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In che consiste l’attività iniziatica?
Propongo un estratto dell’articolo “Alcune questioni fondamentali” di Albano Martín De La Scala, pubblicato nella rivista “Lettera e Spirito” del dicembre 2017 (Testo completo disponibile al link: https://ilsufismo.wixsite.com/il-sufismo)
Le finalità dell’organizzazione iniziatica per quanto concerne l’evoluzione spirituale dei suoi affiliati sono magistralmente condensate nella terzina seguente del canto XXVI dell’Inferno:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
In ambito iniziatico il lavoro personale comporta l’attualizzazione dei proponimenti espressi nel patto; incentrati su un dono, quello del libero arbitrio, si arguisce come tali intenti trovino la loro sublimazione nella maturazione di un’attitudine di profonda generosità, che costituisce la radice e la cornice a tutto il lavoro ulteriore, sia esso attinente alla vita attiva sia a quella contemplativa.
Nella sua opera La vita tradizionale è la sincerità, lo Sheikh Tâdilî afferma: «La nobiltà del carattere (makârim al-akhlâq) è tutto il tasawwuf» e, poco oltre: «L’uomo nobile marcia verso il successo!». Il termine makârim, qui reso con nobiltà, ha la stessa radice del nome divino al-Karîm, il Generoso, il che lascia intuire come la generosità sia la parte interiore e la radice della vera nobiltà.
L’importanza di questa virtù è ribadita pure da Abdul-Hâdî che, rifacendosi agli insegnamenti dello Sheikh Elîsh el-Kebîr, scrive: «l’arte di dare è il principale Arcano della Grande Opera». Nel suo articolo egli presenta la prospettiva dell’iniziato ormai liberato da ogni sentimentalismo, che ha colto l’identità tra l’io e il non-io. Quest’uomo è cosciente dell’Unità universale e ha penetrato i segreti dell’arte di donare «nel disinteresse assoluto, nella perfetta purezza dell’anima al compiere l’atto, cioè dell’intenzione, nella completa assenza d’ogni speranza in un ritorno, in una qualunque ricompensa, foss’anche nell’altro mondo». Abdul-Hâdî sostiene che «Oggi è impossibile fare del bene all’umanità senza alcun retropensiero utilitario» e quindi che «La vera carità comincia con l’animale; continua con la pianta, ma allora essa esige le scienze dell’iniziato. Queste scienze conducono all’Alchimia, che è la carità umana verso le pietre e i metalli, cioè verso la natura inorganica. L’apogeo di questa carità è il dono di Sé ai numeri primitivi, giacché allora si sostiene l’Universo con il suo soffio ritmato».
Da tutto ciò si arguisce come sia importante non confondere il lavoro iniziatico con un attivismo esagerato in ambito rituale o con lo studio libresco, giacché si tratta di una questione di gusto e d’imparare a leggere il libro della propria coscienza.
Non possiamo a questo proposito fare a meno di riportare due passi dello Sheikh ad-Darqâwî: «Se desideri che il tuo cammino s’accorci perché tu arrivi rapidamente alla realizzazione, praticherai le opere di carattere “necessario” e quelle “surerogatorie fermamente raccomandate”; apprendi dalla scienza esteriore ciò che è indispensabile per servire Dio, ma non attardartici, giacché non ti è richiesto d’approfondirla; è la scienza interiore che devi approfondire; e combatti la bramosia; allora vedrai meraviglie» e «Proprio nella misura in cui l’anima abbandona le passioni, si rafforza l’effusione dello Spirito da parte del suo Signore, in guisa che le nozze dello Spirito e dell’anima si moltiplicano, al pari dei loro frutti, ossia le scienze infuse e le azioni che ne derivano. Il godimento di ciò non può che indurre l’uomo a contrastare l’anima [passionale] e a domarla, malgrado le sue repulse, sgarberie ed esecrazioni, giacché un comportamento simile gli è facilitato da tutto quel che vi vede di “luci”, di “segreti”, di “profitti” spirituali».
Il lavoro personale rivolto all’esercizio delle virtù crea nell’essere i presupposti per il lavoro interiore focalizzato sul fine immutabile, ossia la Conoscenza, secondo le parole dantesche: «impossibile è essere savio chi non è buono». (Convivio, IV – xxvii). Esso si compie attraverso successivi e continui cambiamenti; in un susseguirsi di soluzioni e coagulazioni che portano l’iniziato a insediarsi in stati via via più elevati, che dev’essere pronto ad abbandonare se vuole elevarsi ulteriormente. Egli deve comprendere i doveri del proprio stato e adempierli nel modo migliore e più completo possibile, solo a quel punto potrà passare a uno stato successivo superiore. Se non v’è cambiamento non può esservi avanzamento e ogni organizzazione iniziatica degna di questo nome interviene per favorirlo attraverso consigli, allusioni, interdizioni, ordini, preghiere e invocazioni, che sono come i catalizzatori di questo processo alchemico. In tale contesto i riti sono dei supporti, che possono consentire risultati miracolosi, solo quando scaturiscano e siano accompagnati da un desiderio ardente, ma che diventano addirittura dannosi se praticati altrimenti; lo Sheikh Tâdilî è esplicito al riguardo: «Sappiate (ancora), fratelli miei, che quando il faqîr che fa il dhikr non ha in lui la volontà (irâdah), il nome di Sufi è una metafora per quanto lo concerne e il suo dhikr è pericoloso».
Qual è dunque l’attitudine corretta nel lavoro interiore? Molti potranno essere sorpresi nello scoprire che la “ricettività” è «un costante sforzo d’assimilazione, che è proprio qualcosa d’essenzialmente attivo, e anche al grado più alto che si possa concepire». (In Iniziazione e passività). Essa presuppone uno stato di “pace interiore”, d’“attenzione” e di “presenza”.
A proposito del lavoro interiore, R. Guénon afferma che l’azione è solo la parte più esteriore dell’attività, quella «dipendente propriamente solo dal dominio corporeo», inoltre «ciò che è più attivo è anche, e con ciò stesso, ciò che è più vicino all’ordine puramente spirituale, mentre l’ordine corporeo è quello in cui predomina la passività; ne deriva la conseguenza, paradossale solo in apparenza, che l’attività è tanto più grande e più reale quanto più si esercita in un dominio lontano da quello dell’azione». (Contro il quietismo).
Abdul-Hâdî (in Pages dediées à Mercure) afferma: «Ora, la condizione indispensabile addirittura per il primo bagliore dell’“Illuminazione esoterica” (El-Ishrâq), è proprio un posto esclusivamente riservato a Dio nel proprio foro interiore. È indifferente che questo posto sia grande o piccolo, ricco o povero, ma è di capitale importanza che sia assolutamente puro e senz’alcuna mescolanza. È molto difficile, nell’attuale disordine della vita, realizzare la sincerità e la Solitudine divina assoluta, anche solo per la durata di un minuto di sessanta secondi».
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