La consolazione delle stelle

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  • doxa
    Opinionista
    • 30/04/19
    • 2659

    #1

    La consolazione delle stelle

    Nella “Poetica” il filosofo greco Aristotele scrisse che la poesia è più filosofica ed elevata della storia: dice le cose universali, invece la storia narra le cose particolari.

    Se è vero, allora la poesia della svedese Karin Boye riguarda tutti. E’ poesia universale la sua. Ne è un esempio quella titolata: “La consolazione delle stelle”, che è anche il titolo della silloge.



    La consolazione delle stelle

    Ho domandato stanotte a una stella
    – luce lontana e inabitata – :
    “Chi illumini tu, ignota stella?
    Tanto grande e chiara procedi”.

    Mi ha rivolto allora uno sguardo di stella,
    rendendo muta la mia pietà:

    “Illumino una notte eterna.
    Illumino uno spazio senza vita.
    La mia luce è un fiore che appassisce
    nel tardo autunno dei cieli".

    È questa luce a consolarmi.
    Questa luce basta a consolarmi.


    La domanda di Karin: "Chi illumini tu, ignota stella?", è un esempio di riflessione sulla luce e la bellezza delle stelle. Esse possono essere consolatrici, importanti al punto da essere umanizzate, interrogate: - “Ho domandato a una stella / – luce lontana e inabitata -: / “Chi illumini tu, ignota stella? / tanto grande e ignara procedi”. La stella le rivolge uno sguardo, tuttavia risponde che illumina una notte eterna: “Illumino uno spazio senza vita. / La mia luce è un fiore che appassisce”.

    La poesia della Boye è ispirata dalla meditazione sulla Natura e sul destino di sé, essere umano e donna. E’ interrogazione del mistero di esistere.

    Uno spirito tormentato fu quello di Karin Boye, nata a Göteborg (Svezia) nel 1900 e morta suicida nel 1941, lo stesso anno in cui si tolsero la vita la scrittrice inglese Virginia Woolf e la poetessa russa Marina Ivanovna Cvetaeva.
    Last edited by doxa; 01-04-2026, 16:13.
  • conogelato
    Candle in the wind

    • 17/07/06
    • 66039

    #2
    Per riflesso condizionato, ho pensato subito ai famosi versi di Leopardi....

    "Che fai tu luna, in ciel: dimmi, che fai?"

    Ed anche al Salmo 8, consegnato da Paolo VI agli astronauti dell'Apollo 11 in partenza per la Luna.


    O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
    sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
    Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
    affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
    per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

    Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
    la luna e le stelle che tu hai fissate,
    che cosa è l'uomo perché te ne ricordi
    e il figlio dell'uomo perché te ne curi?

    Eppure l'hai fatto poco meno degli angeli,
    di gloria e di onore lo hai coronato:
    gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
    tutto hai posto sotto i suoi piedi;
    tutti i greggi e gli armenti,
    tutte le bestie della campagna;
    Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
    che percorrono le vie del mare.

    O Signore, nostro Dio,
    quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

    amate i vostri nemici

    Comment

    • follemente
      Opinionista

      • 22/12/09
      • 11736

      #3
      Visto che tante poetesse e scrittrici si sono suicidate, quale citazione può calzare meglio di questa?

      CANTO NOTTURNO


      DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA





      Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,[1]
      silenziosa luna?
      Sorgi la sera, e vai,
      contemplando i deserti; indi ti posi.
      Ancor non sei tu paga
      di riandare i sempiterni calli?
      Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
      di mirar queste valli?
      Somiglia alla tua vita
      la vita del pastore.
      Sorge in sul primo albore
      move la greggia oltre pel campo, e vede
      greggi, fontane ed erbe;
      poi stanco si riposa in su la sera:
      altro mai non ispera.
      Dimmi, o luna: a che vale
      al pastor la sua vita,
      la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
      questo vagar mio breve,
      il tuo corso immortale?


      Vecchierel bianco, infermo,
      mezzo vestito e scalzo,
      con gravissimo fascio in su le spalle,
      per montagna e per valle,
      per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
      al vento, alla tempesta, e quando avvampa
      l’ora, e quando poi gela,
      corre via, corre, anela,
      varca torrenti e stagni,
      cade, risorge, e piú e piú s’affretta,
      senza posa o ristoro,
      lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
      colá dove la via
      e dove il tanto affaticar fu vòlto:
      abisso orrido, immenso,
      ov’ei precipitando, il tutto obblia.
      Vergine luna, tale
      è la vita mortale.

      Nasce l’uomo a fatica,
      ed è rischio di morte il nascimento.
      Prova pena e tormento
      per prima cosa; e in sul principio stesso
      la madre e il genitore
      il prende a consolar dell’esser nato.
      Poi che crescendo viene,
      l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
      con atti e con parole
      studiasi fargli core,
      e consolarlo dell’umano stato:
      altro ufficio piú grato
      non si fa da parenti alla lor prole.
      Ma perché dare al sole,
      perché reggere in vita
      chi poi di quella consolar convenga?
      Se la vita è sventura,

      perché da noi si dura?
      Intatta luna, tale
      è lo stato mortale.
      Ma tu mortal non sei,
      e forse del mio dir poco ti cale.

      Pur tu, solinga, eterna peregrina,
      che sí pensosa sei, tu forse intendi
      questo viver terreno,
      il patir nostro, il sospirar, che sia;
      che sia questo morir, questo supremo
      scolorar del sembiante,
      e perir della terra, e venir meno
      ad ogni usata, amante compagnia.
      E tu certo comprendi
      il perché delle cose, e vedi il frutto
      del mattin, della sera,
      del tacito, infinito andar del tempo.
      Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
      rida la primavera,
      a chi giovi l’ardore, e che procacci
      il verno co’ suoi ghiacci.
      Mille cose sai tu, mille discopri,
      che son celate al semplice pastore.
      Spesso quand’io ti miro
      star cosí muta in sul deserto piano,
      che, in suo giro lontano, al ciel confina;
      ovver con la mia greggia
      seguirmi viaggiando a mano a mano;
      e quando miro in cielo arder le stelle;
      dico fra me pensando:
      — A che tante facelle?
      che fa l’aria infinita, e quel profondo
      infinito seren? che vuol dir questa
      solitudine immensa? ed io che sono? —
      Cosí meco ragiono: e della stanza

      smisurata e superba,
      e dell’innumerabile famiglia;
      poi di tanto adoprar, di tanti moti
      d’ogni celeste, ogni terrena cosa,
      girando senza posa,
      per tornar sempre lá donde son mosse;
      uso alcuno, alcun frutto
      indovinar non so. Ma tu per certo,
      giovinetta immortal, conosci il tutto.
      Questo io conosco e sento,
      che degli eterni giri,
      che dell’esser mio frale,
      qualche bene o contento
      avrá fors’altri; a me la vita è male.

      O greggia mia che posi, oh te beata,
      che la miseria tua, credo, non sai!
      Quanta invidia ti porto!
      Non sol perché d’affanno
      quasi libera vai;
      ch’ogni stento, ogni danno,
      ogni estremo timor subito scordi;
      ma piú perché giammai tedio non provi.
      Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
      tu se’ queta e contenta;
      e gran parte dell’anno
      senza noia consumi in quello stato.
      Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
      e un fastidio m’ingombra
      la mente; ed uno spron quasi mi punge
      sí che, sedendo, piú che mai son lunge
      da trovar pace o loco.
      E pur nulla non bramo,
      e non ho fino a qui cagion di pianto.
      Quel che tu goda o quanto,
      non so giá dir; ma fortunata sei.

      Ed io godo ancor poco,
      o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
      Se tu parlar sapessi, io chiederei:
      — Dimmi: perché giacendo
      a bell’agio, ozioso,
      s’appaga ogni animale;
      me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? — [2]

      Forse s’avess’io l’ale
      da volar su le nubi,
      e noverar le stelle ad una ad una,
      o come il tuono errar di giogo in giogo,
      piú felice sarei, dolce mia greggia,
      piú felice sarei, candida luna.
      O forse erra dal vero,
      mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
      forse in qual forma, in quale
      stato che sia, dentro covile o cuna,
      è funesto a chi nasce il dí natale.

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