Ezra Pound
Il seguente ritratto è stato realizzato da Bilenchi e descrive l’incontro con il poeta avvenuto a Rapallo nel 1941.
“…..Quando andai al caffè a salutare gli amici, Eugenio Montale mi disse che a Rapallo, in Via Marsala, numero 12, abitava Ezra Pound, un uomo spassoso, con il quale avrei, almeno una volta, dovuto incontrarmi. Non conoscevo Pound e Montale mi scrisse una breve lettera di presentazione. Il giorno dopo il mio arrivo a Rapallo, mi recai da Pound. Avevo letto alcuni suoi saggi, le poesie di Personae, di Ripostes, di Lustra e mi piaceva in modo particolare Provincia Deserta; poco sapevo della sua vita anche se quella sera al caffè Montale me ne avesse parlato un po’, e mi avesse anche detto di non meravigliarmi delle sue strane idee politiche, e di non prendere troppo sul serio la sua fede fascista.
Pound mi accolse in modo schietto, cordiale, felice che Montale si ricordasse di lui e di conoscere un giovane con il quale scambiare qualche parola; a Rapallo viveva appartato con una donna che sembrava più anziana di lui e che chiamava “la mia segretaria”
Sfogava, lui esuberante e nel pieno delle forze, le sue energie in lunghe partite a tennis giocate con il primo che capitava o con amici e conoscenti che si recavano a trovarlo in altre città. Giocava bene e non lo vidi mai perdere…… Abitava in un appartamento bello ma disadorno, nella parte alta della città, lontano dal mare. Nell’ampio soggiorno non c’era alcun mobile, ma un paio di poltrone a sdraio di quelle che si usano sulla spiaggia e, sul pavimento, decine di bottiglie di whisky e di cognac tutte ammezzate benché Pound mai mi abbia dato, in tutto il mese che trascorsi a Rapallo, la minima impressione che, anche per un solo istante fosse ebbro. Alcune grosse lampade ad altissimo voltaggio scendevano dal soffitto a raggiungere a raggiungere l’altezza di un uomo. Nella parete di fondo c’era una porta ovale, scura, come quelle che si vedono sui bastimenti. Pound usava anche un’altra stanza, lo studio, con un tavolo, molti libri e due seggiole. La prima volta che andai da lui, Pound mi ricevette nel soggiorno, il giorno dopo nello studio. Mi chiese se mi occupavo di economia. Gli risposi che quando volevo approfondire qualche problema o informarmi su qualche questione che mi interessava, ricorrevo, con piacere, ai libri di economia….. Mi chiese quale libro leggessi in quei giorni. Gli dissi che leggevo “La jeunesse de Lénine” di Trotzkij, una semplice biografia degli anni giovanili del capo della rivoluzione boscevica. “Come, lei non è fascista?” mi chiese stupito Pound. “Non fa il giornalista?”. “Fascista lo sono stato quando ero più giovane, soprattutto quando ero un ragazzo” gli risposi “ora se debbo dirle la verità non lo sono più.”
“Ma le corporazioni, la guerra? Le corporazioni sono la più grande invenzione di questo secolo e così la fusione del nazionalismo con il socialismo” disse Pound convinto. Gli dissi come la guerra fosse impopolare fra gli stessi fascisti e come le corporazioni, nella pratica, fossero svuotate di ogni contenuto socialista.
Anch’io, come molti altri giovani, avevo creduto che Mussolini, conquistato il potere, si fosse momentaneamente adagiato sulle forme del vecchio stato borghese per poi più o meno lentamente distruggerle. Invece era diventato il più solido pilastro di quelle forme.
Pound mi rispose che ancora non era detta l’ultima parola e che la guerra aveva rimandato tutto a un prossimo domani. Quello che io avevo sperato poteva avvenire, dopo la guerra, da un momento all’altro, alla morte del re, per esempio. In ogni modo per un giovane e una persona intelligente era un errore mettersi fuori dal fascismo per cercare altrove la soluzione dei problemi politici e sociali che il secolo ventesimo poneva agli uomini. Era un passo indietro quello che compivo: il fascismo, venuto per ultimo, dopo lo stesso bolscevismo, era la forma più moderna dello stato e dell’organizzazione politica e sociale che esistesse nel mondo. Magari nel futuro sarebbe potuto nascere qualcosa di diverso, di più nuovo, di migliore. Non era certo da escludere. E allora si sarebbe potuto anche cambiare. Pound citò Confucio: “Solamente i più grandi sapienti e gli infimi stolti non mutano”. Ma oggi uscendo dal fascismo ci si poneva dalla parte della reazione. Gli risposi che il suo era un modo di ragionare tipicamente americano. Gli ultimi, in una qualsiasi disciplina, diventano più nuovi e più importanti. Lo avevo notato prima della guerra parlando con alcuni miei amici americani: bastava che un pittore dipingesse un uomo con tre orecchie e diveniva subito l’unico artista vero, l’unica guida da seguire. “Se lei” mi disse Pound “si occupasse di più di economia che di letteratura sarebbe rimasto senz’altro fascista. Anche Eliot è un fascista perché si è occupato di economia.” Gli risposi che Eliot era un cattolico ma che mi sembrava avesse ben poco del fascista: la rivista Criterium da lui diretta, per tutta la durata della guerra di Spagna, aveva pubblicato sul retro della copertina un appello per i repubblicani spagnoli: “Arms to Spain”.
Pound era irremovibile. Mi spiegò un giorno che la dottrina del fascismo aveva inizio da Confucio, passava per Cavalcanti, Flaubert, l’etnologo tedesco Leo Frobenius, Enrico Pea per giungere fino a Mussolini, Hitler o Oswald Mosley. Mi citava a lungo Confucio. Io obiettavo che non si poteva fare paragoni fra i tempi nei quali erano vissuti Confucio e Cavalcanti con i nostri, né pronunciare giudizi di confronto che sarebbero stati comunque temerari. Poi finii per non contrastarlo più. Seguivo i ragionamenti di quell’uomo leale e affascinante, limitandomi a incrementare il discorso quando stava per esaurirsi. Mi divertivo moltissimo.
La guerra era esteriormente appena avvertibile a Rapallo. …. Pound parlava spesso ella guerra ed era certo che il popolo italiano l’avesse voluta e desiderasse vincerla. Gli rispondevo che mai una guerra era stata tanto impopolare in Italia, che saremmo andati in rovina e gli chiedevo dove mai avesse colto informazioni o sensazioni tanto assurde. Gli raccontavo tutto quello che vedevo e udivo per la strada e che dimostrava il contrario di quello che Pound credeva. I liguri sembravano in preda a una febbre quasi isterica e non nascondevano ad alcuno la loro avversione al fascismo……Pound ascoltava questi racconti, rimaneva un attimo stupito e pensoso, quasi calcolasse dentro di sé quanto fossi attendibile, poi si tirava indietro sulla seggiola e faceva un gesto con la mano come a scacciare un insetto fastidioso. “Tutte queste lagnanze, queste pene, e ci sono in tutti i paesi del mondo, passeranno quando avremo vinto la guerra. Come armamenti e capacità militare l'Asse è superiore agli anglo-americani. L'unica ragione per la quale, a lungo andare, potremmo perdere la guerra consiste nella scarsità di burro. Ma ho trovato il rimedio: semineremo arachidi sulle Alpi, dove ci sono terreni adatti a quelle colture. Uno di questi giorni, dopo essermi consultato con Pea a Viareggio, andrò a Roma a spiegare il problema a Mussolini”. Dopo la guerra Pea mi confermò la visita di Pound e le sue intenzioni: “E' matto quello, matto, tutto matto” diceva Pea scotendo la testa.
Pound partiva da Rapallo una volta e spesso anche due volte la settimana. Un giorno gli chiesi dove si recasse. Mi disse che andava a Roma. Da una cabina della radio parlava al popolo americano contro l’usura, male principale della società capitalistica, tema ricorrente anche nella sua poesia, e contro gli ebrei per la trama da loro tessuta ai danni dell’umanità. Ricordava sempre agli americani che erano stati gli ebrei a uccidere Lincoln. Nessuno gli suggeriva la minima idea, nessuno lo pagava. La sua situazione personale era in gran parte quella di un cittadino di un paese in guerra contro l’Italia. Poteva risiedere soltanto a Rapallo. L’unica città nella quale sostava qualche ora era Viareggio dove si incontrava con Pea. Aveva tutti i suoi dollari, mi pare alcune migliaia, congelati in banca.
Pound era un uomo alto con i capelli e la barbetta brizzolati. Aveva un corpo perfetto, forte, da atleta. Una faccia ovale molto bella ed espressiva. Un giorno gli dissi che dopo la guerra, se non fosse riuscito a fuggire, gli americani lo avrebbero mandato in una camera a gas. Pound fece il solito gesto di allontanare qualche insetto da volto. “Gli americani ci sono abituati” disse “Sanno da anni quello che penso di loro”. Alle mie parole si lancio di corsa verso la porta in fondo al soggiorno. A stento poteva passarci tanto era stretta. Per una decina di minuti udii un rumore fragoroso di carta stracciata, di legni smossi, come se un cane fosse entrato in un pollaio addormentato. Pound ne uscì con pacco di giornali americani, di cinque, dieci e più anni prima. Mi mostrò articoli, interviste con titoli a quattro, cinque colonne. “Ezra Pound sbarcando a San Francisco afferma che in caso di guerra i giapponesi batteranno gli americani in pochi mesi”. In altri si elogiava la sapienza dei dirigenti giapponesi. “Matsuoka, il grande ministro nipponico, afferma…..”. Non solo: Pound aveva scritto e scriveva lettere ai cittadini americani che conosceva oppure che non aveva mai veduto ma che avevano una qualche influenza sulla politica o sulla cultura del loro paese, spiegando che cosa era il fascismo, facendone gli elogi e mettendoli in guardia contro gli usurai e gli ebrei, finché molti non lo invitavano, come mi mostrò da alcune risposte, a girare a Mussolini il motto stampato sulla sua carta da scrivere: “La libertà non è solo un diritto ma è anche un dovere”. Imperterrito Pound replicava che quelle parole le aveva pronunciate Mussolini. Pound mi diceva che in Italia lui aveva sempre parlato di tutto liberamente senza mai avere avuto il minimo fastidio. Citava Confucio: “Se nel paese c’è l’ordine, sii audace nel parlare e nell’agire; se nel paese non c’è l’ordine, sii audace nell’agire e prudente nel parlare”. Gli rispondevo che lui sbagliava l’Italia con l’America o l’Inghilterra. Oggi vivevamo in piena tirannide che rendeva impossibile a tutti parlare e agire. Dicevo a Pound di ricordarsi non solo di Confucio ma anche di Matteo Villani: “Come tirannie si criano, com’elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e si nasconde la materia della loro confusione e ruina”.
Con Pound discutevamo spesso e a lungo degli ebrei. Sostenevo che il razzismo era un ritorno all’età delle caverne e che toglieva al fascismo ogni pur piccolo contenuto sociale……
Pound mi disse che dal mio punto di vista avevo forse ragione: presi a uno a uno, soprattutto se poveri, gli ebrei erano esseri come noi, ma tutti insieme, guidati dai capitalisti, avevano organizzato un’implacabile congiura contro l’umanità, che andava denunciata, combattua e spezzata con argomenti politici e non certamente con gli assassinii e massacri……
Testardo, convinto delle sue idee, di stare a un gioco divertente che non recasse male ad alcuno, Pound deve avere sperato che io fossi recuperabile per la causa che con tanto ardore difendeva, la causa italiana, come diceva, richiamandomi alla mente le vecchie glorie della nostra storia……
Il seguente ritratto è stato realizzato da Bilenchi e descrive l’incontro con il poeta avvenuto a Rapallo nel 1941.
“…..Quando andai al caffè a salutare gli amici, Eugenio Montale mi disse che a Rapallo, in Via Marsala, numero 12, abitava Ezra Pound, un uomo spassoso, con il quale avrei, almeno una volta, dovuto incontrarmi. Non conoscevo Pound e Montale mi scrisse una breve lettera di presentazione. Il giorno dopo il mio arrivo a Rapallo, mi recai da Pound. Avevo letto alcuni suoi saggi, le poesie di Personae, di Ripostes, di Lustra e mi piaceva in modo particolare Provincia Deserta; poco sapevo della sua vita anche se quella sera al caffè Montale me ne avesse parlato un po’, e mi avesse anche detto di non meravigliarmi delle sue strane idee politiche, e di non prendere troppo sul serio la sua fede fascista.
Pound mi accolse in modo schietto, cordiale, felice che Montale si ricordasse di lui e di conoscere un giovane con il quale scambiare qualche parola; a Rapallo viveva appartato con una donna che sembrava più anziana di lui e che chiamava “la mia segretaria”
Sfogava, lui esuberante e nel pieno delle forze, le sue energie in lunghe partite a tennis giocate con il primo che capitava o con amici e conoscenti che si recavano a trovarlo in altre città. Giocava bene e non lo vidi mai perdere…… Abitava in un appartamento bello ma disadorno, nella parte alta della città, lontano dal mare. Nell’ampio soggiorno non c’era alcun mobile, ma un paio di poltrone a sdraio di quelle che si usano sulla spiaggia e, sul pavimento, decine di bottiglie di whisky e di cognac tutte ammezzate benché Pound mai mi abbia dato, in tutto il mese che trascorsi a Rapallo, la minima impressione che, anche per un solo istante fosse ebbro. Alcune grosse lampade ad altissimo voltaggio scendevano dal soffitto a raggiungere a raggiungere l’altezza di un uomo. Nella parete di fondo c’era una porta ovale, scura, come quelle che si vedono sui bastimenti. Pound usava anche un’altra stanza, lo studio, con un tavolo, molti libri e due seggiole. La prima volta che andai da lui, Pound mi ricevette nel soggiorno, il giorno dopo nello studio. Mi chiese se mi occupavo di economia. Gli risposi che quando volevo approfondire qualche problema o informarmi su qualche questione che mi interessava, ricorrevo, con piacere, ai libri di economia….. Mi chiese quale libro leggessi in quei giorni. Gli dissi che leggevo “La jeunesse de Lénine” di Trotzkij, una semplice biografia degli anni giovanili del capo della rivoluzione boscevica. “Come, lei non è fascista?” mi chiese stupito Pound. “Non fa il giornalista?”. “Fascista lo sono stato quando ero più giovane, soprattutto quando ero un ragazzo” gli risposi “ora se debbo dirle la verità non lo sono più.”
“Ma le corporazioni, la guerra? Le corporazioni sono la più grande invenzione di questo secolo e così la fusione del nazionalismo con il socialismo” disse Pound convinto. Gli dissi come la guerra fosse impopolare fra gli stessi fascisti e come le corporazioni, nella pratica, fossero svuotate di ogni contenuto socialista.
Anch’io, come molti altri giovani, avevo creduto che Mussolini, conquistato il potere, si fosse momentaneamente adagiato sulle forme del vecchio stato borghese per poi più o meno lentamente distruggerle. Invece era diventato il più solido pilastro di quelle forme.
Pound mi rispose che ancora non era detta l’ultima parola e che la guerra aveva rimandato tutto a un prossimo domani. Quello che io avevo sperato poteva avvenire, dopo la guerra, da un momento all’altro, alla morte del re, per esempio. In ogni modo per un giovane e una persona intelligente era un errore mettersi fuori dal fascismo per cercare altrove la soluzione dei problemi politici e sociali che il secolo ventesimo poneva agli uomini. Era un passo indietro quello che compivo: il fascismo, venuto per ultimo, dopo lo stesso bolscevismo, era la forma più moderna dello stato e dell’organizzazione politica e sociale che esistesse nel mondo. Magari nel futuro sarebbe potuto nascere qualcosa di diverso, di più nuovo, di migliore. Non era certo da escludere. E allora si sarebbe potuto anche cambiare. Pound citò Confucio: “Solamente i più grandi sapienti e gli infimi stolti non mutano”. Ma oggi uscendo dal fascismo ci si poneva dalla parte della reazione. Gli risposi che il suo era un modo di ragionare tipicamente americano. Gli ultimi, in una qualsiasi disciplina, diventano più nuovi e più importanti. Lo avevo notato prima della guerra parlando con alcuni miei amici americani: bastava che un pittore dipingesse un uomo con tre orecchie e diveniva subito l’unico artista vero, l’unica guida da seguire. “Se lei” mi disse Pound “si occupasse di più di economia che di letteratura sarebbe rimasto senz’altro fascista. Anche Eliot è un fascista perché si è occupato di economia.” Gli risposi che Eliot era un cattolico ma che mi sembrava avesse ben poco del fascista: la rivista Criterium da lui diretta, per tutta la durata della guerra di Spagna, aveva pubblicato sul retro della copertina un appello per i repubblicani spagnoli: “Arms to Spain”.
Pound era irremovibile. Mi spiegò un giorno che la dottrina del fascismo aveva inizio da Confucio, passava per Cavalcanti, Flaubert, l’etnologo tedesco Leo Frobenius, Enrico Pea per giungere fino a Mussolini, Hitler o Oswald Mosley. Mi citava a lungo Confucio. Io obiettavo che non si poteva fare paragoni fra i tempi nei quali erano vissuti Confucio e Cavalcanti con i nostri, né pronunciare giudizi di confronto che sarebbero stati comunque temerari. Poi finii per non contrastarlo più. Seguivo i ragionamenti di quell’uomo leale e affascinante, limitandomi a incrementare il discorso quando stava per esaurirsi. Mi divertivo moltissimo.
La guerra era esteriormente appena avvertibile a Rapallo. …. Pound parlava spesso ella guerra ed era certo che il popolo italiano l’avesse voluta e desiderasse vincerla. Gli rispondevo che mai una guerra era stata tanto impopolare in Italia, che saremmo andati in rovina e gli chiedevo dove mai avesse colto informazioni o sensazioni tanto assurde. Gli raccontavo tutto quello che vedevo e udivo per la strada e che dimostrava il contrario di quello che Pound credeva. I liguri sembravano in preda a una febbre quasi isterica e non nascondevano ad alcuno la loro avversione al fascismo……Pound ascoltava questi racconti, rimaneva un attimo stupito e pensoso, quasi calcolasse dentro di sé quanto fossi attendibile, poi si tirava indietro sulla seggiola e faceva un gesto con la mano come a scacciare un insetto fastidioso. “Tutte queste lagnanze, queste pene, e ci sono in tutti i paesi del mondo, passeranno quando avremo vinto la guerra. Come armamenti e capacità militare l'Asse è superiore agli anglo-americani. L'unica ragione per la quale, a lungo andare, potremmo perdere la guerra consiste nella scarsità di burro. Ma ho trovato il rimedio: semineremo arachidi sulle Alpi, dove ci sono terreni adatti a quelle colture. Uno di questi giorni, dopo essermi consultato con Pea a Viareggio, andrò a Roma a spiegare il problema a Mussolini”. Dopo la guerra Pea mi confermò la visita di Pound e le sue intenzioni: “E' matto quello, matto, tutto matto” diceva Pea scotendo la testa.
Pound partiva da Rapallo una volta e spesso anche due volte la settimana. Un giorno gli chiesi dove si recasse. Mi disse che andava a Roma. Da una cabina della radio parlava al popolo americano contro l’usura, male principale della società capitalistica, tema ricorrente anche nella sua poesia, e contro gli ebrei per la trama da loro tessuta ai danni dell’umanità. Ricordava sempre agli americani che erano stati gli ebrei a uccidere Lincoln. Nessuno gli suggeriva la minima idea, nessuno lo pagava. La sua situazione personale era in gran parte quella di un cittadino di un paese in guerra contro l’Italia. Poteva risiedere soltanto a Rapallo. L’unica città nella quale sostava qualche ora era Viareggio dove si incontrava con Pea. Aveva tutti i suoi dollari, mi pare alcune migliaia, congelati in banca.
Pound era un uomo alto con i capelli e la barbetta brizzolati. Aveva un corpo perfetto, forte, da atleta. Una faccia ovale molto bella ed espressiva. Un giorno gli dissi che dopo la guerra, se non fosse riuscito a fuggire, gli americani lo avrebbero mandato in una camera a gas. Pound fece il solito gesto di allontanare qualche insetto da volto. “Gli americani ci sono abituati” disse “Sanno da anni quello che penso di loro”. Alle mie parole si lancio di corsa verso la porta in fondo al soggiorno. A stento poteva passarci tanto era stretta. Per una decina di minuti udii un rumore fragoroso di carta stracciata, di legni smossi, come se un cane fosse entrato in un pollaio addormentato. Pound ne uscì con pacco di giornali americani, di cinque, dieci e più anni prima. Mi mostrò articoli, interviste con titoli a quattro, cinque colonne. “Ezra Pound sbarcando a San Francisco afferma che in caso di guerra i giapponesi batteranno gli americani in pochi mesi”. In altri si elogiava la sapienza dei dirigenti giapponesi. “Matsuoka, il grande ministro nipponico, afferma…..”. Non solo: Pound aveva scritto e scriveva lettere ai cittadini americani che conosceva oppure che non aveva mai veduto ma che avevano una qualche influenza sulla politica o sulla cultura del loro paese, spiegando che cosa era il fascismo, facendone gli elogi e mettendoli in guardia contro gli usurai e gli ebrei, finché molti non lo invitavano, come mi mostrò da alcune risposte, a girare a Mussolini il motto stampato sulla sua carta da scrivere: “La libertà non è solo un diritto ma è anche un dovere”. Imperterrito Pound replicava che quelle parole le aveva pronunciate Mussolini. Pound mi diceva che in Italia lui aveva sempre parlato di tutto liberamente senza mai avere avuto il minimo fastidio. Citava Confucio: “Se nel paese c’è l’ordine, sii audace nel parlare e nell’agire; se nel paese non c’è l’ordine, sii audace nell’agire e prudente nel parlare”. Gli rispondevo che lui sbagliava l’Italia con l’America o l’Inghilterra. Oggi vivevamo in piena tirannide che rendeva impossibile a tutti parlare e agire. Dicevo a Pound di ricordarsi non solo di Confucio ma anche di Matteo Villani: “Come tirannie si criano, com’elle esaltando si fortificano e crescono, così in esse si nutrica e si nasconde la materia della loro confusione e ruina”.
Con Pound discutevamo spesso e a lungo degli ebrei. Sostenevo che il razzismo era un ritorno all’età delle caverne e che toglieva al fascismo ogni pur piccolo contenuto sociale……
Pound mi disse che dal mio punto di vista avevo forse ragione: presi a uno a uno, soprattutto se poveri, gli ebrei erano esseri come noi, ma tutti insieme, guidati dai capitalisti, avevano organizzato un’implacabile congiura contro l’umanità, che andava denunciata, combattua e spezzata con argomenti politici e non certamente con gli assassinii e massacri……
Testardo, convinto delle sue idee, di stare a un gioco divertente che non recasse male ad alcuno, Pound deve avere sperato che io fossi recuperabile per la causa che con tanto ardore difendeva, la causa italiana, come diceva, richiamandomi alla mente le vecchie glorie della nostra storia……
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