava stare alla larga da certe zone e situazioni;
    adesso, quando succede qualcosa, siamo bombardati di informazioni, e alla nostra età ci si sente più insicuri, oltre che estranei alle nuove generazioni, soprattutto chi non ha figli;
    non ce ne accorgiamo, perché è avvenuto gradualmente, ma sta roba dei social, oltre a porre uno schermo tra le autenticità delle persone, tendenzialmente crea bolle di simili e disabitua a confrontarsi e capire chi la pensa diversamente; e questo genera diffidenza e paura, oramai anche tra persone istruite e in teoria capaci di interagire con persone di estrazione diversa;

    se io dovessi - da "studiato" in sociologia - definire un tratto che trovo oggettivamente peggiorativo della società attuale, direi che è la scarsità di giovani e della loro energia creativa e critica - anche coi lati negativi;
    fino a tutti i 70, c'era una specie di onda lunga dell'economia americana, per cui si stampava denaro per pagare gente a cui si chiedeva solo di pensare e inventare qualcosa; tra la società vecchia e tradizionale e la nostra classe di boomers c'era questa camera di compensazione a creare fiducia;
    se stavi in provincia ti potevi fare la tua vita di operaio o geometra con famiglia; nelle grandi città potevi pensare di vivere con la musica, i fumetti, la radio, il giornalismo indipendente, qualche ente o anfratto di parastato generoso; se eri popolare, una laurea qualsiasi e in pochi anni un posto da insegnante o un concorso pubblico, la banca, che pure era pubblica, quindi bastava rivolgersi al politico di riferimento;

    un utente qui, ha raccontato di aver rifiutato un posto pubblico prestigioso per cooptazione del fratello, perché col commercio guadagnava di più; te l'immagini oggi ?
    E' vero, molte cose sono cambiate, le abbiamo toccate con mano, molti di noi hanno vissuto l'uso delle tecnologie in modo abbastanza tranquillo, pur non essendo nativi digitali, anche se devo dire che personalmente non amo le etichette.
    Il problema delle tossicodipendenze è stato grave e complesso, e ha creato molti danni, attualmente pare quasi sdoganato, da come appare in certe serie TV e film e non solo, l'uso di sostanze e alcool appare come un rito collettivo.
    Tutti noi che abbiamo vissuto in quel periodo abbiamo conosciuto qualcuno che ha perso la vita a causa dell'abuso di quelle sostanze.
    Magari è una mia impressione, ma la società attuale pare un enorme puzzle a cui mancano dei pezzi, tra quello che è accaduto e quello che accade adesso, e per quanto mi concerne ho avuto contatti con gli ambienti più disparati e ho lavorato a stretto contatto anche con le nuove generazioni.
    Per questo mi chiedo cosa è accaduto? Cosa ci è sfuggito, questo è avvenuto in tutti i settori, lavoro, privato, politica si fatica a trovare un minimo equilibrio.
    Il commercio locale attualmente ha subito gravi contraccolpi dovuti alle grandi catene, oltre al commercio on line.
    Attendiamo fiduciosi lo sviluppo "dell'intelligenza artificiale" per cui gli esseri umani presto saranno inutili.

  14. #14
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    Magari è una mia impressione, ma la società attuale pare un enorme puzzle a cui mancano dei pezzi, tra quello che è accaduto e quello che accade adesso, e per quanto mi concerne ho avuto contatti con gli ambienti più disparati e ho lavorato a stretto contatto anche con le nuove generazioni.
    Per questo mi chiedo cosa è accaduto? Cosa ci è sfuggito, questo è avvenuto in tutti i settori, lavoro, privato, politica si fatica a trovare un minimo equilibrio.
    Il commercio locale attualmente ha subito gravi contraccolpi dovuti alle grandi catene, oltre al commercio on line.
    Attendiamo fiduciosi lo sviluppo "dell'intelligenza artificiale" per cui gli esseri umani presto saranno inutili.
    quando eravamo bambini, in tv dicevano che nel 2000 ci saremmo nutriti con le pillole degli astronauti; nel 2000 vero c'era il boom gourmet; nessuna fantascienza ha previsto gli smartphone e internet, ma tutti fantasticavano di auto volanti e viaggi interstellari, robot ribelli, ecc...

    una cosa che un po' ci è sfuggita è la capacità di organizzare il desiderio in un sistema con molte più opportunità, almeno teoriche; da desideri obbligati, alla scelta tra opzioni sconosciute, senza esperienza; la libertà di sbagliare a molti genera angoscia; soprattutto a chi non ha mai vissuto l'oppressione.
    c'� del lardo in Garfagnana

  15. #15
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    A proposito di ricordi, nei decenni '70 e '80 dello scorso secolo, "rimembrate" il libro pubblicato nel 1976 "Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti” ? . Gli autori sono Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera che si firmarono con gli pseudonimi di Rocco e Antonia: i nomi dei due protagonisti.

    Lo “scandaloso romanzo” è ambientato negli anni Settanta dello scorso secolo. Racconta la scoperta della vita, la lotta politica e l’iniziazione al sesso di due ragazzi della sinistra studentesca.

    “Porci con le ali” fu sequestrato poche settimane dopo la pubblicazione e costò loro attacchi violentissimi, anche dai compagni di “Lotta continua”. Ma poi il libro ebbe successo, divenne un bestseller da tre milioni di copie vendute.

    Racconta il sesso vissuto dagli adolescenti e anticipava l’arrivo degli anni Ottanta.

    La scrittrice Lidia Ravera, intervistata da Concetto Vecchio per l'inserto "Robinson" del quotidiano "la Repubblica" dello scorso 1 febbraio, ricostruisce la genesi di quel romanzo scritto in tre settimane e l’editore ne stampò solo mille copie.

    Ravera racconta perché decisero di scriverlo. «Noi volevamo cambiare le cose. Avevamo intuito il disimpegno». La lunga intervista è anche una riflessione sul femminismo e il Sessantotto che, dice Ravera, «è stato maschilista in modo ributtante».


    Lidia Ravera nella sua casa sul Lungotevere a Roma (foto di Concetto Vecchio). Cinquant’anni fa insieme a Marco Lombardo Radice scrisse il libro che raccontava in un’unica storia il sesso per gli adolescenti il privato che era politico, l’arrivo degli anni Ottanta e del riflusso. Ebbe un successo clamoroso.

    Intervista di Concetto Vecchio a Lidia Ravera (la Repubblica, Robinson, 1 febbraio 2026)

    Quanto ha venduto “Porci con le ali ?

    «Tre milioni di copie. Ma forse sono di più, considerate le edizioni pirata circolate dopo che il libro venne sequestrato dalla magistratura».

    Sono passati cinquant’anni. Vende ancora?

    «Pare di sì, lo leggono i figli dei figli».

    Ricorda la prima edizione?

    «L’editore Savelli la stampò in mille copie. Era piena estate. Non ci credeva manco lui. Poi una mattina d’agosto, io e Annalisa Usai, che aveva firmato la postfazione con Giame Pintor, eravamo in vacanza a Villasimius, arrivò lo zio di Annalisa sventolando il Corriere della Sera …».

    Eravate sulla celebre terza pagina del “Corriere”.

    «Con una recensione bellissima di Giuliano Zincone, si disse sicuro che sarebbe diventato un bestseller».

    Scrisse: lo leggeranno almeno in centomila.

    «È l’unico dei miei libri tradotto negli Stati Uniti, è stato in testa alle classifiche in Giappone, in Brasile…».

    Quella recensione rappresentò una svolta?

    «Sì, ma il mio nome non figurava in copertina: io e Marco Lombardo Radice, psichiatra dell’età evolutiva, ci eravamo firmati Rocco e Antonia. Infatti lo zio era orgoglioso della nipote, si complimentava con Annalisa».



    Lidia Ravera con Annalisa Usai

    Come nacque l’idea?

    «Dopo un’inchiesta che facemmo come rivista Muzak nelle scuole romane: i ragazzi pensavano che l’omosessualità fosse una malattia, che l’onanismo portasse alla cecità e altre castronerie. Con Marco sentimmo la necessità di mettere insieme un pamphlet sul sesso, l’educazione affettiva di cui si parla oggi. Per non annoiare gli studenti gli proposi di scriverlo come un diario».

    Perché proprio con lui?

    «Marco non aveva mene letterarie, ma si stava specializzando sull’adolescenza. Ed era uno sgobbone quanto me. L’abbiamo scritto in tre settimane».

    Come vi eravate conosciuti?

    «Ero sbarcata a Roma da poco, convinta di fermarmi una settimana, dopo avere fatto dei casini a Milano. Mi aveva ospitata a casa sua, come capitava tra compagni di Lotta continua».

    Che casini?

    «Sentimentali, ma anche lavorativi. Lavoravo ad Abc, quando il settimanale era diretto da Claudio Sabelli Fioretti. Titolò “Polizia assassina” in copertina. Lo chiusero. E ci buttarono fuori».


    Gli autori del libro Porci con le ali: da sinistra, Giaime Pintor, Lidia Ravera, Marco Lombardo Radice, e Annalisa Usai


    Quanti anni aveva?


    «Venticinque».

    In che famiglia era cresciuta?

    «Mio padre faceva l’ingegnere, mia madre la casalinga, malgré soi. Ma nella sua generazione non era previsto incarnare altri modelli, quindi era portata per la maternità quanto io per danzare sul filo. Vivevamo a Torino. Sono andata via di casa a 19 anni».

    Con tre milioni di copie si diventa ricchi.

    «Non io. Savelli, editore di ultrasinistra, non aveva il bollino di controllo della Siae o almeno così mi pare di ricordare. Difficile calcolare con esattezza quante copie si vendevano. Alla fine abbiamo concordato una cifra ridicola».

    L’ha mai riletto?

    «Adesso, prima di questa intervista. Trenta pagine. E ho pensato che adesso scrivo meglio, molto meglio. È pieno di sciatterie inconsapevoli».

    Fu un libro scandalo. L’iniziazione al sesso di due studenti del liceo Mamiani, militanti nei movimenti extraparlamentari.

    «Dopo qualche settimana la magistratura romana lo sequestrò. Si aprì un dibattito enorme. Nel frattempo Marco se n’era andato. In Libano? Con Medici senza frontiere? Non ricordo. La cosa certa è che mi sono ritrovata sola a gestire la violenza…».

    Che violenza?

    «Mi tiravano le monetine, i pomodori, le uova. Quelli dell’Autonomia mi sputavano addosso. Anche le reazioni dei miei compagnucci di Lotta continua furono pesanti».

    Perché la contestavano?


    «Avevamo registrato il declino della convinzione rivoluzionaria, intuito il disimpegno. Stavano per arrivare gli anni Ottanta e Rocco e Antonia lo colgono. Questo cambio d’epoca mi aveva fatto soffrire mentre lo scrivevo, e la sofferenza è sempre il miglior lubrificante per scrivere».

    Che impressione le ha fatto rileggerlo ora?

    «Le pagine che ho sentito più vere sono il litigio tra i due, quando lui vuole prenderla nel bagno da dietro e lei non vuole. Protesta, ma non è ancora pronta a lottare per la libertà sessuale».

    Perché?

    «Perché noi ragazzine cresciute nel ’68 e dintorni siamo state costrette a recitare una disponibilità sessuale che non era ancora della nostra età. Non era nei nostri desideri. Era una forma sottile di coercizione: “Le brave compagne fanno questo, e questo, e questo. Sono sempre disponibili”».

    Il ’68 è stato maschilista?

    «In maniera ributtante. Nessuno lo dice. Ma è così».


    La giovane Lidia Ravera in uno studio radiofonico

    Perché fu necessaria una postfazione, successivamente eliminata?

    «Nessuno di noi aveva il coraggio di dire: questo è un romanzo. E allora viaggiava infagottato in queste parole di sinistra che avrebbero dovuto fargli perdonare tutte le altre. Mentre lo rileggevo l’altro giorno sorridevo di me stessa: come potevi pensare che quelle due paginette di politichese ti assolvessero dall’aver fatto pipì nel salotto buono della letteratura?».

    Ha 25 anni ed è un caso letterario.

    «Ma non ne ero gratificata. Non volevo avere successo nell’industria della cultura borghese».

    E cosa voleva?

    «Noi volevamo cambiare le cose. E pensare ossessivamente alla possibilità di cambiare lo stato di cose presente ti rende abbastanza insensibile al successo personale».

    Non era lecita un po’ di vanità?

    «Abbiamo rinunciato a eccellenti proposte, anche ben remunerate, per imporre Paolo Pietrangeli come regista del film, solo perché era quello che aveva scritto Contessa. Eravamo ossessionati dalla paura che ne facessero un film porno commerciale. E quindi ho accettato la proposta più misera che c’era sul mercato».

    Anche il film venne sequestrato.

    «Eh, sì. Altro scandalo».

    Il successo si spiega con lo scandalo?

    «No, no. Intanto c’è una rottura linguistica. Prenda quell’incipit filastrocca: “Cazzo. Cazzo cazzo cazzo figa fregna. Tutta puzzarella. Figa di puttanella”. È una dichiarazione di poetica. L’apertura di un gioco».

    E poi?

    «E poi c’era l’intuizione di qualcosa che stava per accadere, stava arrivando il riflusso, e lo raccontavano due giovanissimi».

    Era anche la fine del tabù sul piacere femminile?

    «Sì, distinguendo i due piaceri».

    Ovvero?

    «Antonia deve avere una narrazione, a Rocco basta un culetto».

    Cioè?

    «A lui basta la natica di una compagna di scuola intravista in un campeggio l’anno prima per farsi le seghe, lei deve avere una narrazione: pensare che cade da cavallo a Villa Borghese e muore. Ha bisogno di fantasie tolstoiane. Desidera il conte Vronskij».

    Insomma a lei serve una storia?

    «Deve fare di sé stessa un personaggio, allora scatta l’onanismo: agli uomini bastano le immagini. Le donne hanno bisogno di raccontare. Perciò per le donne è più naturale scrivere romanzi».

    Quelli che collaborarono al libro, Giame Pintor, Marco Lombardo Radice, Annalisa Usai sono morti giovani.


    «Ormai resto soltanto io. Mi fa pensare ai dieci piccoli indiani. La nostra generazione non è stata certo ossessionata dalle diete, anzi è stata alquanto autodistruttiva».

    Come guarda oggi ai suoi vent’anni?

    «Come a un periodo molto movimentato rispetto alla morta gora che stiamo attraversando. Esisteva il dissenso, non si era paralizzati dal timore di offendere qualcuno. Sono stati anni di grandissime riforme».

    C’era lo spazio per il cambiamento?

    «Non so se sia la vecchiaia ma oggi ho la sensazione di non contare veramente niente. Facciamo le manifestazioni e non succede niente».

    Negli anni Settanta era diverso?

    «Avevamo la sensazione di incidere sulla realtà. Non eravamo mica una manica di pazzi».

    La condizione della donna nel frattempo è migliorata?

    «Ai nostri tempi c’era il femminismo della differenza, non ce ne fregava niente dell’eguaglianza. Noi non volevamo dei posti in più, uno strapuntino nelle stanze del potere. Volevamo due sguardi sul mondo, diversi ma di eguale valore».

    Sì, ma oggi è meglio o peggio?

    «Apparentemente siamo più libere, ci laureiamo più degli uomini, abbiamo una donna presidente del consiglio, ma nella realtà continuiamo a guadagnare di meno, essere prese meno sul serio, essere ammazzate quando vi vogliamo lasciare».

    Cosa rivelano i femminicidi?

    «Tu donna non sei altro che un oggetto di desiderio, sono io che decido se ti desidero ancora».

    Quindi non c’è miglioramento, nel profondo?

    «No, non c’è. Prenda il discorso sulla vecchiaia, a me caro. Susan Sontag nel 1972 scrisse un saggio, Invecchiare: due pesi e due misure, che parla delle due vecchiaie. Negli uomini l’età può apportare fascino, possono giocare altre carte, non soltanto il corpo, l’ironia, la cultura, il potere. Le donne no. Ci sono moltissime coppie composte da un uomo e da una donna più giovane e nessuno ci trova niente da ridire».

    Una donna invece?

    «Se una donna della mia età si mette con un quarantenne vien giù il teatro: l’ha pagato, l’ha ricattato. Oppure lui è frocio».

    E lei, che vita sentimentale ha avuto?

    «Ho conosciuto il mio attuale compagno, Mimmo Rafele, sceneggiatore, alla manifestazione in cui morì Giorgiana Masi».

    Il 12 maggio 1977.

    «Ci siamo sposati per gioco, negli Stati Uniti, poi lui ha fatto riconoscere il matrimonio, ma è una buffonata. Mi considero ancora signorina».

    Insomma, super regolare.

    «Il mio demone è stata la letteratura. Per il resto volevo un tetto, un pavimento, un uomo che si facesse carico di tutta la burocrazia dell’esistenza mentre io scrivevo romanzi».
    Ultima modifica di doxa; Ieri alle 18:45

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