Leopardi - Canti

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  • Tiberio
    Opinionista
    • 16/08/16
    • 3530

    #31
    XXVIII - A SE' STESSO

    Or poserai per sempre,
    Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
    Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
    In noi di cari inganni,
    Non che la speme, il desiderio è spento.
    Posa per sempre. Assai
    Palpitasti. Non val cosa nessuna
    I moti tuoi, nè di sospiri è degna
    La terra. Amaro e noia
    La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
    T'acqueta omai. Dispera
    L'ultima volta. Al gener nostro il fato
    Non donò che il morire. Omai disprezza
    Te, la natura, il brutto
    Poter che, ascoso, a comun danno impera,
    E l'infinita vanità del tutto.
    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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    • Tiberio
      Opinionista
      • 16/08/16
      • 3530

      #32
      XIX - ASPASIA

      Torna dinanzi al mio pensier talora
      Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
      Per abitati lochi a me lampeggia
      In altri volti; o per deserti campi,
      Al dì sereno, alle tacenti stelle,
      Da soave armonia quasi ridesta,
      Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina
      Quella superba vision risorge.
      Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
      Mia delizia ed erinni! E mai non sento
      Mover profumo di fiorita piaggia,
      Nè di fiori olezzar vie cittadine,
      Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno
      Che ne' vezzosi appartamenti accolta,
      Tutti odorati de' novelli fiori
      Di primavera, del color vestita
      Della bruna viola, a me si offerse
      L'angelica tua forma, inchino il fianco
      Sovra nitide pelli, e circonfusa
      D'arcana voluttà; quando tu, dotta
      Allettatrice, fervidi sonanti
      Baci scoccavi nelle curve labbra
      De' tuoi bambini, il niveo collo intanto
      Porgendo, e lor di tue cagioni ignari
      Con la man leggiadrissima stringevi
      Al seno ascoso e desiato. Apparve
      Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
      Divino al pensier mio. Così nel fianco
      Non punto inerme a viva forza impresse
      Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto
      Ululando portai finch'a quel giorno
      Si fu due volte ricondotto il sole.

      Raggio divino al mio pensiero apparve,
      Donna, la tua beltà. Simile effetto
      Fan la bellezza e i musicali accordi,
      Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
      Paion sovente rivelar. Vagheggia
      Il piagato mortal quindi la figlia
      Della sua mente, l'amorosa idea,
      Che gran parte d'Olimpo in se racchiude,
      Tutta al volto ai costumi alla favella,
      Pari alla donna che il rapito amante
      Vagheggiare ed amar confuso estima.
      Or questa egli non già, ma quella, ancora
      Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
      Alfin l'errore e gli scambiati oggetti
      Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa
      La donna a torto. A quella eccelsa imago
      Sorge di rado il femminile ingegno;
      E ciò che inspira ai generosi amanti
      La sua stessa beltà, donna non pensa,
      Nè comprender potria. Non cape in quelle
      Anguste fronti ugual concetto. E male
      Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
      Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
      Sensi profondi, sconosciuti, e molto
      Più che virili, in chi dell'uomo, al tutto
      Da natura è minor. Che se più molli
      E più tenui le membra, essa la mente
      Men capace e men forte anco riceve.

      Nè tu finor giammai quel che tu stessa
      Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
      Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
      Che smisurato amor, che affanni intensi,
      Che indicibili moti e che deliri
      Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
      Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
      Esecutor di musici concenti
      Quel ch'ei con mano o con la voce adopra
      In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta
      Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
      Della mia vita un dì: se non se quanto,
      Pur come cara larva, ad ora ad ora
      Tornar costuma e disparir. Tu vivi,
      Bella non solo ancor, ma bella tanto,
      Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.
      Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
      Perch'io te non amai, ma quella Diva
      Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
      Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
      Sua celeste beltà, ch'io, per insino
      Già dal principio conoscente e chiaro
      Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,
      Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
      Cupido ti seguii finch'ella visse,
      Ingannato non già, ma dal piacere
      Di quella dolce somiglianza, un lungo
      Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

      Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
      Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
      L'altero capo, a cui spontaneo porsi
      L'indomito mio cor. Narra che prima,
      E spero ultima certo, il ciglio mio
      Supplichevol vedesti, a te dinanzi
      Me timido, tremante (ardo in ridirlo
      Di sdegno e di rossor), me di me privo,
      Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
      Spiar sommessamente, a' tuoi superbi
      Fastidi impallidir, brillare in volto
      Ad un segno cortese, ad ogni sguardo
      Mutar forma e color. Cadde l'incanto,
      E spezzato con esso, a terra sparso
      Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni
      Di tedio, alfin dopo il servire e dopo
      Un lungo vaneggiar, contento abbraccio
      Senno con libertà. Che se d'affetti
      Orba la vita, e di gentili errori,
      E' notte senza stelle a mezzo il verno,
      Già del fato mortale a me bastante
      E conforto e vendetta è che su l'erba
      Qui neghittoso immobile giacendo,
      Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.
      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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      • Tiberio
        Opinionista
        • 16/08/16
        • 3530

        #33
        SOPRA UN BASSO RILIEVO ANTICO SEPOLCRALE
        dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi

        Dove vai? chi ti chiama
        Lunge dai cari tuoi,
        Bellissima donzella?
        Sola, peregrinando, il patrio tetto
        Sì per tempo abbandoni? a queste soglie
        Tornerai tu? farai tu lieti un giorno
        Questi ch'oggi ti son piangendo intorno?

        Asciutto il ciglio ed animosa in atto,
        Ma pur mesta sei tu. Grata la via
        O dispiacevol sia, tristo il ricetto
        A cui movi o giocondo,
        Da quel tuo grave aspetto
        Mal s'indovina. Ahi ahi, nè già potria
        Fermare io stesso in me, nè forse al mondo
        S'intese ancor, se in disfavore al cielo
        Se cara esser nomata,
        Se misera tu debbi o fortunata.

        Morte ti chiama; al cominciar del giorno
        L'ultimo istante. Al nido onde ti parti,
        Non tornerai. L'aspetto
        De' tuoi dolci parenti
        Lasci per sempre. Il loco
        A cui movi, è sotterra:
        Ivi fia d'ogni tempo il tuo soggiorno.
        Forse beata sei; ma pur chi mira,
        Seco pensando, al tuo destin, sospira.

        Mai non veder la luce
        Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
        Che reina bellezza si dispiega
        Nelle membra e nel volto,
        Ed incomincia il mondo
        Verso lei di lontano ad atterrarsi;
        In sul fiorir d'ogni speranza, e molto
        Prima che incontro alla festosa fronte
        I lùgubri suoi lampi il ver baleni;
        Come vapore in nuvoletta accolto
        Sotto forme fugaci all'orizzonte,
        Dileguarsi così quasi non sorta,
        E cangiar con gli oscuri
        Silenzi della tomba i dì futuri,
        Questo se all'intelletto
        Appar felice, invade
        D'alta pietade ai più costanti il petto.

        Madre temuta e pianta
        Dal nascer già dell'animal famiglia,
        Natura, illaudabil maraviglia,
        Che per uccider partorisci e nutri,
        Se danno è del mortale
        Immaturo perir, come il consenti
        In quei capi innocenti?
        Se ben, perchè funesta,
        Perchè sovra ogni male,
        A chi si parte, a chi rimane in vita,
        Inconsolabil fai tal dipartita?

        Misera ovunque miri,
        Misera onde si volga, ove ricorra,
        Questa sensibil prole!
        Piacqueti che delusa
        Fosse ancor dalla vita
        La speme giovanil; piena d'affanni
        L'onda degli anni; ai mali unico schermo
        La morte; e questa inevitabil segno,
        Questa, immutata legge
        Ponesti all'uman corso. Ahi perchè dopo
        Le travagliose strade, almen la meta
        Non ci prescriver lieta? anzi colei
        Che per certo futura
        Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,
        Colei che i nostri danni
        Ebber solo conforto,
        Velar di neri panni,
        Cinger d'ombra sì trista,
        E spaventoso in vista
        Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?
        Già se sventura è questo
        Morir che tu destini
        A tutti noi che senza colpa, ignari,
        Nè volontari al vivere abbandoni,
        Certo ha chi more invidiabil sorte
        A colui che la morte
        Sente de' cari suoi. Che se nel vero,
        Com'io per fermo estimo,
        Il vivere è sventura,
        Grazia il morir, chi però mai potrebbe,
        Quel che pur si dovrebbe,
        Desiar de' suoi cari il giorno estremo,
        Per dover egli scemo
        Rimaner di se stesso,
        Veder d'in su la soglia levar via
        La diletta persona
        Con chi passato avrà molt'anni insieme,
        E dire a quella addio senz'altra speme
        Di riscontrarla ancora
        Per la mondana via;
        Poi solitario abbandonato in terra,
        Guardando attorno, all'ore ai lochi usati
        Rimemorar la scorsa compagnia?
        Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
        Di strappar dalle braccia
        All'amico l'amico,
        Al fratello il fratello,
        La prole al genitore,
        All'amante l'amore: e l'uno estinto,
        L'altro in vita serbar? Come potesti
        Far necessario in noi
        Tanto dolor, che sopravviva amando
        Al mortale il mortal? Ma da natura
        Altro negli atti suoi
        Che nostro male o nostro ben si cura.
        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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        • Tiberio
          Opinionista
          • 16/08/16
          • 3530

          #34
          XXXI - SOPRA IL RITRATTO Dl UNA BELLA DONNA SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE DELLA MEDESIMA

          Tal fosti: or qui sotterra
          Polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango
          Immobilmente collocato invano,
          Muto, mirando dell'etadi il volo,
          Sta, di memoria solo
          E di dolor custode, il simulacro
          Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,
          Che tremar fe, se, come or sembra, immoto
          In altrui s'affisò; quel labbro, ond'alto
          Par, come d'urna piena,
          Traboccare il piacer; quel collo, cinto
          Già di desio; quell'amorosa mano,
          Che spesso, ove fu porta,
          Sentì gelida far la man che strinse;
          E il seno, onde la gente
          Visibilmente di pallor si tinse,
          Furo alcun tempo: or fango
          Ed ossa sei: la vista
          Vituperosa e trista un sasso asconde.

          Così riduce il fato
          Qual sembianza fra noi parve più viva
          Immagine del ciel. Misterio eterno
          Dell'esser nostro. Oggi d'eccelsi, immensi
          Pensieri e sensi inenarrabil fonte,
          Beltà grandeggia, e pare,
          Quale splendor vibrato
          Da natura immortal su queste arene,
          Di sovrumani fati,
          Di fortunati regni e d'aurei mondi
          Segno e sicura spene
          Dare al mortale stato:
          Diman, per lieve forza,
          Sozzo a vedere, abominoso, abbietto
          Divien quel che fu dianzi
          Quasi angelico aspetto,
          E dalle menti insieme
          Quel che da lui moveva
          Ammirabil concetto, si dilegua.

          Desiderii infiniti
          E visioni altere
          Crea nel vago pensiere,
          Per natural virtù, dotto concento;
          Onde per mar delizioso, arcano
          Erra lo spirto umano,
          Quasi come a diporto
          Ardito notator per l'Oceano:
          Ma se un discorde accento
          Fere l'orecchio, in nulla
          Torna quel paradiso in un momento.

          Natura umana, or come,
          Se frale in tutto e vile,
          Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?
          Se in parte anco gentile,
          Come i più degni tuoi moti e pensieri
          Son così di leggeri
          Da sì basse cagioni e desti e spenti?
          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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          • Tiberio
            Opinionista
            • 16/08/16
            • 3530

            #35
            XXXII - PALINODIA
            Al marchese Gino Capponi

            Il sempre sospirar nulla rileva. PETRARCA

            Errai, candido Gino; assai gran tempo,
            E di gran lunga errai. Misera e vana
            Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa
            La stagion ch'or si volge. Intolleranda
            Parve, e fu, la mia lingua alla beata
            Prole mortal, se dir si dee mortale
            L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno,
            Dall'Eden odorato in cui soggiorna,
            Rise l'alta progenie, e me negletto
            Disse, o mal venturoso, e di piaceri
            O incapace o inesperto, il proprio fato
            Creder comune, e del mio mal consorte
            L'umana specie. Alfin per entro il fumo
            De' sígari onorato, al romorio
            De' crepitanti pasticcini, al grido
            Militar, di gelati e di bevande
            Ordinator, fra le percosse tazze
            E i branditi cucchiai, viva rifulse
            Agli occhi miei la giornaliera luce
            Delle gazzette. Riconobbi e vidi
            La pubblica letizia, e le dolcezze
            Del destino mortal. Vidi l'eccelso
            Stato e il valor delle terrene cose,
            E tutto fiori il corso umano, e vidi
            Come nulla quaggiù dispiace e dura.
            Nè men conobbi ancor gli studi e l'opre
            Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto
            Saver del secol mio. Nè vidi meno
            Da Marrocco al Catai, dall'Orse al Nilo
            E da Boston a Goa, correr dell'alma
            Felicità su l'orme a gara ansando
            Regni, imperi e ducati; e già tenerla
            O per le chiome fluttuanti, o certo
            Per l'estremo del boa. Così vedendo,
            E meditando sovra i larghi fogli
            Profondamente, del mio grave, antico
            Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

            Aureo secolo omai volgono, o Gino,
            I fusi delle Parche. Ogni giornale,
            Gener vario di lingue e di colonne,
            Da tutti i lidi lo promette al mondo
            Concordemente. Universale amore,
            Ferrate vie, moltiplici commerci,
            Vapor, tipi e choléra i più divisi
            Popoli e climi stringeranno insieme:
            Nè maraviglia fia se pino o quercia
            Suderà latte e mele, o s'anco al suono
            D'un walser danzerà. Tanto la possa
            Infin qui de' lambicchi e delle storte,
            E le macchine al cielo emulatrici
            Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
            Che seguirà; poiché di meglio in meglio
            Senza fin vola e volerà mai sempre
            Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

            Ghiande non ciberà certo la terra
            Però, se fame non la sforza: il duro
            Ferro non deporrà. Ben molte volte
            Argento ed or disprezzerà, contenta
            A polizze di cambio. E già dal caro
            Sangue de' suoi non asterrà la mano
            La generosa stirpe: anzi coverte
            Fien di stragi l'Europa e l'altra riva
            Dell'atlantico mar, fresca nutrice
            Di pura civiltà, sempre che spinga
            Contrarie in campo le fraterne schiere
            Di pepe o di cannella o d'altro aroma
            Fatal cagione, o di melate canne,
            O cagion qual si sia ch'ad auro torni.
            Valor vero e virtù, modestia e fede
            E di giustizia amor, sempre in qualunque
            Pubblico stato, alieni in tutto e lungi
            Da' comuni negozi, ovvero in tutto
            Sfortunati saranno, afflitti e vinti;
            Perchè diè lor natura, in ogni tempo
            Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
            Con mediocrità, regneran sempre,
            A galleggiar sortiti. Imperio e forze,
            Quanto più vogli o cumulate o sparse,
            Abuserà chiunque avralle, e sotto
            Qualunque nome. Questa legge in pria
            Scrisser natura e il fato in adamante;
            E co' fulmini suoi Volta nè Davy
            Lei non cancellerà, non Anglia tutta
            Con le macchine sue, nè con un Gange
            Di politici scritti il secol novo.
            Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
            Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse
            In arme tutti congiurati i mondi
            Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
            Calunnia, odio e livor: cibo de' forti
            Il debole, cultor de' ricchi e servo
            Il digiuno mendico, in ogni forma
            Di comun reggimento, o presso o lungi
            Sien l'eclittica o i poli, eternamente
            Sarà, se al gener nostro il proprio albergo
            E la face del dì non vengon meno.

            Queste lievi reliquie e questi segni
            Delle passate età, forza è che impressi
            Porti quella che sorge età dell'oro:
            Perchè mille discordi e repugnanti
            L'umana compagnia principii e parti
            Ha per natura; e por quegli odii in pace
            Non valser gl'intelletti e le possanze
            Degli uomini giammai, dal dì che nacque
            L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque
            Saggio sia nè possente, al secol nostro
            Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
            Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
            Fia la mortal felicità. Più molli
            Di giorno in giorno diverran le vesti
            O di lana o di seta. I rozzi panni
            Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
            Chiuderanno in coton la scabra pelle,
            E di castoro copriran le schiene.
            Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
            Certamente a veder, tappeti e coltri,
            Seggiole, canapè, sgabelli e mense,
            Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
            Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
            E nove forme di paiuoli, e nove
            Pentole ammirerà l'arsa cucina.
            Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
            Da Londra a Liverpool, rapido tanto
            Sarà, quant'altri immaginar non osa,
            Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie
            Vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
            Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso
            Dovea, già son molt'anni. Illuminate
            Meglio ch'or son, benchè sicure al pari,
            Nottetempo saran le vie men trite
            Delle città sovrane, e talor forse
            Di suddita città le vie maggiori.
            Tali dolcezze e sì beata sorte
            Alla prole vegnente il ciel destina.

            Fortunati color che mentre io scrivo
            Miagolanti in su le braccia accoglie
            La levatrice! a cui veder s'aspetta
            Quei sospirati dì, quando per lunghi
            Studi fia noto, e imprenderà col latte
            Dalla cara nutrice ogni fanciullo,
            Quanto peso di sal, quanto di carni,
            E quante moggia di farina inghiotta
            Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
            In ciascun anno partoriti e morti
            Scriva il vecchio prior: quando, per opra
            Di possente vapore, a milioni
            Impresse in un secondo, il piano e il poggio,
            E credo anco del mar gl'immensi tratti,
            Come d'aeree gru stuol che repente
            Alle late campagne il giorno involi,
            Copriran le gazzette, anima e vita
            Dell'universo, e di savere a questa
            Ed alle età venture unica fonte!

            Quale un fanciullo, con assidua cura,
            Di fogliolini e di fuscelli, in forma
            O di tempio o di torre o di palazzo,
            Un edificio innalza; e come prima
            Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
            Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
            Per novo lavorio son di mestieri;
            Così natura ogni opra sua, quantunque
            D'alto artificio a contemplar, non prima
            Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
            Le parti sciolte dispensando altrove.
            E indarno a preservar se stesso ed altro
            Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
            Eternamente, il mortal seme accorre
            Mille virtudi oprando in mille guise
            Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta,
            La natura crudel, fanciullo invitto,
            Il suo capriccio adempie, e senza posa
            Distruggendo e formando si trastulla.
            Indi varia, infinita una famiglia
            Di mali immedicabili e di pene
            Preme il fragil mortale, a perir fatto
            Irreparabilmente: indi una forza
            Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
            E di fuor da ogni lato, assidua, intenta
            Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
            Essa indefatigata; insin ch'ei giace
            Alfin dall'empia madre oppresso e spento.
            Queste, o spirto gentil, miserie estreme
            Dello stato mortal; vecchiezza e morte,
            Ch'han principio d'allor che il labbro infante
            Preme il tenero sen che vita instilla;
            Emendar, mi cred'io, non può la lieta
            Nonadecima età più che potesse
            La decima o la nona, e non potranno
            Più di questa giammai l'età future.
            Però, se nominar lice talvolta
            Con proprio nome il ver, non altro in somma
            Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
            E non pur ne' civili ordini e modi,
            Ma della vita in tutte l'altre parti,
            Per essenza insanabile, e per legge
            Universal, che terra e cielo abbraccia,
            Ogni nato sarà. Ma novo e quasi
            Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi
            Spirti del secol mio: che, non potendo
            Felice in terra far persona alcuna,
            L'uomo obbliando, a ricercar si diero
            Una comun felicitade; e quella
            Trovata agevolmente, essi di molti
            Tristi e miseri tutti, un popol fanno
            Lieto e felice: e tal portento, ancora
            Da pamphlets, da riviste e da gazzette
            Non dichiarato, il civil gregge ammira.

            Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
            Dell'età ch'or si volge! E che sicuro
            Filosofar, che sapienza, o Gino,
            In più sublimi ancora e più riposti
            Subbietti insegna ai secoli futuri
            Il mio secolo e tuo! Con che costanza
            Quel che ieri schernì, prosteso adora
            Oggi, e domani abbatterà, per girne
            Raccozzando i rottami, e per riporlo
            Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
            Quanto estimar si dee, che fede inspira
            Del secol che si volge, anzi dell'anno,
            Il concorde sentir! con quanta cura
            Convienci a quel dell'anno, al qual difforme
            Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro
            Comparando, fuggir che mai d'un punto
            Non sien diversi! E di che tratto innanzi,
            Se al moderno si opponga il tempo antico,
            Filosofando il saper nostro è scorso!

            Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco
            Di poetar maestro, anzi di tutte
            Scienze ed arti e facoltadi umane,
            E menti che fur mai, sono e saranno,
            Dottore, emendator, lascia, mi disse,
            I propri affetti tuoi. Di lor non cura
            Questa virile età, volta ai severi
            Economici studi, e intenta il ciglio
            Nelle pubbliche cose. Il proprio petto
            Esplorar che ti val? Materia al canto
            Non cercar dentro te. Canta i bisogni
            Del secol nostro, e la matura speme.
            Memorande sentenze! ond'io solenni
            Le risa alzai quando sonava il nome
            Della speranza al mio profano orecchio
            Quasi comica voce, o come un suono
            Di lingua che dal latte si scompagni.
            Or torno addietro, ed al passato un corso
            Contrario imprendo, per non dubbi esempi
            Chiaro oggimai ch'al secol proprio vuolsi,
            Non contraddir, non repugnar, se lode
            Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
            Adulando ubbidir: così per breve
            Ed agiato cammin vassi alle stelle.
            Ond'io, degli astri desioso, al canto
            Del secolo i bisogni omai non penso
            Materia far; che a quelli, ognor crescendo,
            Provveggono i mercati e le officine
            Già largamente; ma la speme io certo
            Dirò, la speme, onde visibil pegno
            Già concedon gli Dei; già, della nova
            Felicità principio, ostenta il labbro
            De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.

            O salve, o segno salutare, o prima
            Luce della famosa età che sorge.
            Mira dinanzi a te come s'allegra
            La terra e il ciel, come sfavilla il guardo
            Delle donzelle, e per conviti e feste
            Qual de' barbati eroi fama già vola.
            Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
            Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli
            Italia crescerà, crescerà tutta
            Dalle foci del Tago all'Ellesponto
            Europa, e il mondo poserà sicuro.
            E tu comincia a salutar col riso
            Gl'ispidi genitori, o prole infante,
            Eletta agli aurei dì: nè ti spauri
            L'innocuo nereggiar de' cari aspetti.
            Ridi, o tenera prole: a te serbato
            E' di cotanto favellare il frutto;
            Veder gioia regnar, cittadi e ville,
            Vecchiezza e gioventù del par contente,
            E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.
            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

            Comment

            • Tiberio
              Opinionista
              • 16/08/16
              • 3530

              #36
              XXXIII - IL TRAMONTO DELLA LUNA

              Quale in notte solinga,
              Sovra campagne inargentate ed acque,
              Là 've zefiro aleggia,
              E mille vaghi aspetti
              E ingannevoli obbietti
              Fingon l'ombre lontane
              Infra l'onde tranquille
              E rami e siepi e collinette e ville;
              Giunta al confin del cielo,
              Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
              Nell'infinito seno
              Scende la luna; e si scolora il mondo;
              Spariscon l'ombre, ed una
              Oscurità la valle e il monte imbruna;
              Orba la notte resta,
              E cantando, con mesta melodia,
              L'estremo albor della fuggente luce,
              Che dianzi gli fu duce,
              Saluta il carrettier dalla sua via;

              Tal si dilegua, e tale
              Lascia l'età mortale
              La giovinezza. In fuga
              Van l'ombre e le sembianze
              Dei dilettosi inganni; e vengon meno
              Le lontane speranze,
              Ove s'appoggia la mortal natura.
              Abbandonata, oscura
              Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
              Cerca il confuso viatore invano
              Del cammin lungo che avanzar si sente
              Meta o ragione; e vede
              Che a se l'umana sede,
              Esso a lei veramente è fatto estrano.

              Troppo felice e lieta
              Nostra misera sorte
              Parve lassù, se il giovanile stato,
              Dove ogni ben di mille pene è frutto,
              Durasse tutto della vita il corso.
              Troppo mite decreto
              Quel che sentenzia ogni animale a morte,
              S'anco mezza la via
              Lor non si desse in pria
              Della terribil morte assai più dura.
              D'intelletti immortali
              Degno trovato, estremo
              Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
              La vecchiezza, ove fosse
              Incolume il desio, la speme estinta,
              Secche le fonti del piacer, le pene
              Maggiori sempre, e non più dato il bene.

              Voi, collinette e piagge,
              Caduto lo splendor che all'occidente
              Inargentava della notte il velo,
              Orfane ancor gran tempo
              Non resterete; che dall'altra parte
              Tosto vedrete il cielo
              Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
              Alla qual poscia seguitando il sole,
              E folgorando intorno
              Con sue fiamme possenti,
              Di lucidi torrenti
              Inonderà con voi gli eterei campi.
              Ma la vita mortal, poi che la bella
              Giovinezza sparì, non si colora
              D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
              Vedova è insino al fine; ed alla notte
              Che l'altre etadi oscura,
              Segno poser gli Dei la sepoltura.
              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

              Comment

              • Tiberio
                Opinionista
                • 16/08/16
                • 3530

                #37
                XXXIV - LA GINESTRA, O FIORE DEL DESERTO

                E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
                GIOVANNI, III, 19.


                Qui su l'arida schiena
                Del formidabil monte
                Sterminator Vesevo,
                La qual null'altro allegra arbor nè fiore,
                Tuoi cespi solitari intorno spargi,
                Odorata ginestra,
                Contenta dei deserti. Anco ti vidi
                De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
                Che cingon la cittade
                La qual fu donna de' mortali un tempo,
                E del perduto impero
                Par che col grave e taciturno aspetto
                Faccian fede e ricordo al passeggero.
                Or ti riveggo in questo suol, di tristi
                Lochi e dal mondo abbandonati amante,
                E d'afflitte fortune ognor compagna.
                Questi campi cosparsi
                Di ceneri infeconde, e ricoperti
                Dell'impietrata lava,
                Che sotto i passi al peregrin risona;
                Dove s'annida e si contorce al sole
                La serpe, e dove al noto
                Cavernoso covil torna il coniglio;
                Fur liete ville e colti,
                E biondeggiàr di spiche, e risonaro
                Di muggito d'armenti;
                Fur giardini e palagi,
                Agli ozi de' potenti
                Gradito ospizio; e fur città famose
                Che coi torrenti suoi l'altero monte
                Dall'ignea bocca fulminando oppresse
                Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
                Una ruina involve,
                Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
                I danni altrui commiserando, al cielo
                Di dolcissimo odor mandi un profumo,
                Che il deserto consola. A queste piagge
                Venga colui che d'esaltar con lode
                Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
                E' il gener nostro in cura
                All'amante natura. E la possanza
                Qui con giusta misura
                Anco estimar potrà dell'uman seme,
                Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
                Con lieve moto in un momento annulla
                In parte, e può con moti
                Poco men lievi ancor subitamente
                Annichilare in tutto.
                Dipinte in queste rive
                Son dell'umana gente
                Le magnifiche sorti e progressive.

                Qui mira e qui ti specchia,
                Secol superbo e sciocco,
                Che il calle insino allora
                Dal risorto pensier segnato innanti
                Abbandonasti, e volti addietro i passi,
                Del ritornar ti vanti,
                E proceder il chiami.
                Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
                Di cui lor sorte rea padre ti fece,
                Vanno adulando, ancora
                Ch'a ludibrio talora
                T'abbian fra se. Non io
                Con tal vergogna scenderò sotterra;
                Ma il disprezzo piuttosto che si serra
                Di te nel petto mio,
                Mostrato avrò quanto si possa aperto:
                Ben ch'io sappia che obblio
                Preme chi troppo all'età propria increbbe.
                Di questo mal, che teco
                Mi fia comune, assai finor mi rido.
                Libertà vai sognando, e servo a un tempo
                Vuoi di novo il pensiero,
                Sol per cui risorgemmo
                Della barbarie in parte, e per cui solo
                Si cresce in civiltà, che sola in meglio
                Guida i pubblici fati.
                Così ti spiacque il vero
                Dell'aspra sorte e del depresso loco
                Che natura ci diè. Per questo il tergo
                Vigliaccamente rivolgesti al lume
                Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
                Vil chi lui segue, e solo
                Magnanimo colui
                Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
                Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

                Uom di povero stato e membra inferme
                Che sia dell'alma generoso ed alto,
                Non chiama se nè stima
                Ricco d'or nè gagliardo,
                E di splendida vita o di valente
                Persona infra la gente
                Non fa risibil mostra;
                Ma se di forza e di tesor mendico
                Lascia parer senza vergogna, e noma
                Parlando, apertamente, e di sue cose
                Fa stima al vero uguale.
                Magnanimo animale
                Non credo io già, ma stolto,
                Quel che nato a perir, nutrito in pene,
                Dice, a goder son fatto,
                E di fetido orgoglio
                Empie le carte, eccelsi fati e nove
                Felicità, quali il ciel tutto ignora,
                Non pur quest'orbe, promettendo in terra
                A popoli che un'onda
                Di mar commosso, un fiato
                D'aura maligna, un sotterraneo crollo
                Distrugge sì, che avanza
                A gran pena di lor la rimembranza.
                Nobil natura è quella
                Che a sollevar s'ardisce
                Gli occhi mortali incontra
                Al comun fato, e che con franca lingua,
                Nulla al ver detraendo,
                Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
                E il basso stato e frale;
                Quella che grande e forte
                Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
                Fraterne, ancor più gravi
                D'ogni altro danno, accresce
                Alle miserie sue, l'uomo incolpando
                Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
                Che veramente è rea, che de' mortali
                Madre è di parto e di voler matrigna.
                Costei chiama inimica; e incontro a questa
                Congiunta esser pensando,
                Siccome è il vero, ed ordinata in pria
                L'umana compagnia,
                Tutti fra se confederati estima
                Gli uomini, e tutti abbraccia
                Con vero amor, porgendo
                Valida e pronta ed aspettando aita
                Negli alterni perigli e nelle angosce
                Della guerra comune. Ed alle offese
                Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
                Al vicino ed inciampo,
                Stolto crede così, qual fora in campo
                Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
                Incalzar degli assalti,
                Gl'inimici obbliando, acerbe gare
                Imprender con gli amici,
                E sparger fuga e fulminar col brando
                Infra i propri guerrieri.
                Così fatti pensieri
                Quando fien, come fur, palesi al volgo,
                E quell'orror che primo
                Contra l'empia natura
                Strinse i mortali in social catena,
                Fia ricondotto in parte
                Da verace saper, l'onesto e il retto
                Conversar cittadino,
                E giustizia e pietade, altra radice
                Avranno allor che non superbe fole,
                Ove fondata probità del volgo
                Così star suole in piede
                Quale star può quel ch'ha in error la sede.

                Sovente in queste rive,
                Che, desolate, a bruno
                Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
                Seggo la notte; e sulla mesta landa
                In purissimo azzurro
                Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
                Cui di lontan fa specchio
                Il mare, e tutto di scintille in giro
                Per lo vòto Seren brillar il mondo.
                E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
                Ch'a lor sembrano un punto,
                E sono immense, in guisa
                Che un punto a petto a lor son terra e mare
                Veracemente; a cui
                L'uomo non pur, ma questo
                Globo ove l'uomo è nulla,
                Sconosciuto è del tutto; e quando miro
                Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
                Nodi quasi di stelle,
                Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
                E non la terra sol, ma tutte in uno,
                Del numero infinite e della mole,
                Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
                O sono ignote, o così paion come
                Essi alla terra, un punto
                Di luce nebulosa; al pensier mio
                Che sembri allora, o prole
                Dell'uomo? E rimembrando
                Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
                Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
                Che te signora e fine
                Credi tu data al Tutto, e quante volte
                Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
                Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
                Per tua cagion, dell'universe cose
                Scender gli autori, e conversar sovente
                Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
                Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
                Fin la presente età, che in conoscenza
                Ed in civil costume
                Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
                Mortal prole infelice, o qual pensiero
                Verso te finalmente il cor m'assale?
                Non so se il riso o la pietà prevale.

                Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
                Cui là nel tardo autunno
                Maturità senz'altra forza atterra,
                D'un popol di formiche i dolci alberghi,
                Cavati in molle gleba
                Con gran lavoro, e l'opre
                E le ricchezze che adunate a prova
                Con lungo affaticar l'assidua gente
                Avea provvidamente al tempo estivo,
                Schiaccia, diserta e copre
                In un punto; così d'alto piombando,
                Dall'utero tonante
                Scagliata al ciel, profondo
                Di ceneri e di pomici e di sassi
                Notte e ruina, infusa
                Di bollenti ruscelli,
                O pel montano fianco
                Furiosa tra l'erba
                Di liquefatti massi
                E di metalli e d'infocata arena
                Scendendo immensa piena,
                Le cittadi che il mar là su l'estremo
                Lido aspergea, confuse
                E infranse e ricoperse
                In pochi istanti: onde su quelle or pasce
                La capra, e città nove
                Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
                Son le sepolte, e le prostrate mura
                L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
                Non ha natura al seme
                Dell'uom più stima o cura
                Che alla formica: e se più rara in quello
                Che nell'altra è la strage,
                Non avvien ciò d'altronde
                Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

                Ben mille ed ottocento
                Anni varcàr poi che spariro, oppressi
                Dall'ignea forza, i popolati seggi,
                E il villanello intento
                Ai vigneti, che a stento in questi campi
                Nutre la morta zolla e incenerita,
                Ancor leva lo sguardo
                Sospettoso alla vetta
                Fatal, che nulla mai fatta più mite
                Ancor siede tremenda, ancor minaccia
                A lui strage ed ai figli ed agli averi
                Lor poverelli. E spesso
                Il meschino in sul tetto
                Dell'ostel villereccio, alla vagante
                Aura giacendo tutta notte insonne,
                E balzando più volte, esplora il corso
                Del temuto bollor, che si riversa
                Dall'inesausto grembo
                Sull'arenoso dorso, a cui riluce
                Di Capri la marina
                E di Napoli il porto e Mergellina.
                E se appressar lo vede, o se nel cupo
                Del domestico pozzo ode mai l'acqua
                Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
                Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
                Di lor cose rapir posson, fuggendo,
                Vede lontano l'usato
                Suo nido, e il picciol campo,
                Che gli fu dalla fame unico schermo,
                Preda al flutto rovente
                Che crepitando giunge, e inesorato
                Durabilmente sovra quei si spiega.
                Torna al celeste raggio
                Dopo l'antica obblivion l'estinta
                Pompei, come sepolto
                Scheletro, cui di terra
                Avarizia o pietà rende all'aperto;
                E dal deserto foro
                Diritto infra le file
                Dei mozzi colonnati il peregrino
                Lunge contempla il bipartito giogo
                E la cresta fumante,
                Ch'alla sparsa ruina ancor minaccia.
                E nell'orror della secreta notte
                Per li vacui teatri, per li templi
                Deformi e per le rotte
                Case, ove i parti il pipistrello asconde,
                Come sinistra face
                Che per voti palagi atra s'aggiri,
                Corre il baglior della funerea lava,
                Che di lontan per l'ombre
                Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
                Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
                Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
                Dopo gli avi i nepoti,
                Sta natura ognor verde, anzi procede
                Per sì lungo cammino,
                Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
                Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
                E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

                E tu, lenta ginestra,
                Che di selve odorate
                Queste campagne dispogliate adorni,
                Anche tu presto alla crudel possanza
                Soccomberai del sotterraneo foco,
                Che ritornando al loco
                Già noto, stenderà l'avaro lembo
                Su tue molli foreste. E piegherai
                Sotto il fascio mortal non renitente
                Il tuo capo innocente:
                Ma non piegato insino allora indarno
                Codardamente supplicando innanzi
                Al futuro oppressor; ma non eretto
                Con forsennato orgoglio inver le stelle,
                Nè sul deserto, dove
                E la sede e i natali
                Non per voler ma per fortuna avesti;
                Ma più saggia, ma tanto
                Meno inferma dell'uom, quanto le frali
                Tue stirpi non credesti
                O dal fato o da te fatte immortali.
                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                • Tiberio
                  Opinionista
                  • 16/08/16
                  • 3530

                  #38
                  XXXV - IMITAZIONE

                  Lungi dal proprio ramo,
                  Povera foglia frale,
                  Dove vai tu? - Dal faggio
                  Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
                  Esso, tornando, a volo
                  Dal bosco alla campagna,
                  Dalla valle mi porta alla montagna.
                  Seco perpetuamente
                  Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
                  Vo dove ogni altra cosa,
                  Dove naturalmente
                  Va la foglia di rosa,
                  E la foglia d'alloro.
                  "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                  • Tiberio
                    Opinionista
                    • 16/08/16
                    • 3530

                    #39
                    Quando fanciullo io venni
                    A pormi con le Muse in disciplina,
                    L'una di quelle mi pigliò per mano;
                    E poi tutto quel giorno
                    La mi condusse intorno
                    A veder l'officina.
                    Mostrommi a parte a parte
                    Gli strumenti dell'arte,
                    E i servigi diversi
                    A che ciascun di loro
                    S'adopra nel lavoro
                    Delle prose e de' versi.
                    Io mirava, e chiedea:
                    Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:
                    La lima è consumata; or facciam senza.
                    Ed io, ma di rifarla
                    Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?
                    Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.
                    "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                    • Tiberio
                      Opinionista
                      • 16/08/16
                      • 3530

                      #40
                      Appendice

                      FRAMMENTI

                      XXXVII - "ODI, MELISSO"

                      ALCETA
                      Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno
                      Di questa notte, che mi torna a mente
                      In riveder la luna. Io me ne stava
                      Alla finestra che risponde al prato,
                      Guardando in alto: ed ecco all'improvviso
                      Distaccasi la luna; e mi parea
                      Che quanto nel cader s'approssimava,
                      Tanto crescesse al guardo; infin che venne
                      A dar di colpo in mezzo al prato; ed era
                      Grande quanto una secchia, e di scintille
                      Vomitava una nebbia, che stridea
                      Sì forte come quando un carbon vivo
                      Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
                      La luna, come ho detto, in mezzo al prato
                      Si spegneva annerando a poco a poco,
                      E ne fumavan l'erbe intorno intorno.
                      Allor mirando in ciel, vidi rimaso
                      Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia,
                      Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa,
                      Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.

                      MELISSO
                      E ben hai che temer, che agevol cosa
                      Fora cader la luna in sul tuo campo.

                      ALCETA
                      Chi sa? non veggiam noi spesso di state
                      Cader le stelle?

                      MELISSO
                      Egli ci ha tante stelle,
                      Che picciol danno è cader l'una o l'altra
                      Di loro, e mille rimaner. Ma sola
                      Ha questa luna in ciel, che da nessuno
                      Cader fu vista mai se non in sogno.
                      "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                      • Tiberio
                        Opinionista
                        • 16/08/16
                        • 3530

                        #41
                        Io qui vagando al limitare intorno,
                        Invan la pioggia invoco e la tempesta,
                        Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

                        Pure il vento muggia nella foresta,
                        E muggia tra le nubi il tuono errante,
                        Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.

                        O care nubi, o cielo, o terra, o piante,
                        Parte la donna mia: pietà, se trova
                        Pietà nel mondo un infelice amante.

                        O turbine, or ti sveglia, or fate prova
                        Di sommergermi, o nembi, insino a tanto
                        Che il sole ad altre terre il dì rinnova.

                        S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
                        Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia
                        Le luci il crudo Sol pregne di pianto.
                        "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                        • Tiberio
                          Opinionista
                          • 16/08/16
                          • 3530

                          #42
                          Spento il diurno raggio in occidente,
                          E queto il fumo delle ville, e queta
                          De' cani era la voce e della gente;

                          Quand'ella, volta all'amorosa meta,
                          Si ritrovò nel mezzo ad una landa
                          Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.

                          Spandeva il suo chiaror per ogni banda
                          La sorella del sole, e fea d'argento
                          Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.

                          I ramuscelli ivan cantando al vento,
                          E in un con l'usignol che sempre piagne
                          Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.

                          Limpido il mar da lungi, e le campagne
                          E le foreste, e tutte ad una ad una
                          Le cime si scoprian delle montagne.

                          In queta ombra giacea la valle bruna,
                          E i collicelli intorno rivestia
                          Del suo candor la rugiadosa luna.

                          Sola tenea la taciturna via
                          La donna, e il vento che gli odori spande,
                          Molle passar sul volto si sentia.

                          Se lieta fosse, è van che tu dimande:
                          Piacer prendea di quella vista, e il bene
                          Che il cor le prometteva era più grande.

                          Come fuggiste, o belle ore serene!
                          Dilettevol quaggiù null'altro dura,
                          Nè si ferma giammai, se non la spene.

                          Ecco turbar la notte, e farsi oscura
                          La sembianza del ciel, ch'era sì bella,
                          E il piacere in colei farsi paura.

                          Un nugol torbo, padre di procella,
                          Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,
                          Che più non si scopria luna nè stella.

                          Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,
                          E salir su per l'aria a poco a poco,
                          E far sovra il suo capo a quella ammanto.
                          Veniva il poco lume ognor più fioco;
                          E intanto al bosco si destava il vento,
                          Al bosco là del dilettoso loco.

                          E si fea più gagliardo ogni momento,
                          Tal che a forza era desto e svolazzava
                          Tra le frondi ogni augel per lo spavento.

                          E la nube, crescendo, in giù calava
                          Ver la marina sì, che l'un suo lembo
                          Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.

                          Già tutto a cieca oscuritade in grembo,
                          S'incominciava udir fremer la pioggia,
                          E il suon cresceva all'appressar del nembo.

                          Dentro le nubi in paurosa foggia
                          Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;
                          E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.

                          Discior sentia la misera i ginocchi;
                          E già muggiva il tuon simile al metro
                          Di torrente che d'alto in giù trabocchi.

                          Talvolta ella ristava, e l'aer tetro
                          Guardava sbigottita, e poi correa,
                          Sì che i panni e le chiome ivano addietro.

                          E il duro vento col petto rompea,
                          Che gocce fredde giù per l'aria nera
                          In sul volto soffiando le spingea.

                          E il tuon veniale incontro come fera,
                          Rugghiando orribilmente e senza posa;
                          E cresceva la pioggia e la bufera.
                          E d'ogn'intorno era terribil cosa
                          Il volar polve e frondi e rami e sassi,
                          E il suon che immaginar l'alma non osa.

                          Ella dal lampo affaticati e lassi
                          Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,
                          Gia pur tra il nembo accelerando i passi.

                          Ma nella vista ancor l'era il baleno
                          Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento
                          Fermò l'andare, e il cor le venne meno.

                          E si rivolse indietro. E in quel momento
                          Si spense il lampo, e tornò buio l'etra,
                          Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.

                          Taceva il tutto; ed ella era di pietra.
                          "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                          • Tiberio
                            Opinionista
                            • 16/08/16
                            • 3530

                            #43
                            XL - DAL GRECO DI SIMONIDE

                            Ogni mondano evento
                            È di Giove in poter, di Giove, o figlio,
                            Che giusta suo talento
                            Ogni cosa dispone.
                            Ma di lunga stagione
                            Nostro cieco pensier s'affanna e cura,
                            Benchè l'umana etate,
                            Come destina il ciel nostra ventura,
                            Di giorno in giorno dura.
                            La bella speme tutti ci nutrica
                            Di sembianze beate,
                            Onde ciascuno indarno s'affatica:
                            Altri l'aurora amica,
                            Altri l'etade aspetta;
                            E nullo in terra vive
                            Cui nell'anno avvenir facili e pii
                            Con Pluto gli altri iddii
                            La mente non prometta.
                            Ecco pria che la speme in porto arrive,
                            Qual da vecchiezza è giunto
                            E qual da morbi al bruno Lete addutto;
                            Questo il rigido Marte, e quello il flutto
                            Del pelago rapisce; altri consunto
                            da negre cure, o tristo nodo al collo
                            Circondando, sotterra si rifugge.
                            Così di mille mali
                            I miseri mortali
                            Volgo fiero e diverso agita e strugge.
                            Ma per sentenza mia,
                            Uom saggio e sciolto dal comune errore,
                            Patir non sosterria,
                            Nè porrebbe al dolore
                            Ed al mal proprio suo cotanto amore.
                            "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                            • Tiberio
                              Opinionista
                              • 16/08/16
                              • 3530

                              #44
                              XLI - DELLO STESSO

                              Umana cosa picciol tempo dura,
                              E certissimo detto
                              Disse il veglio di Chio,
                              Conforme ebber natura
                              Le foglie e l'uman seme.
                              Ma questa voce in petto
                              Raccolgon pochi. All'inquieta speme,
                              Figlia di giovin core,
                              Tutti prestiam ricetto.
                              Mentre è vermiglio il fiore
                              Di nostra etade acerba,
                              L'alma vota e superba
                              Cento dolci pensieri educa invano,
                              Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla
                              Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano.
                              Ma stolto è chi non vede
                              La giovanezza come ha ratte l'ale,
                              E siccome alla culla
                              Poco il rogo è lontano.
                              Tu presso a porre il piede
                              In sul varco fatale
                              Della plutonia sede,
                              Ai presenti diletti
                              La breve età commetti.


                              Nega ai mortali e nega a' morti il fato. (1)

                              [Ndr: verso finale del "Coro dei morti" nelle Operette morali, "Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie", presente solo in alcune edizioni dei Canti.]
                              Last edited by Tiberio; 12-03-2020, 21:24.
                              "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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                              • Tiberio
                                Opinionista
                                • 16/08/16
                                • 3530

                                #45
                                FINE





                                Commentate se volete
                                "Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi".

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