Hic et Nunc!
Qui ed Ora!
Un precetto. Che per sua stessa natura veste l'attore e il suo fare teatrale, perché, come un giuramento, lo costringe ogni sera a cercare oltre il passato e il futuro e a restringere il campo della sua attenzione proprio lì e in quel preciso momento.
Hic. Et nunc!
Non si vive senza passato o senza l’avvertimento di un qualche futuro.
Né Si vive esclusivamente protesi verso il futuro o, viceversa, con la testa eternamente rivolta verso il passato: saremmo annientati dal gioco del divenire. Qui e ora: dobbiamo vivere l’attimo presente, hic et nunc, senza farci lacerare.
E come può fare l'attore a lasciare e a lasciarsi, a donarsi, bottone staccato alla blusa?
Più dei principi fondamentali su come si fa teatro, vale il senso tutto personale del perché si fa teatro. Il lavoro di un attore è quello di scavare fino all’invisibile, a quel che è nascosto, a quella che è la storia sotterranea Perché un attore è un animale diverso; tutto il mondo guarda a quello che succede ogni giorno sulla faccia della terra, alla storia che vi si muove… e invece lui è profondamente incuriosito da altro, preso, rapito, da quello che succede sotto la terra: dal suo respiro, dall’anima, dal cuore del mondo. Perché la terra non ha solo un “sopra” dove scorre la storia, quella personale e quella collettiva; la terra è anche un sotto, che non è costruzione, ma fondamento e abisso.
Ed è sul quel piano che un attore dovrebbe cercare… Un attore di occupa di rappresentare ogni giorno la memoria dell’epoca e respingere l’istinto di amnesia della mia società. Viviamo un tempo in cui importa più la quantità. E’ quasi una frenesia: magiare veloce, scopare veloce, cambiarsi d’abito veloce…
RASOI! Usa e getta. Buoni per radersi le cosce. E poi via. Da buttare.
E questa illusione di numeri e statistiche si chiama politica culturale, cultura democratica, teatro popolare, nei quali l’essere umano, particolare e unico, non esiste, e l’unico modo per affermare una nostra necessità è lottare contro un’epoca e pensare al teatro come un laboratorio, dove non è importante quanto si fa ma come, senza l’obbligo della produzione. In ogni spettacolo dare il massimo per rendere più profonda la comunicazione, stabilire emozionali di incontro, di dialogo con se stessi e gli altri, di meditazione sull’epoca. Ci sono segni ambigui, significanti infiniti e plurimi, assurdi, allusivi… Ci sono simboli e attimi d’intimità la cui percezione spazio-temporale è paradossalmente semplicissima e complessa.
Ci sono gli “altri”, che non siamo noi: sentirli, percepirli, rapportarli al nostro mondo sensoriale e concettuale può provocare disagio, sofferenza, nausea...
E' un lavoro vicino ad una ostinazione, un altro modo di essere sociale, di prendere posizione, di essere leali e non soffrire del tradimento dei valori della propria identità; così ci sono due modi per non soffrire… il primo riesce facile a molti: accettare quello che Calvino chiama l’inferno e ‘diventarne parte, fino al punto da non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione, dedizione, apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare. E dargli spazio…. Cosa piccola, piccola cosa. Minimale e immensa. Per resistere all’epoca, per remare contro corrente e continuare giorno dopo giorno malgrado l’isolamento, la mancanza di considerazione, i risultati modesti. Questo è il teatro: un rituale “vuoto” e “inefficace” che riempiamo con il nostro perché, con la nostra necessità personale. Una rima che coloriamo con la poesia, il nostro senso… il nostro odore...
Qui ed Ora!
Un precetto. Che per sua stessa natura veste l'attore e il suo fare teatrale, perché, come un giuramento, lo costringe ogni sera a cercare oltre il passato e il futuro e a restringere il campo della sua attenzione proprio lì e in quel preciso momento.
Hic. Et nunc!
Non si vive senza passato o senza l’avvertimento di un qualche futuro.
Né Si vive esclusivamente protesi verso il futuro o, viceversa, con la testa eternamente rivolta verso il passato: saremmo annientati dal gioco del divenire. Qui e ora: dobbiamo vivere l’attimo presente, hic et nunc, senza farci lacerare.
E come può fare l'attore a lasciare e a lasciarsi, a donarsi, bottone staccato alla blusa?
Più dei principi fondamentali su come si fa teatro, vale il senso tutto personale del perché si fa teatro. Il lavoro di un attore è quello di scavare fino all’invisibile, a quel che è nascosto, a quella che è la storia sotterranea Perché un attore è un animale diverso; tutto il mondo guarda a quello che succede ogni giorno sulla faccia della terra, alla storia che vi si muove… e invece lui è profondamente incuriosito da altro, preso, rapito, da quello che succede sotto la terra: dal suo respiro, dall’anima, dal cuore del mondo. Perché la terra non ha solo un “sopra” dove scorre la storia, quella personale e quella collettiva; la terra è anche un sotto, che non è costruzione, ma fondamento e abisso.
Ed è sul quel piano che un attore dovrebbe cercare… Un attore di occupa di rappresentare ogni giorno la memoria dell’epoca e respingere l’istinto di amnesia della mia società. Viviamo un tempo in cui importa più la quantità. E’ quasi una frenesia: magiare veloce, scopare veloce, cambiarsi d’abito veloce…
RASOI! Usa e getta. Buoni per radersi le cosce. E poi via. Da buttare.
E questa illusione di numeri e statistiche si chiama politica culturale, cultura democratica, teatro popolare, nei quali l’essere umano, particolare e unico, non esiste, e l’unico modo per affermare una nostra necessità è lottare contro un’epoca e pensare al teatro come un laboratorio, dove non è importante quanto si fa ma come, senza l’obbligo della produzione. In ogni spettacolo dare il massimo per rendere più profonda la comunicazione, stabilire emozionali di incontro, di dialogo con se stessi e gli altri, di meditazione sull’epoca. Ci sono segni ambigui, significanti infiniti e plurimi, assurdi, allusivi… Ci sono simboli e attimi d’intimità la cui percezione spazio-temporale è paradossalmente semplicissima e complessa.
Ci sono gli “altri”, che non siamo noi: sentirli, percepirli, rapportarli al nostro mondo sensoriale e concettuale può provocare disagio, sofferenza, nausea...
E' un lavoro vicino ad una ostinazione, un altro modo di essere sociale, di prendere posizione, di essere leali e non soffrire del tradimento dei valori della propria identità; così ci sono due modi per non soffrire… il primo riesce facile a molti: accettare quello che Calvino chiama l’inferno e ‘diventarne parte, fino al punto da non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione, dedizione, apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare. E dargli spazio…. Cosa piccola, piccola cosa. Minimale e immensa. Per resistere all’epoca, per remare contro corrente e continuare giorno dopo giorno malgrado l’isolamento, la mancanza di considerazione, i risultati modesti. Questo è il teatro: un rituale “vuoto” e “inefficace” che riempiamo con il nostro perché, con la nostra necessità personale. Una rima che coloriamo con la poesia, il nostro senso… il nostro odore...


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