Locus amoenus e hortus conclusus

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  • doxa
    Opinionista
    • 30/04/19
    • 2659

    #1

    Locus amoenus e hortus conclusus

    Locus amoenus e hortus conclusus

    Nella letteratura e nelle arti figurative la frase “locus amoenus” allude a un piacevole luogo che invita all’otium e all’incontro di Eros con Venus nella natura bucolica, circondata da alberi, il canto degli uccelli, fiori, prati verdeggianti, la vicinanza di una fonte d’acqua, ruscelli.

    Il termine bucolica deriva dal sostantivo greco “boukòlos” = "bovaro" (= l’addetto ai buoi da lavoro di un’azienda agricola).

    Il locus amoenus non va confuso con l’hortus conclusus.

    Un significativo esempio di entrambi, ma distinti, sono nell’Odissea (già citati nel precedente topic).

    Omero descrive la natura dell’isola Ogigia abitata dalla divinità marina Calipso che amò, riamata, Odisseo (= Ulisse) e lo trattenne con sé per sette anni.

    Ogigia, luogo paradisiaco dell’immortalità e della felicità. L'aedo narra che nei pressi della grotta-abitazione di Calipso c’è un lussureggiante bosco, prati, fiori, uccelli che cinguettano rigogliosi tralci di vite e quattro sorgenti d’acqua (= locus amoenus).

    Ancora Omero, racconta di Ulisse naufrago nell’isola dei Feaci, della sua soccorritrice, la principessa Nausicaa, del re Alcinoo. La reggia circondata da un grande giardino con alberi e tanti frutti in ogni stagione (= hortus conclusus, giardino recintato).

    Nel Medioevo ed anche nei secoli successivi l’hortus conclusus era quello annesso a monasteri e conventi: una zona adibita alla coltivazione di piante, anche medicinali, e alberi fruttiferi.

    Nei castelli e nelle residenze nobiliari i signori di solito adibivano un'area a giardino con fiori, alberi, piccoli canali irrigui anche per i giochi d’acqua, e le dame vi passeggiavano.

    Adesso propongo alla vostra attenzione un hortus conclusus immaginario, dipinto in due versioni da Lucas Cranach, detto "il Vecchio" (1472 – 1553): il cognome di questo pittore e incisore tedesco è un toponimico, deriva dalla sua città natale, Kronach, in Baviera.




    Lucas Cranach il Vecchio: L'età dell'oro, olio su tavola, 1530 circa - Galleria Nazionale di Oslo.

    Un’altra versione


    Lucas Cranach il Vecchio, L'età dell'oro, pittura ad olio su pannello, 1530 circa, Alte Pinakothek di Monaco.
    Last edited by doxa; 18-06-2023, 21:10.
  • Durante
    Opinionista
    • 16/11/08
    • 2103

    #2
    buon pomeriggio doxa, mi da l'impressione che il pittore riporti in queste immagini di serenità dei personaggi e l'amenità ornamentale floreale, e la coabitazione tra selvaggina mite e la presenza di leoni mi fa supporre un pensiero, l'artista avrà pensato al paradiso dell'Eden benché nella scenografia sia riportato il castello?

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    • doxa
      Opinionista
      • 30/04/19
      • 2659

      #3
      Ciao Durante, hai ragione la scena è "paradisiaca".

      L'hortus conclusus (giardino chiuso, recintato) è presente anche nel Cantico dei Cantici, ma come espressione elogiativa dello sposo alla sposa: "Hortus conclusus soror mea, sponsa, hortus conclusus, fons signatus".

      “Giardino chiuso tu sei,
      sorella mia, sposa,
      giardino chiuso, fontana sigillata
      .
      I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
      con i frutti più squisiti,
      alberi di cipro con nardo,
      nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
      con ogni specie d'alberi da incenso;
      mirra e aloe
      con tutti i migliori aromi.
      Fontana che irrora i giardini,
      pozzo d'acque vive
      e ruscelli sgorganti dal Libano.
      La sposa
      Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
      soffia nel mio giardino
      si effondano i suoi aromi.
      Venga il mio diletto nel suo giardino
      e ne mangi i frutti squisiti”
      (IV, 12 – 16).


      Domenico Morelli, Il sogno di Salomone, Galleria Nazionale di arte moderna, Roma
      Last edited by doxa; 19-06-2023, 06:36.

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      • follemente
        Opinionista

        • 22/12/09
        • 11727

        #4
        Molto bello questo thread, Doxa.

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        • doxa
          Opinionista
          • 30/04/19
          • 2659

          #5
          Buongiorno lady Folle. Grazie !

          Stamane ti voglio parlare di Teocrito, Theókritos in lingua greca. Era un poeta siceliota nato nella Magna Grecia, a Siracusa (Syrákousai) nel 315 a. C. e vi morì nel 260 a. C. circa.

          Scrisse, carmi, epigrammi, inni e idilli.

          Gli studiosi considerano Teocrito l’ ideatore dell’idillio (dal latino idyllium): breve componimento poetico di tipo bucolico.

          Dei 30 componimenti che formano la raccolta titolata “Idilli”, 8 sono di ambientazione arcadica, caratterizzata dal paesaggio agreste con ruscelli, animali che pascolano. I protagonisti erano i pastori (bukòloi,) che si sfidavano in gare poetiche. Si accordavano sulla scelta del giudice che doveva proclamare il vincitore, il quale riceva un premio.

          I concorrenti gareggiavano alternandosi nel canto, denominato canto amebeo, che poteva riguardare tematiche libere o stabilite dal giudice; di solito i temi privilegiati erano le vicende amorose.

          Lo schema del canto era quello in cui si alternavano una domanda e una risposta; si creava, in questo modo, un sistema di corrispondenze e di contraddizioni fra chi proponeva la tematica e chi rispondeva.

          Dai primi agoni pastorali cantati si passò in seguito ai testi scritti.

          L’ambiente bucolico evoca il Paradiso terrestre. A me fa pensare anche a Lucas Cranach il Vecchio e al suo dipinto titolato “Tentazione di Adamo ed Eva”.


          Lucas Cranach il Vecchio, tentazione di Adamo ed Eva, olio su tela, 1530, Kunsthistorisches Museum, Vienna

          Cranach ha raffigurato il Paradiso come un locus amoenus con diverse scene, non in ordine cronologico, tratte dal Libro della Genesi.

          In primo piano: Dio (con il manto rosso) ammonisce Adamo ed Eva di non mangiare dall’Albero della conoscenza del Bene e del Male.

          Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Genesi 2, 9).

          “...ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire”
          (Genesi 2, 17)

          Dietro la coppia c’è accucciato un bianco cane levriero da caccia; più a destra arriva trotterellando un bianco cavallo; sotto di questo si vede la testa di altro cavallo mentre bruca l'erba.

          Le altre sparse scene vanno osservate da destra a sinistra.

          In fondo a destra, dopo i tre bianchi agnelli (?) c’è la scena di Dio che crea Adamo.

          Segue l’albero della conoscenza del Bene e del Male carico di frutti.

          Il serpente nella sembianza di donna offre il frutto proibito. Eva già ne ha uno nella mano destra, un altro lo sta mordendo Adamo, in questo caso i frutti sono tre.

          Più a sinistra, dietro un grande cespuglio, Dio estrae Eva dalla costola di Adamo.

          Dopo l’albero, nel cielo c’è una nuvola con la raffigurazione dell’occhio di Dio. Adamo ed Eva tentano inutilmente di nascondersi dietro un cespuglio dopo aver trasgredito l’ordine divino.

          Sull’estrema sinistra l’arcangelo Michele con la spada insegue e allontana Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre.

          Tre daini, di cui due in fuga, sono simbolicamente considerati messaggeri spirituali.

          Concludono la rappresentazione due fagiani: simboleggiano la fecondità, la nascita e la rinascita.

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          • conogelato
            Candle in the wind

            • 17/07/06
            • 66028

            #6
            Tutto molto, troppo bello Doxa!
            Hai perfettamente descritto la perenne, insaziabile nostalgia dell'Uomo per l'armonia primordiale.

            Grazie. Non mi viene da dire altro. Grazie.
            amate i vostri nemici

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            • Vega
              Opinionista

              • 04/05/05
              • 17958

              #7
              perenne, insaziabile nostalgia dell'Uomo per l'armonia primordiale
              Che non è mai esistita se non nella fantasia umana e nei miti.
              Pienamente funzionante e programmata in tecniche multiple

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              • Durante
                Opinionista
                • 16/11/08
                • 2103

                #8
                Doxa queste pitture che raffigurano la scena paradisiaca e contemporaneamente la tentazione di Adamo ed Eva mi hanno fatto scaturire nell'immediato un ragionamento probabilmente per l'amico conogelato troppo razionale. Questa raffigurazione della tentazione da per scontato che prima non fosse esistito niente, invece da studi di sociologia antropologica è dimostrato che esisteva una società matriarcale. Quindi la trasgressione di Adamo ed Eva è lo spartiacque dal matriarcato al patriarcato, viene evidenziato dove spieghi che Dio dalla costola dell' uomo estrae la donna, se si osserva bene, sembra un parto anomalo, non so se il pittore lo abbia pitturato intenzionalmente o una evidente conferma della vicenda della creatività da parte di Dio.

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                • conogelato
                  Candle in the wind

                  • 17/07/06
                  • 66028

                  #9
                  Durante ciao! Non è che è troppo razionale: semplicemente bisogna partire dal fatto che compito della Bibbia non è spiegare l'origine del mondo, ma il perché. Perché la Vita? Che senso ha esistere? Veniamo al mondo per caso o per Amore? L'arte ha sempre cercato di rappresentare, dare forma e invitarci a riflettere su questo grande interrogativo...
                  Di certo, se uno entra in un museo e non conosce la Bibbia, ignora completamente circa il 70% delle opere esposte.
                  amate i vostri nemici

                  Comment

                  • doxa
                    Opinionista
                    • 30/04/19
                    • 2659

                    #10
                    Sono tornato alla base. Vi propongo altri autori.

                    Il poeta e scrittore Publio Virgilio Marone (70 a. C. – 19 a. C. iniziò a scrivere le “Bucoliche nel 42 a. C. e le divulgò nel 39 a. C. circa. Sono una silloge di dieci carmi, detti “eclogae” (= poesie scelte), di argomento agricolo e pastorale ma connessi alla guerra civile e ad altri avvenimenti nel I sec. a. C., come la “battaglia di Filippi”, nel 42 a. C., a seguito della quale molte terre furono espropriate per distribuirle ai veterani. Lo stesso Virgilio fu espropriato del podere che aveva a Mantova.

                    E' interessante la decima di egloga dove protagonista è Cornelio Gallo, poeta e amico di Virgilio che si rifugia nel mondo bucolico per sfuggire alle pene d’amore causate dalla lontananza dell’amata Licoride. Egli pensa che il dedicarsi a una vita di lavori agricoli e di canti con la lira sotto l’ombra di un albero riuscirà ad alleviare le proprie sofferenze. Ma a Gallo basta nominare continuamente il nome della ragazza per sentenziare una frase emblematica: «omnia vincit Amor; et nos cedamus Amori» (“Amore vince tutto e all’Amore cediamo”).

                    Chiudendo la propria opera con questo componimento, Virgilio ammette che il locus amoenus è soltanto una soluzione temporanea, che non può alleviare il dolore degli uomini. Ma soprattutto rinuncia al clima spensierato e pacifico di Teocrito, aggiungendo note malinconiche e riferimenti alla vita pubblica e politica di Roma.





                    Le ecloghe virgiliane mi sembrano un po’ noiose, perciò vi offro come lettura un componimento satirico del poeta e scrittore Orazio (65 a. C. – 8 a. C.). E’ titolato “Alfio l’usuraio”, evoca anche l’ambiente bucolico. E’ nella prima raccolta poetica oraziana titolata “Epòdi”, costituita da 17 componimenti satirici.


                    Alfio l’usuraio

                    "Beato chi, lontano dagli affari,
                    come gli uomini delle origini,
                    lavora coi buoi i campi paterni,
                    libero da speculazioni;

                    e non lo svegliano trombe di guerra,
                    non trema alla furia del mare,
                    evita il foro e i portoni arroganti
                    dei cittadini piú potenti.

                    Cosí agli alti pioppi sposa i tralci
                    ormai cresciuti della vite,
                    contempla in una valle solitaria
                    le mandrie sparse che muggiscono,
                    recide col ronchetto i rami inutili
                    e innesta quelli piú fecondi,
                    versa il miele fuso in anfore terse
                    o tosa le sue pecorelle;

                    e quando l'autunno sovrasta i campi
                    splendente di frutti maturi,
                    gode a cogliere le pere d'innesto
                    e l'uva che emula la porpora,
                    per donarle a te, Priapo, a te, padre
                    Silvano, che vegli i confini.

                    È bello allora sotto un leccio antico
                    stendersi sull'erba compatta,
                    mentre fra gli argini scorre un torrente,
                    stridono nel bosco gli uccelli,
                    zampillano e bisbigliano le fonti,
                    invitando a un placido sonno.

                    Ma quando è inverno e fra i tuoni del cielo
                    Giove rovescia pioggia e neve,
                    con la muta dei cani in lungo e in largo
                    caccia i cinghiali nelle trappole,
                    tende su canne lisce reti fitte
                    per insidiare i ghiotti tordi
                    o, dolce preda, prende al laccio lepri
                    atterrite e gru pellegrine.

                    Chi fra tutto ciò non scorda le pene
                    che l'amore porta con sé?

                    Se poi una sposa onesta aiuta in casa
                    e alleva con dolcezza i figli,
                    come una sabina o la moglie arsa
                    dal sole d'un pugliese svelto,
                    e in attesa del tuo ritorno mette
                    legna sul focolare sacro,
                    chiude nei recinti il florido gregge,
                    munge le turgide mammelle
                    e, spillato dal tino il vino nuovo,
                    prepara un pranzo genuino,
                    in cambio certo non vorrei le ostriche
                    del Lucrino o i rombi e gli scari,
                    che per caso fra i tuoni una burrasca
                    ci portasse qui dall'oriente.

                    E piú di una gallina faraona
                    o del buon francolino ionico,
                    vorrei gustare a tavola le olive
                    piú succose colte dagli alberi,
                    o il lapazio di campo, l'erba malva
                    (un toccasana per lo stomaco),
                    l'agnella uccisa per le feste sacre,
                    il capretto strappato al lupo.

                    E a pranzo è dolce guardare le pecore
                    che sazie s'affrettano a casa,
                    guardare i buoi stanchi tirare a capo
                    chino il vomere sollevato,
                    e intorno ai Lari lucidi gli schiavi,
                    sciame che arricchisce la casa.'

                    Cosí parlava Alfio l'usuraio,
                    già pronto a farsi contadino,
                    e alle idi ritirò i suoi denari,
                    per darli a frutto alle calende"
                    .
                    Last edited by doxa; 21-06-2023, 20:43.

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                    • conogelato
                      Candle in the wind

                      • 17/07/06
                      • 66028

                      #11
                      Da Virgilio a Orazio ci hai fatto fare un triplo salto mortale

                      Secondo te Doxa, come mai Dante sceglie proprio Virgilio come guida nel suo viaggio? Ne sente forse un'affinità con le sue ansie di Pienezza?
                      amate i vostri nemici

                      Comment

                      • doxa
                        Opinionista
                        • 30/04/19
                        • 2659

                        #12
                        L’ars interrogandi forse è più importante dell’ars rispondendi.

                        Alla tua interrogazione caro amico Cono rispondo offrendoti ciò che non ti ho dato nel precedente post.

                        Dici che ti ho fatto fare un "triplo salto mortale" con "Alfio l'usuraio" di Orazio. La prossima volta sarò più "guardingo". Lo so, ti ho causato le solite “vertigini”, tu dici suscitate dalle narrazioni, io invece presumo che dipenda dalla cervicale che ti affligge

                        Hai provato a rivolgerti a San Donnino ? E’ l’intercessore contro il mal di testa. Visse nel III secolo. Fu vescovo di Parigi. E’ anche patrono di Francia.

                        Offro alla tua lettura la decima ecloga virgiliana: ci sono i monti dell’Arcadia, le pecore, i pastori, le divinità impietosite per il grande dolore di Cornelio Gallo, amico di Virgilio e amante infelice, perché non corrisposto dalla bella Licoride.

                        Il dio Apollo, “vecchio uomo di mondo”, consiglia Gallo di smetterla di lamentarsi. Licoride è fuggita con un altro e non torna indietro.

                        Ma l’innamorato non corrisposto è testardo, continua ad incidere sui tronchi degli alberi le sue sofferenze amorose (versi 31 – 54). Tenta di dimenticarla dedicandosi alla caccia, ma inutilmente.

                        Cono, “una domanda mi sorge spontanea”: il tuo altruismo cristiano ti ha costretto almeno una volta nella tua vita a sopportare con rassegnazione un tuo amico amante non corrisposto ? E’ dura, lo so.

                        Va beh, leggiti la decima ecloga, che inizia con Virgilio rivolto alla bella Aretusa, pure lei fuggente dalle “grinfie” del dio Alfeo. Questo s’innamorò di lei spiandola mentre faceva il bagno nuda. La ragazza, però, fuggì dalle sue attenzioni e si rifugiò sull'isola di Ortigia, a Siracusa. Chiese l’aiuto della dea Artemide, che la tramutò in una fonte.

                        Zeus da bravo maschilista, commosso dal dolore di Alfeo, lo mutò in fiume per dagli la possibilità di mescolarsi con l’acqua del Mar Ionio e raggiungere l’isola di Ortigia per unirsi all'amata fonte Aretusa.


                        La fonte Aretusa e le piante di papiro


                        ECLOGA X

                        Quest'ultima fatica, o Aretusa, concedimi: pochi versi
                        per il mio Gallo occorre dire, ma che li legga
                        la stessa Licori; chi negherebbe versi a Gallo?
                        Così quando scorrerai sotto i flutti sicani,
                        possa l'amara Doti non mescolare le tue acque alle sue.

                        Comincia: canteremo i solleciti amori di Gallo
                        mentre le camuse caprette brucano i teneri virgulti.

                        Non cantiamo per sordi: le selve riecheggiano tutto.

                        Quali boschi o balze vi trattenevano, o fanciulle Naiadi,
                        mentre Gallo moriva per un indegno d'amore?

                        Infatti non vi fecero indugio i gioghi del Parnaso
                        né quelli del Pindo, né l'aonia Aganippe.

                        Anche gli allori lo piansero, anche le tamerici,
                        lo piansero il pinifero Mènalo e le rupi del gelido
                        Liceo, mentre giaceva sotto una roccia solitaria.

                        Gli erano intorno le pecore (esse non sdegnano noi,
                        e tu non sdegnare il gregge, o divino poeta:
                        anche il bell'Adone pasce le pecore al fiume);

                        e venne il pecoraio, vennero i lenti porcai
                        venne Menalca bagnato dal cogliere ghiande invernali;

                        e tutti: "Di dove questo amore ti venne? " chiedono.

                        E venne Apollo: "O Gallo, perché ti stravolgi? Licòri, il tuo amore,
                        ha seguito un altro fra le nevi e gli orridi accampamenti".

                        E venne (il dio) Silvano con il capo ornato di fiori campestri,
                        scuotendo le fiorenti ferule e i grandi gigli.
                        Venne Pan, dio dell'Arcadia, che vedemmo
                        rosseggiante di sanguigne bacche di sambuco e di minio.

                        "Quale sarà la misura?" disse "Amore non si cura
                        di simili cose. Amore crudele non si sazia di lagrime,
                        né le erbe dei rivi, né le api del citiso, né le caprette di fronde".

                        Ma egli triste diceva: "Almeno voi, o Arcadi,
                        canterete questo dolore ai vostri monti, voi soli
                        esperti nel canto. Come più dolcemente mi riposerebbero le ossa
                        se le vostre siringhe un giorno canteranno i miei amori.

                        Oh fossi stato uno di voi, un custode
                        del vostro gregge, un vendemmiatore d'uva matura!

                        Certo se avessi una passione per Filli o per Aminta,
                        o per chiunque altro (che importanza ha se Aminta è fosco?
                        anche le viole e i giacinti sono scuri),
                        giacerebbero con me tra i salici sotto una vite flessuosa:
                        Filli coglierebbe serti per me, Aminta canterebbe.

                        Qui gelide fonti e molli prati, o Licori,
                        e il bosco; qui mi consumerei con te nel tempo.

                        Ora un amore insano ti trattiene fra le armi
                        del duro Marte, fra i dardi, di fronte al nemico:
                        tu lontana dalla patria (ah se potessi non crederlo!),
                        sola, senza di me, vedi le nevi alpine
                        e i ghiacci del Reno. Ah che il gelo non ti nuoccia,
                        e tagliente non ferisca le tue tenere piante!

                        Andrò, e quei canti, che ho composto in verso calcidico,
                        li modulerò sul flauto del siculo pastore.

                        E' certo: meglio patire nelle selve, fra le spelonche delle fiere,
                        e incidere i miei amori sui teneri alberi.
                        Questi cresceranno, e anche voi crescerete, amori.

                        Frattanto misto alle Ninfe errerò per il Mènalo,
                        e caccerò i feroci cinghiali; i freddi non mi impediranno
                        di circondare con i cani le balze partenie.

                        Già mi sembra di andare fra le rupi e i boschi sonanti,
                        e mi piace scagliare frecce cidonie con l'arco parto.

                        Come se questo fosse medicina per la nostra follia,
                        o quel Dio lasciasse mitigare sventure degli uomini!

                        Già non mi piacciono più le Amadriadi, e neanche le stesse
                        canzoni; poi allontanatevi anche voi, o boschi.

                        I nostri affanni non possono mutare il Dio,
                        neanche se nel colmo del freddo bevessi le acque dell'Ebro
                        o affrontassi le nevi e l'acqua dell'inverno sitonio,
                        o quando morendo inaridisce la corteccia sull'alto olmo
                        pascolassi le pecore degli Etiopi sotto la costellazione del Cancro.

                        Tutto vince l'Amore, e noi cediamo all'Amore ".

                        O dèe Pieridi vi basti che il vostro poeta
                        mentre siede e intreccia un piccolo cesto col gracile ibisco
                        abbia cantato questo, che voi renderete bello
                        per Gallo, l'amore del quale tanto mi cresce col passare del tempo,
                        quanto all'inizio della primavera s'innalza il verde ontano.

                        Alziamoci. L'ombra di solito nuoce a quelli che cantano,
                        nociva è l'ombra del ginepro. L'ombra nuoce alle messi.

                        Andate sazie a casa, viene Espero, andate caprette.
                        Last edited by doxa; 22-06-2023, 20:11.

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                        • conogelato
                          Candle in the wind

                          • 17/07/06
                          • 66028

                          #13
                          "Tutto vince l'Amore e noi cediamo all'Amore" (Virgilio)
                          "L'Amor che move il sole e l'altre stelle" (Dante)

                          Vedi che tutto torna?
                          amate i vostri nemici

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                          • conogelato
                            Candle in the wind

                            • 17/07/06
                            • 66028

                            #14
                            Originariamente Scritto da doxa Visualizza Messaggio
                            L’ars interrogandi forse è più importante dell’ars rispondendi.

                            Alla tua interrogazione caro amico Cono rispondo offrendoti ciò che non ti ho dato nel precedente post.

                            Dici che ti ho fatto fare un "triplo salto mortale" con "Alfio l'usuraio" di Orazio. La prossima volta sarò più "guardingo". Lo so, ti ho causato le solite “vertigini”, tu dici causate dalle narrazioni, io invece presumo che dipenda dalla cervicale che ti affligge

                            Hai provato a rivolgerti a San Donnino ? E’ l’intercessore contro il mal di testa. Visse nel III secolo. Fu vescovo di Parigi. E’ anche patrono di Francia.

                            Offro alla tua lettura la decima ecloga virgiliana: ci sono i monti dell’Arcadia, le pecore, i pastori, le divinità impietosite per il grande dolore di Cornelio Gallo, amico di Virgilio e amante infelice, perché non corrisposto dalla bella Licoride.

                            Il dio Apollo, “vecchio uomo di mondo”, consiglia Gallo di smetterla di lamentarsi. Licoride è fuggita con un altro e non torna indietro.

                            Ma l’innamorato non corrisposto è testardo, continua ad incidere sui tronchi degli alberi le sue sofferenze amorose (versi 31 – 54). Tenta di dimenticarla dedicandosi alla caccia, ma inutilmente.

                            Cono, “una domanda mi sorge spontanea”: il tuo altruismo cristiano ti ha costretto almeno una volta nella tua vita a sopportare con rassegnazione un tuo amico amante non corrisposto ? E’ dura, lo so.


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                            Non l'ho semplicemente sopportato, poiché molto soffriva: ho cercato di farmi Prossimo a lui versando sulle sue ferite spirituali l'olio e il vino della Parola di Dio. L'ho supportato con ciò di cui disponevo.

                            Sopportare
                            Supportare

                            Il vero amico lo si riconosce nel bisogno, credo.
                            amate i vostri nemici

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                            • Durante
                              Opinionista
                              • 16/11/08
                              • 2103

                              #15
                              Buongiorno doxa, riflettendo sulla pittura di Lucas Cranach, mi viene di pensare che la moltitudine di persone sono in antitesi di Adamo ed Eva, perché il periodo del pittore corrisponde all'epoca di Martin Lutero, quindi con stravolgimenti di pensiero non indifferenti nell'Europa centro settentrionale riguardo alla chiesa di Roma nella sua morale.

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