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Discussione: "La Grecia a Roma"

  1. #1
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    "La Grecia a Roma"

    “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio” (Quinto Orazio Flacco, Epistole, II, 1, 156): = La Grecia conquistata (da Roma nel II sec. a. C.) catturò il suo feroce vincitore e introdusse le arti nel rozzo Lazio.

    La Grecia, pur sconfitta militarmente, conquistò Roma sul piano culturale.

    Roma la dominò politicamente, ma fu la Grecia a dominarla culturalmente.

    Roma conquistò territori ellenici, ma fu la Grecia a conquistare le menti e le usanze dei Romani.

    Roma impose le sue leggi, ma la Grecia impose la sua lingua, la filosofia, l’arte, l’estetica, la paideia (= educazione, la formazione culturale, l’istruzione scolastica dei bambini, ma anche il loro sviluppo etico e spirituale).

    Roma era “ferox”, potente e guerriera; la Grecia era “capta”, ma portatrice di sophia.

    Orazio con “artes” non intende solo le arti figurative, ma anche retorica e grammatica, teatro e poesia, architettura e urbanistica, religione e mitologia reinterpretata.

    Il Lazio pre-ellenistico è descritto come agrestis: rurale, pragmatico, poco incline alle speculazioni astratte. L’arrivo della cultura greca produce un nuovo ideale di cittadino, una nuova cultura del potere, una nuova idea di virtus, meno guerriera e più morale. È la nascita dell’uomo romano classico.

    A Roma, nelle sale dei Musei Capitolini fino al 12 aprile di quest’anno c’è la mostra titolata “La Grecia a Roma”: oltre 150 capolavori originali greci: raccontano l’influenza dell’arte ellenica nell’antica Roma tramite tre fasi principali: le prime importazioni di opere d’arte, il periodo delle conquiste territoriali, l’epoca del collezionismo privato.

    La rassegna è ospitata a Villa Caffarelli. Sono esposti sculture, rilievi, ceramiche e bronzi, molti dei quali originali greci e non copie.



    Il percorso espositivo offre videoproiezioni e contenuti multimediali che ricreano contresti architettonici e cerimoniali.

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  2. #2
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    L’antropologo culturale di origine indiana ma naturalizzato statunitense Arjun Appadurai ha curato il miscellaneo libro titolato: “vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale sulle merci di scambio”.

    Secondo il “curatore” il significato che le persone attribuiscono agli oggetti deriva necessariamente dalle transazioni e dalle motivazioni, in particolare dal modo in cui gli oggetti sono usati e fatti circolare.

    Concentrandosi sugli aspetti dello scambio che sono definiti culturalmente e sui processi di circolazione che vengono regolati socialmente, il libro descrive i modi in cui le persone attribuiscono valore agli oggetti e come questi a loro volta diano valore alle relazioni sociali.

    Cominciando dalla considerazione che anche le cose conducono una vita sociale, gli antropologi e gli storici che hanno contribuito alla stesura di quest’opera hanno esaminato le modalità in cui le cose sono vendute e commerciate in una molteplicità di ambienti sociali e culturali, passati e presenti. I loro saggi fanno così da ponte tra diverse discipline – dalla storia sociale all’antropologia culturale e all’economia – segnando una tappa fondamentale nella comprensione della vita economica e della sociologia della cultura.

    Cosa significa “vita sociale delle cose”

    Appadurai propone che ogni oggetto — una merce, un manufatto, un’opera d’arte — possieda una vita sociale, cioè un percorso fatto di:

    produzione (chi lo crea, con quali tecniche, con quali intenzioni);

    circolazione (scambi, doni, furti, collezionismo, musealizzazione);

    uso (funzioni rituali, politiche, estetiche, economiche);

    trasformazione del valore (sacro/profano, prezioso/banale, autentico/falso);

    morte o rinascita (abbandono, restauro, reinterpretazione).

    Il valore non è intrinseco: si crea e si trasforma attraverso le relazioni sociali.

    Statue come biografie materiali: applicare questo paradigma alle statue significa leggerle come vite, non come oggetti immobili.

    Una statua ha:

    una nascita: commissione, scultore, materiali, contesto politico o religioso;

    un’infanzia: collocazione originaria, rituali, funzioni simboliche;

    una maturità: spostamenti, restauri, reinterpretazioni, appropriazioni;

    eventi drammatici: iconoclastie, damnatio memoriae, furti, rimozioni coloniali;

    una vecchiaia: musealizzazione, patrimonializzazione, digitalizzazione;

    possibili rinascite: nuove letture, nuove funzioni, nuove identità.

    Ogni passaggio modifica la statua come se fosse un soggetto, perché cambia il suo ruolo nella società e il modo in cui le persone la percepiscono.

    Le statue sono particolarmente adatte a questo approccio perché:

    incarnano ideologie politiche (da Augusto ai monumenti sovietici);

    sono oggetto di lotte simboliche (abbattimenti, rimozioni, restauri);

    vivono migrazioni forzate (bottini di guerra, collezionismo coloniale);

    accumulano strati di senso come veri e propri palinsesti.

    Prendi una statua di epoca romana:

    nasce come ritratto politico;

    viene decapitata e ridedicata a un nuovo imperatore;

    finisce in una villa rinascimentale come oggetto estetico.

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  3. #3
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    Tramite le navi del tipo “corbitae” tante sculture marmoree e bronzee, ma anche ceramiche furono trasferite dalla Grecia a Roma e nella Magna Grecia. Finivano nelle dimore dei ricchi e nei portici monumentali.

    Le prede artistiche diventavano oggetto di indigenizzazione tramite la copia come nuova creazione.

    Gruppi scultorei greci dedicati alle divinità diventarono anche simboli di distinzione privata.

    Marco Porcio Catone, “il Censore”, inveiva contro la “Graeca luxuria”: con questa frase esprimeva la sua preoccupazione per l'influenza corruttrice delle usanze greche a Roma, spesso associate al concetto di luxuria, intesa come lusso, eccesso.

    Nel mondo romano l’avvento della luxuria causò una notevole trasformazione nella società e nelle pratiche conviviali, ponendosi anche come strumento di comunicazione politica e modalità per veicolare il consenso.

    Ci fu un cambiamento all’interno delle dimore delle persone ricche, le quali dedicarono spazi per la vita pubblica e la convivialità, distinti da quelli per il privato.

    I benestanti ostentavano la ricchezza acquisita facendosi costruire la villa con la piscinae con acqua dolce o salata, da usare per l’allevamento di particolari specie ittiche: le ostriche, le triglie, le murene, ed altre.

    Il predetto Marcus Porcio Cato (234 a. C. – 149 a. C) si oppose alla diffusione della cultura ellenistica perché questa, secondo lui, minacciava la sobrietà del romano. Per contrastare il lusso impose una tassa sugli abiti e gli ornamenti personali delle donne, sui giovani schiavi comprati come concubini o favoriti domestici (leggi sumptuariae).

    Nel 181 a. C. fu favorevole alla “Lex Orchia”: prescriveva un limite al numero di ospiti in un ricevimento.

    Nel 169 a. C. fu anche favorevole alla “Lex Voconia”: mirava ad impedire l'accumulo di un'eccessiva ricchezza nelle mani delle donne; a queste limitò anche il lusso degli abiti e dei gioielli.

    Non basta. Fu anche un oppositore dei “Baccanali”, introdotti a Roma dalla Grecia, e sollecitò con veemenza l'espulsione dei filosofi greci che erano giunti come ambasciatori da Atene, perché considerava pericolose le idee da loro diffuse.
    Ultima modifica di doxa; Oggi alle 11:52

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