"Ci sono amori che durano il tempo di uno sguardo e rivoluzioni che vivono lo spazio di un mattino, sono forse per questo meno importanti di certi compromessi scellerati che incatenano tutta una vita?"
Gianni-Emilio Simonetti
...e Giovedi, Alle 22,30 Altro Canto, Sempre Sulla Rai.
Roberto Benigni torna domani, sempre su Rai Uno, in seconda serata, con la seconda delle tredici puntate dedicate ad altrettanti canti della Divina Commedia. La 'prima' di Benigni su Raiuno e' andata in onda il 29 novembre, con "Il quinto dell'Inferno" e ha fatto registrare, in prima serata, piu' di dieci milioni di telespettatori e il 35,68% di share. Domani, quindi, si parte con il XXXIII canto del Paradiso per proseguire con i canti dell'Inferno dal I al X, poi il XXVI e il XXXIII. Roberto Benigni accompagnera' il telespettatore nel viaggio di Dante dall'inizio del cammino nella selva oscura, passando per la porta dell'Inferno, per il limbo, per il girone dei lussuriosi, per il girone degli iracondi, per le tombe degli eretici dove Dante incontra Farinata degli Uberti e Cavalcante de'Cavalcanti, per la bolgia in cui ascolta il racconto dell'ultimo viaggio di Ulisse, fino al punto piu' profondo dell'Inferno dove sconta la sua pena il conte Ugolino. Roberto Benigni raccontera' "l'opera piu' straordinaria di tutti i tempi" con la forza delle "parole antiche e commoventi che hanno attraversato i secoli", per far riscoprire al telespettatore la contemporaneita' di Dante. Le trasmissioni che andranno in onda sono le registrazioni dello spettacolo "TuttoDante" realizzate a Firenze in Piazza Santa Croce nell'estate del 2006. La regia e' di Stefano Vicario, lo spettacolo e' organizzato da Lucio Presta e prodotto dalla Melampo Cinematografica e ha radunato in piazza oltre 70.000 spettatori. Il tour e' poi andato avanti fino a ottobre 2007 con oltre 100 repliche in 48 citta' diverse e ha totalizzato piu' di un milione di spettatori.
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
33. 2 umile e alta più che creatura,
33. 3 termine fisso d'etterno consiglio,
33. 4 tu se' colei che l'umana natura
33. 5 nobilitasti sì, che 'l suo fattore
33. 6 non disdegnò di farsi sua fattura.
33. 7 Nel ventre tuo si raccese l'amore,
33. 8 per lo cui caldo ne l'etterna pace
33. 9 così è germinato questo fiore.
33. 10 Qui se' a noi meridiana face
33. 11 di caritate, e giuso, intra ' mortali,
33. 12 se' di speranza fontana vivace.
33. 13 Donna, se' tanto grande e tanto vali,
33. 14 che qual vuol grazia e a te non ricorre
33. 15 sua disianza vuol volar sanz'ali.
33. 16 La tua benignità non pur soccorre
33. 17 a chi domanda, ma molte fiate
33. 18 liberamente al dimandar precorre.
33. 19 In te misericordia, in te pietate,
33. 20 in te magnificenza, in te s'aduna
33. 21 quantunque in creatura è di bontate.
33. 22 Or questi, che da l'infima lacuna
33. 23 de l'universo infin qui ha vedute
33. 24 le vite spiritali ad una ad una,
33. 25 supplica a te, per grazia, di virtute
33. 26 tanto, che possa con li occhi levarsi
33. 27 più alto verso l'ultima salute.
33. 28 E io, che mai per mio veder non arsi
33. 29 più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
33. 30 ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
33. 31 perché tu ogne nube li disleghi
33. 32 di sua mortalità co' prieghi tuoi,
33. 33 sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.
33. 34 Ancor ti priego, regina, che puoi
33. 35 ciò che tu vuoli, che conservi sani,
33. 36 dopo tanto veder, li affetti suoi.
33. 37 Vinca tua guardia i movimenti umani:
33. 38 vedi Beatrice con quanti beati
33. 39 per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
33. 40 Li occhi da Dio diletti e venerati,
33. 41 fissi ne l'orator, ne dimostraro
33. 42 quanto i devoti prieghi le son grati;
33. 43 indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
33. 44 nel qual non si dee creder che s'invii
33. 45 per creatura l'occhio tanto chiaro.
33. 46 E io ch'al fine di tutt'i disii
33. 47 appropinquava, sì com'io dovea,
33. 48 l'ardor del desiderio in me finii.
33. 49 Bernardo m'accennava, e sorridea,
33. 50 perch'io guardassi suso; ma io era
33. 51 già per me stesso tal qual ei volea:
33. 52 ché la mia vista, venendo sincera,
33. 53 e più e più intrava per lo raggio
33. 54 de l'alta luce che da sé è vera.
33. 55 Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
33. 56 che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
33. 57 e cede la memoria a tanto oltraggio.
33. 58 Qual è colui che sognando vede,
33. 59 che dopo 'l sogno la passione impressa
33. 60 rimane, e l'altro a la mente non riede,
33. 61 cotal son io, ché quasi tutta cessa
33. 62 mia visione, e ancor mi distilla
33. 63 nel core il dolce che nacque da essa.
33. 64 Così la neve al sol si disigilla;
33. 65 così al vento ne le foglie levi
33. 66 si perdea la sentenza di Sibilla.
33. 67 O somma luce che tanto ti levi
33. 68 da' concetti mortali, a la mia mente
33. 69 ripresta un poco di quel che parevi,
33. 70 e fa la lingua mia tanto possente,
33. 71 ch'una favilla sol de la tua gloria
33. 72 possa lasciare a la futura gente;
33. 73 ché, per tornare alquanto a mia memoria
33. 74 e per sonare un poco in questi versi,
33. 75 più si conceperà di tua vittoria.
33. 76 Io credo, per l'acume ch'io soffersi
33. 77 del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
33. 78 se li occhi miei da lui fossero aversi.
33. 79 E' mi ricorda ch'io fui più ardito
33. 80 per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
33. 81 l'aspetto mio col valore infinito.
33. 82 Oh abbondante grazia ond'io presunsi
33. 83 ficcar lo viso per la luce etterna,
33. 84 tanto che la veduta vi consunsi!
33. 85 Nel suo profondo vidi che s'interna
33. 86 legato con amore in un volume,
33. 87 ciò che per l'universo si squaderna:
33. 88 sustanze e accidenti e lor costume,
33. 89 quasi conflati insieme, per tal modo
33. 90 che ciò ch'i' dico è un semplice lume.
33. 91 La forma universal di questo nodo
33. 92 credo ch'i' vidi, perché più di largo,
33. 93 dicendo questo, mi sento ch'i' godo.
33. 94 Un punto solo m'è maggior letargo
33. 95 che venticinque secoli a la 'mpresa,
33. 96 che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.
33. 97 Così la mente mia, tutta sospesa,
33. 98 mirava fissa, immobile e attenta,
33. 99 e sempre di mirar faceasi accesa.
33.100 A quella luce cotal si diventa,
33.101 che volgersi da lei per altro aspetto
33.102 è impossibil che mai si consenta;
33.103 però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
33.104 tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
33.105 è defettivo ciò ch'è lì perfetto.
33.106 Omai sarà più corta mia favella,
33.107 pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
33.108 che bagni ancor la lingua a la mammella.
33.109 Non perché più ch'un semplice sembiante
33.110 fosse nel vivo lume ch'io mirava,
33.111 che tal è sempre qual s'era davante;
33.112 ma per la vista che s'avvalorava
33.113 in me guardando, una sola parvenza,
33.114 mutandom'io, a me si travagliava.
33.115 Ne la profonda e chiara sussistenza
33.116 de l'alto lume parvermi tre giri
33.117 di tre colori e d'una contenenza;
33.118 e l'un da l'altro come iri da iri
33.119 parea reflesso, e 'l terzo parea foco
33.120 che quinci e quindi igualmente si spiri.
33.121 Oh quanto è corto il dire e come fioco
33.122 al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
33.123 è tanto, che non basta a dicer `poco'.
33.124 O luce etterna che sola in te sidi,
33.125 sola t'intendi, e da te intelletta
33.126 e intendente te ami e arridi!
33.127 Quella circulazion che sì concetta
33.128 pareva in te come lume reflesso,
33.129 da li occhi miei alquanto circunspetta,
33.130 dentro da sé, del suo colore stesso,
33.131 mi parve pinta de la nostra effige:
33.132 per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
33.133 Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
33.134 per misurar lo cerchio, e non ritrova,
33.135 pensando, quel principio ond'elli indige,
33.136 tal era io a quella vista nova:
33.137 veder voleva come si convenne
33.138 l'imago al cerchio e come vi s'indova;
33.139 ma non eran da ciò le proprie penne:
33.140 se non che la mia mente fu percossa
33.141 da un fulgore in che sua voglia venne.
33.142 A l'alta fantasia qui mancò possa;
33.143 ma già volgeva il mio disio e 'l *velle*,
33.144 sì come rota ch'igualmente è mossa,
33.145 l'amor che move il sole e l'altre stelle.
E' tutto un crescendo. Ieri sera ha decantato e spiegato il primo canto dell'Inferno, raggiungendo l'apice quando si e' soffermato sul concetto di Pietas e Caritas cristiana. La TV e la cultura a braccetto: Càpita raramente...gustiamocelo!
Ieri sera il girone dei golosi. Citato anche Farinata degli Uberti, empolese doc.
Al tornar de la mente, che si chiuse
6. 2 dinanzi a la pietà de'due cognati,
6. 3 che di trestizia tutto mi confuse,
6. 4 novi tormenti e novi tormentati
6. 5 mi veggio intorno, come ch'io mi mova
6. 6 e ch'io mi volga, e come che io guati.
6. 7 Io sono al terzo cerchio, de la piova
6. 8 etterna, maladetta, fredda e greve;
6. 9 regola e qualità mai non l'è nova.
6. 10 Grandine grossa, acqua tinta e neve
6. 11 per l'aere tenebroso si riversa;
6. 12 pute la terra che questo riceve.
6. 13 Cerbero, fiera crudele e diversa,
6. 14 con tre gole caninamente latra
6. 15 sovra la gente che quivi è sommersa.
6. 16 Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
6. 17 e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
6. 18 graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.
6. 19 Urlar li fa la pioggia come cani;
6. 20 de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;
6. 21 volgonsi spesso i miseri profani.
6. 22 Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
6. 23 le bocche aperse e mostrocci le sanne;
6. 24 non avea membro che tenesse fermo.
6. 25 E 'l duca mio distese le sue spanne,
6. 26 prese la terra, e con piene le pugna
6. 27 la gittò dentro a le bramose canne.
6. 28 Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
6. 29 e si racqueta poi che 'l pasto morde,
6. 30 ché solo a divorarlo intende e pugna,
6. 31 cotai si fecer quelle facce lorde
6. 32 de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
6. 33 l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
6. 34 Noi passavam su per l'ombre che adona
6. 35 la greve pioggia, e ponavam le piante
6. 36 sovra lor vanità che par persona.
6. 37 Elle giacean per terra tutte quante,
6. 38 fuor d'una ch'a seder si levò, ratto
6. 39 ch'ella ci vide passarsi davante.
6. 40 «O tu che se' per questo 'nferno tratto»,
6. 41 mi disse, «riconoscimi, se sai:
6. 42 tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto».
6. 43 E io a lui: «L'angoscia che tu hai
6. 44 forse ti tira fuor de la mia mente,
6. 45 sì che non par ch'i' ti vedessi mai.
6. 46 Ma dimmi chi tu se' che 'n sì dolente
6. 47 loco se' messo e hai sì fatta pena,
6. 48 che, s'altra è maggio, nulla è sì spiacente».
6. 49 Ed elli a me: «La tua città, ch'è piena
6. 50 d'invidia sì che già trabocca il sacco,
6. 51 seco mi tenne in la vita serena.
6. 52 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
6. 53 per la dannosa colpa de la gola,
6. 54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
6. 55 E io anima trista non son sola,
6. 56 ché tutte queste a simil pena stanno
6. 57 per simil colpa». E più non fé parola.
6. 58 Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
6. 59 mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita;
6. 60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno
6. 61 li cittadin de la città partita;
6. 62 s'alcun v'è giusto; e dimmi la cagione
6. 63 per che l'ha tanta discordia assalita».
6. 64 E quelli a me: «Dopo lunga tencione
6. 65 verranno al sangue, e la parte selvaggia
6. 66 caccerà l'altra con molta offensione.
6. 67 Poi appresso convien che questa caggia
6. 68 infra tre soli, e che l'altra sormonti
6. 69 con la forza di tal che testé piaggia.
6. 70 Alte terrà lungo tempo le fronti,
6. 71 tenendo l'altra sotto gravi pesi,
6. 72 come che di ciò pianga o che n'aonti.
6. 73 Giusti son due, e non vi sono intesi;
6. 74 superbia, invidia e avarizia sono
6. 75 le tre faville c'hanno i cuori accesi».
6. 76 Qui puose fine al lagrimabil suono.
6. 77 E io a lui: «Ancor vo' che mi 'nsegni,
6. 78 e che di più parlar mi facci dono.
6. 79 Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni,
6. 80 Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca
6. 81 e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,
6. 82 dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;
6. 83 ché gran disio mi stringe di savere
6. 84 se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca».
6. 85 E quelli: «Ei son tra l'anime più nere:
6. 86 diverse colpe giù li grava al fondo:
6. 87 se tanto scendi, là i potrai vedere.
6. 88 Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
6. 89 priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:
6. 90 più non ti dico e più non ti rispondo».
6. 91 Li diritti occhi torse allora in biechi;
6. 92 guardommi un poco, e poi chinò la testa:
6. 93 cadde con essa a par de li altri ciechi.
6. 94 E 'l duca disse a me: «Più non si desta
6. 95 di qua dal suon de l'angelica tromba,
6. 96 quando verrà la nimica podesta:
6. 97 ciascun rivederà la trista tomba,
6. 98 ripiglierà sua carne e sua figura,
6. 99 udirà quel ch'in etterno rimbomba».
6.100 Sì trapassammo per sozza mistura
6.101 de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
6.102 toccando un poco la vita futura;
6.103 per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti
6.104 crescerann'ei dopo la gran sentenza,
6.105 o fier minori, o saran sì cocenti?».
6.106 Ed elli a me: «Ritorna a tua scienza,
6.107 che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
6.108 più senta il bene, e così la doglienza.
6.109 Tutto che questa gente maladetta
6.110 in vera perfezion già mai non vada,
6.111 di là più che di qua essere aspetta».
6.112 Noi aggirammo a tondo quella strada,
6.113 parlando più assai ch'i' non ridico;
6.114 venimmo al punto dove si digrada:
6.115 quivi trovammo Pluto, il gran nemico
Non esito a definire Benigni ( forse ), il più grande Italiano vivente,
sicuramente il più grande tra i personaggi pubblici.
Quoto
Il piu grande "giullare" della nostra epoca,da Berlinguer ti voglio bene alla lettura di Dante e stata una carriera in crescita artistica e
intellettiva a senso unico..Come Grillo ,spara bordate contro il potere senza pero farsi imbrigliare dalla rabbia di rivolta di Grillo.
" Non siamo in un salotto borbonico col mignolo sollevato e l'inchino obbligatorio. Qui siamo tutti uguali. Non ti aspettare in un forum cose difficili da trovare pure tra amici e parenti."Nahui
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