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Aurea mediocritas
Aurea mediocritas: è una locuzione latina tratta dai “Carmina” del poeta di epoca romana Quinto Orazio Flacco (Odi 2, 10, 5).
Nella lingua latina il termine mediocritas non ha il valore dispregiativo che ha in italiano la parola "mediocrità", ma significa "stare in una posizione intermedia" tra il massimo e il minimo, esalta il rifiuto di ogni tipo di eccesso.
La mediocritas è definita da Orazio "aurea", perché la considera la migliore condizione esistenziale, ispirata dalla filosofia epicurea, che invita l'individuo a godere dei piaceri della vita senza abusarne (edonismo), per esempio bere il vino ma senza ubriacarsi, gradire il cibo senza mangiarne troppo, apprezzare il piacere sessuale senza cercare di “strafare”: limitandosi al sesso acrobatico, volando uniti nell'aere da un trapezio all’altro. 
L'individuo che si realizza nella mediocritas non eccede, cerca la moderazione in tutte le cose, come il poeta Orazio raccomanda: “[…] est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum” (= esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto. Satire I, 1, 106 – 107). Questo poeta si riferiva alla qualità morale capace di non lasciarsi attrarre dall’opulenza, ma anche attenta ad evitare la povertà indecorosa.
Lo stesso concetto è applicato anche nella locuzione “In medio stat virtus”, nella convinzione che il giusto stia nel mezzo, evitando le scelte estreme. A volte questa espressione viene utilizzata con significato ironico verso una persona che non ha particolari capacità e che si accontenta della mediocrità.
Nelle sue “Affinità elettive” Goethe annotava: “La mediocrità ha come sua consolazione più grande il pensiero che anche il genio non è immortale”.

Piero del Pollaiolo, Temperanza, tempera grassa su tela, 1470, Galleria degli Uffizi, Firenze
Il pittore Piero del Pollaiolo era il fratello del più noto pittore, scultore e orafo Antonio del Pollaiolo o Antonio Benci.
In questo quadro la Temperanza è intesa come capacità di moderazione e giusta misura. E’ raffigurata come una giovane donna nell’atto di miscelare l’acqua calda con l’acqua fredda versandola da una brocca in un vaso decorato.
Il dipinto è parte di un ciclo pittorico dedicato alle Virtù commissionato a Piero del Pollaiolo nel 1469 e destinato alla Sala dell’Udienza nel Tribunale di Mercanzia, in piazza della Signoria, a Firenze.
Il Tribunale di Mercanzia era l’organo che si occupava delle controversie commerciali dei mercanti fiorentini e amministrava la giustizia fra i componenti delle Arti. Il patrimonio di questa magistratura nel XVIII secolo confluì nella Camera di Commercio, da cui i sette dipinti con le Virtù pervennero alla Galleria degli Uffizi nel 1777.
La tradizione cristiana ha individuato un settenario di virtù fondamentali, distinguendole in quattro virtù cardinali e tre virtù teologali.
Virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza; così dette perché hanno la funzione di “cardine” della vita virtuosa (n. 1805). Per esempio, la temperanza è la virtù morale che dà il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti “dell’onestà” (n. 1809).
Virtù teologali: le virtù umane si radicano nelle virtù teologali: fede, speranza e carità; così dette perché è Dio che le concede e dispongono i cristiani a vivere “in relazione con la Santissima Trinità” (n. 1812).
Ultima modifica di doxa; Ieri alle 17:50
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Grazie, doxa, per "l'invito a nozze": un tema caro a due autori che "amo", ed in due opere che sono i miei "livres de chevet".
Orazio/ Carmina-Satire e Aristotele: Etica nicomachea (che ho spesso ricordato). E permettimi di esporre (per la noia di tutti/e) un confronto che mi son divertito (io) a fare, dopo aver ditrurbato ragni e distrutto ragnatele dai testi.
L’aurea mediocritas di Orazio e la dottrina del “giusto mezzo” di Aristotele condividono una medesima intuizione strutturale: la virtù si colloca tra due eccessi opposti. Tuttavia, dietro questa somiglianza formale si aprono differenze profonde di impianto teorico, funzione e orizzonte.
Per Aristotele, il mezzo è un principio etico rigoroso. Nell’Etica Nicomachea la virtù morale è una disposizione abituale che consiste nello scegliere il giusto mezzo “relativo a noi”, determinato dalla ragione e dalla prudenza. Non è una media matematica, ma una misura qualitativa fondata sulla natura razionale dell’uomo. Ogni virtù si definisce nel rapporto tra due vizi: il coraggio tra temerarietà e codardia, la temperanza tra intemperanza e insensibilità. L’intera costruzione è inserita in una visione teleologica: l’uomo tende alla piena realizzazione della propria essenza umana (che, per fare figo cultivato, l'eudaimonia). Il mezzo, dunque, è criterio normativo universale, parte di un sistema filosofico coerente.
In Orazio, invece, l’idea di misura perde la dimensione sistematica e si fa ideale esistenziale. L’aurea mediocritas è un invito alla moderazione nella vita concreta: evitare l’ambizione smisurata, non esporsi agli estremi della ricchezza e della miseria, sottrarsi ai rischi dell’eccesso politico e sociale. L’equilibrio diventa strategia di sopravvivenza e di serenità. Non c’è una teoria della natura umana né una fondazione metafisica della virtù; vi è piuttosto una saggezza "pratica", nutrita di esperienza storica e sensibilità poetica, di ceci e falerno. La misura non struttura un catalogo di virtù, ma orienta uno stile di vita sobrio, autosufficiente, interiormente libero.
In sintesi: Aristotele costruisce una teoria normativa del mezzo come cuore della virtù; Orazio ne canta l’applicazione quotidiana come arte di vivere senza eccessi. Il primo pensa la misura come principio razionale universale; il secondo la propone come scelta prudente contro l’instabilità della fortuna.
Tera-tera: per Aristotele la misura è una regola morale; per Orazio è uno stile di vita.
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