Poesie/paragrafi e città e luoghi

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  • follemente
    Opinionista

    • 22/12/09
    • 11727

    #1

    Poesie/paragrafi e città e luoghi

    Mi piacerebbe che postassimo qui le pagine letterarie che ci descrivono un luogo, una città.


    Comincio io.

    Umberto Saba

    Trieste

    Dalla raccolta “Trieste e una donna” (1910-12)

    "Ho attraversato tutta la città.
    Poi ho salita un'erta,
    popolosa in principio, in là deserta,
    chiusa da un muricciolo:
    un cantuccio in cui solo
    siedo; e mi pare che dove esso termina
    termini la città.



    Trieste ha una scontrosa
    grazia. Se piace,

    è come un ragazzaccio aspro e vorace,
    con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
    per regalare un fiore;
    come un amore
    con gelosia.
    Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
    scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
    o alla collina cui, sulla sassosa
    cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
    Intorno
    circola ad ogni cosa
    un'aria strana, un'aria tormentosa,
    l'aria natia.

    La mia città che in ogni parte è viva,
    ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
    pensosa e schiva."



    Analisi
    Saba canta Trieste proprio in quanto tale, e non solo come città natale. Nella prima strofa Saba descrive la strada in salita che conduce alla collina affollata, vivace, rumorosa all’inizio e sempre più solitaria alla fine. Sbocca in un piccolo spazio chiuso da un muricciolo, “un cantuccio” che segna il confine della città e lì il poeta siede solo ma non diviso dal mondo che ama. Un mondo paragonato a “un ragazzaccio aspro e vorace”: Trieste diventa un personaggio vivo e autonomo. Il ragazzo possiede una grazia innata, una bellezza spontanea e naturale; i suoi occhi azzurrini, che riflettono il colore del mare di Trieste, evocano tenerezza. Le sue mani sono grandi per un gesto gentile ma dietro questa apparenza si nasconde una grande dolcezza. Questo contrasto viene identificato dal poeta come un amore tormentato dalla gelosia. Dall’alto dell’erta che gli consente di guardare e di abbracciare tutta la sua città, gli pare che “ogni chiesa, ogni via”, “l’ingombra spiaggia” e “la collina”, siano tutti suoi e vivano in lui, avvolti nell’ “aria natia”. Dal suo posto il poeta osserva la vita intorno senza farne parte, ma senza neppure sentirsi estraniato. Sa di poter trovare nella città uno spazio adatto alla sua vita “pensosa e schiva”.

    La poesia tende a serrarsi nell' "idillio" del "cantuccio" solitario da cui il poeta contempla la città, metaforizzata nel ragazzaccio aspro e vorace; al suo interno però il componimento contiene un movimento di fuga, che spinge il protagonista ai margini della città : Ho attraversata, ho salita, dove esso termina/termini la città, da quest'erta, una casa /l'ultima. Ne deriva una strategia contraddittoria e un tentativo di bilanciare la fuga in una chiusura circolare, che peraltro non riesce a nascondere il persistere di una profonda tensione : un'aria strana, un'aria tormentosa/l'aria natia.Per Saba Trieste è oggetto di attrazione e repulsione.Il movimento rappresentato nella sua poesia è un movimento di fuga, che libera dall'ossessione della città e consente di osservarla a distanza di sicurezza, magari con nostalgia.Se di specchio si tratta, Trieste è lo specchio di un sentimento contraddittorio.



    STILE E FIGURE

    Strofe irregolari di endecasillabi, settenari e quinari. Alcune rime baciate;
    sono presenti enjambements: "solo/siedo" con alliterazioni; "termina/termini" con poliptoto;"amore/con gelosia" con un ossimoro;"è come un ragazzaccio aspro (similtudine).
  • follemente
    Opinionista

    • 22/12/09
    • 11727

    #2
    Genova è una città che devo ancora visitare, perciò il sapore del luogo me lo dà Caproni.


    "Genova" di Caproni


    Genova mia città intera.
    Geranio. Polveriera.
    Genova di ferro e aria,
    mia lavagna, arenaria.

    Genova città pulita.
    Brezza e luce in salita.
    Genova verticale,
    vertigine, aria scale.

    Genova in comitiva.
    Giubilo. Anima viva.
    Genova in solitudine,
    straducole, ebrietudine.

    Genova di limone.
    Di specchio. Di cannone.
    Genova da intravedere,
    mattoni, ghiaia, scogliere.

    Genova grigia e celeste.
    Ragazze. Bottiglie. Ceste.
    Genova di tufo e sole,
    rincorse, sassaiole.

    Genova tutta cantiere.
    Bisagno. Belvedere.
    Genova di canarino,
    persiana verde, zecchino.

    Genova di mala voce.
    Mia delizia. Mia croce.
    Genova d'Oregina,
    lamiera, vento, brina.

    Genova che non mi lascia.
    Mia fidanzata. Bagascia.
    Genova ch'è tutto dire,
    sospiro da non finire.

    Genova di tutta la vita.
    Mia litania infinita.
    Genova di stocafisso
    e di garofano, fisso
    bersaglio dove inclina
    la rondine: la rima.

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    • follemente
      Opinionista

      • 22/12/09
      • 11727

      #3
      Ragazzi, sicuramente ricordate anche voi qualche poesia o qualche paragrafo dedicato a qualche luogo, contribuite!

      Ora Bologna.

      Carducci

      NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO

      Surge nel chiaro inverno la fósca turrita Bologna,
      e il colle sopra bianco di neve ride.

      È l’ora soave che il sol morituro saluta
      le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;

      le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
      e del solenne tempio la solitaria cima.

      Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
      e l’aër come velo d’argento giace

      su ’l fòro, lieve sfumando a torno le moli
      che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.


      Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
      con un sorriso languido di vïola,

      che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone
      par che risvegli l’anima de i secoli,

      e un desio mesto pe ’l rigido aëre sveglia
      di rossi maggi, di calde aulenti sere,

      quando le donne gentili danzavano in piazza
      e co’ i re vinti i consoli tornavano.

      Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
      un desiderio vano de la bellezza antica.

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      • dark lady
        la viaggiatrice
        • 09/03/05
        • 70446

        #4
        Il Silenzio - Ungaretti

        Conosco una città
        che ogni giorno s'empie di sole
        e tutto è rapito in quel momento

        Me ne sono andato una sera

        Nel cuore durava il limio
        delle cicale

        Dal bastimento
        verniciato di bianco
        ho visto
        la mia città sparire
        lasciando
        un poco
        un abbraccio di lumi nell'aria torbida
        sospesi.


        In questa lirica parla della sua città natale, Alessandria d'Egitto
        “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

        Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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        • Kanyu
          *

          • 10/05/19
          • 23112

          #5
          Mentre scendevo il corso di fiumi impassibili,
          Non mi sentii più trainato con le funi dell’alaggio:
          Bersagliati i miei uomini da Pellerossa striduli,
          Inchiodato nudo a variopinti pali l’equipaggio.

          Non mi curavo dei carichi nella mia stiva,
          Portassi tela di Fiandra oppur cotone inglese;
          Mentre con la mia ciurma anche il chiasso moriva,
          I Fiumi mi lasciarono andare alle mie discese.

          Tra sciarbodii furiosi di maree, l’altro inverno,
          Più sordo del cervel d’un bimbo, corsi a tentoni.
          E le Penisole fluttuanti in derive senza governo
          Non subirono mai più trionfali scrolloni.

          La tempesta ha benedetto le mie sveglie marittime;
          Più lieve d’un tappo danzai per dieci notti su onde
          Che sono chiamate “eterne portatrici di vittime”,
          Senza rimpiangere i fari e le loro insulse ronde.

          Più dolce che le mele asprigne per un bambino,
          L’acqua smeraldo penetrò nel mio scafo d’abete,
          Lavando le tracce di vomito e le macchie di vino,
          Sperdendo àncora e timone nell’azzurra quiete.

          Da allora mi sono bagnato nel Poema del Mare,
          Infuso d’astri e fatto lattescente, ho divorato
          Ogni ceruleo verde, ove a volte vedi fluttuare,
          Relitto pallido in estasi, un assorto annegato;

          E ove, tingendo d’un tratto bluastre enfiagioni,
          Per deliri e ritmi lenti nel rutilante calore,
          Più forti dell’alcool, più vasti delle nostre canzoni,
          Fermentano ancora i rossori amari dell’amore!

          Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
          D’aria, e le risacche e le correnti e le sere;
          Poi l’Alba eccitata come un popol di colombe,
          E cose che l’uomo a volte crede di vedere.

          Ho visto il sole basso, tinto di mistici orrori,
          Illuminare certe fissità viola e persistenti,
          Come attori d’antichi drammi, e ondosi umori
          Portar via i loro brividi come scosse di battenti!

          Ho sognato la notte verde di nevi abbagliate,
          Che salendo lenta agli occhi dei distesi mari,
          Baciava arterie di linfe mai prima osservate,
          E la sveglia giallo-azzurra di fosforei cantari!

          Per mesi ho seguito l’assalto del mare a uno scoglio,
          Qual mandria di vacche isteriche, senza pensare
          Che il grugno degli oceani in asmatico gorgoglio
          Potesse sotto il piede di Maria farsi schiacciare.

          Ho cozzato (pensate un po’!) in Floride di meraviglie,
          Dove i fior d’occhi di pantera li distingui a stenti
          Dalla pelle d’uomo! Poi arcobaleni tesi come briglie
          Sotto la linea dei mari, verso glauchi armenti!

          Ho visto fermentare enormi paludi, e reti
          Dove un Leviatano intero marcisce tra le fratte,
          E crolli d’acqua tra bonacce in lunghe quieti,
          E lontananze vanire verso abissi in cateratte.

          Ghiacciai, soli argento, flutti perla, cieli di braci,
          Orridi relitti persi in fondo a golfi bruni,
          Ove serpi giganti ròse da cimici rapaci
          Cadono da contorti alberi tra neri profumi!

          Da floreali spume erano le mie derive cullate,
          Venti ineffabili m’alzavano in balzi volanti,
          E avrei voluto mostrare ai fanciulli certe orate
          D’acque azzurre, pesci d’oro, pesci cantanti!

          A volte, martire stanco di poli e paralleli,
          Il mare coi suoi singhiozzi addolciva il mio rollìo,
          Sollevando ombre a ventose gialle in floreali steli.
          E come donna in ginocchio, così restavo io…

          Quasi isola, sballottando sui miei bordi i liquami
          E gli strilli d’uccelli ciarloni con pupille chiare,
          Io vogavo, quando attraverso i miei fragili fasciami
          Vennero in me a ritroso annegati a riposare...

          Ora, io, perso in una chioma di baie, battello
          Gettato dal ciclone nell’etere senza volatili,
          Carcassa ebbra d’acqua che nel suo mulinello
          Non troveranno i Monitors né i velieri anseatici;

          Io, sorto da brume viola, libero e vaporoso,
          Che il cielo rosseggiante traversai come un muro,
          e che porto (per i buoni poeti gouter gustoso)
          Licheni di sole e moccio d’azzurro puro;

          Io che corsi, schizzato di lunule elettriche,
          Plancia folle, scortata da schiere di ippocampi,
          Quando il luglio fa crollare di scosse epilettiche
          I cieli d’un blu oltremare dentro a imbuti brucianti;

          Io, che sentendo i gemiti dei Behemoth in calore
          e dei densi Maestrom, a cinquanta leghe, fremetti;
          Io, di immobilità celesti eterno tessitore,
          Io rimpiango l’Europa dagli antichi parapetti.

          Ho visto arcipelaghi siderali, isole di visibili
          Con cieli deliranti aperti al navigatore!
          È in tali notti abissali che tu dormi e ti esili,
          O Milione d’uccelli d’oro, o futuro Vigore?

          Ma troppo io ho pianto, è vero. L’Albe son strazianti,
          Tutte le lune sono atroci e tutti i soli amari:
          L’acre amore mi ha riempito di torpori ubriacanti.
          Ah, scoppi la mia chiglia! Ch’io affondi nei mari!

          Se desidero un poco d’acqua d’Europa, è quello
          Della pozza nera e fredda in cui il ragazzo accucciato,
          Con occhi tristi, fa andare il suo fragile battello,
          Come farfalla di maggio nel tramonto profumato.

          Onde, non posso più, pregno di vostri languori sottili,
          Seguire la rotta dei portatori di cotone,
          Né nuotar sotto gli occhi d’orribili pontili,
          Né aver più l’orgoglio di bandiera e pennone.
          °°°°°°

          Si, lo so è lunghissima, però è splendida.
          Ogni volta leggo le "bateau ivre" di Rimbaud, mi prende una nostalgia grandissima di Parigi.
          Una città meravigliosa.
          "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

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          • follemente
            Opinionista

            • 22/12/09
            • 11727

            #6
            Inno a San Pietroburgo



            T’amo creatura di Pietro,

            Amo il tuo grave ed armonioso aspetto,

            Il regale corso della Neva,

            Delle sue rive il granito,

            Delle tue cinte il rabesco di ghisa,

            Delle tue notti malinconiche

            Il diafano crepuscolo e lo splendore illune,

            Quando nella mia stanza, scrivo, leggo senza lampada,

            E sono chiare le dormienti moli

            Delle strade deserte, e luminosa dell’Ammiragliato la cuspide,

            E, alla notturna tenebra non concedendo il passo

            Nel dorato cielo,

            L’una alba a dare il cambio all’altra

            S’affretta, dando alla notte mezz’ora.

            Amo del tuo rigido inverno

            L’immota aria ed il gelo,

            Il corso delle slitte lungo la larga Neva,

            Delle fanciulle i volti più vivi delle rose.


            Puškin


            Anche se... di Pietroburgo, dove non sono ancora stata, mi sono rimaste impresse le descrizioni di Dostoevskij, ma non so se le trovo.
            Last edited by follemente; 13-07-2019, 10:22.

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            • Pazza_di_Acerra
              люблю беспокоиться
              • 09/12/09
              • 28840

              #7
              Venezia di Anna Akhmatova

              Colombaia dorata sull'acqua,
              tenera e verde struggente,
              e una brezza marina che spazza
              la scia sottile delle barche nere.

              Che dolci, strani volti tra la folla,
              nelle botteghe lucenti balocchi:
              un leone col libro su un cuscino a ricami,
              un leone col libro su una colonna di marmo.

              Come su di un'antica tela scolorita,
              il cielo azzurro fioco si rapprende...
              ma non si è stretti in quest'angustia,
              e non opprimono l'umido e l'afa.
              semel in anno licet insanire, cotidie melius

              Comment

              • follemente
                Opinionista

                • 22/12/09
                • 11727

                #8
                Stupenda.

                Comment

                • BiO-dEiStA
                  Eufonista
                  • 22/02/10
                  • 5403

                  #9
                  Siede la patria mia tra il monte e 'l mare,
                  Quasi teatro ch'abbia fatto l'arte,
                  Non la natura, a' riguardanti appare,
                  E 'l Tagliamento l'interseca, e parte:
                  S'apre un bel piano, ove si possa entrare,
                  Tra 'l merigge e l'occaso, e in questa parte
                  Quanto aperto ne lassa il mar e 'l monte
                  Chiude Liquenza con perpetuo fonte.

                  (Erasmo da Valvasone, La caccia, libro I, stanza 102)
                  Originariamente Scritto da Careful with that
                  i miei post in media sono di una dozzina di righe, al più;
                  Originariamente Scritto da Ned Flanders
                  Sono stato tanto...ma tanto Laurina, lontano dal Signore: Ne ho combinate di cotte e di crude. Ti basti sapere soltanto questo....

                  Comment

                  • follemente
                    Opinionista

                    • 22/12/09
                    • 11727

                    #10
                    Il passo postato da Bio è una chicca!



                    “Serata romana” Pier Paolo Pasolini


                    Dove vai per le strade di Roma,

                    sui filobus o tram in cui la gente,

                    ritorna? In fretta, ossesso, come,

                    ti aspettasse il lavoro paziente,

                    da cui a quest’ora gli altri rincasano?

                    E’ il primo dopocena, quando il vento,

                    sa di calde miserie familiari,

                    perse nelle mille cucine, nelle,

                    lunghe strade illuminate,

                    su cui più chiare spiano le stelle.

                    Nel quartiere borghese, c’è la pace,

                    di cui ognuno dentro si contenta,

                    anche vilmente, e di cui vorrebbe,

                    piena ogni sera della sua esistenza.

                    Ah , essere diverso – in un mondo che pure,

                    è in colpa – significa non essere innocente…

                    Va, scendi, lungo le svolte oscure,

                    del viale che porta a Trastevere:

                    ecco, ferma e sconvolta, come,

                    dissepolta da un fango di altri evi,

                    a farsi godere da chi può strappare,

                    un giorno ancora alla morte e al dolore,

                    ha ai tuoi piedi Roma…

                    Scendo, attraverso Ponte Garibaldi,

                    seguo la spalletta con le nocche,

                    contro l’orlo rosicchiato della pietra,

                    dura nel tepore che la notte,

                    teneramente fiata, sulla volta,

                    dei caldi platani. Lastre d’una smorta,

                    sequenza, sull’altra sponda, empiono,

                    il cielo di lavato, plumbei, piatti,

                    gli attici dei caseggiati giallastri.

                    E io guardo, camminando per i lastrici,

                    slabbrati, d’osso, o meglio odoro,

                    prosaico ed ebreo – punteggiato d’astri,

                    invecchiati e di finestre sonore

                    il grande rione familiare:

                    la buia estate lo indora,

                    umida, tra le sporche zaffate,

                    che il vento piovendo dai laziali,

                    prati spande su rotaie e facciate.

                    E come odora, nel caldo, così pieno,

                    da esser esso stesso spazio,

                    il muraglione, qui sotto:

                    da ponte Sublicio fino sul Gianicolo,

                    il fetore si mescola all’ebbrezza,

                    della vita che non è vita.

                    Impuri segni che di qui sono passati,

                    vecchi ubriachi di Ponte, antiche,

                    prostitute, frotte di sbandata,

                    ragazzaglia: impure traccie,

                    umane che, umanamente infette,

                    son lì a dire, violente e quiete,

                    questi uomini, i loro bassi diletti

                    innocenti, le loro misere mete.

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                    • dark lady
                      la viaggiatrice
                      • 09/03/05
                      • 70446

                      #11
                      “Aumentiamo la velocità, facendo rotta verso la costa di Buccari. Alla distanza di circa un miglio, rallentiamo. Su la nostra dritta sono visibili le alture di Veglia. Ed ecco che dal mio sentimento musicale si leva il ricordo dei due meravigliosi violini italiani, dello Stradivari e dell’Amati, che sopravvivono laggiù, nella città vescovile cinta di torri venete. È mezzanotte"

                      Gabriele d'Annunzio, che parla di Cremona ne 'La beffa di Buccari'
                      “Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]

                      Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .

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                      • follemente
                        Opinionista

                        • 22/12/09
                        • 11727

                        #12
                        Non amo D'Annunzio (ora la mia città gli organizza una mostra e, sempre la giunta di destra, vorrebbe dedicargli una statua in una delle piazze principali della città, sebbene egli non abbia alcun legame con la città stessa), però questa citazione è affascinante.

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                        • Kanyu
                          *

                          • 10/05/19
                          • 23112

                          #13
                          Venezia (di Anna Achmàtova)

                          Colombaia dorata sull'acqua,
                          tenera e verde struggente,
                          e una brezza marina che spazza
                          la scia sottile delle barche nere.

                          Che dolci, strani volti tra la folla,
                          nelle botteghe lucenti balocchi:
                          un leone col libro su un cuscino a ricami,
                          un leone col libro su una colonna di marmo.

                          Come su di un'antica tela scolorita,
                          il cielo azzurro fioco si rapprende...
                          ma non si è stretti in quest'angustia,
                          e non opprimono l'umido e l'afa.

                          Non sono veneziano, sono veronese, ma Venezia rimane sempre una delle più belle città del mondo.
                          Questa poesia la rispecchia veramente.
                          "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

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                          • follemente
                            Opinionista

                            • 22/12/09
                            • 11727

                            #14
                            Kanyu, l'ha già postata la signora Pazza.

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                            • Kanyu
                              *

                              • 10/05/19
                              • 23112

                              #15
                              Per la miseria non me ne sono accorto...
                              Chiedo scusa.
                              Allora posto questa sperando che qualcuno non mi abbia già preceduto, ma non mi sembra.

                              VENEZIA
                              ( di Diego Valeri)


                              C'è una città di questo mondo,
                              ma così bella, ma così strana,
                              che pare un gioco di fata Morgana
                              o una visione del cuore profondo.

                              Avviluppata in un roseo velo,
                              sta con sue chiese, palazzi, giardini,
                              tutta sospesa tra due turchini,
                              quello del mare, quello del cielo.

                              Così mutevole! A vederla
                              nella mattina di sole bianco
                              splende d'un riso pallido e stanco,
                              d'un chiuso lume, come la perla;

                              ma nei tramonti rossi affocati
                              è un'arca d'oro, ardente, raggiante,
                              nave immensa veleggiante
                              a lontani lidi incantati.

                              Quando la luna alta inargenta
                              torri snelle e cupole piene,
                              e serpeggia per cento vene
                              d'acqua cupa e sonnolenta,

                              non si può dire quel ch'ella sia,
                              tanto è nuova mirabile cosa:
                              isola dolce, misteriosa,
                              regno infinito di fantasia...

                              Cosa di sogno, vaga e leggera;
                              eppure porta mill'anni di storia,
                              e si corona della gloria
                              d'una grande vita guerriera.

                              Cuor di leonessa, viso che ammalia,
                              o tu, Venezia, due volte sovrana:
                              pianta di forte virtù romana,
                              fiore di tutta la grazia d'Italia.
                              "Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi"

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