Leopardi - Canti

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  • Tiberio
    Opinionista
    • 16/08/16
    • 3530

    #16
    XIII - LA SERA DEL DÌ DI FESTA

    Dolce e chiara è la notte e senza vento,
    E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
    Posa la luna, e di lontan rivela
    Serena ogni montagna. O donna mia,
    Già tace ogni sentiero, e pei balconi
    Rara traluce la notturna lampa:
    Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
    Nelle tue chete stanze; e non ti morde
    Cura nessuna; e già non sai nè pensi
    Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
    Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
    Appare in vista, a salutar m'affaccio,
    E l'antica natura onnipossente,
    Che mi fece all'affanno. A te la speme
    Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
    Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
    Questo dì fu solenne: or da' trastulli
    Prendi riposo; e forse ti rimembra
    In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
    Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
    Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
    Quanto a viver mi resti, e qui per terra
    Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
    In così verde etate! Ahi, per la via
    Odo non lunge il solitario canto
    Dell'artigian, che riede a tarda notte,
    Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
    E fieramente mi si stringe il core,
    A pensar come tutto al mondo passa,
    E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
    Il dì festivo, ed al festivo il giorno
    Volgar succede, e se ne porta il tempo
    Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
    Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
    De' nostri avi famosi, e il grande impero
    Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
    Che n'andò per la terra e l'oceano?
    Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
    Il mondo, e più di lor non si ragiona.
    Nella mia prima età, quando s'aspetta
    Bramosamente il dì festivo, or poscia
    Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
    Premea le piume; ed alla tarda notte
    Un canto che s'udia per li sentieri
    Lontanando morire a poco a poco,
    Già similmente mi stringeva il core.
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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    • Tiberio
      Opinionista
      • 16/08/16
      • 3530

      #17
      XIV - ALLA LUNA

      O graziosa luna, io mi rammento
      Che, or volge l'anno, sovra questo colle
      Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
      E tu pendevi allor su quella selva
      Siccome or fai, che tutta la rischiari.
      Ma nebuloso e tremulo dal pianto
      Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
      Il tuo volto apparia, che travagliosa
      Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
      O mia diletta luna. E pur mi giova
      La ricordanza, e il noverar l'etate
      Del mio dolore. Oh come grato occorre
      Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
      La speme e breve ha la memoria il corso,
      Il rimembrar delle passate cose,
      Ancor che triste, e che l'affanno duri!
      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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      • Tiberio
        Opinionista
        • 16/08/16
        • 3530

        #18
        XV - IL SOGNO

        Era il mattino, e tra le chiuse imposte
        Per lo balcone insinuava il sole
        Nella mia cieca stanza il primo albore;
        Quando in sul tempo che più leve il sonno
        E più soave le pupille adombra,
        Stettemi allato e riguardommi in viso
        Il simulacro di colei che amore
        Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
        Morta non mi parea, ma trista, e quale
        Degl'infelici è la sembianza. Al capo
        Appressommi la destra, e sospirando,
        Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
        Serbi di noi? Donde, risposi, e come
        Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
        Di te mi dolse e duol: nè mi credea
        Che risaper tu lo dovessi; e questo
        Facea più sconsolato il dolor mio.
        Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
        Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
        Sei tu quella di prima? E che ti strugge
        Internamente? Obblivione ingombra
        I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
        Disse colei. Son morta, e mi vedesti
        L'ultima volta, or son più lune. Immensa
        Doglia m'oppresse a queste voci il petto.
        Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
        Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
        Certo si renda com'è tutta indarno
        L'umana speme. A desiar colei
        Che d'ogni affanno il tragge, ha poco andare
        L'egro mortal; ma sconsolata arriva
        La morte ai giovanetti, e duro è il fato
        Di quella speme che sotterra è spenta.
        Vano è saper quel che natura asconde
        Agl'inesperti della vita, e molto
        All'immatura sapienza il cieco
        Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
        Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
        Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
        O mia diletta, ed io son vivo, ed era
        Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
        Cotesta cara e tenerella salma
        Provar dovesse, a me restasse intera
        Questa misera spoglia? Oh quante volte
        In ripensar che più non vivi, e mai
        Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
        Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
        Che morte s'addimanda? Oggi per prova
        Intenderlo potessi, e il capo inerme
        Agli atroci del fato odii sottrarre.
        Giovane son, ma si consuma e perde
        La giovanezza mia come vecchiezza;
        La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
        Ma poco da vecchiezza si discorda
        Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
        Disse, ambedue; felicità non rise
        Al viver nostro; e dilettossi il cielo
        De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
        Soggiunsi, e di pallor velato il viso
        Per la tua dipartita, e se d'angoscia
        Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
        Favilla alcuna, o di pietà, giammai
        Verso il misero amante il cor t'assalse
        Mentre vivesti? Io disperando allora
        E sperando traea le notti e i giorni;
        Oggi nel vano dubitar si stanca
        La mente mia. Che se una volta sola
        Dolor ti strinse di mia negra vita,
        Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
        La rimembranza or che il futuro è tolto
        Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
        O sventurato. Io di pietade avara
        Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
        Che fui misera anch'io. Non far querela
        Di questa infelicissima fanciulla.
        Per le sventure nostre, e per l'amore
        Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
        Nome di giovanezza e la perduta
        Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
        Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
        Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
        Di baci la ricopro, e d'affannosa
        Dolcezza palpitando all'anelante
        Seno la stringo, di sudore il volto
        Ferveva e il petto, nelle fauci stava
        La voce, al guardo traballava il giorno.
        Quando colei teneramente affissi
        Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
        Disse, che di beltà son fatta ignuda?
        E tu d'amore, o sfortunato, indarno
        Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
        Nostre misere menti e nostre salme
        Son disgiunte in eterno. A me non vivi
        E mai più non vivrai: già ruppe il fato
        La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
        Gridar volendo, e spasimando, e pregne
        Di sconsolato pianto le pupille,
        Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
        Pur mi restava, e nell'incerto raggio
        Del Sol vederla io mi credeva ancora.
        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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        • Tiberio
          Opinionista
          • 16/08/16
          • 3530

          #19
          XVII - CONSALVO

          Presso alla fin di sua dimora in terra,
          Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
          Del suo destino; or già non più, che a mezzo
          Il quinto lustro, gli pendea sul capo
          Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
          Così giacea nel funeral suo giorno
          Dai più diletti amici abbandonato:
          Ch'amico in terra al lungo andar nessuno
          Resta a colui che della terra è schivo.
          Pur gli era al fianco, da pietà condotta
          A consolare il suo deserto stato,
          Quella che sola e sempre eragli a mente,
          Per divina beltà famosa Elvira;
          Conscia del suo poter, conscia che un guardo
          Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,
          Ben mille volte ripetuto e mille
          Nel costante pensier, sostegno e cibo
          Esser solea dell'infelice amante:
          Benchè nulla d'amor parola udita
          Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma
          Era del gran desio stato più forte
          Un sovrano timor. Così l'avea
          Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

          Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
          Alla sua lingua. Poichè certi i segni
          Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,
          Lei, già mossa a partir, presa per mano,
          E quella man bianchissima stringendo,
          Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza:
          Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,
          Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
          Qual maggior grazia mai delle tue cure
          Dar possa il labbro mio. Premio daratti
          Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.
          Impallidia la bella, e il petto anelo
          Udendo le si fea: che sempre stringe
          All'uomo il cor dogliosamente, ancora
          Ch'estranio sia, chi si diparte e dice,
          Addio per sempre. E contraddir voleva,
          Dissimulando l'appressar del fato,
          Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
          Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
          Come sai, ripregata a me discende,
          Non temuta, la morte; e lieto apparmi
          Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
          Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
          Parto da te. Mi si divide il core
          In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
          Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
          Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
          Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
          In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga
          Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
          Potrò del dono, io semispento, a cui
          Straniera man le labbra oggi fra poco
          Eternamente chiuderà. Ciò detto
          Con un sospiro, all'adorata destra
          Le fredde labbra supplicando affisse.

          Stette sospesa e pensierosa in atto
          La bellissima donna; e fiso il guardo,
          Di mille vezzi sfavillante, in quello
          Tenea dell'infelice, ove l'estrema
          Lacrima rilucea. Nè dielle il core
          Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
          Rinacerbir col niego; anzi la vinse
          Misericordia dei ben noti ardori.
          E quel volto celeste, e quella bocca,
          Già tanto desiata, e per molt'anni
          Argomento di sogno e di sospiro,
          Dolcemente appressando al volto afflitto
          E scolorato dal mortale affanno,
          Più baci e più, tutta benigna e in vista
          D'alta pietà, su le convulse labbra
          Del trepido, rapito amante impresse.

          Che divenisti allor? quali appariro
          Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
          Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
          Ch'ancor tenea, della diletta Elvira
          Postasi al cor, che gli ultimi battea
          Palpiti della morte e dell'amore,
          Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
          In su la terra ancor; ben quelle labbra
          Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
          Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa
          Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
          Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
          Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;
          Non a te, non altrui; che non si cela
          Vero amore alla terra. Assai palese
          Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
          Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
          Muto sarebbe l'infinito affetto
          Che governa il cor mio, se non l'avesse
          Fatto ardito il morir. Morrò contento
          Del mio destino omai, nè più mi dolgo
          Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
          Poscia che quella bocca alla mia bocca
          Premer fu dato. Anzi felice estimo
          La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
          Amore e morte. All'una il ciel mi guida
          In sul fior dell'età; nell'altro, assai
          Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
          Solo una volta il lungo amor quieto
          E pago avessi tu, fora la terra
          Fatta quindi per sempre un paradiso
          Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
          L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto
          Con riposato cor: che a sostentarla
          Bastato sempre il rimembrar sarebbe
          D'un solo istante, e il dir: felice io fui
          Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
          Esser beato non consente il cielo
          A natura terrena. Amar tant'oltre
          Non è dato con gioia. E ben per patto
          In poter del carnefice ai flagelli,
          Alle ruote, alle faci ito volando
          Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
          Nel paventato sempiterno scempio.

          O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
          Gl'immortali beato, a cui tu schiuda
          Il sorriso d'amor! felice appresso
          Chi per te sparga con la vita il sangue!
          Lice, lice al mortal, non è già sogno
          Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
          Provar felicità. Ciò seppi il giorno
          Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
          Questo m'accadde. E non però quel giorno
          Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
          Quel fiero giorno biasimar sostenni.

          Or tu vivi beata, e il mondo abbella,
          Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
          Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce
          Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
          Dal misero Consalvo in sì gran tempo
          Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
          Come al nome d'Elvira, in cor gelando,
          Impallidir; come tremar son uso
          All'amaro calcar della tua soglia,
          A quella voce angelica, all'aspetto
          Di quella fronte, io ch'al morir non tremo!
          Ma la lena e la vita or vengon meno
          Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,
          Nè questo dì rimemorar m'è dato.
          Elvira, addio. Con la vital favilla
          La tua diletta immagine si parte
          Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
          Non ti fu quest'affetto, al mio feretro
          Dimani all'annottar manda un sospiro.
          Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
          Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
          Suo dì felice gli fuggia dal guardo.
          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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          • Tiberio
            Opinionista
            • 16/08/16
            • 3530

            #20
            Cara beltà che amore
            Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
            Fuor se nel sonno il core
            Ombra diva mi scuoti,
            O ne' campi ove splenda
            Più vago il giorno e di natura il riso;
            Forse tu l'innocente
            Secol beasti che dall'oro ha nome,
            Or leve intra la gente
            Anima voli? o te la sorte avara
            Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?

            Viva mirarti omai
            Nulla speme m'avanza;
            S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
            Per novo calle a peregrina stanza
            Verrà lo spirto mio. Già sul novello
            Aprir di mia giornata incerta e bruna,
            Te viatrice in questo arido suolo
            Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
            Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
            Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
            Saria, così conforme, assai men bella.

            Fra cotanto dolore
            Quanto all'umana età propose il fato,
            Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
            Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
            Questo viver beato:
            E ben chiaro vegg'io siccome ancora
            Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni
            L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
            Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
            E teco la mortal vita saria
            Simile a quella che nel cielo india.

            Per le valli, ove suona
            Del faticoso agricoltore il canto,
            Ed io seggo e mi lagno
            Del giovanile error che m'abbandona;
            E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
            I perduti desiri, e la perduta
            Speme de' giorni miei; di te pensando,
            A palpitar mi sveglio. E potess'io,
            Nel secol tetro e in questo aer nefando,
            L'alta specie serbar; che dell'imago,
            Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.

            Se dell'eterne idee
            L'una sei tu, cui di sensibil forma
            Sdegni l'eterno senno esser vestita,
            E fra caduche spoglie
            Provar gli affanni di funerea vita;
            O s'altra terra ne' superni giri
            Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
            E più vaga del Sol prossima stella
            T'irraggia, e più benigno etere spiri;
            Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
            Questo d'ignoto amante inno ricevi.
            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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            • Tiberio
              Opinionista
              • 16/08/16
              • 3530

              #21
              XIX - AL CONTE CARLO PEPOLI

              Questo affannoso e travagliato sonno
              Che noi vita nomiam, come sopporti,
              Pepoli mio? di che speranze il core
              Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
              O gioconde o moleste opre dispensi
              L'ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
              Grave retaggio e faticoso? E' tutta,
              In ogni umano stato, ozio la vita,
              Se quell'oprar, quel procurar che a degno
              Obbietto non intende, o che all'intento
              Giunger mai non potria, ben si conviene
              Ozioso nomar. La schiera industre
              Cui franger glebe o curar piante e greggi
              Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
              Se oziosa dirai, da che sua vita
              E' per campar la vita, e per se sola
              La vita all'uom non ha pregio nessuno,
              Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
              Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
              Sudar nelle officine, ozio le vegghie
              Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
              E il mercatante avaro in ozio vive:
              Che non a se, non ad altrui, la bella
              Felicità, cui solo agogna e cerca
              La natura mortal, veruno acquista
              Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
              Pure all'aspro desire onde i mortali
              Già sempre infin dal dì che il mondo nacque
              D'esser beati sospiraro indarno,
              Di medicina in loco apparecchiate
              Nella vita infelice avea natura
              Necessità diverse, a cui non senza
              Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
              Poi che lieto non può, corresse il giorno
              All'umana famiglia; onde agitato
              E confuso il desio, men loco avesse
              Al travagliarne il cor. Così de' bruti
              La progenie infinita, a cui pur solo,
              Nè men vano che a noi, vive nel petto
              Desio d'esser beati; a quello intenta
              Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
              Condur si scopre e men gravoso il tempo,
              Nè la lentezza accagionar dell'ore.
              Ma noi, che il viver nostro all'altrui mano
              Provveder commettiamo, una più grave
              Necessità, cui provveder non puote
              Altri che noi, già senza tedio e pena
              Non adempiam: necessitate, io dico,
              Di consumar la vita: improba, invitta
              Necessità, cui non tesoro accolto,
              Non di greggi dovizia, o pingui campi,
              Non aula puote e non purpureo manto
              Sottrar l'umana prole. Or s'altri, a sdegno
              I vóti anni prendendo, e la superna
              Luce odiando, l'omicida mano,
              I tardi fati a prevenir condotto,
              In se stesso non torce; al duro morso
              Della brama insanabile che invano
              Felicità richiede, esso da tutti
              Lati cercando, mille inefficaci
              Medicine procaccia, onde quell'una
              Cui natura apprestò, mal si compensa.
              Lui delle vesti e delle chiome il culto
              E degli atti e dei passi, e i vani studi
              Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
              Sale, e le piazze romorose, e gli orti,
              Lui giochi e cene e invidiate danze
              Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
              Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
              Nell'imo petto, grave, salda, immota
              Come colonna adamantina, siede
              Noia immortale, incontro a cui non puote
              Vigor di giovanezza, e non la crolla
              Dolce parola di rosato labbro,
              E non lo sguardo tenero, tremante,
              Di due nere pupille, il caro sguardo,
              La più degna del ciel cosa mortale.

              Altri, quasi a fuggir volto la trista
              Umana sorte, in cangiar terre e climi
              L'età spendendo, e mari e poggi errando,
              Tutto l'orbe trascorre, ogni confine
              Degli spazi che all'uom negl'infiniti
              Campi del tutto la natura aperse,
              Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s'asside
              Su l'alte prue la negra cura, e sotto
              Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
              Felicità, vive tristezza e regna.

              Havvi chi le crudeli opre di marte
              Si elegge a passar l'ore, e nel fraterno
              Sangue la man tinge per ozio; ed havvi
              Chi d'altrui danni si conforta, e pensa
              Con far misero altrui far se men tristo,
              Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
              E chi virtute o sapienza ed arti
              Perseguitando; e chi la propria gente
              Conculcando e l'estrane, o di remoti
              Lidi turbando la quiete antica
              Col mercatar, con l'armi, e con le frodi,
              La destinata sua vita consuma.

              Te più mite desio, cura più dolce
              Regge nel fior di gioventù, nel bello
              April degli anni, altrui giocondo e primo
              Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
              A chi patria non ha. Te punge e move
              Studio de' carmi e di ritrar parlando
              Il bel che raro e scarso e fuggitivo
              Appar nel mondo, e quel che più benigna
              Di natura e del ciel, fecondamente
              A noi la vaga fantasia produce
              E il nostro proprio error. Ben mille volte
              Fortunato colui che la caduca
              Virtù del caro immaginar non perde
              Per volger d'anni; a cui serbare eterna
              La gioventù del cor diedero i fati;
              Che nella ferma e nella stanca etade,
              Così come solea nell'età verde,
              In suo chiuso pensier natura abbella,
              Morte, deserto avviva. A te conceda
              Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
              La favilla che il petto oggi ti scalda,
              Di poesia canuto amante. Io tutti
              Della prima stagione i dolci inganni
              Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
              Le dilettose immagini, che tanto
              Amai, che sempre infino all'ora estrema
              Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
              Or quando al tutto irrigidito e freddo
              Questo petto sarà, nè degli aprichi
              Campi il sereno e solitario riso,
              Nè degli augelli mattutini il canto
              Di primavera, nè per colli e piagge
              Sotto limpido ciel tacita luna
              Commoverammi il cor; quando mi fia
              Ogni beltate o di natura o d'arte,
              Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
              Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
              Del mio solo conforto allor mendico,
              Altri studi men dolci, in ch'io riponga
              L'ingrato avanzò della ferrea vita,
              Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi
              Destini investigar delle mortali
              E dell'eterne cose; a che prodotta,
              A che d'affanni e di miserie carca
              L'umana stirpe; a quale ultimo intento
              Lei spinga il fato e la natura; a cui
              Tanto nostro dolor diletti o giovi:
              Con quali ordini e leggi a che si volva
              Questo arcano universo; il qual di lode
              Colmano i saggi, io d'ammirar sono pago.

              In questo specolar gli ozi traendo
              Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
              Ha suoi diletti il vero. E se del vero
              Ragionando talor, fieno alle genti
              O mal grati i miei detti o non intesi,
              Non mi dorrò, che già del tutto il vago
              Desio di gloria antico in me fia spento:
              Vana Diva non pur, ma di fortuna
              E del fato e d'amor, Diva più cieca.
              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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              • Tiberio
                Opinionista
                • 16/08/16
                • 3530

                #22
                XX - IL RISORGIMENTO

                Credei ch'al tutto fossero
                In me, sul fior degli anni,
                Mancati i dolci affanni
                Della mia prima età:
                I dolci affanni, i teneri
                Moti del cor profondo,
                Qualunque cosa al mondo
                Grato il sentir ci fa.

                Quante querele e lacrime
                Sparsi nel novo stato,
                Quando al mio cor gelato
                Prima il dolor mancò!
                Mancàr gli usati palpiti,
                L'amor mi venne meno,
                E irrigidito il seno
                di sospirar cessò!

                Piansi spogliata, esanime
                Fatta per me la vita;
                La terra inaridita,
                Chiusa in eterno gel;
                Deserto il dì; la tacita
                Notte più sola e bruna;
                Spenta per me la luna,
                Spente le stelle in ciel.

                Pur di quel pianto origine
                Era l'antico affetto:
                Nell'intimo del petto
                Ancor viveva il cor.
                Chiedea l'usate immagini
                La stanca fantasia;
                E la tristezza mia
                Era dolore ancor.

                Fra poco in me quell'ultimo
                dolore anco fu spento,
                E di più far lamento
                Valor non mi restò.
                Giacqui: insensato, attonito,
                Non dimandai conforto:
                Quasi perduto e morto,
                Il cor s'abbandonò.

                Qual fui! quanto dissimile
                Da quel che tanto ardore,
                Che sì beato errore
                Nutrii nell'alma un dì!
                La rondinella vigile,
                Alle finestre intorno
                Cantando al novo giorno,
                Il cor non mi ferì:

                Non all'autunno pallido
                In solitaria villa,
                La vespertina squilla,
                Il fuggitivo Sol.
                Invan brillare il vespero
                Vidi per muto calle,
                Invan sonò la valle
                Del flebile usignol.

                E voi, pupille tenere,
                Sguardi furtivi, erranti,
                Voi de' gentili amanti
                Primo, immortale amor,
                Ed alla mano offertami
                Candida ignuda mano,
                Foste voi pure invano
                Al duro mio sopor.

                D'ogni dolcezza vedovo,
                Tristo; ma non turbato,
                Ma placido il mio stato,
                Il volto era seren.
                Desiderato il termine
                Avrei del viver mio;
                Ma spento era il desio
                Nello spossato sen.

                Qual dell'età decrepita
                L'avanzo ignudo e vile,
                Io conducea l'aprile
                Degli anni miei così:
                Così quegl'ineffabili
                Giorni, o mio cor, traevi,
                Che sì fugaci e brevi
                Il cielo a noi sortì.

                Chi dalla grave, immemore
                Quiete or mi ridesta?
                Che virtù nova è questa,
                Questa che sento in me?
                Moti soavi, immagini,
                Palpiti, error beato,
                Per sempre a voi negato
                Questo mio cor non è?

                Siete pur voi quell'unica
                Luce de' giorni miei?
                Gli affetti ch'io perdei
                Nella novella età?
                Se al ciel, s'ai verdi margini,
                Ovunque il guardo mira,
                Tutto un dolor mi spira,
                Tutto un piacer mi dà.

                Meco ritorna a vivere
                La piaggia, il bosco, il monte;
                Parla al mio core il fonte,
                Meco favella il mar.
                Chi mi ridona il piangere
                Dopo cotanto obblio?
                E come al guardo mio
                Cangiato il mondo appar?

                Forse la speme, o povero
                Mio cor, ti volse un riso?
                Ahi della speme il viso
                Io non vedrò mai più.
                Proprii mi diede i palpiti,
                Natura, e i dolci inganni.
                Sopiro in me gli affanni
                L'ingenita virtù;

                Non l'annullàr: non vinsela
                Il fato e la sventura;
                Non con la vista impura
                L'infausta verità.
                Dalle mie vaghe immagini
                So ben ch'ella discorda:
                So che natura è sorda,
                Che miserar non sa.

                Che non del ben sollecita
                Fu, ma dell'esser solo:
                Purchè ci serbi al duolo,
                Or d'altro a lei non cal.
                So che pietà fra gli uomini
                Il misero non trova;
                Che lui, fuggendo, a prova
                Schernisce ogni mortal.

                Che ignora il tristo secolo
                Gl'ingegni e le virtudi;
                Che manca ai degni studi
                L'ignuda gloria ancor.
                E voi, pupille tremule,
                Voi, raggio sovrumano,
                So che splendete invano,
                Che in voi non brilla amor.

                Nessuno ignoto ed intimo
                Affetto in voi non brilla:
                Non chiude una favilla
                Quel bianco petto in se.
                Anzi d'altrui le tenere
                Cure suol porre in gioco;
                E d'un celeste foco
                Disprezzo è la mercè.

                Pur sento in me rivivere
                Gl'inganni aperti e noti;
                E de' suoi proprii moti
                Si maraviglia il sen.
                Da te, mio cor, quest'ultimo
                Spirto, e l'ardor natio,
                Ogni conforto mio
                Solo da te mi vien.
                Mancano, il sento, all'anima
                Alta, gentile e pura,
                La sorte, la natura,
                Il mondo e la beltà.
                Ma se tu vivi, o misero,
                Se non concedi al fato,
                Non chiamerò spietato
                chi lo spirar mi dà.
                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                • Tiberio
                  Opinionista
                  • 16/08/16
                  • 3530

                  #23
                  XXI - A SILVIA

                  Silvia, rimembri ancora
                  Quel tempo della tua vita mortale,
                  Quando beltà splendea
                  Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
                  E tu, lieta e pensosa, il limitare
                  Di gioventù salivi?

                  Sonavan le quiete
                  Stanze, e le vie dintorno,
                  Al tuo perpetuo canto,
                  Allor che all'opre femminili intenta
                  Sedevi, assai contenta
                  Di quel vago avvenir che in mente avevi.
                  Era il maggio odoroso: e tu solevi
                  Così menare il giorno.

                  Io gli studi leggiadri
                  Talor lasciando e le sudate carte,
                  Ove il tempo mio primo
                  E di me si spendea la miglior parte,
                  D'in su i veroni del paterno ostello
                  Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
                  Ed alla man veloce
                  Che percorrea la faticosa tela.
                  Mirava il ciel sereno,
                  Le vie dorate e gli orti,
                  E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
                  Lingua mortal non dice
                  Quel ch'io sentiva in seno.

                  Che pensieri soavi,
                  Che speranze, che cori, o Silvia mia!
                  Quale allor ci apparia
                  La vita umana e il fato!
                  Quando sovviemmi di cotanta speme,
                  Un affetto mi preme
                  Acerbo e sconsolato,
                  E tornami a doler di mia sventura.
                  O natura, o natura,
                  Perchè non rendi poi
                  Quel che prometti allor? perchè di tanto
                  Inganni i figli tuoi?

                  Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
                  Da chiuso morbo combattuta e vinta,
                  Perivi, o tenerella. E non vedevi
                  Il fior degli anni tuoi;
                  Non ti molceva il core
                  La dolce lode or delle negre chiome,
                  Or degli sguardi innamorati e schivi;
                  Nè teco le compagne ai dì festivi
                  Ragionavan d'amore

                  Anche peria fra poco
                  La speranza mia dolce: agli anni miei
                  Anche negaro i fati
                  La giovanezza. Ahi come,
                  Come passata sei,
                  Cara compagna dell'età mia nova,
                  Mia lacrimata speme!
                  Questo è quel mondo? questi
                  I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
                  Onde cotanto ragionammo insieme?
                  Questa la sorte dell'umane genti?
                  All'apparir del vero
                  Tu, misera, cadesti: e con la mano
                  La fredda morte ed una tomba ignuda
                  Mostravi di lontano.
                  Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 20:32.
                  "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                  • Tiberio
                    Opinionista
                    • 16/08/16
                    • 3530

                    #24
                    XXII - LE RICORDANZE

                    Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
                    Tornare ancor per uso a contemplarvi
                    Sul paterno giardino scintillanti,
                    E ragionar con voi dalle finestre
                    Di questo albergo ove abitai fanciullo,
                    E delle gioie mie vidi la fine.
                    Quante immagini un tempo, e quante fole
                    Creommi nel pensier l'aspetto vostro
                    E delle luci a voi compagne! allora
                    Che, tacito, seduto in verde zolla,
                    Delle sere io solea passar gran parte
                    Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
                    Della rana rimota alla campagna!
                    E la lucciola errava appo le siepi
                    E in su l'aiuole, susurrando al vento
                    I viali odorati, ed i cipressi
                    Là nella selva; e sotto al patrio tetto
                    Sonavan voci alterne, e le tranquille
                    Opre de' servi. E che pensieri immensi,
                    Che dolci sogni mi spiro' la vista
                    Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
                    Che di qua scopro, e che varcare un giorno
                    Io mi pensava, arcani mondi, arcana
                    Felicità fingendo al viver mio!
                    Ignaro del mio fato, e quante volte
                    Questa mia vita dolorosa e nuda
                    Volentier con la morte avrei cangiato.

                    Né mi diceva il cor che l'età verde
                    Sarei dannato a consumare in questo
                    Natio borgo selvaggio, intra una gente
                    Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
                    Argomento di riso e di trastullo,
                    Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
                    Per invidia non già, che non mi tiene
                    Maggior di se, ma perché tale estima
                    Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
                    A persona giammai non ne fo segno.
                    Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
                    Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
                    Tra lo stuol de' malevoli divengo:
                    Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
                    E sprezzator degli uomini mi rendo,
                    Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
                    Il caro tempo giovanil; più caro
                    Che la fama e l'allor, più che la pura
                    Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
                    Senza un diletto, inutilmente, in questo
                    Soggiorno disumano, intra gli affanni,
                    O dell'arida vita unico fiore.

                    Viene il vento recando il suon dell'ora
                    Dalla torre del borgo. Era conforto
                    Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
                    Quando fanciullo, nella buia stanza,
                    Per assidui terrori io vigilava,
                    Sospirando il mattin. Qui non è cosa
                    Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
                    Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
                    Dolce per se; ma con dolor sottentra
                    Il pensier del presente, un van desio
                    Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
                    Quella loggia colà, volta agli estremi
                    Raggi del dė; queste dipinte mura,
                    Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
                    Su romita campagna, agli ozi miei
                    Porser mille diletti allor che al fianco
                    M'era, parlando, il mio possente errore
                    Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
                    Al chiaror delle nevi, intorno a queste
                    Ampie finestre sibilando il vento,
                    Rimbombaro i sollazzi e le festose
                    Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
                    Mistero delle cose a noi si mostra
                    Pien di dolcezza; indelibata, intera
                    Il garzoncel, come inesperto amante,
                    La sua vita ingannevole vagheggia,
                    E celeste beltà fingendo ammira.

                    O speranze, speranze; ameni inganni
                    Della mia prima età! sempre, parlando,
                    Ritorno a voi; che per andar di tempo,
                    Per variar d'affetti e di pensieri,
                    Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
                    Son la gloria e l'onor; diletti e beni
                    Mero desio; non ha la vita un frutto,
                    Inutile miseria. E sebben vóti
                    Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
                    Il mio stato mortal, poco mi toglie
                    La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
                    A voi ripenso, o mie speranze antiche,
                    Ed a quel caro immaginar mio primo;
                    Indi riguardo il viver mio sė vile
                    E sė dolente, e che la morte è quello
                    Che di cotanta speme oggi m'avanza;
                    Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
                    Consolarmi non so del mio destino.
                    E quando pur questa invocata morte
                    Sarammi allato, e sarà giunto il fine
                    Della sventura mia; quando la terra
                    Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
                    Fuggira' l'avvenir; di voi per certo
                    Risovverrammi; e quell'imago ancora
                    Sospirar mi farà, farammi acerbo
                    L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
                    Del dė fatal temperera' d'affanno.

                    E già nel primo giovanil tumulto
                    Di contenti, d'angosce e di desio,
                    Morte chiamai più volte, e lungamente
                    Mi sedetti colà su la fontana
                    Pensoso di cessar dentro quell'acque
                    La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
                    Malor, condotto della vita in forse,
                    Piansi la bella giovanezza, e il fiore
                    De' miei poveri dė, che sė per tempo
                    Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
                    Sul conscio letto, dolorosamente
                    Alla fioca lucerna poetando,
                    Lamentai co' silenzi e con la notte
                    Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
                    In sul languir cantai funereo canto.
                    [Ndr: cfr. L'appressamento della morte, 1818]

                    Chi rimembrar vi può senza sospiri,
                    O primo entrar di giovinezza, o giorni
                    Vezzosi, inenarrabili, allor quando
                    Al rapito mortal primieramente
                    Sorridon le donzelle; a gara intorno
                    Ogni cosa sorride; invidia tace,
                    Non desta ancora ovver benigna; e quasi
                    (Inusitata maraviglia!) il mondo
                    La destra soccorrevole gli porge,
                    Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
                    Suo venir nella vita, ed inchinando
                    Mostra che per signor l'accolga e chiami?
                    Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
                    Son dileguati. E qual mortale ignaro
                    Di sventura esser può, se a lui già scorsa
                    Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
                    Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

                    O Nerina! e di te forse non odo
                    Questi luoghi parlar? caduta forse
                    Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
                    Che qui sola di te la ricordanza
                    Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
                    Questa Terra natal: quella finestra,
                    Ond'eri usata favellarmi, ed onde
                    Mesto riluce delle stelle il raggio,
                    E' deserta. Ove sei, che più non odo
                    La tua voce sonar, siccome un giorno,
                    Quando soleva ogni lontano accento
                    Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
                    Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
                    Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
                    Il passar per la terra oggi è sortito,
                    E l'abitar questi odorati colli.
                    Ma rapida passasti; e come un sogno
                    Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
                    La gioia ti splendea, splendea negli occhi
                    Quel confidente immaginar, quel lume
                    Di gioventù, quando spegneali il fato,
                    E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
                    L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
                    Se a radunanze io movo, infra me stesso
                    Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
                    Tu non ti acconci più, tu più non movi.
                    Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
                    Van gli amanti recando alle fanciulle,
                    Dico: Nerina mia, per te non torna
                    Primavera giammai, non torna amore.
                    Ogni giorno sereno, ogni fiorita
                    Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
                    Dico: Nerina or più non gode; i campi,
                    L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
                    Sospiro mio: passasti: e fia compagna
                    D'ogni mio vago immaginar, di tutti
                    I miei teneri sensi, i tristi e cari
                    Moti del cor, la rimembranza acerba.
                    Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 20:35.
                    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                    • Tiberio
                      Opinionista
                      • 16/08/16
                      • 3530

                      #25
                      XXIII - CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL' ASIA

                      Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
                      Silenziosa luna?
                      Sorgi la sera, e vai,
                      Contemplando i deserti; indi ti posi.
                      Ancor non sei tu paga
                      Di riandare i sempiterni calli?
                      Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
                      Di mirar queste valli?
                      Somiglia alla tua vita
                      La vita del pastore.
                      Sorge in sul primo albore
                      Move la greggia oltre pel campo, e vede
                      Greggi, fontane ed erbe;
                      Poi stanco si riposa in su la sera:
                      Altro mai non ispera.
                      Dimmi, o luna: a che vale
                      Al pastor la sua vita,
                      La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
                      Questo vagar mio breve,
                      Il tuo corso immortale?

                      Vecchierel bianco, infermo,
                      Mezzo vestito e scalzo,
                      Con gravissimo fascio in su le spalle,
                      Per montagna e per valle,
                      Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
                      Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
                      L'ora, e quando poi gela,
                      Corre via, corre, anela,
                      Varca torrenti e stagni,
                      Cade, risorge, e più e più s'affretta,
                      Senza posa o ristoro,
                      Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
                      Colà dove la via
                      E dove il tanto affaticar fu volto:
                      Abisso orrido, immenso,
                      Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
                      Vergine luna, tale
                      E' la vita mortale.

                      Nasce l'uomo a fatica,
                      Ed è rischio di morte il nascimento.
                      Prova pena e tormento
                      Per prima cosa; e in sul principio stesso
                      La madre e il genitore
                      Il prende a consolar dell'esser nato.
                      Poi che crescendo viene,
                      L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
                      Con atti e con parole
                      Studiasi fargli core,
                      E consolarlo dell'umano stato:
                      Altro ufficio più grato
                      Non si fa da parenti alla lor prole.
                      Ma perchè dare al sole,
                      Perchè reggere in vita
                      Chi poi di quella consolar convenga?
                      Se la vita è sventura,
                      Perchè da noi si dura?
                      Intatta luna, tale
                      E' lo stato mortale.
                      Ma tu mortal non sei,
                      E forse del mio dir poco ti cale.

                      Pur tu, solinga, eterna peregrina,
                      Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
                      Questo viver terreno,
                      Il patir nostro, il sospirar, che sia;
                      Che sia questo morir, questo supremo
                      Scolorar del sembiante,
                      E perir dalla terra, e venir meno
                      Ad ogni usata, amante compagnia.
                      E tu certo comprendi
                      Il perchè delle cose, e vedi il frutto
                      Del mattin, della sera,
                      Del tacito, infinito andar del tempo.
                      Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
                      Rida la primavera,
                      A chi giovi l'ardore, e che procacci
                      Il verno co' suoi ghiacci.
                      Mille cose sai tu, mille discopri,
                      Che son celate al semplice pastore.
                      Spesso quand'io ti miro
                      Star così muta in sul deserto piano,
                      Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
                      Ovver con la mia greggia
                      Seguirmi viaggiando a mano a mano;
                      E quando miro in cielo arder le stelle;
                      Dico fra me pensando:
                      A che tante facelle?
                      Che fa l'aria infinita, e quel profondo
                      Infinito seren? che vuol dir questa
                      Solitudine immensa? ed io che sono?
                      Così meco ragiono: e della stanza
                      Smisurata e superba,
                      E dell'innumerabile famiglia;
                      Poi di tanto adoprar, di tanti moti
                      D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
                      Girando senza posa,
                      Per tornar sempre là donde son mosse;
                      Uso alcuno, alcun frutto
                      Indovinar non so. Ma tu per certo,
                      Giovinetta immortal, conosci il tutto.
                      Questo io conosco e sento,
                      Che degli eterni giri,
                      Che dell'esser mio frale,
                      Qualche bene o contento
                      Avrà fors'altri; a me la vita è male.

                      O greggia mia che posi, oh te beata,
                      Che la miseria tua, credo, non sai!
                      Quanta invidia ti porto!
                      Non sol perchè d'affanno
                      Quasi libera vai;
                      Ch'ogni stento, ogni danno,
                      Ogni estremo timor subito scordi;
                      Ma più perchè giammai tedio non provi.
                      Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
                      Tu se' queta e contenta;
                      E gran parte dell'anno
                      Senza noia consumi in quello stato.
                      Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
                      E un fastidio m'ingombra
                      La mente, ed uno spron quasi mi punge
                      Sì che, sedendo, più che mai son lunge
                      Da trovar pace o loco.
                      E pur nulla non bramo,
                      E non ho fino a qui cagion di pianto.
                      Quel che tu goda o quanto,
                      Non so già dir; ma fortunata sei.
                      Ed io godo ancor poco,
                      O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
                      Se tu parlar sapessi, io chiederei:
                      Dimmi: perchè giacendo
                      A bell'agio, ozioso,
                      S'appaga ogni animale;
                      Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

                      Forse s'avess'io l'ale
                      Da volar su le nubi,
                      E noverar le stelle ad una ad una,
                      O come il tuono errar di giogo in giogo,
                      Più felice sarei, dolce mia greggia,
                      Più felice sarei, candida luna.
                      O forse erra dal vero,
                      Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
                      Forse in qual forma, in quale
                      Stato che sia, dentro covile o cuna,
                      E' funesto a chi nasce il dì natale.
                      Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 20:41.
                      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                      • Tiberio
                        Opinionista
                        • 16/08/16
                        • 3530

                        #26
                        XXIV - LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

                        Passata è la tempesta:
                        Odo augelli far festa, e la gallina,
                        Tornata in su la via,
                        Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
                        Rompe là da ponente, alla montagna;
                        Sgombrasi la campagna,
                        E chiaro nella valle il fiume appare.
                        Ogni cor si rallegra, in ogni lato
                        Risorge il romorio
                        Torna il lavoro usato.
                        L'artigiano a mirar l'umido cielo,
                        Con l'opra in man, cantando,
                        Fassi in su l'uscio; a prova
                        Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
                        Della novella piova;
                        E l'erbaiuol rinnova
                        Di sentiero in sentiero
                        Il grido giornaliero.
                        Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
                        Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
                        Apre terrazzi e logge la famiglia:
                        E, dalla via corrente, odi lontano
                        Tintinnio di sonagli; il carro stride
                        Del passegger che il suo cammin ripiglia.

                        Si rallegra ogni core.
                        Sì dolce, sì gradita
                        Quand'è, com'or, la vita?
                        Quando con tanto amore
                        L'uomo a' suoi studi intende?
                        O torna all'opre? o cosa nova imprende?
                        Quando de' mali suoi men si ricorda?
                        Piacer figlio d'affanno;
                        Gioia vana, ch'è frutto
                        Del passato timore, onde si scosse
                        E paventò la morte
                        Chi la vita abborria;
                        Onde in lungo tormento,
                        Fredde, tacite, smorte,
                        Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
                        Mossi alle nostre offese
                        Folgori, nembi e vento.

                        O natura cortese,
                        Son questi i doni tuoi,
                        Questi i diletti sono
                        Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
                        E' diletto fra noi.
                        Pene tu spargi a larga mano; il duolo
                        Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
                        Che per mostro e miracolo talvolta
                        Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
                        Prole cara agli eterni! assai felice
                        Se respirar ti lice
                        D'alcun dolor: beata
                        Se te d'ogni dolor morte risana.
                        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                        • Tiberio
                          Opinionista
                          • 16/08/16
                          • 3530

                          #27
                          Doppio
                          Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 20:28.
                          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                          • Tiberio
                            Opinionista
                            • 16/08/16
                            • 3530

                            #28
                            XXV - IL SABATO DEL VILLAGGIO

                            La donzelletta vien dalla campagna,
                            In sul calar del sole,
                            Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
                            Un mazzolin di rose e di viole,
                            Onde, siccome suole,
                            Ornare ella si appresta
                            Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
                            Siede con le vicine
                            Su la scala a filar la vecchierella,
                            Incontro là dove si perde il giorno;
                            E novellando vien del suo buon tempo,
                            Quando ai dì della festa ella si ornava,
                            Ed ancor sana e snella
                            Solea danzar la sera intra di quei
                            Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
                            Già tutta l'aria imbruna,
                            Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
                            Giù da' colli e da' tetti,
                            Al biancheggiar della recente luna.
                            Or la squilla dà segno
                            Della festa che viene;
                            Ed a quel suon diresti
                            Che il cor si riconforta.
                            I fanciulli gridando
                            Su la piazzuola in frotta,
                            E qua e là saltando,
                            Fanno un lieto romore:
                            E intanto riede alla sua parca mensa,
                            Fischiando, il zappatore,
                            E seco pensa al dì del suo riposo.

                            Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
                            E tutto l'altro tace,
                            Odi il martel picchiare, odi la sega
                            Del legnaiuol, che veglia
                            Nella chiusa bottega alla lucerna,
                            E s'affretta, e s'adopra
                            Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

                            Questo di sette è il più gradito giorno,
                            Pien di speme e di gioia:
                            Diman tristezza e noia
                            Recheran l'ore, ed al travaglio usato
                            Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

                            Garzoncello scherzoso,
                            Cotesta età fiorita
                            E' come un giorno d'allegrezza pieno,
                            Giorno chiaro, sereno,
                            Che precorre alla festa di tua vita.
                            Godi, fanciullo mio; stato soave,
                            Stagion lieta è cotesta.
                            Altro dirti non vo'; ma la tua festa
                            Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
                            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                            • Tiberio
                              Opinionista
                              • 16/08/16
                              • 3530

                              #29
                              XXVI - IL PENSIERO DOMINANTE

                              Dolcissimo, possente
                              Dominator di mia profonda mente;
                              Terribile, ma caro
                              Dono del ciel; consorte
                              Ai lúgubri miei giorni,
                              Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

                              Di tua natura arcana
                              Chi non favella? Il suo poter fra noi
                              Chi non sentì? Pur sempre
                              Che in dir gli effetti suoi
                              Le umane lingue il sentir propio sprona,
                              Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.

                              Come solinga è fatta
                              La mente mia d'allora
                              Che tu quivi prendesti a far dimora!
                              Ratto d'intorno intorno al par del lampo
                              Gli altri pensieri miei
                              Tutti si dileguàr. Siccome torre
                              In solitario campo,
                              Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

                              Che divenute son, fuor di te solo,
                              Tutte l'opre terrene,
                              Tutta intera la vita al guardo mio!
                              Che intollerabil noia
                              Gli ozi, i commerci usati,
                              E di vano piacer la vana spene,
                              Allato a quella gioia,
                              Gioia celeste che da te mi viene!

                              Come da' nudi sassi
                              Dello scabro Apennino
                              A un campo verde che lontan sorrida
                              Volge gli occhi bramoso il pellegrino;
                              Tal io dal secco ed aspro
                              Mondano conversar vogliosamente,
                              Quasi in lieto giardino, a te ritorno,
                              E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

                              Quasi incredibil parmi
                              Che la vita infelice e il mondo sciocco
                              Già per gran tempo assai
                              Senza te sopportai;
                              Quasi intender non posso
                              Come d'altri desiri,
                              Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

                              Giammai d'allor che in pria
                              Questa vita che sia per prova intesi,
                              Timor di morte non mi strinse il petto.
                              Oggi mi pare un gioco
                              Quella che il mondo inetto,
                              Talor lodando, ognora abborre e trema,
                              Necessitade estrema;
                              E se periglio appar, con un sorriso
                              Le sue minacce a contemplar m'affiso.
                              Sempre i codardi, e l'alme
                              Ingenerose, abbiette
                              Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
                              Subito i sensi miei;
                              Move l'alma ogni esempio
                              Dell'umana viltà subito a sdegno.
                              Di questa età superba,
                              Che di vote speranze si nutrica,
                              Vaga di ciance, e di virtù nemica;
                              Stolta, che l'util chiede,
                              E inutile la vita
                              Quindi più sempre divenir non vede;
                              Maggior mi sento. A scherno
                              Ho gli umani giudizi; e il vario volgo
                              A' bei pensieri infesto,
                              E degno tuo disprezzator, calpesto.

                              A quello onde tu movi,
                              Quale affetto non cede?
                              Anzi qual altro affetto
                              Se non quell'uno intra i mortali ha sede?
                              Avarizia, superbia, odio, disdegno,
                              Studio d'onor, di regno,
                              Che sono altro che voglie
                              Al paragon di lui? Solo un affetto
                              Vive tra noi: quest'uno,
                              Prepotente signore,
                              Dieder l'eterne leggi all'uman core.

                              Pregio non ha, non ha ragion la vita
                              Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
                              Sola discolpa al fato,
                              Che noi mortali in terra
                              Pose a tanto patir senz'altro frutto;
                              Solo per cui talvolta,
                              Non alla gente stolta, al cor non vile
                              La vita della morte è più gentile.

                              Per còr le gioie tue, dolce pensiero,
                              Provar gli umani affanni,
                              E sostener molt'anni
                              Questa vita mortal, fu non indegno;
                              Ed ancor tornerei,
                              Così qual son de' nostri mali esperto,
                              Verso un tal segno a incominciare il corso:
                              Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
                              Giammai finor sì stanco
                              Per lo mortal deserto
                              Non venni a te, che queste nostre pene
                              Vincer non mi paresse un tanto bene.
                              Che mondo mai, che nova
                              Immensità, che paradiso è quello
                              Là dove spesso il tuo stupendo incanto
                              Parmi innalzar! dov'io,
                              Sott'altra luce che l'usata errando,
                              Il mio terreno stato
                              E tutto quanto il ver pongo in obblio!
                              Tali son, credo, i sogni
                              Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno
                              In molta parte onde s'abbella il vero
                              Sei tu, dolce pensiero;
                              Sogno e palese error. Ma di natura,
                              Infra i leggiadri errori,
                              Divina sei; perchè sì viva e forte,
                              Che incontro al ver tenacemente dura,
                              E spesso al ver s'adegua,
                              Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.

                              E tu per certo, o mio pensier, tu solo
                              Vitale ai giorni miei,
                              Cagion diletta d'infiniti affanni,
                              Meco sarai per morte a un tempo spento:
                              Ch'a vivi segni dentro l'alma io sento
                              Che in perpetuo signor dato mi sei.
                              Altri gentili inganni
                              Soleami il vero aspetto
                              Più sempre infievolir. Quanto più torno
                              A riveder colei
                              Della qual teco ragionando io vivo,
                              Cresce quel gran diletto,
                              Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.
                              Angelica beltade!
                              Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
                              Quasi una finta imago
                              Il tuo volto imitar. Tu sola fonte
                              D'ogni altra leggiadria,
                              Sola vera beltà parmi che sia.

                              Da che ti vidi pria,
                              Di qual mia seria cura ultimo obbietto
                              Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
                              Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei
                              La tua sovrana imago
                              Quante volte mancò? Bella qual sogno,
                              Angelica sembianza,
                              Nella terrena stanza,
                              Nell'alte vie dell'universo intero,
                              Che chiedo io mai, che spero
                              Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
                              Altro più dolce aver che il tuo pensiero?
                              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

                              Comment

                              • Tiberio
                                Opinionista
                                • 16/08/16
                                • 3530

                                #30
                                XXVII - AMORE E MORTE

                                Muor giovane colui ch'al cielo è caro
                                MENANDRO.

                                Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
                                Ingenerò la sorte.
                                Cose quaggiù sì belle
                                Altre il mondo non ha, non han le stelle.
                                Nasce dall'uno il bene,
                                Nasce il piacer maggiore
                                Che per lo mar dell'essere si trova;
                                L'altra ogni gran dolore,
                                Ogni gran male annulla.
                                Bellissima fanciulla,
                                Dolce a veder, non quale
                                La si dipinge la codarda gente,
                                Gode il fanciullo Amore
                                Accompagnar sovente;
                                E sorvolano insiem la via mortale,
                                Primi conforti d'ogni saggio core.
                                Nè cor fu mai più saggio
                                Che percosso d'amor, nè mai più forte
                                Sprezzò l'infausta vita,
                                Nè per altro signore
                                Come per questo a perigliar fu pronto:
                                Ch'ove tu porgi aita,
                                Amor, nasce il coraggio,
                                O si ridesta; e sapiente in opre,
                                Non in pensiero invan, siccome suole,
                                Divien l'umana prole.

                                Quando novellamente
                                Nasce nel cor profondo
                                Un amoroso affetto,
                                Languido e stanco insiem con esso in petto
                                Un desiderio di morir si sente:
                                Come, non so: ma tale
                                D'amor vero e possente è il primo effetto.
                                Forse gli occhi spaura
                                Allor questo deserto: a se la terra
                                Forse il mortale inabitabil fatta
                                Vede omai senza quella
                                Nova, sola, infinita
                                Felicità che il suo pensier figura:
                                Ma per cagion di lei grave procella
                                Presentendo in suo cor, brama quiete,
                                Brama raccorsi in porto
                                Dinanzi al fier disio,
                                Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

                                Poi, quando tutto avvolge
                                La formidabil possa,
                                E fulmina nel cor l'invitta cura,
                                Quante volte implorata
                                Con desiderio intenso,
                                Morte, sei tu dall'affannoso amante!
                                Quante la sera, e quante
                                Abbandonando all'alba il corpo stanco,
                                Se beato chiamò s'indi giammai
                                Non rilevasse il fianco,
                                Nè tornasse a veder l'amara luce!
                                E spesso al suon della funebre squilla,
                                Al canto che conduce
                                La gente morta al sempiterno obblio,
                                Con più sospiri ardenti
                                Dall'imo petto invidiò colui
                                Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
                                Fin la negletta plebe,
                                L'uom della villa, ignaro
                                D'ogni virtù che da saper deriva,
                                Fin la donzella timidetta e schiva,
                                Che già di morte al nome
                                Sentì rizzar le chiome,
                                Osa alla tomba, alle funeree bende
                                Fermar lo sguardo di costanza pieno,
                                Osa ferro e veleno
                                Meditar lungamente,
                                E nell'indotta mente
                                La gentilezza del morir comprende.
                                Tanto alla morte inclina
                                D'amor la disciplina. Anco sovente,
                                A tal venuto il gran travaglio interno
                                Che sostener nol può forza mortale,
                                O cede il corpo frale
                                Ai terribili moti, e in questa forma
                                Pel fraterno poter Morte prevale;
                                O così sprona Amor là nel profondo,
                                Che da se stessi il villanello ignaro,
                                La tenera donzella
                                Con la man violenta
                                Pongon le membra giovanili in terra.
                                Ride ai lor casi il mondo,
                                A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

                                Ai fervidi, ai felici,
                                Agli animosi ingegni
                                L'uno o l'altro di voi conceda il fato,
                                Dolci signori, amici
                                All'umana famiglia,
                                Al cui poter nessun poter somiglia
                                Nell'immenso universo, e non l'avanza,
                                Se non quella del fato, altra possanza.
                                E tu, cui già dal cominciar degli anni
                                Sempre onorata invoco,
                                Bella Morte, pietosa
                                Tu sola al mondo dei terreni affanni,
                                Se celebrata mai
                                Fosti da me, s'al tuo divino stato
                                L'onte del volgo ingrato
                                Ricompensar tentai,
                                Non tardar più, t'inchina
                                A disusati preghi,
                                Chiudi alla luce omai
                                Questi occhi tristi, o dell'età reina.
                                Me certo troverai, qual si sia l'ora
                                Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
                                Erta la fronte, armato,
                                E renitente al fato,
                                La man che flagellando si colora
                                Nel mio sangue innocente
                                Non ricolmar di lode,
                                Non benedir, com'usa
                                Per antica viltà l'umana gente;
                                Ogni vana speranza onde consola
                                Se coi fanciulli il mondo,
                                Ogni conforto stolto
                                Gittar da me; null'altro in alcun tempo
                                Sperar, se non te sola;
                                Solo aspettar sereno
                                Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
                                Nel tuo virgineo seno.
                                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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