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Opinionista
“Weapons” (2025) di Zach Cregger
In una tranquilla cittadina americana improvvisamente scompaiono da una classe 17 ragazzi e la loro insegnante la prima ad essere additata quale responsabile. Da qui una unica traccia narrativa sviluppata a seconda di come la vivono i diversi protagonisti. Il film ha una candidatura agli Oscar per la migliore attrice non protagonista con Amy Madigan e per un film tutto sommato mediocre poter competere per un premio così popolare è un gran colpo. Io stesso senza la candidatura probabilmente non l'avrei visto. L'idea originaria di intrecciare la storia tra i diversi protagonisti non è male, tra l’altro già sperimentata recentemente dal giapponese Kore’eda in "Monster" (altro livello), ma la pretesa di fare un horror che lasci il segno, con un’idea e qualche sequenza interessante, però complessivamente annacquato che ti porta più a sorridere che ad essere impaurito, non sembra essere riuscita.
Weapons **
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Opinionista
“Rental Family” (2025) di Hikari
Un attore americano si trova a Tokyo senza lavoro quindi accetta la proposta di un’agenzia che si occupa di affittare prestazioni effettuate da persone nei confronti di altre con determinate esigenze. I suoi clienti iniziali sono una donna lesbica che ha bisogno di avere un compagno per non dare nell’occhio, una madre che ha bisogno di un padre per la figlia e un vecchio attore affetto da demenza che vorrebbe essere intervistato da un giornalista. Oltre alle difficoltà di un lavoro che necessita pazienza e flessibilità, si aggiungono altre problematiche legate alle differenze culturali che spesso il protagonista fatica a comprendere e ad accettare, ma soprattutto il rischio che nasca un vero rapporto umano con le persone che lo hanno preso in “affittto”. Così nello specifico gli risulta difficile, una volta concluso il contratto, distaccarsi dalla la bambina con la quale è stato padre a tempo. Il film ha un’idea che funziona, probabilmente in Giappone queste figure professionali esistono davvero mentre da noi farebbe sorridere se non triste prendere un genitore in affitto. Venendo alla realizzazione, regia, fotografia, montaggio e anche l’interpretazione, il film appare più vicino a Hollywood che al cinema giapponese che solitamente vediamo nei festival.
Rental family **
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Opinionista
“I was a stranger” (2024) di Brandt Andersen
Aleppo è il fulcro della guerra civile siriana tra sostenitori del regime e i ribelli. Il film come se fosse diviso in episodi, racconta la fuga dal conflitto di alcune persone che hanno perso la speranza non solo di avere delle prospettive nel loro paese, ma perfino di sopravvivere alle angherie, alle torture e agli imprigionamenti ingiusti perpetrati dalla milizia armata del regime; quindi troviamo una dottoressa impegnata in prima linea nel soccorrere feriti di entrambe le fazioni, ma che fugge per poter dare un futuro alla figlia; un soldato fedele ad Assad che realizza quello che si sta compiendo in Siria, soprattutto dopo essere stato ridicolizzato dal padre, strenuo oppositore del regime; un poeta che scappa con la sua famiglia da un campo di ribelli. Tutti si ritroveranno su un gommone diretto in Grecia, attraversata organizzata da uno spietato scafista che sogna il ritorno a Chicago con i soldi dei traffici. Il film era a Berlino nel 2024 e leggo con un po’ di sorpresa che ancora non è stato distribuito dalle nostre parti.
I was a stranger ***
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Il canale "Arte" trasmette grandi classici.
Ieri sera, "La signora omicidi".
Una riflessione: due dei personaggi, in seguito, si sono "redenti". Da ladri/truffatori/potenziali assassini a pilastri della Sureté parigina.
Peter Sellers e Herbert Lom diventano l'ispettore Clouseau e l'ispettore capo Dreyfus.
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Opinionista
La mia lista dei 10 film che ho preferito nell'ultimo anno. Devo dire che il precedente mi era parso superiore.
“La Cocina” di Alonso Ruizpalacios - Berlino
“Blue Moon” di Richard Linklater - Berlino
“One Battle after Another” di Paul Thomas Anderson
“Hamnet” di Chloe Zhao - Cannes
“Sentimental Value/Affeksjonsverdi” di Joachim Trier - Cannes
“La Voce di Hind Rajab” di Kawthar ibn Haniyya - Venezia
“La Grazia” di Paolo Sorrentino - Venezia
“No Other choice” di Park Chan wook - Venezia
“Sirat” di Oliver Laxe – Cannes
“Marty Supreme” di Josh Safdie
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Opinionista
“In die Sonne schauen – Il suono di una caduta” (2025) di Mascha Schilinski
Alcune figure femminili ritratte durante la loro presenza in una fattoria della parte est della Germania, da quella più lontana nel tempo – prima guerra mondiale, alla più recente, i giorni nostri. Accomunate dalle difficoltà di una vita che non le agevola, ma distanti per come in quel luogo passano il tempo, struttura inizialmente normale residenza della famiglia, dove viene svolta anche l’attività di produzione, successivamente utilizzata per semplice svago. Nella prima parte il film segue gli avvenimenti cronologici mentre nella seconda li mischia, mettendo al centro sempre la memoria e il ricordo che viene rappresentato dalle foto che le protagoniste osservano con attenzione e nelle quali loro stesse vengono ritratte. Il film, che a Cannes ha vinto il Premio della giuria, è un valido esempio di come viene rappresentato il trascendente nel cinema e le influenze di Tarkovskij e Malick sono evidenti. La sceneggiatura, nel senso classico, non è l’elemento forte del film, in quanto sono le impressioni delle giovani donne a guidare la narrazione anche grazie a una fotografia spesso sgranata, con inquadrature a volte sfuocate e un montaggio che sorprende lo spettatore di continuo. Dispiace che non sia nella cinquina degli Oscar per il miglior film internazionale e avendolo visto dopo aver stilato la mia personalissima lista dei migliori film dell’anno sappiate che ci entra di diritto.
In die Sonne schauen – Il suono di una caduta ***
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Opinionista
“Jeunes mères” (2025) di Jeanne Pierre e Luc Dardenne
Una casa rifugio in Belgio ospita giovani madri che per varie ragioni hanno difficoltà a cresce i loro figli. Abbiamo Jessica che è ancora incinta ma i genitori del futuro padre avrebbero voluto che abortisse, è inoltre alla ricerca della madre che non ha mai conosciuto. Perla ha un fidanzato che è appena uscito di prigione ma che non ha nessuna intenzione di continuare la relazione oltre a non essere minimante interessato al figlio. Ariane, forse il personaggio disegnato meglio, cresciuta in una famiglia affidataria, non vuole assolutamente che la figlia cresca con una donna sola come lei e in piena povertà. Il film a Cannes dell’anno scorso ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura ed è il tipico film dei fratelli Dardenne interessati a documentare vite complicate all’interno di un capitalismo malato che si dimentica di chi potrebbe non farcela. Va detto che la casa rifugio ha delle regole precise indicando alle ragazze un progetto di vita e non permettendo a loro ad esempio di dimenticarsi dei figli o dei compiti da svolgere all’interno della struttura che le ha permesso di avere un tetto. L’unico dubbio è se situazioni descritte nel film, all’interno di una società ricca e distratta, possa far presa nell’opinione pubblica in un periodo in cui si vivono tragedie più pesanti, come possono essere le guerre che abbiamo dietro l’angolo.
Jeunes mères ***
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