Leopardi - Canti

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  • Tiberio
    Opinionista
    • 16/08/16
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    #1

    Leopardi - Canti

    Pubblico dominio 14 giugno 1907

    Metterò tutti i Canti e qualcosa in più.

    Nell'ordine dell' edizione definitiva parigina postuma del 1845, a cura di Antonio Ranieri.
    Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 09:16.
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".
  • Tiberio
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    #2



    Indice dei Canti di Giacomo Leopardi (Centro naz. studi leopardiani)

    “L'obbietto e l'intento della vita nostra, non pure essenziale ma unico, è il piacere stesso; intendendo per piacere la felicità” (Operette morali, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare) IN EVIDENZA IN EVIDENZA IL


    I ALL' ITALIA
    II SOPRA IL MONUMENTO Dl DANTE CHE Sl PREPARAVA IN FIRENZE
    III AD ANGELO MAI, QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI Dl CICERONE DELLA REPUBBLICA
    IV NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA
    V A UN VINCITORE NEL PALLONE
    VI BRUTO MINORE
    VII ALLA PRIMAVERA, O DELLE FAVOLE ANTICHE
    VIII INNO AI PATRIARCHI, O DE' PRINCIPI DEL GENERE UMANO
    IX ULTIMO CANTO Dl SAFFO
    X IL PRIMO AMORE
    XI IL PASSERO SOLITARIO
    XII L'INFINITO
    XIII LA SERA DEL DI Dl FESTA
    XIV ALLA LUNA
    XV IL SOGNO
    XVI LA VITA SOLITARIA
    XVII CONSALVO
    XVIII ALLA SUA DONNA
    XIX AL CONTE CARLO PEPOLI
    XX IL RISORGIMENTO
    XXI A SILVIA
    XXII LE RICORDANZE
    XXIII CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA
    XXIV LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA
    XXV IL SABATO DEL VILLAGGIO
    XXVI IL PENSIERO DOMINANTE
    XXVII AMORE E MORTE
    XXVIII A SE STESSO
    XXIX ASPASIA
    XXX SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE, DOVE UNA GIOVANE MORTA E' RAPPRESENTATA IN ATTO Dl PARTIRE, ACCOMIATANDOSI DAI SUOI
    XXXI SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA
    XXXII PALINODIA. Al marchese Gino Capponi
    XXXIII IL TRAMONTO DELLA LUNA
    XXXIV LA GINESTRA, O IL FIORE DEL DESERTO
    XXXV IMITAZIONE
    XXXVI SCHERZO

    FRAMMENTI
    XXXVII "ODI, MELISSO"
    XXXVIII "IO QUI VAGANDO"
    XXXIX "SPENTO IL DIURNO RAGGIO"
    XL DAL GRECO DI SIMONIDE
    XLI DELLO STESSO



    Bonus aggiunti da me: I nuovi credenti - Ad Arimane (abbozzo di inno)



    AD ARIMANE

    (1835)


    Re delle cose, autor del mondo, arcana
    malvagità, sommo potere e somma
    intelligenza, eterno
    dator de' mali e reggitor del moto,


    io non so se questo ti faccia felice; ma mira e godi, ecc., contemplando eternamente, ecc.

    Produzione e distruzione, ecc. Per uccider partorisce, ecc. Sistema del mondo, tutto patimenti. Natura è come un bambino, che disfa subito il fatto. Vecchiezza. Noia o passioni piene di dolore e disperazioni: Amore.

    I selvaggi e le tribù primitive, sotto diverse forme, non riconoscono che te. Ma i popoli civili, ecc.

    Te con diversi nomi il volgo appella
    Fato, Natura e Dio.

    Ma tu sei Arimane, tu quello che, ecc.

    E il mondo civile t'invoca.

    Taccio le tempeste, le pesti, ecc., tuoi doni, ché altro non sai donare. Tu dai gli ardori e i ghiacci.

    E il mondo delira cercando nuovi ordini e leggi e spera perfezione. Ma l'opra tua rimane immutabile, perché per natura dell'uomo sempre regneranno l'ardimento e l'inganno, e la sincerità e la modestia resteranno indietro, e la fortuna sarà nemica al valore, e il merito non sarà buono a farsi largo, e il giusto e il debole sarà oppresso, ecc. ecc.

    Vivi, Arimane, e trionfi, e sempre trionferai.

    Invidia dagli antichi attribuita agli dèi verso gli uomini.

    Animali destinati in cibo. Serpente boa. Nume pietoso, ecc.

    Perché, dio del male, hai tu posto nella vita qualche apparenza di piacere? l'amore? per travagliarci col desiderio, con confronto degli altri e del tempo nostro passato, ecc.?

    Io non so se tu ami le lodi o le bestemmie, ecc. Tua lode sani il pianto, testimonio del nostro patire. Pianto da me per certo tu non avrai : ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà, ecc.

    Ma io non mi rassegnerò, ecc.

    Se mai grazia fu chiesta ad Arimane, ecc., concedimi ch'io non passi il settimo lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, ecc., l'apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quello che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de' mali, la morte. (Non ti chiedo ricchezze, ecc., non amore, sola causa degna di vivere, ecc.). Non posso, non posso più della vita.


    Cfr. anche A sé stesso "il brutto poter che ascoso, a comun danno impera"

    I NUOVI CREDENTI


    Ranieri mio, le carte ove l’umana
    vita esprimer tentai, con Salomone
    lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,
    spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,
    da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,
    e spiaccion per Toledo alle persone.
    Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo
    impinguan del Mercato, e quei che vanno
    per l’erte vie di San Martino a volo;
    Capodimonte, e quei che passan l’anno
    in sul Caffé d’Italia, e in breve, accesa
    d’un concorde voler, tutta in mio danno
    s’arma Napoli a gara alla difesa
    de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
    anteposto il morir, troppo le pesa.
    E comprender non sa, quando son buoni,
    come per virtú lor non sien felici
    borghi, terre, province e nazioni.
    Che dirò delle triglie e delle alici?
    Qual puoi bramar felicitá piú vera
    che far d’ostriche scempio infra gli amici?
    Sallo Santa Lucia, quando la sera,
    poste le mense al lume delle stelle,
    vede accorrer le genti a schiera a schiera,


    e di frutta di mare empier la pelle.
    Ma di tutte maggior, piena d’affanno,
    alla vendetta delle cose belle
    sorge la voce di color che sanno,
    e che insegnano altrui dentro ai confini
    che il Liri e un doppio mar battendo vanno.
    Palpa la coscia, ed i pagati crini
    scompiglia in su la fronte, e con quel fiato
    soave, onde attoscar suole i vicini,
    incontro al dolor mio dal labbro armato
    vibra d’alte sentenze acuti strali
    il valoroso Elpidio; il qual beato
    dell’amor d’una dea che batter l’ali
    vide giá dieci lustri, i suoi contenti
    a gran ragione omai crede immortali.
    Uso giá contra il ciel torcere i denti
    finché piacque alla Francia; indi veduto
    altra moda regnar, mutati i venti,
    alla pietá si volse, e conosciuto
    il ver senz’altre scorte, arse di zelo,
    e d’empio a me dá nome e di perduto.
    E le giovani donne e l’evangelo
    canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede
    di sua molta virtú spera nel cielo.
    Pende dal labbro suo con quella fede
    che il bimbo ha nel dottor, levando il muso
    che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,
    Galerio, il buon garzon, che ognor deluso
    cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio,
    che da Venere il fato avealo escluso.
    Per sempre escluso: ed ei contento e pio,
    loda i raggi del dí, loda la sorte
    del gener nostro, e benedice Iddio.
    E canta; ed or le sale ed or la corte
    empiendo d’armonia, suole in tal forma
    dilettando se stesso, altrui dar morte.

    Ed oggi del suo duca egli su l’orma
    movendo, incontro a me fulmini elice
    dal casto petto, che da lui s’informa.
    — Bella Italia, bel mondo, etá felice,
    dolce stato mortal! — grida tossendo
    un altro, come quei che sogna e dice;
    a cui per l’ossa e per le vene orrendo
    veleno andò giá sciolto, or va commisto
    con Mercurio ed andrá sempre serpendo.
    Questi e molti altri, che nimici a Cristo
    fûro insin oggi, il mio parlare offende,
    perché il vivere io chiamo arido e tristo.
    E in odio mio, fedel tutta si rende
    questa falange, e santi detti scocca
    contra chi Giobbe e Salomon difende.
    Racquetatevi, amici. A voi non tocca
    dell’umana miseria alcuna parte,
    che misera non è la gente sciocca.
    Né dissi io questo, o se pur dissi, all’arte
    non sempre appieno esce l’intento, e spesso
    la penna un poco dal pensier si parte.
    Or mia sentenza dichiarando, espresso
    dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna
    non è dagli astri alcun poter concesso.
    Non al dolor, perché alla vostra cuna
    assiste, e poi sull’asinina stampa
    il piè per ogni via pon la fortuna.
    E se talor la vostra vita inciampa,
    come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio
    90il non sentire e il non saper vi scampa.
    Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
    rompon l’alme ben nate; a voi tal male
    narrare indarno e non inteso io soglio.
    Portici, San Carlin, Villa reale,
    Toledo, e l’arte onde barone è Vito,
    e quella onde la donna in alto sale,


    pago fanno ad ogni or vostro appetito,
    e il cor, che né gentil cosa, né rara,
    né il bel sognò giammai, né l’infinito.
    Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
    a cui grava il morir; noi femminette,
    cui la morte è in desio, la vita amara.
    Voi saggi, voi felici: anime elette
    a goder delle cose: in voi natura
    le intenzioni sue vide perfette.
    Degli uomini e del ciel delizia e cura
    sarete sempre, infin che stabilita
    ignoranza e sciocchezza in cuor vi dura:
    e durerá, mi penso, almeno in vita.
    Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 11:41.
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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    • Tiberio
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      #3
      AGLI AMICI SUOI


      DI TOSCANA.
      (1831)





      La mia favola breve è già compita,
      E fornito il mio tempo a mezzo gli anni.
      petrarca.

      [p. 5]




      Amici miei cari,











      Firenze 15 Dicembre 1830.




      Sia dedicato a voi questo libro, dove io cercava, come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore, e col quale al presente (nè posso già dirlo senza lacrime) prendo comiato dalle lettere e dagli studi. Sperai [p. 6]che questi cari studi avrebbero sostentata la mia vecchiezza, e credetti colla perdita di tutti gli altri piaceri, di tutti gli altri beni della fanciullezza e della gioventù, avere acquistato un bene che da nessuna forza, da nessuna sventura mi fosse tolto. Ma io non aveva appena vent’anni, quando da quella infermità di nervi e di viscere, che privandomi della mia vita, non mi dà speranza della morte, quel mio solo bene mi fu ridotto a meno che a mezzo; poi, due anni prima dei trenta, mi è stato tolto del tutto, e credo oramai per sempre. Ben sapete che queste medesime carte io non ho potute leggere, e per emendarle m’è convenuto servirmi degli occhi e della mano d’altri. Non mi so più dolere, miei cari amici; e la coscienza che ho della grandezza della mia [p. 7]infelicità, non comporta l’uso delle querele. Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena. Se non che in questo tempo ho acquistato voi: e la compagnia vostra, che m’è in luogo degli studi, e in luogo d’ogni diletto e di ogni speranza, quasi compenserebbe i miei mali, se per la stessa infermità mi fosse lecito di goderla quant’io vorrei, e s’io non conoscessi che la mia fortuna assai tosto mi priverà di questa ancora, costringendomi a consumar gli anni che mi avanzano, abbandonato da ogni conforto della civiltà, in un luogo dove assai meglio abitano i sepolti che i vivi. L’amor vostro mi rimarrà tuttavia, e mi durerà forse ancor dopo che il mio corpo, che già non vive più, sarà fatto cenere. Addio.

      Il vostro Leopardi.
      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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        #4
        I - ALL'ITALIA

        O patria mia, vedo le mura e gli archi
        E le colonne e i simulacri e l'erme
        Torri degli avi nostri,
        Ma la gloria non vedo,
        Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
        I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
        Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
        Oimè quante ferite,
        Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
        Formosissima donna! Io chiedo al cielo
        E al mondo: dite dite;
        Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
        Che di catene ha carche ambe le braccia;
        Sì che sparte le chiome e senza velo
        Siede in terra negletta e sconsolata,
        Nascondendo la faccia
        Tra le ginocchia, e piange.
        Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
        Le genti a vincer nata
        E nella fausta sorte e nella ria.

        Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
        Mai non potrebbe il pianto
        Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
        Che fosti donna, or sei povera ancella.
        Chi di te parla o scrive,
        Che, rimembrando il tuo passato vanto,
        Non dica: già fu grande, or non è quella?
        Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
        Dove l'armi e il valore e la costanza?
        Chi ti discinse il brando?
        Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
        O qual tanta possanza
        Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
        Come cadesti o quando
        Da tanta altezza in così basso loco?
        Nessun pugna per te? non ti difende
        Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
        Combatterò, procomberò sol io.
        Dammi, o ciel, che sia foco
        Agl'italici petti il sangue mio.

        Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
        E di carri e di voci e di timballi:
        In estranie contrade
        Pugnano i tuoi figliuoli.
        Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
        Un fluttuar di fanti e di cavalli,
        E fumo e polve, e luccicar di spade
        Come tra nebbia lampi.
        Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
        Piegar non soffri al dubitoso evento?
        A che pugna in quei campi
        L'Itala gioventude? O numi, o numi:
        Pugnan per altra terra itali acciari.
        Oh misero colui che in guerra è spento,
        Non per li patrii lidi e per la pia
        Consorte e i figli cari,
        Ma da nemici altrui,
        Per altra gente, e non può dir morendo:
        Alma terra natia,
        La vita che mi desti ecco ti rendo.

        Oh venturose e care e benedette
        L'antiche età, che a morte
        Per la patria correan le genti a squadre;
        E voi sempre onorate e gloriose,
        O tessaliche strette,
        Dove la Persia e il fato assai men forte
        Fu di poch'alme franche e generose!
        Io credo che le piante e i sassi e l'onda
        E le montagne vostre al passeggere
        Con indistinta voce
        Narrin siccome tutta quella sponda
        Coprìr le invitte schiere
        De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
        Allor, vile e feroce,
        Serse per l'Ellesponto si fuggia,
        Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
        E sul colle d'Antela, ove morendo
        Si sottrasse da morte il santo stuolo,
        Simonide salia,
        Guardando l'etra e la marina e il suolo.

        E di lacrime sparso ambe le guance,
        E il petto ansante, e vacillante il piede,
        Toglieasi in man la lira:
        Beatissimi voi,
        Ch'offriste il petto alle nemiche lance
        Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
        Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
        Nell'armi e ne' perigli
        Qual tanto amor le giovanette menti,
        Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
        Come sì lieta, o figli,
        L'ora estrema vi parve, onde ridenti
        Correste al passo lacrimoso e duro?
        Parea ch'a danza e non a morte andasse
        Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
        Ma v'attendea lo scuro
        Tartaro, e l'onda morta;
        Nè le spose vi foro o i figli accanto
        Quando su l'aspro lito
        Senza baci moriste e senza pianto.

        Ma non senza de' Persi orrida pena
        Ed immortale angoscia.
        Come lion di tori entro una mandra
        Or salta a quello in tergo e sì gli scava
        Con le zanne la schiena,
        Or questo fianco addenta or quella coscia;
        Tal fra le Perse torme infuriava
        L'ira de' greci petti e la virtute.
        Ve' cavalli supini e cavalieri;
        Vedi intralciare ai vinti
        La fuga i carri e le tende cadute,
        E correr fra' primieri
        Pallido e scapigliato esso tiranno;
        Ve' come infusi e tinti
        Del barbarico sangue i greci eroi,
        Cagione ai Persi d'infinito affanno,
        A poco a poco vinti dalle piaghe,
        L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
        Beatissimi voi
        Mentre nel mondo si favelli o scriva.

        Prima divelte, in mar precipitando,
        Spente nell'imo strideran le stelle,
        Che la memoria e il vostro
        Amor trascorra o scemi.
        La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
        Verran le madri ai parvoli le belle
        Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
        O benedetti, al suolo,
        E bacio questi sassi e queste zolle,
        Che fien lodate e chiare eternamente
        Dall'uno all'altro polo.
        Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
        Fosse del sangue mio quest'alma terra.
        Che se il fato è diverso, e non consente
        Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
        Chiuda prostrato in guerra,
        Così la vereconda
        Fama del vostro vate appo i futuri
        Possa, volendo i numi,
        Tanto durar quanto la vostra duri.
        Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 08:22.
        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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          #5
          II - SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE

          Perché le nostre genti
          Pace sotto le bianche ali raccolga,
          Non fien da' lacci sciolte
          Dell'antico sopor l'itale menti
          S'ai patrii esempi della prisca etade
          Questa terra fatal non si rivolga.
          O Italia, a cor ti stia
          Far ai passati onor; che d'altrettali
          Oggi vedove son le tue contrade,
          Nè v'è chi d'onorar ti si convegna.
          Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
          Quella schiera infinita d'immortali,
          E piangi e di te stessa ti disdegna;
          Che senza sdegno omai la doglia è stolta:
          Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,
          E ti punga una volta
          Pensier degli avi nostri e de' nepoti.

          D'aria e d'ingegno e di parlar diverso
          Per lo toscano suol cercando gia
          L'ospite desioso
          Dove giaccia colui per lo cui verso
          Il meonio cantor non è più solo.
          Ed, oh vergogna! udia
          Che non che il cener freddo e l'ossa nude
          Giaccian esuli ancora
          Dopo il funereo dì sott'altro suolo,
          Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,
          Firenze, a quello per la cui virtude
          Tutto il mondo t'onora.
          Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso
          Obbrobrio laverà nostro paese!
          Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,
          Schiera prode e cortese,
          Qualunque petto amor d'Italia accende.

          Amor d'Italia, o cari,
          Amor di questa misera vi sproni,
          Ver cui pietade è morta
          In ogni petto omai, perciò che amari
          Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo.
          Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni
          Misericordia, o figli,
          E duolo e sdegno di cotanto affanno
          Onde bagna costei le guance e il velo.
          Ma voi di quale ornar parola o canto
          Si debbe, a cui non pur cure o consigli,
          Ma dell'ingegno e della man daranno
          I sensi e le virtudi eterno vanto
          Oprate e mostre nella dolce impresa?
          Quali a voi note invio, sì che nel core,
          Sì che nell'alma accesa
          Nova favilla indurre abbian valore?

          Voi spirerà l'altissimo subbietto,
          Ed acri punte premeravvi al seno.
          Chi dirà l'onda e il turbo
          Del furor vostro e dell'immenso affetto?
          Chi pingerà l'attonito sembiante?
          Chi degli occhi il baleno?
          Qual può voce mortal celeste cosa
          Agguagliar figurando?
          Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante
          Lacrime al nobil sasso Italia serba!
          Come cadrà? come dal tempo rosa
          Fia vostra gloria o quando?
          Voi, di ch'il nostro mal si disacerba,
          Sempre vivete, o care arti divine,
          Conforto a nostra sventurata gente,
          Fra l'itale ruine
          Gl'itali pregi a celebrare intente.

          Ecco voglioso anch'io
          Ad onorar nostra dolente madre
          Porto quel che mi lice,
          E mesco all'opra vostra il canto mio,
          Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.
          O dell'etrusco metro inclito padre,
          Se di cosa terrena,
          Se di costei che tanto alto locasti
          Qualche novella ai vostri lidi arriva,
          Io so ben che per te gioia non senti,
          Che saldi men che cera e men ch'arena,
          Verso la fama che di te lasciasti,
          Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
          Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,
          Cresca, se crescer può, nostra sciaura,
          E in sempiterni guai
          Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.

          Ma non per te; per questa ti rallegri
          Povera patria tua, s'unqua l'esempio
          Degli avi e de' parenti
          Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri
          Tanto valor che un tratto alzino il viso.
          Ahi, da che lungo scempio
          Vedi afflitta costei, che sì meschina
          Te salutava allora
          Che di novo salisti al paradiso!
          Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
          Fu fortunata allor donna e reina.
          Tal miseria l'accora
          Qual tu forse mirando a te non credi.
          Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;
          Ma non la più recente e la più fera,
          Per cui presso alle soglie
          Vide la patria tua l'ultima sera.

          Beato te che il fato
          A viver non dannò fra tanto orrore;
          Che non vedesti in braccio
          L'itala moglie a barbaro soldato;
          Non predar, non guastar cittadi e colti
          L'asta inimica e il peregrin furore;
          Non degl'itali ingegni
          Tratte l'opre divine a miseranda
          Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti
          Carri impedita la dolente via;
          Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
          Non udisti gli oltraggi e la nefanda
          Voce di libertà che ne schernia
          Tra il suon delle catene e de' flagelli.
          Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
          Che lasciaron quei felli?
          Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

          Perchè venimmo a sì perversi tempi?
          Perchè il nascer ne desti o perchè prima
          Non ne desti il morire,
          Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
          Nostra patria vedendo ancella e schiava,
          E da mordace lima
          Roder la sua virtù, di null'aita
          E di nullo conforto
          Lo spietato dolor che la stracciava
          Ammollir ne fu dato in parte alcuna.
          Ahi non il sangue nostro e non la vita
          Avesti, o cara; e morto
          Io non son per la tua cruda fortuna.
          Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:
          Pugnò, cadde gran parte anche di noi:
          Ma per la moribonda
          Italia no; per li tiranni suoi.

          Padre, se non ti sdegni,
          Mutato sei da quel che fosti in terra.
          Morian per le rutene
          Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,
          Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
          E gli uomini e le belve immensa guerra.
          Cadeano a squadre a squadre
          Semivestiti, maceri e cruenti,
          Ed era letto agli egri corpi il gelo.
          Allor, quando traean l'ultime pene,
          Membrando questa desiata madre,
          Diceano: oh non le nubi e non i venti,
          Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
          O patria nostra. Ecco da te rimoti,
          Quando più bella a noi l'età sorride,
          A tutto il mondo ignoti,
          Moriam per quella gente che t'uccide.

          Di lor querela il boreal deserto
          E conscie fur le sibilanti selve.
          Così vennero al passo,
          E i negletti cadaveri all'aperto
          Su per quello di neve orrido mare
          Dilaceràr le belve;
          E sarà il nome degli egregi e forti
          Pari mai sempre ed uno
          Con quel de' tardi e vili. Anime care,
          Bench'infinita sia vostra sciagura,
          Datevi pace; e questo vi conforti
          Che conforto nessuno
          Avrete in questa o nell'età futura.
          In seno al vostro smisurato affanno
          Posate, o di costei veraci figli,
          Al cui supremo danno
          Il vostro solo è tal che s'assomigli.

          Di voi già non si lagna
          La patria vostra, ma di chi vi spinse
          A pugnar contra lei,
          Sì ch'ella sempre amaramente piagna
          E il suo col vostro lacrimar confonda.
          Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse
          Pietà nascesse in core
          A tal de' suoi ch'affaticata e lenta
          Di sì buia vorago e sì profonda
          La ritraesse! O glorioso spirto,
          Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?
          Dì: quella fiamma che t'accese, è spenta?
          Dì: nè più mai rinverdirà quel mirto
          Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?
          Nostre corone al suol fien tutte sparte?
          Nè sorgerà mai tale
          Che ti rassembri in qualsivoglia parte?

          In eterno perimmo? e il nostro scorno
          Non ha verun confine?
          Io mentre viva andrò sclamando intorno,
          Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
          Mira queste ruine
          E le carte e le tele e i marmi e i templi;
          Pensa qual terra premi; e se destarti
          Non può la luce di cotanti esempli,
          Che stai? levati e parti.
          Non si conviene a sì corrotta usanza
          Questa d'animi eccelsi altrice e scola:
          Se di codardi è stanza,
          Meglio l'è rimaner vedova e sola.
          Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 08:26.
          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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          • Tiberio
            Opinionista
            • 16/08/16
            • 3530

            #6
            III - AD ANGELO MAI, QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE DELLA REPUBBLICA

            Italo ardito, a che giammai non posi
            Di svegliar dalle tombe
            I nostri padri? ed a parlar gli meni
            A questo secol morto, al quale incombe
            Tanta nebbia di tedio? E come or vieni
            Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,
            Voce antica de' nostri,
            Muta sì lunga etade? e perchè tanti
            Risorgimenti? In un balen feconde
            Venner le carte; alla stagion presente
            I polverosi chiostri
            Serbaro occulti i generosi e santi
            Detti degli avi. E che valor t'infonde,
            Italo egregio, il fato? O con l'umano
            Valor forse contrasta il fato invano?

            Certo senza de' numi alto consiglio
            Non è ch'ove più lento
            E grave è il nostro disperato obblio,
            A percoter ne rieda ogni momento
            Novo grido de' padri. Ancora è pio
            Dunque all'Italia il cielo; anco si cura
            Di noi qualche immortale:
            Ch'essendo questa o nessun'altra poi
            L'ora da ripor mano alla virtude
            Rugginosa dell'itala natura,
            Veggiam che tanto e tale
            E' il clamor de' sepolti, e che gli eroi
            Dimenticati il suol quasi dischiude,
            A ricercar s'a questa età sì tarda
            Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

            Di noi serbate, o gloriosi, ancora
            Qualche speranza? in tutto
            Non siam periti? A voi forse il futuro
            Conoscer non si toglie. Io son distrutto
            Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
            M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno
            E' tal che sogno e fola
            Fa parer la speranza. Anime prodi
            Ai tetti vostri inonorata, immonda
            Plebe successe; al vostro sangue è scherno
            E d'opra e di parola
            Ogni valor; di vostre eterne lodi
            Nè rossor più nè invidia; ozio circonda
            I monumenti vostri; e di viltade
            Siam fatti esempio alla futura etade.

            Bennato ingegno, or quando altrui non cale
            De' nostri alti parenti,
            A te ne caglia, a te cui fato aspira
            Benigno sì che per tua man presenti
            Paion que' giorni allor che dalla dira
            Obblivione antica ergean la chioma,
            Con gli studi sepolti,
            I vetusti divini, a cui natura
            Parlò senza svelarsi, onde i riposi
            Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.
            Oh tempi, oh tempi avvolti
            In sonno eterno! Allora anco immatura
            La ruina d'Italia, anco sdegnosi
            Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo
            Più faville rapia da questo suolo.

            Eran calde le tue ceneri sante,
            Non domito nemico
            Della fortuna, al cui sdegno e dolore
            Fu più l'averno che la terra amico.
            L'averno: e qual non è parte migliore
            Di questa nostra? E le tue dolci corde
            Sussurravano ancora
            Dal tocco di tua destra, o sfortunato
            Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
            L'italo canto. E pur men grava e morde
            Il mal che n'addolora
            Del tedio che n'affoga. Oh te beato,
            A cui fu vita il pianto! A noi le fasce
            Cinse il fastidio; a noi presso la culla
            Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

            Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
            Ligure ardita prole,
            Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti
            Cui strider l'onde all'attuffar del sole
            Parve udir su la sera, agl'infiniti
            Flutti commesso, ritrovasti il raggio
            Del Sol caduto, e il giorno
            Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;
            E rotto di natura ogni contrasto,
            Ignota immensa terra al tuo viaggio
            Fu gloria, e del ritorno
            Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
            Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
            L'etra sonante e l'alma terra e il mare
            Al fanciullin, che non al saggio, appare.

            Nostri sogni leggiadri ove son giti
            Dell'ignoto ricetto
            D'ignoti abitatori, o del diurno
            Degli astri albergo, e del rimoto letto
            Della giovane Aurora, e del notturno
            Occulto sonno del maggior pianeta?
            Ecco svaniro a un punto,
            E figurato è il mondo in breve carta;
            Ecco tutto è simile, e discoprendo,
            Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta
            Il vero appena è giunto,
            O caro immaginar; da te s'apparta
            Nostra mente in eterno; allo stupendo
            Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
            E il conforto perì de' nostri affanni.

            Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
            Sole splendeati in vista,
            Cantor vago dell'arme e degli amori,
            Che in età della nostra assai men trista
            Empièr la vita di felici errori:
            Nova speme d'Italia. O torri, o celle,
            O donne, o cavalieri,
            O giardini, o palagi! a voi pensando,
            In mille vane amenità si perde
            La mente mia. Di vanità, di belle
            Fole e strani pensieri
            Si componea l'umana vita: in bando
            Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
            E' spogliato alle cose? Il certo e solo
            Veder che tutto è vano altro che il duolo.

            O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa
            Tua mente allora, il pianto
            A te, non altro, preparava il cielo.
            Oh misero Torquato! il dolce canto
            Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
            Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,
            Cinta l'odio e l'immondo
            Livor privato e de' tiranni. Amore,
            Amor, di nostra vita ultimo inganno,
            T'abbandonava. Ombra reale e salda
            Ti parve il nulla, e il mondo
            Inabitata piaggia. Al tardo onore
            Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,
            L'ora estrema ti fu. Morte domanda
            Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

            Torna torna fra noi, sorgi dal muto
            E sconsolato avello,
            Se d'angoscia sei vago, o miserando
            Esemplo di sciagura. Assai da quello
            Che ti parve sì mesto e sì nefando,
            E' peggiorato il viver nostro. O caro,
            Chi ti compiangeria,
            Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
            Chi stolto non direbbe il tuo mortale
            Affanno anche oggidì, se il grande e il raro
            Ha nome di follia;
            Nè livor più, ma ben di lui più dura
            La noncuranza avviene ai sommi? o quale,
            Se più de' carmi, il computar s'ascolta,
            Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?

            Da te fino a quest'ora uom non è sorto,
            O sventurato ingegno,
            Pari all'italo nome, altro ch'un solo,
            Solo di sua codarda etate indegno
            Allobrogo feroce, a cui dal polo
            Maschia virtù, non già da questa mia
            Stanca ed arida terra,
            Venne nel petto; onde privato, inerme,
            (Memorando ardimento) in su la scena
            Mosse guerra a' tiranni: almen si dia
            Questa misera guerra
            E questo vano campo all'ire inferme
            Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena
            Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto
            Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

            Disdegnando e fremendo, immacolata
            Trasse la vita intera,
            E morte lo scampò dal veder peggio.
            Vittorio mio, questa per te non era
            Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
            Conviene agli alti ingegni. Or di riposo
            Paghi viviamo, e scorti
            Da mediocrità: sceso il sapiente
            E salita è la turba a un sol confine,
            Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
            Segui; risveglia i morti,
            Poi che dormono i vivi; arma le spente
            Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine
            Questo secol di fango o vita agogni
            E sorga ad atti illustri, o si vergogni.
            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

            Comment

            • Tiberio
              Opinionista
              • 16/08/16
              • 3530

              #7
              IV - NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA

              Poi che del patrio nido
              I silenzi lasciando, e le beate
              Larve e l'antico error, celeste dono,
              Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido,
              Te nella polve della vita e il suono
              Tragge il destin; l'obbrobriosa etate
              Che il duro cielo a noi prescrisse impara,
              Sorella mia, che in gravi
              E luttuosi tempi
              L'infelice famiglia all'infelice
              Italia accrescerai. Di forti esempi
              Al tuo sangue provvedi. Aure soavi
              L'empio fato interdice
              All'umana virtude,
              Nè pura in gracil petto alma si chiude.

              O miseri o codardi
              Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
              Tra fortuna e valor dissidio pose
              Il corrotto costume. Ahi troppo tardi,
              E nella sera dell'umane cose,
              Acquista oggi chi nasce il moto e il senso.
              Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda
              Questa sovr'ogni cura,
              Che di fortuna amici
              Non crescano i tuoi figli, e non di vile
              Timor gioco o di speme: onde felici
              Sarete detti nell'età futura:
              Poiché (nefando stile,
              Di schiatta ignava e finta)
              Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta.

              Donne, da voi non poco
              La patria aspetta; e non in danno e scorno
              Dell'umana progenie al dolce raggio
              Delle pupille vostre il ferro e il foco
              Domar fu dato. A senno vostro il saggio
              E il forte adopra e pensa; e quanto il giorno
              Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.
              Ragion di nostra etate
              Io chieggo a voi. La santa
              Fiamma di gioventù dunque si spegne
              Per vostra mano? attenuata e franta
              Da voi nostra natura? e le assonnate
              Menti, e le voglie indegne,
              E di nervi e di polpe
              Scemo il valor natio, son vostre colpe?

              Ad atti egregi è sprone
              Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto
              Maestra è la beltà. D'amor digiuna
              Siede l'alma di quello a cui nel petto
              Non si rallegra il cor quando a tenzone
              Scendono i venti, e quando nembi aduna
              L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
              Della procella. O spose,
              O verginette, a voi
              Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
              E' della patria e che sue brame e suoi
              Volgari affetti in basso loco pose,
              Odio mova e disdegno;
              Se nel femmineo core
              D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.

              Madri d'imbelle prole
              V'incresca esser nomate. I danni e il pianto
              Della virtude a tollerar s'avvezzi
              La stirpe vostra, e quel che pregia e cole
              La vergognosa età, condanni e sprezzi;
              Cresca alla patria, e gli alti gesti, e quanto
              Agli avi suoi deggia la terra impari.
              Qual de' vetusti eroi
              Tra le memorie e il grido
              Crescean di Sparta i figli al greco nome;
              Finché la sposa giovanetta il fido
              Brando cingeva al caro lato, e poi
              Spandea le negre chiome
              Sul corpo esangue e nudo
              Quando e' reddia nel conservato scudo.

              Virginia, a te la molle
              Gota molcea con le celesti dita
              Beltade onnipossente, e degli alteri
              Disdegni tuoi si sconsolava il folle
              Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri
              Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,
              Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe
              Il bianchissimo petto,
              E all'Erebo scendesti
              Volonterosa. A me disfiori e scioglia
              Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,
              Dicea, la tomba, anzi che l'empio letto
              Del tiranno m'accoglia.
              E se pur vita e lena
              Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.

              O generosa, ancora
              Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole
              Ch'oggi non fa, pur consolata e paga
              E' quella tomba cui di pianto onora
              L'alma terra nativa. Ecco alla vaga
              Tua spoglia intorno la romulea prole
              Di nova ira sfavilla. Ecco di polve
              Lorda il tiranno i crini;
              E libertade avvampa
              Gli obbliviosi petti; e nella doma
              Terra il marte latino arduo s'accampa
              Dal buio polo ai torridi confini.
              Così l'eterna Roma
              In duri ozi sepolta
              Femmineo fato avviva un'altra volta.
              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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              • Tiberio
                Opinionista
                • 16/08/16
                • 3530

                #8
                V - A UN VINCITORE NEL PALLONE

                Di gloria il viso e la gioconda voce,
                Garzon bennato, apprendi,
                E quanto al femminile ozio sovrasti
                La sudata virtude. Attendi attendi,
                Magnanimo campion (s'alla veloce
                Piena degli anni il tuo valor contrasti
                La spoglia di tuo nome), attendi e il core
                Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
                Arena e il circo, e te fremendo appella
                Ai fatti illustri il popolar favore;
                Te rigoglioso dell'età novella
                Oggi la patria cara
                Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

                Del barbarico sangue in Maratona
                Non colorò la destra
                Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
                Che stupido mirò l'ardua palestra,
                Né la palma beata e la corona
                D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
                Forse le chiome polverose e i fianchi
                Delle cavalle vincitrici asterse
                Tal che le greche insegne e il greco acciaro
                Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
                Nelle pallide torme; onde sonaro
                Di sconsolato grido
                L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

                Vano dirai quel che disserra e scote
                Della virtù nativa
                Le riposte faville? e che del fioco
                Spirto vital negli egri petti avviva
                Il caduco fervor? Le meste rote
                Da poi che Febo instiga, altro che gioco
                Son l'opre de' mortali? ed è men vano
                Della menzogna il vero? A noi di lieti
                Inganni e di felici ombre soccorse
                Natura stessa: e là dove l'insano
                Costume ai forti errori esca non porse,
                Negli ozi oscuri e nudi
                Mutò la gente i gloriosi studi.

                Tempo forse verrà ch'alle ruine
                Delle italiche moli
                Insultino gli armenti, e che l'aratro
                Sentano i sette colli; e pochi Soli
                Forse fien volti, e le città latine
                Abiterà la cauta volpe, e l'atro
                Bosco mormorerà fra le alte mura;
                Se la funesta delle patrie cose
                Obblivion dalle perverse menti
                Non isgombrano i fati, e la matura
                Clade non torce dalle abbiette genti
                Il ciel fatto cortese
                Dal rimembrar delle passate imprese.

                Alla patria infelice, o buon garzone,
                Sopravviver ti doglia.
                Chiaro per lei stato saresti allora
                Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
                Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
                Che nullo di tal madre oggi s'onora:
                Ma per te stesso al polo ergi la mente.
                Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
                Beata allor che ne' perigli avvolta,
                Se stessa obblia, nè delle putri e lente
                Ore il danno misura e il flutto ascolta;
                Beata allor che il piede
                Spinto al varco leteo, più grata riede.
                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                • Tiberio
                  Opinionista
                  • 16/08/16
                  • 3530

                  #9
                  VI - BRUTO MINORE

                  Poi che divelta, nella tracia polve
                  Giacque ruina immensa
                  L'italica virtute, onde alle valli
                  D'Esperia verde, e al tiberino lido,
                  Il calpestio de' barbari cavalli
                  Prepara il fato, e dalle selve ignude
                  Cui l'Orsa algida preme,
                  A spezzar le romane inclite mura
                  Chiama i gotici brandi;
                  Sudato, e molle di fraterno sangue,
                  Bruto per l'atra notte in erma sede,
                  Fermo già di morir, gl'inesorandi
                  Numi e l'averno accusa,
                  E di feroci note
                  Invan la sonnolenta aura percote.

                  Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
                  Dell'inquiete larve
                  Son le tue scole, e ti si volge a tergo
                  Il pentimento. A voi, marmorei numi,
                  (Se numi avete in Flegetonte albergo
                  O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
                  E' la prole infelice
                  A cui templi chiedeste, e frodolenta
                  Legge al mortale insulta.
                  Dunque tanto i celesti odii commove
                  La terrena pietà? dunque degli empi
                  Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
                  Per l'aere il nembo, e quando
                  Il tuon rapido spingi,
                  Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?

                  Preme il destino invitto e la ferrata
                  Necessità gl'infermi
                  Schiavi di morte: e se a cessar non vale
                  Gli oltraggi lor, de' necessarii danni
                  Si consola il plebeo. Men duro è il male
                  Che riparo non ha? dolor non sente
                  Chi di speranza è nudo?
                  Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
                  Teco il prode guerreggia,
                  Di cedere inesperto; e la tiranna
                  Tua destra, allor che vincitrice il grava,
                  Indomito scrollando si pompeggia,
                  Quando nell'alto lato
                  L'amaro ferro intride,
                  E maligno alle nere ombre sorride.

                  Spiace agli Dei chi violento irrompe
                  Nel Tartaro. Non fora
                  Tanto valor ne' molli eterni petti.
                  Forse i travagli nostri, e forse il cielo
                  I casi acerbi e gl'infelici affetti
                  Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
                  Non fra sciagure e colpe,
                  Ma libera ne' boschi e pura etade
                  Natura a noi prescrisse,
                  Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
                  Sparse i regni beati empio costume,
                  E il viver macro ad altre leggi addisse;
                  Quando gl'infausti giorni
                  Virile alma ricusa,
                  Riede natura, e il non suo dardo accusa?

                  Di colpa ignare e de' lor proprii danni
                  Le fortunate belve
                  Serena adduce al non previsto passo
                  La tarda età. Ma se spezzar la fronte
                  Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
                  Dare al vento precipiti le membra,
                  Lor suadesse affanno;
                  Al misero desio nulla contesa
                  Legge arcana farebbe
                  O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
                  Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
                  Figli di Prometeo, la vita increbbe;
                  A voi le morte ripe,
                  Se il fato ignavo pende,
                  Soli, o miseri, a voi Giove contende.

                  E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
                  Candida luna, sorgi,
                  E l'inquieta notte e la funesta
                  All'ausonio valor campagna esplori.
                  Cognati petti il vincitor calpesta,
                  Fremono i poggi, dalle somme vette
                  Roma antica ruina;
                  Tu sì placida sei? Tu la nascente
                  Lavinia prole, e gli anni
                  Lieti vedesti, e i memorandi allori;
                  E tu su l'alpe l'immutato raggio
                  Tacita verserai quando ne' danni
                  Del servo italo nome,
                  Sotto barbaro piede
                  Rintronerà quella solinga sede.

                  Ecco tra nudi sassi o in verde ramo
                  E la fera e l'augello,
                  Del consueto obblio gravido il petto,
                  L'alta ruina ignora e le mutate
                  Sorti del mondo: e come prima il tetto
                  Rosseggerà del villanello industre,
                  Al mattutino canto
                  Quel desterà le valli, e per le balze
                  Quella l'inferma plebe
                  Agiterà delle minori belve.
                  Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
                  Siam delle cose; e non le tinte glebe,
                  Non gli ululati spechi
                  Turbò nostra sciagura,
                  Né scolorò le stelle umana cura.

                  Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
                  Regi, o la terra indegna,
                  E non la notte moribondo appello;
                  Non te, dell'atra morte ultimo raggio,
                  Conscia futura età. Sdegnoso avello
                  Placàr singulti, ornàr parole e doni
                  Di vil caterva? In peggio
                  Precipitano i tempi; e mal s'affida
                  A putridi nepoti
                  L'onor d'egregie menti e la suprema
                  De' miseri vendetta. A me dintorno
                  Le penne il bruno augello avido roti;
                  Prema la fera, e il nembo
                  Tratti l'ignota spoglia;
                  E l'aura il nome e la memoria accoglia.
                  "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                  • Tiberio
                    Opinionista
                    • 16/08/16
                    • 3530

                    #10
                    VII - ALLA PRIMAVERA, O DELLE FAVOLE ANTICHE

                    Perchè i celesti danni
                    ristori il sole, e perchè l'aure inferme
                    Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
                    Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
                    Credano il petto inerme
                    Gli augelli al vento, e la diurna luce
                    Novo d'amor desio, nova speranza
                    Ne' penetrati boschi e fra le sciolte
                    Pruine induca alle commosse belve;
                    Forse alle stanche e nel dolor sepolte
                    Umane menti riede
                    La bella età, cui la sciagura e l'atra
                    Face del ver consunse
                    Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
                    Di febo i raggi al misero non sono
                    In sempiterno? ed anco,
                    Primavera odorata, inspiri e tenti
                    Questo gelido cor, questo ch'amara
                    Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

                    Vivi tu, vivi, o santa
                    Natura? vivi e il dissueto orecchio
                    Della materna voce il suono accoglie?
                    Già di candide ninfe i rivi albergo,
                    Placido albergo e specchio
                    Furo i liquidi fonti. Arcane danze
                    D'immortal piede i ruinosi gioghi
                    Scossero e l'ardue selve (oggi romito
                    Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre
                    Meridiane incerte ed al fiorito
                    Margo adducea de' fiumi
                    Le sitibonde agnelle, arguto carme
                    Sonar d'agresti Pani
                    Udì lungo le ripe; e tremar l'onda
                    Vide, e stupì, che non palese al guardo
                    La faretrata Diva
                    Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda
                    Polve tergea della sanguigna caccia
                    Il niveo lato e le verginee braccia.

                    Vissero i fiori e l'erbe,
                    Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
                    Aure, le nubi e la titania lampa
                    Fur dell'umana gente, allor che ignuda
                    Te per le piagge e i colli,
                    Ciprigna luce, alla deserta notte
                    Con gli occhi intenti il viator seguendo,
                    Te compagna alla via, te de' mortali
                    Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
                    Cittadini consorzi e le fatali
                    Ire fuggendo e l'onte,
                    Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
                    Selve remoto accolse,
                    Viva fiamma agitar l'esangui vene,
                    Spirar le foglie, e palpitar segreta
                    Nel doloroso amplesso
                    Dafne o la mesta Filli, o di Climene
                    Pianger credè la sconsolata prole
                    Quel che sommerse in Eridano il sole.

                    Nè dell'umano affanno,
                    Rigide balze, i luttuosi accenti
                    Voi negletti ferìr mentre le vostre
                    Paurose latebre Eco solinga,
                    Non vano error de' venti,
                    Ma di ninfa abitò misero spirto,
                    Cui grave amor, cui duro fato escluse
                    Delle tenere membra. Ella per grotte,
                    Per nudi scogli e desolati alberghi,
                    Le non ignote ambasce e l'alte e rotte
                    Nostre querele al curvo
                    Etra insegnava. E te d'umani eventi
                    Disse la fama esperto,
                    Musico augel che tra chiomato bosco
                    Or vieni il rinascente anno cantando,
                    E lamentar nell'alto
                    Ozio de' campi, all'aer muto e fosco,
                    Antichi danni e scellerato scorno,
                    E d'ira e di pietà pallido il giorno.

                    Ma non cognato al nostro
                    Il gener tuo; quelle tue varie note
                    Dolor non forma, e te di colpa ignudo,
                    Men caro assai la bruna valle asconde.
                    Ahi ahi, poscia che vote
                    Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono
                    Per l'atre nubi e le montagne errando,
                    Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro
                    In freddo orror dissolve; e poi ch'estrano
                    Il suol nativo, e di sua prole ignaro
                    Le meste anime educa;
                    Tu le cure infelici e i fati indegni
                    Tu de' mortali ascolta,
                    Vaga natura, e la favilla antica
                    Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
                    E se de' nostri affanni
                    Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
                    Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
                    Pietosa no, ma spettatrice almeno.


                    Cfr. anche Operette morali, I, Storia del genere umano
                    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

                    Comment

                    • Tiberio
                      Opinionista
                      • 16/08/16
                      • 3530

                      #11
                      VIII - INNO Al PATRIARCHI, O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO

                      E voi de' figli dolorosi il canto,
                      Voi dell'umana prole incliti padri,
                      Lodando ridirà; molto all'eterno
                      Degli astri agitator più cari, e molto
                      Di noi men lacrimabili nell'alma
                      Luce prodotti. Immedicati affanni
                      Al misero mortal, nascere al pianto,
                      E dell'etereo lume assai più dolci
                      Sortir l'opaca tomba e il fato estremo,
                      Non la pietà, non la diritta impose
                      Legge del cielo. E se di vostro antico
                      Error che l'uman seme alla tiranna
                      Possa de' morbi e di sciagura offerse,
                      Grido antico ragiona, altre più dire
                      Colpe de' figli, e irrequieto ingegno,
                      E demenza maggior l'offeso Olimpo
                      N'armaro incontra, e la negletta mano
                      Dell'altrice natura; onde la viva
                      Fiamma n'increbbe, e detestato il parto
                      Fu del grembo materno, e violento
                      Emerse il disperato Erebo in terra.

                      Tu primo il giorno, e le purpuree faci
                      Delle rotanti sfere, e la novella
                      Prole de' campi, o duce antico e padre
                      Dell'umana famiglia, e tu l'errante
                      Per li giovani prati aura contempli:
                      Quando le rupi e le deserte valli
                      Precipite l'alpina onda feria
                      D'inudito fragor; quando gli ameni
                      Futuri seggi di lodate genti
                      E di cittadi romorose, ignota
                      Pace regnava; e gl'inarati colli
                      Solo e muto ascendea l'aprico raggio
                      Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata,
                      Di colpe ignara e di lugubri eventi,
                      Erma terrena sede! Oh quanto affanno
                      Al gener tuo, padre infelice, e quale
                      D'amarissimi casi ordine immenso
                      Preparano i destini! Ecco di sangue
                      Gli avari colti e di fraterno scempio
                      Furor novello incesta, e le nefande
                      Ali di morte il divo etere impara.
                      Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
                      Solitarie fuggendo e la secreta
                      Nelle profonde selve ira de' venti,
                      Primo i civili tetti, albergo e regno
                      Alle macere cure, innalza; e primo
                      Il disperato pentimento i ciechi
                      Mortali egro, anelante, aduna e stringe
                      Ne' consorti ricetti: onde negata
                      L'improba mano al curvo aratro, e vili
                      Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
                      Scellerate occupò; ne' corpi inerti
                      Domo il vigor natio, languide, ignave
                      Giacquer le menti; e servitù le imbelli
                      Umane vite, ultimo danno, accolse.

                      E tu dall'etra infesto e dal mugghiante
                      Su i nubiferi gioghi equoreo flutto
                      Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima
                      Dall'aer cieco e da' natanti poggi
                      Segno arrecò d'instaurata spene
                      La candida colomba, e delle antiche
                      Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo,
                      L'atro polo di vaga iri dipinse.
                      Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi
                      Studi rinnova e le seguaci ambasce
                      La riparata gente. Agl'inaccessi
                      Regni del mar vendicatore illude
                      Profana destra, e la sciagura e il pianto
                      A novi liti e nove stelle insegna.

                      Or te, padre de' pii, te giusto e forte,
                      E di tuo seme i generosi alunni
                      Medita il petto mio. Dirò siccome
                      Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre
                      Del riposato albergo, appo le molli
                      Rive del gregge tuo nutrici e sedi,
                      Te de' celesti peregrini occulte
                      Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio
                      Della saggia Rebecca, in su la sera,
                      Presso al rustico pozzo e nella dolce
                      Di pastori e di lieti ozi frequente
                      Aranitica valle, amor ti punse
                      Della vezzosa Labanide: invitto
                      Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni
                      E di servaggio all'odiata soma
                      Volenteroso il prode animo addisse.

                      Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra
                      L'aonio canto e della fama il grido
                      Pasce l'avida plebe) amica un tempo
                      Al sangue nostro e dilettosa e cara
                      Questa misera piaggia, ed aurea corse
                      Nostra caduca età. Non che di latte
                      Onda rigasse intemerata il fianco
                      Delle balze materne, o con le greggi
                      Mista la tigre ai consueti ovili
                      Nè guidasse per gioco i lupi al fonte
                      Il pastorel; ma di suo fato ignara
                      E degli affanni suoi, vota d'affanno
                      Visse l'umana stirpe; alle secrete
                      Leggi del cielo e di natura indutto
                      Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
                      Pristino velo; e di sperar contenta
                      Nostra placida nave in porto ascese.

                      Tal fra le vaste californie selve
                      Nasce beata prole, a cui non sugge
                      Pallida cura il petto, a cui le membra
                      Fera tabe non doma; e vitto il bosco,
                      Nidi l'intima rupe, onde ministra
                      L'irrigua valle, inopinato il giorno
                      Dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
                      Scellerato ardimento inermi regni
                      Della saggia natura! I lidi e gli antri
                      E le quiete selve apre l'invitto
                      Nostro furor; le violate genti
                      Al peregrino affanno, agl'ignorati
                      Desiri educa; e la fugace, ignuda
                      Felicità per l'imo sole incalza.
                      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                      • Tiberio
                        Opinionista
                        • 16/08/16
                        • 3530

                        #12
                        IX - ULTIMO CANTO DI SAFFO

                        Placida notte, e verecondo raggio
                        Della cadente luna; e tu che spunti
                        Fra la tacita selva in su la rupe,
                        Nunzio del giorno; oh dilettose e care
                        Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
                        Sembianze agli occhi miei; già non arride
                        Spettacol molle ai disperati affetti.
                        Noi l'insueto allor gaudio ravviva
                        Quando per l'etra liquido si volve
                        E per li campi trepidanti il flutto
                        Polveroso de' Noti, e quando il carro,
                        Grave carro di Giove a noi sul capo,
                        Tonando, il tenebroso aere divide.
                        Noi per le balze e le profonde valli
                        Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
                        Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
                        Fiume alla dubbia sponda
                        Il suono e la vittrice ira dell'onda.

                        Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
                        Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
                        Infinita beltà parte nessuna
                        Alla misera Saffo i numi e l'empia
                        Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
                        Vile, o natura, e grave ospite addetta,
                        E dispregiata amante, alle vezzose
                        Tue forme il core e le pupille invano
                        Supplichevole intendo. A me non ride
                        L'aprico margo, e dall'eterea porta
                        Il mattutino albor; me non il canto
                        De' colorati augelli, e non de' faggi
                        Il murmure saluta: e dove all'ombra
                        Degl'inchinati salici dispiega
                        Candido rivo il puro seno, al mio
                        Lubrico piè le flessuose linfe
                        Disdegnando sottragge,
                        E preme in fuga l'odorate spiagge.

                        Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
                        Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
                        Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
                        In che peccai bambina, allor che ignara
                        Di misfatto è la vita, onde poi scemo
                        Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
                        Dell'indomita Parca si volvesse
                        Il ferrigno mio stame? Incaute voci
                        Spande il tuo labbro: i destinati eventi
                        Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
                        Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
                        Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
                        De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
                        De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
                        Alle amene sembianze eterno regno
                        Diè nelle genti; e per virili imprese,
                        Per dotta lira o canto,
                        Virtù non luce in disadorno ammanto.

                        Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
                        Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
                        E il crudo fallo emenderà del cieco
                        Dispensator de' casi. E tu cui lungo
                        Amore indarno, e lunga fede, e vano
                        D'implacato desio furor mi strinse,
                        Vivi felice, se felice in terra
                        Visse nato mortal. Me non asperse
                        Del soave licor del doglio avaro
                        Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
                        Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
                        Giorno di nostra età primo s'invola.
                        Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
                        Della gelida morte. Ecco di tante
                        Sperate palme e dilettosi errori,
                        Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
                        Han la tenaria Diva,
                        E l'atra notte, e la silente riva.
                        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                        • Tiberio
                          Opinionista
                          • 16/08/16
                          • 3530

                          #13
                          X - IL PRIMO AMORE

                          Tornami a mente il dì che la battaglia
                          D'amor sentii la prima volta, e dissi:
                          Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!

                          Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
                          Io mirava colei ch'a questo core
                          Primiera il varco ed innocente aprissi.

                          Ahi come mal mi governasti, amore!
                          Perchè seco dovea sì dolce affetto
                          Recar tanto desio, tanto dolore?

                          E non sereno, e non intero e schietto,
                          Anzi pien di travaglio e di lamento
                          Al cor mi discendea tanto diletto?

                          Dimmi, tenero core, or che spavento,
                          Che angoscia era la tua fra quel pensiero
                          Presso al qual t'era noia ogni contento?

                          Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
                          Ti si offeriva nella notte, quando
                          Tutto queto parea nell'emisfero:

                          Tu inquieto, e felice e miserando,
                          M'affaticavi in su le piume il fianco,
                          Ad ogni or fortemente palpitando.

                          E dove io tristo ed affannato e stanco
                          Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
                          Rotto e deliro il sonno venia manco.

                          Oh come viva in mezzo alle tenebre
                          Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
                          La contemplavan sotto alle palpebre!

                          Oh come soavissimi diffusi
                          Moti per l'ossa mi serpeano, oh come
                          Mille nell'alma instabili, confusi

                          Pensieri si volgean! qual tra le chiome
                          D'antica selva zefiro scorrendo,
                          Un lungo, incerto mormorar ne prome.

                          E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
                          Che dicevi, o mio cor, che si partia
                          Quella per che penando ivi e battendo?

                          Il cuocer non più tosto io mi sentia
                          Della vampa d' amor, che il venticello
                          Che l'aleggiava, volossene via.

                          Senza sonno io giacea sul dì novello,
                          E i destrier che dovean farmi deserto,
                          Battean la zampa sotto al patrio ostello.

                          Ed io timido e cheto ed inesperto,
                          Ver lo balcone al buio protendea
                          L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,

                          La voce ad ascoltar, se ne dovea
                          Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
                          La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.

                          Quante volte plebea voce percosse
                          Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
                          E il core in forse a palpitar si mosse!

                          E poi che finalmente mi discese
                          La cara voce al core, e de' cavai
                          E delle rote il romorio s'intese;

                          Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
                          Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
                          Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

                          Poscia traendo i tremuli ginocchi
                          Stupidamente per la muta stanza,
                          Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

                          Amarissima allor la ricordanza
                          Locommisi nel petto, e mi serrava
                          Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

                          E lunga doglia il sen mi ricercava,
                          Com'è quando a distesa Olimpo piove
                          Malinconicamente e i campi lava.

                          Ned io ti conoscea, garzon di nove
                          E nove Soli, in questo a pianger nato
                          Quando facevi, amor, le prime prove.

                          Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
                          M'era degli astri il riso, o dell'aurora
                          Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

                          Anche di gloria amor taceami allora
                          Nel petto, cui scaldar tanto solea,
                          Che di beltade amor vi fea dimora.

                          Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
                          E quelli m'apparian vani per cui
                          Vano ogni altro desir creduto avea.

                          Deh come mai da me sì vario fui,
                          E tanto amor mi tolse un altro amore?
                          Deh quanto, in verità, vani siam nui!

                          Solo il mio cor piaceami, e col mio core
                          In un perenne ragionar sepolto,
                          Alla guardia seder del mio dolore.

                          E l'occhio a terra chino o in se raccolto,
                          Di riscontrarsi fuggitivo e vago
                          Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:

                          Che la illibata, la candida imago
                          Turbare egli temea pinta nel seno,
                          Come all'aure si turba onda di lago.

                          E quel di non aver goduto appieno
                          Pentimento, che l'anima ci grava,
                          E il piacer che passò cangia in veleno,

                          Per li fuggiti dì mi stimolava
                          Tuttora il sen: che la vergogna il duro
                          Suo morso in questo cor già non oprava.

                          Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
                          Che voglia non m'entrò bassa nel petto,
                          Ch'arsi di foco intaminato e puro.

                          Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
                          Spira nel pensier mio la bella imago,
                          Da cui, se non celeste, altro diletto

                          Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.
                          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                          • Tiberio
                            Opinionista
                            • 16/08/16
                            • 3530

                            #14
                            XI - IL PASSERO SOLITARIO

                            D'in su la vetta della torre antica,
                            Passero solitario, alla campagna
                            Cantando vai finchè non more il giorno;
                            Ed erra l'armonia per questa valle.
                            Primavera dintorno
                            Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
                            Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
                            Odi greggi belar, muggire armenti;
                            Gli altri augelli contenti, a gara insieme
                            Per lo libero ciel fan mille giri,
                            Pur festeggiando il lor tempo migliore:
                            Tu pensoso in disparte il tutto miri;
                            Non compagni, non voli,
                            Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
                            Canti, e così trapassi
                            Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

                            Oimè, quanto somiglia
                            Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
                            Della novella età dolce famiglia,
                            E te german di giovinezza, amore,
                            Sospiro acerbo de' provetti giorni
                            Non curo, io non so come; anzi da loro
                            Quasi fuggo lontano;
                            Quasi romito, e strano
                            Al mio loco natio,
                            Passo del viver mio la primavera.
                            Questo giorno ch'omai cede alla sera,
                            Festeggiar si costuma al nostro borgo.
                            Odi per lo sereno un suon di squilla,
                            Odi spesso un tonar di ferree canne,
                            Che rimbomba lontan di villa in villa.
                            Tutta vestita a festa
                            La gioventù del loco
                            Lascia le case, e per le vie si spande;
                            E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
                            Io solitario in questa
                            Rimota parte alla campagna uscendo,
                            Ogni diletto e gioco
                            Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
                            Steso nell'aria aprica
                            Mi fere il Sol che tra lontani monti,
                            Dopo il giorno sereno,
                            Cadendo si dilegua, e par che dica
                            Che la beata gioventù vien meno.

                            Tu, solingo augellin, venuto a sera
                            Del viver che daranno a te le stelle,
                            Certo del tuo costume
                            Non ti dorrai; che di natura è frutto
                            Ogni vostra vaghezza.
                            A me, se di vecchiezza
                            La detestata soglia
                            Evitar non impetro,
                            Quando muti questi occhi all'altrui core,
                            E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
                            Del dì presente più noioso e tetro,
                            Che parrà di tal voglia?
                            Che di quest'anni miei? che di me stesso?
                            Ahi pentirommi, e spesso,
                            Ma sconsolato, volgerommi indietro.
                            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                            • Tiberio
                              Opinionista
                              • 16/08/16
                              • 3530

                              #15
                              XII - L'INFINITO

                              Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
                              E questa siepe, che da tanta parte
                              Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
                              Ma sedendo e mirando, interminati
                              Spazi di là da quella, e sovrumani
                              Silenzi, e profondissima quiete
                              Io nel pensier mi fingo; ove per poco
                              Il cor non si spaura. E come il vento
                              Odo stormir tra queste piante, io quello
                              Infinito silenzio a questa voce
                              Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
                              E le morte stagioni, e la presente
                              E viva, e il suon di lei. Così tra questa
                              Immensità s'annega il pensier mio:
                              E il naufragar m'è dolce in questo mare.
                              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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