[QUOTE=Mr. D.;605988]Penso che Tom Bombadil sia uno dei personaggio pi
Tolkien
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Godo!Originariamente Scritto da Morgan Visualizza Messaggioriesce a stordire con le sue immense e lunghe (ma che dico?! lunghissimeeeee) descrizioni...Mother, did it need to be so high?
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[QUOTE=Morgan;715403]Discussione affascinante ma mi sa tanto che Tolkien non intendeva dare un significato nascosto alle sue opere...Lo ammetto sono geniali, ha un'immensa fantasia, ma i suoi scritti sono privi di vitalit[SIZE="4"][COLOR="Blue"][FONT="Book Antiqua"]"Io oso fare tutto ci
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Tutte le opere letterarie hanno un significato implicito, e senza che siano necessariamente trattati alchemici o cabalistici; è il significato costituito dai tratti essenziali del retroterra culturale dell'autore, dalle sue idee, dai suoi orientamenti. Insomma, da quanto aveva in mente e si prefiggeva all'atto di scrivere la propria opera. E' ovvio che se si astrae la figura di Tolkien, considerandola avulsa da quella che era la dimensione e le inclinazioni culturali dell'uomo, The Lord of the Rings diviene noioso, prolisso e persino gratuito. Ma se lo si considera non come un prodotto della narrativa contemporanea, bensì come il tardo epigono di un filone letterario epico millenario il libro acquista un significato radicalmente diverso. Quella che è trattata con la sensibilità, i timori ed il babaglio culturale ed emotivo dell'uomo contemporaneo, testimone di due guerre mondiale e del declino della vecchia Europa, è pur sempre una materia antica: ed alla luce di questa constatazione hanno finalmente senso quelle che a prima vista potevano sembrare incomprensibili prolissità.Originariamente Scritto da Morgan Visualizza MessaggioDiscussione affascinante ma mi sa tanto che Tolkien non intendeva dare un significato nascosto alle sue opere...
La celebrazione enfatica dell'iniquità di Shelob non è poi molto diversa dalla descrizione che nel Beowulf si da dell'agghiacciante mostruosità di Grendel, spesso mediante il ricorso agli stessi topoi letterari dell'epica altomedievale. In The Hobbit Smaug non è altro che il drago Fafnir a guardia del tesoro dei Nibelunghi; così come la celebrazione del guerriero, la puntigliosa descrizione dei suoi abiti, della sua armatura, della sua spada, di ogni suo gesto, tradiscono il richiamo ad una tradizione letteraria di un'epoca che annetteva la massima importanza a quelle che ad una lettura superficiale sembrerebbero precisazioni superflue. Le vesti del cavaliere sono potenti simboli ricchi di sottintesi: non per nulla la nomina a cavaliere era sancita da una cerimonia chiamata vestizione, o "adoutement". E non senza motivo il colore delle vesti e delle insegne rimandava ad un preciso linguaggio figurativo, allegorico, che è materia di studio sistematico nell'araldica.
Gli abiti e la gestualità tradiscono il carattere del personaggio, la sua dimensione umana o sovrannaturale, a volte persino il suo destino; nel Sir Gawain ed il Cavaliere Verde (opera molto amate e studiata da Tolkien, che ne curò anche una traduzione) ben due pagine sono dedicate solamente alla descrizione della gigantesca figura comparsa alla corte di re Artù. Alle sue vesti, alla sua corazza, all'enorme ascia che stringe nella mano destra; ed ogni suo movimento è seguito con un'attenzione quasi ipnotica, che pare richiamare da vicino il gusto e certi modi della suspence cinematografica perchè il più piccolo gesto è caricato di un valore reale, e determina effetti altrettanto tangibili.
Richiama in fondo l'esempio, di cui leggevo stamattina, riportato dallo storico bizantino Teofilatto Simocatta: il giorno di Pasqua del 588 Prisco, ufficiale giovane ed inesperto, è incaricato di comunicare alla truppa la riduzione di un quarto del soldo. Ma non è la notizia la causa scatenante dell'inevitabile sedizione, bensì la goffaggine dell'ufficiale; egli non smonta da cavallo per il saluto militare ed i soldati interpretano quel gesto come una deliberata dimostrazione di arroganza e disprezzo nei loro confronti. Si ammutinano, giungono a rovesciare e distruggere le immagini dell'imperatore e si placano soltanto quando da Costantinopoli è inviato un altro ufficiale come mediatore; è così il gesto, pur nella drammaticità della vicenda, a risultare fondamentale.
Nelle opere di Tolkien nulla è gratuito, e questa è una constatazione che prescinde da un eventuale giudizio sul valore estetico dell'opera, che può riscontrare apprezzamento o meno. Ma di superfluo non v'è nulla, nemmeno nelle canzoni che infarciscono la narrazione, apparentemente banali filastrocche per bambini (colpa essenzialmente della pessima prima traduzione italiana pubblicata dalla Rusconi negli anni '80). Oltre a consigliare caldamente la nuova traduzione curata dalla Società Tolkieniana Italiana suggerisco di reperire quantomeno l'originale del Lai di Beren e Luthien per avere dimostrazione se non della bellezza letteraria, quantomeno del valore e del profondo significato dei richiami e delle allusioni storiche che pervadono ogni singolo dettaglio dell'opera di Tolkien; tanto che persino le parti poetiche, tutto sommato di dimensioni ridotte, si rifanno saldamente a temi e modi della poesia medievale (ed in questo caso, nello specifico, al genere del Lai).
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