Siamo tutti critici cinematografici

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  • marsellus wallace
    Opinionista
    • 26/07/06
    • 819

    #496
    perchè credi che non le scriva io? la malevolenza è davvero una brutta cosa. ti posso garantire e provare che sono assolutamente doc. Scrivi qualcosa tu (magari fatto anche non in maniera perfetta) ed è sempre più decente che fare dei copia e incolla.

    Alvin Superstar



    Cast Jason Lee, Don Tiffany, David Cross, Cameron Richardson, Jane Lynch
    Regia Tim Hill
    Sceneggiatura Chris Viscardi
    Data di uscita Venerdì 18 Gennaio 2008
    Generi Commedia, Animazione, Live-Action
    Distribuito da 20TH CENTURY FOX ITALIA



    Trama: Dave Seville è un compositore musicale in piena crisi produttiva e d'ingaggio. Dopo aver lasciato la propria fidanzata per problemi di correlarsi come una famiglia, le persone e il suo produttore ormai lo schivano perchè egli risulta privo di interesse affettivo o biecamente monetario. Ma un giorno a sconvolgere la sua vita arrivano tre teneri scoiattoli canterini dalla voce melodiosa a fargli capire quanto può essere importante avere dei veri sentimenti. Improvvisamente sembrano spalancarsi per lui le porte del successo, ma ...



    Commento: Nel 1958 Ross Bagdasarian creò un simpatico trio di scoiattoli (o meglio, di Chipmunks), cedendo alla geniale intuizione in tempi tanto lontani (come citano i titoli di coda alla fine del film) di poter gestire la vicenda musicosurreale in maniera tanto significativa. Passati gli anni e le novelle di Bagdasarian con protagonista Alvin, il capogruppo deciso e risoluto, Simon, il cervellone occhialuto, e Theodore, il tenerone, sono diventati protagonisti di una serie di cartoni animati negli ottanta con gusto aggiornato agli spettatori del tempo.
    E dopo tanti anni l'industria cinematografica in crisi di idee nuove ripesca a piene mani anche in questa direzione, affidando il film misto animazione 3d e ripresa classica al regista Tim Hill (specialista di film di questo genere visto che arriva dall'esperienza di Garfield 2) e mettendo come protagonista l'attore Jason Lee (indimenticabile protagonista con il suo motto "Ehilà Gamberone!" nella serie My name is Earl e pupillo del regista kevin Smith), dotato di una carica di simpatia e di faccia pulita davvero fuori dal comune.
    La storia di questi tre scoiattoli pestiferi dalla voce melodiosa (grandioso l'inizio sull'albero con Bad Day e quando poi cantano Funkytown) è un misto di commedia buonista per famiglie dove i grandi disastri casalinghi (situazioni tipiche dei Dennis la minaccia oppure di Piccola peste) vengono cancellati dalle piccole azioni piene di sentimento e tenera semplicità (come quelle del coccoloso Theodore).
    Il film inizia a spron battuto, con una sequela di situazioni divertentissime, qualche gag azzeccata e la conoscenza surreale della possibilità del rapporto di interazione umano/animata parlato (appena vista anche nel cartone puro 3d Bee Movie), poi dopo però tutto diventa scontato, ripetitivo e abbastanza monotono nonostante le canzoni cerchino di renderlo vivace. Limitarsi al momento iniziale creando una buona confusione, per poi incanalarsi nel dolce richiamo dei sentimenti vacui lo fa rappresare un po' nel ritmo, e anche il fatto di non aver saputo creare un cattivo convincente (il cosidetto zio Ian, interpretato da David Cross) gli fa limitare la connotazione al solito film per genitori con figli piccoli appresso senza nessun vero stimolo e spinta di novità.
    Certo non si poteva pretendere nulla di diverso come spirito di fondo da un film simile, ma qualche battuta meglio orchestrata, qualche situazione (dopo quelle iniziali) più diversificata, che erano nelle possibilità, avrebbero dato un pulsvalore diverso da quello della mediocrità. La carica di simpatia dei tre piccoli animaletti è validissima, peccato che li si faccia muovere in un ambito del tutto privo di fascino come logica di azione, e oltretutto il fatto di volerli renderli simpatici a tutti i costi quando già lo sono di loro con situazioni pedisseque (i giocattoli utilizzati all'infinito e in ogni modo) alla fine rischia di ottenere l'effetto contrario. Il tutto viene appesantito dal fatto che quando Jason Lee manca il livello scade clamorosamente, perchè mancando la spalla ideale ai protagonisti si nota maggiormente la stanchezza della storia. Rimangono le canzoni e le coreografie dei balletti (neppure troppo fantasiose) a vivacizzare, ma è davvero troppo poco. In definitiva un film simpatia di natura e non di merito, partito davvero bene e poi affievolito, prodotto ideale per famiglie con bimbi (neppure troppo grandicelli per&#242 che passa e va. Non possiamo certo condannare troppo film di questo genere, ma se il buonismo di fondo deve essere tanto veicolato avremmo preferito un pizzico di cattiveria in più anche se non fa aprte della genesi e natura dei personaggi. Diciamo in onore di Jason Lee "Bella Chipmunks" per quello che ci ricordate nei verdi anni della gioventù, e non tanto per questo aggiornamento tecnologico che non aggiunge nulla a quanto già detto e visto in altre occasioni cinematografiche, sperando di avere sempre un piccolo Theodore da coccolare nel letto.
    Restate a vedere i titoli di coda con le cover che furono davvero belle.

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    • marsellus wallace
      Opinionista
      • 26/07/06
      • 819

      #497
      L'incubo di Joanna Mills



      Cast Sarah michelle Gellar, Brad Leland, J.c. Mackenzie, Angela Rawna, Adam Scott, Brent Smiga, Katherine Willis, Robert Wilson, Peter O'brien, Sam Shepard
      Regia Asif Kapadia
      Sceneggiatura Adam Sussman
      Data di uscita Venerdì 18 Gennaio 2008
      Generi Drammatico, Thriller
      Distribuito da EAGLES PICTURES (2008)



      Trama: Joanna Mills è una affermata professionista addetta alle vendite per conto di una ditta di autotrasporti, che viene perseguitata da un incubo ricorrente in cui vede premonizioni di un omicidio che riguardano un altra donna. Colta da un senso di angoscia terribile e con la convinzione che la vittima designata successiva potrebbe essere lei, si reca nel paesino in cui ha vissuto da bimba per scoprire le origini dle mistero e liberarsi dagli incubi una volta per tutte. Ma la spirale di paura è ben lontana dall'aver toccato l'apice in questo momento ...



      Commento: Sarah Michelle Gellar (qui in versione mora) dopo aver interpretato le due trasposizioni americane di The Grudge, (ma famosa per il serial televisivo Buffy e aver preso parte ai due Scooby Doo) sembra non voler tralasciare il filone dell'horror/thriller e si cimenta in questa proposizione di un incubo ricorrente a forti tinte diretta dallo sconosciuto ai più Asif Kapadia. Il film di base è un thriller psicologico, dove una ragazza con incubi terribili ricorrenti non riesce a trovare la risposta alle sue paure e allora si reca nel suo paesino natale (La Salle) per cercare di uscire dalla spirale del terrore. Un film che quindi poteva promettere delle emozioni diverse da quelle di una sequela di bodycount insipido oppure di schizzi di sangue continuati, uscendo dalle solite linee di intrattenimento con rosso acceso a fiotti per dare brividi psicologici più validi autorialmente (politica filmica promulgata con i suoi capolavori da Sir Hitchcock). Purtroppo la vicenda ha un lato tecnico del tutto trascurabile, le inquadrature (di cui molte del tutto inutili e solo per allungare un brodo comunque corto) sono banalissime ed elementari, la fotografia spesso decolora senza senso volendosi dare chissà che autorialità, e la Gellar non brilla certo per interpretazione, glacialmente ancorata a delle facce stupite tutto uguali e inespressive.
      La scelta di evitare qualunque effettistica sanguinolenta (anche per motivi di budget qui ci sono solo piccole ferite con il coltello) avrebbe dovuto far aumentare nell'impegno produttivo le correlazioni di fondo ambientali/interpretative per dare maggiore spessore, invece tutto si ancora solo al "perchè succede"(e alla fine la spiegazione non è geniale ma neppure banalissima), motivo unico del fatto di non abbandonare la sala prima del tempo. Monotonia, bar deserti vecchi e consunti con gestori lugubri e dall'aria "So tutto ma non te lo dico perchè sei la vittima designata e se scappi il film non prosegue", strade solitarie affascinanti mal usate, sono il fondale paesaggistico di questa vicenda psicologico thriller vacua e senza spessore.
      Ci sono dei momenti in cui la musica si alza e ci coglie di sorpresa svegliandoci dal torpore nel quale stiamo cadendo, ma il fatto di una totale caratterizzazione dei personaggi priva di spessore rende anche i comprimari delle macchiette, come Brad Leland che fa Mr.Marlin, oppure il paladino difensore Terry interpretato da Peter O'Brien per trascinare nel gorgo anche Sam Shepard che è alimentariamente presente a fare il padre di Joanna.
      Banalità mal filmate su banalità, spaventi innocui e devastanti riprese da asilo del cinema (anche quelle fisse sono disarmanti tanto fatte male nel mettere in posa gli attori sulla scena) arriviamo finalmente alla fine con la consolazione, come detto, che almeno la spiegazione del mistero non è totalmente oscena, ma in fondo un pallido placebo di 90 minuti del tutto privi di interesse.
      Non si possono fare film in questa maniera, con una attrice che si incaponisce in parti non sue per fare da specchietto per le allodole e un buon trailer che ti inganna, sono buoni soltanto per il solito tappabuchi di programmazione dei cineplex, confidando nel pubblico buonista che cerca l'horrorino/thriller settimanale tanto quanto l'abbonamento del tram.
      In definitiva mancando i presupposti tecnici per un buon lavoro, ci ritroviamo davanti agli occhi un film monotono che scorre male e senza veri sussulti, che consigliamo di evitare perchè meglio a questo punto cambiare genere che vedere un film che promette delle cose (introspezione psicologica a seguito di trauma e dover sfuggire a un assassino) e poi le mette in scena senza la minima qualità.

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      • marsellus wallace
        Opinionista
        • 26/07/06
        • 819

        #498
        American Gangster



        Un film di Ridley Scott. Con Russell Crowe, Denzel Washington, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding Jr., Josh Brolin, Ted Levine, Armand Assante, John Ortiz, John Hawkes, Ruby Dee. Genere Drammatico, colore 157 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione Universal Picture



        Trama: Tratto da una storia vera. 1968. Frank Lucas è il fidato autista di un potente boss di Harlem, del quale conosce a menadito le abitudini e le modalità di controllo del territorio. Alla morte del suo capo, Frank ne prende il posto e ne segue a menadito le abitudini, introducendo un commercio di eroina abilmente trafugata dal Vietnam dove è in corso la sanguinosa guerra che vede gli Usa coinvolti. Il suo potere grazie a questo traffico oculatamente gestito sale in maniera esponenziale facendolo diventare ricchissimo, ma un piccolo errore che commette fa insospettire il tenace poliziotto della narcotici Richie Roberts che sta per diventare avvocato. Fiutata la preda Roberts si mette a caccia per consegnarlo alla giustizia, ostacolato però dalla corruzione imperante nel corpo di polizia. L'impresa sembra davvero ardua, ma ...



        Commento: Il grande Ridley Scott ha deciso di continuare la sua meravigliosa carriera di artista della cinepresa (inutile citare i suoi capolavori della fantascienza come Blade Runner e Alien, ma è autore talmente talentuoso da poter girare sempre grandi risultati qualunque genere) con la trasposizione cinematografica della storia vera di Frank Lucas in arte "Superfly", capace di diventare da semplice autista di un boss di Harlem il più grande narcotrafficante della sua epoca. Lucas elaborò un geniale sistema di arrivo dal Vietnam negli Usa della sua droga purissima non tagliata (denominata"Blue magic") a prezzi relativamente bassi, sfruttando la congiunzioen della terribile guerra in atto al tempo (il film parte con la sua storia dal 1968). Sulle orme del Padrino (notare che nel capolavoro di Coppola Don Vito Corleone osteggiò sempre il traffico di droga da parte della sua famiglia) Lucas diventa potentissimo e raduna intorno a se tutta la sua famiglia a lavorare con lui, crea degli intelligenti traffici satellite, non esagera mai con le azioni criminali per guadagnare oltre il possibile, peccato che ironia della sorte l'unica volta che commette un veniale errore (non vi diremo ovviamente quale) scatena addosso a se un mastino incorruttibile come il poliziotto Richie Roberts, donnaiolo in totale crisi coniugale, ma diventato famoso per aver restitutito al comando centrale, in nome dell'onestà, un milione di dollari che poteva senza rischio tenere per se.
        A quel punto i due fanno strada parallela inversa, mentre Roberts affronta i problemi per avvocatizi per l'affidamento del figlio Lucas si sposa con Eva, affascinante Miss Portorico, mentre il poliziotto scava nel torbido il boss sente il suo impero attaccato da più parti. Scott, inutile dirlo, sfodera una maestria senza pari nel dipingere per la sua lunghezza questo stupendo affresco (157 minuti), riprese eccezionali da ogni angolazione, tempi perfetti di entrate in scena degli attori, scene studiate e montate (per non parlare della fotografia con tonalità sempre plumbee adattissime al racconto) nei minimi dettagli (grandiosa quella dell'arrivo della numerosa famiglia nella tenuta di Frank).
        Denzel Washington è il boss che viene continuamente confuso con un mafioso del Bel Paese dagli investigatori ("E'un nero, non un italiano") continuando i riferimenti coppoliani, interpretazione a dir poco eccezionale la sua (profumo di oscar prossimo venturo), calibrata e sospesa tra l'estrema crudeltà (anche verso i fratelli che sbagliano) e il rispetto delle regole che ha assorbito dal suo mentore. Russell Crowe (attore feticcio di Scott dopo Il gladiatore e Un'ottima annata) è perfetto nel ruolo dell'onesto poliziotto con il vizietto delle donne, che riesce a mostrare con grande efficacia i turbamenti interiori e le paure del personaggio, ma anche il suo coraggio indomito che non ha paura della lotta intestina con gli altri poliziotti. Lymari Nadal è la bellissima Eva, moglie decisa di Frank, mentre Carla Gugino è la moglie in rotta con il poliziotto.
        Parlato dei lati tecnici a dir poco strepitosi (compresi sparatorie ed inseguimenti) bisogna parlare dell'iconografia di questo film, che il geniale Ridley usa per parametrare comportamenti e filosofie di vita, situazioni storiche con quelle dei singoli. Un elicottero buttato in mare alla fine della guerra del Nam coincide con le difficoltà di Frank ("Superfly non vola più"), un continuo spostamento di bicchieri di caffè sembra una partita a poker dalla posta decisiva nel grandioso faccia a faccia tra i due contendenti, un aspirapolvere sottolinea le pulizie di uomini, l'inizio della guerra e la sua fine scandiscono gli stati di gloria del boss, un cane e una cuccia vogliono dire rifugio sicuro di cose ben diverse, la morale fatta al fratello è la cosa che mette nei guai, il sogno americano infranto è il sogno perdurante e arricchente di un altro impero. Siamo di fronte a un lavoro praticamente perfetto che si snoda stupendamente in ogni settore cinematografico, dall'attoriale con una gara tra campioni, a quello di sceneggiatura (eseguita da Steven Zaillian) e regia, senza dimenticare tutto il resto, con un preciso senso del potere degno e nel nome dello Scarface di De Palma. Il tutto perfettamente calato nella difficile realtà di Harlem e dintorni di quaranta anni fa. In definitiva un film potente, immedesimante e coinvolgente, fatto benissimo, da vedere e gustare assolutamente, senza minimamente farsi spaventare dalla sua durata extralong che serve a farlo svolgere nella perfezione e non nell'allungarlo privo di fascino, commovendoci nell'abbagliante finale.
        Perderselo sarebbe un delitto verso il cinema e verso di voi, e se i crimini fossero cercati e risolti da un poliziotto bravo come Roberts al momento dell'arresto per non averlo visto, potremmo solo dire "Mea Culpa". Meglio pagare un appagante biglietto che vivere con il rammarico.
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        • marsellus wallace
          Opinionista
          • 26/07/06
          • 819

          #499
          mat, se devo dimostrare all'utente che ha postato prima che le recensioni sono farina del mio sacco non ci penso due volte a postare il link del sito giornalistico dove me le pubblicano con il nome e poi a mettere la mia carta d'identità. Mi fa piacere che le ritenga tanto valide, ma non tolelro che tanta fatica sia ritenuta opera d'altri.
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          • marsellus wallace
            Opinionista
            • 26/07/06
            • 819

            #500
            Cous Cous
            (La Graine et le Mulet)
            Un film di Abdel Kechiche. Con Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk, Alice Houri. Genere Drammatico, colore 151 minuti. - Produzione Francia 2007. - Distribuzione Lucky Red



            Trama: Marsiglia. Slimane è un operaio portuale che perde il lavoro dopo 35 anni di onorato servizio. Diviso dalla sua numerosa famiglia da un divorzio, ora vive con una locandiera e la sua amorevole figlia Rym che lo adora nonostante non sia il suo genitore biologico. In preda a mille dubbi e sostenuto da Rym, Slimane non trova niente di meglio che organizzare il restauro di un peschereccio in disuso per adibirlo a ristorante viaggiante, dove il piatto principale è il cous cous che l'ex moglie Souad sa così ben cucinare. Con uno sforzo tremendo per affrontare le spese e le difficoltà burocratiche, l'anziano lavorante riesce a organizzare il tutto per la grande serata di apertura di prova coinvolgendo i figli tutti, ma purtroppo ...



            Commento: Dopo gli ottimi Tutta colpa di Voltaire e La schivata il regista d’origine maghrebina Abdel Kechiche torna a raccontare il cinema che gli piace di più, cioè quello di esposizione etnica. La storia drammatica del sessantunenne Slimane (interpretato da Habib Boufares, trovato nei provini direttamente nei porti) si snoda su più fronti:dopo essere stato licenziato per non volersi adeguare alla flessibilità del lavoro, deve affrontare da padre divorziato anche i problemi che i suoi numerosi figli hanno, e nel contempo relazionarsi con la nuova compagna, sorretto solo dall'affetto sincero della figliastra Rym (interpretata magistralmente da Hafsia Herzi, che senza le esagerazioni dette dal regista nei paragoni con la Magnani, concede una prova davvero valida in intensità e partecipazione, sono sicuro che la rivedremo molto presto sugli schermi dopo essersi fatta notare in questo ruolo). L'unica soluzione che gli viene disperatamente in mente è quella di aprire una attività gastronomica a bordo di un peschereccio rimesso in uso stile ristorante. Ovviamente i troppi soldi che necessitano e le difficoltà burocratiche sembrano poter fermare il suo sogno, ma la bontà del cous cous cucinato tanto bene può fare miracoli.
            Kechiche si concentra a creare uno spaccato di società musulmana ormai radicata all'interno della Francia, coinvolgendo come protagonisti attori di questa etnia che bianchi puri francesi che appaiono come contorno e più che altro per lanciare frasi salaci infastiditi dalla troppa emigrazione ("fa entrare il lupo nel pollaio e non riuscirai più a farlo uscire") e per mettere i bastoni tra le ruote al progetto del disperato Slimane con cavilli burocratici di ogni tipo (mentre tra l'altro uno dei figli dell'ex operaio copula con la moglie del futuro possibile sindaco).
            Quello che impressiona di questo buonissimo lavoro è l'esposizione intensa delle emozioni che vengono a galla durante le varie fasi, dove il regista concentra lunghi comparti parlati che servono mettere in pentola quello che bollirà poi.
            Vediamo l'ex famiglia numerosissima di Slimane vivere senza una vera unità e non sapendo bene come gestire le difficoltà, con la madre Souad (Bouraouia Marzouk) che per accomodare le cose si accontenta di riempire le pance evitando accuratamente di affrontare le cose ("non c'è nulla che un buon cous cous non possa accomodare").
            Di contro a questa numerosa progenie in crisi di vario tipo (tra cui tradimenti e superstizioni) poco risoluta, abbiamo il micronucleo del padre che si è accasato con una donna nuova e sua figlia che si sono fatte da sole un piccolo alberghetto, gente decisa quindi ad affrontare le cose e non a lasciarle perdere (come sottolinea l'intenso dialogo tra Rym e la madre alla finestra). Slimane di fatto sembra voler lasciar parlare tutti senza mai curarsi di nulla in una sequela di espressioni assenti (nella fase finale una violenta, intensissima crisi di pianto non trova da parte sua il minimo pronunciare di parola ma rimane solo una sofferenza interna) badando a lavorare tutto il giorno per ultimare il suo progetto.
            La cosa incredibile di questo film (ricordiamo premiato con il premio del pubblico e della critica a Venezia, una sorta di consolazione e scusa della giuria per aver scelto il più conosciuto e artistico Ang Lee) è come dalle piccole cose se ne traggano scene di un pathos tremendo, ci mettono in ansia per vedere come si svolge il tutto, e perchè il protagonista deve affrontare un destino tanto difficile, lui uomo retto e probo lavoratore instancabile.
            Era tanto che un dramma familiare non sfociava in maniera tanto emozionale, con punte di coinvolgimento totali, come nella lunghissima scena della megacena sul battello. Per tutto il film siamo ad attendere che il destino faccia giustizia dei mali e conceda un po' di respiro, invece implacabile la soluzione non arriva mai, assommando guai su guai, come se ci fosse un dettame detto da entità superiore che il troppo orgoglioso affrontare il fato inevitabile invece di accomodarlo deve essere considerato superbia da punire (come il discorso al bar degli amici vorrebbe mostrare in maniera occulta). Il clima generale comunque è quello del mostrare la famiglia in maniera genuina e ruvida attraverso la consumazione del cibo con mani sporche (concetto ed assorbimento di sensazione aiutato anche dalle riprese non propriamente perfette volutamente in continuo movimento per cercare a turno colui che parla), per rendere il lavoro completo come se fosse anche esso prodotto dagli sforzi di un volgo radicato in un paese straniero e che deve ancora ben conformarsi alle sue abitudini. Attorno al personaggio centrale di Slimane si muovono i destini e le coscienze di tutti, l'unico capace di riunire sotto una unica bandiera persone che convivono in maniera difficile, peccato che solo Rym sappia capire la lezione di testardaggine del patrigno e si muova decisionista per risolvere la situazione diventata insostenibile del destino del ristorante galleggiante.
            Ci sono segni ed iconografie ben precise in questo lavoro, il canarino che una volta cantava e ora non lo fa più (l'immigrato che perde la sua identità nazionalpopolare), la pancia piena con cui si dorme bene e sicuri, la poca voglia di non stare più zitti della moglie continuamente tradita (quale non vi diciamo, ma è il sinonimo di non accettare più i torti per il quieto vivere), per finire con una danza del ventre (scena a dir poco strepitosa) di una pancia ben tonda che si è nutrita a dovere ma non per questo non agisce.
            Ci sono punti del montaggio (nel finale sopratutto) davvero preziosi, che evidenziano in maniera perfetta le varie situazioni e le contraddizioni di cosa sta succedendo ai personaggi, impreziosendo ancora il tutto.
            Kechiche dedica questo film al padre deceduto prima delle riprese (e che doveva fare lui Slimane) come si legge nella didascalia finale, omaggiando un ciclo di vita davvero perfetto che si conclude con un finale per nulla consolatore ma altamente significativo.
            In definitiva un lavoro davvero ottimo, un film significativo, appassionante, che sfonda il concetto di base etnico per mostrare emozioni forti in maniera grandiosa, scegliendo scene semplici e nude, forse ancora più emozionanti perchè fuori di pelle come dei fili elettrici scoperti. E scopriamo che quando non arriva più energia dobbiamo cercarla nei modi e nei posti più impensati senza mai cedere.
            Non fatevi spaventare dalla durata del film (151 minuti), questo cous cous è dannatamente buono e pieno di sapore non solo per lo stomaco ma sopratutto per il nostro intelletto troppe volte violentato da prodotti di cinema insipidi, e dato che è qualche settimana che stiamo mangiando bene con alcuni film davvero notevoli (non italiani purtroppo) non perdiamo l'abitudine al buono e fagocitiamocelo senza neppure pensarci.
            non solo quentin ma nel nome di quentin...
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            • marsellus wallace
              Opinionista
              • 26/07/06
              • 819

              #501
              Signorina Effe



              Un film di Wilma Labate. Con Filippo Timi, Valeria Solarino, Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino, Clara Bindi, Gaetano Bruno, Luca Cusani, Marco Fubini, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni. Genere Drammatico, colore 95 minuti. - Produzione Italia 2007. - Distribuzione 01 Distribution



              Trama: Torino, settembre 1980. Emma è figlia di un operaio meridionale ora in pensione che ha trovato lavoro negli anni cinquanta nella Fiat dopo essere emigrato. Lei è destinata a un futuro che sembrerebbe radioso, buon impiego, una laurea da prendere a breve e un matrimonio con accasamento di buon livello con l'ingegnere suo capo in azienda. Ma quelli sono giorni bui per la Fiat, costretta da una grave crisi societaria a dover licenziare o mandare in cassa integrazione a zero ore migliaia di suoi dipendenti. Per 37 giorni l'azienda rimane chiusa per i picchetti dei dipendenti, ed è in questa occasione che incontra Sergio, impegnato in prima linea nella lotta operaia. L'averlo trovato significherà per lei una tremenda svolta emotiva, che la porterà a ...



              Commento: Wilma Labate era dal 2003 che non dirigeva e sceneggiava un film, (Maledettamia) e torna dietro la macchina da presa per raccontare la crisi dei 37 giorni della chiusura della Fiat (datata 1980, come un bollo di circolazione ben ripreso in primo piano di una 500 ci fa sapere) a seguito dello sciopero degli operai, costretti ad una lotta ad oltranza per evitare licenziamenti selvaggi del personale.
              In mezzo al racconto di quei giorni bui e alle paure della perdita del posto, evento terribile per persone per lo più con carichi di famiglia, si inserisce la storia d'amore convulso tra la bella Emma (Valeria Solarino, di origini venezuelane), fidanzata di un ricco ingegnere vedovo con figlia, e il ribelle fino all'osso Sergio (promulgatore della lotta ad oltranza interpretato da Filippo Timi). I due opposti si attraggano, lei laureanda e colta mentre lui onesto lavoratore ma poco istruito dalla barba ispida. Intorno ai due pianeti si muove una serie di personaggi satelliti variegata, dalla sorella di Emma, Magda, interpretata dalla nasuta Sabrina Impacciatore, all'amico spinellato e dedito solo alle frivolezze prima di incontrare il grande amore (Magda stessa). La famiglia delle due ragazze poi osteggia coloro che vorrebbero tenere chiusa la fabbrica fino alla fine della vertenza, troppo legati ad un passato che era diverso e più accogliente, fatto di speranze e non di illusioni. Iniziando con delle immagini d'epoca della fabbrica e con le note di "Crapa pelata", la Labate mette in scena questo magma emotivo in maniera banalissima, utilizzando telegiornali e reportage dell'epoca (con Lama e Berlinguer) per farci cadere nello stile dell'epoca ma non per farci accomodare. Di fatto gli sforzi più intensi della regista (come suo uso anche sceneggiatrice) sono diretti per valorizzare la storia d'amore contrastato e diverso come da lezioni di cinema avute (metti la storia d'amore nell'evento storico/politico e vedrai che tutto va bene), ma non si cerca minimamente di dare un maggior risalto cinematografico alla vicenda, un vero approfondimento di correlazione posto/luogo/emozione/storia, tutto è un drammone televisivo insipido con pacchiane scelte (l'amico che si innamora di Magda, le giura di volere da lei decine di bambini e si rotola nel prato, il padre oltranzista che difende tempi ormai passati, le andate e i ritorni amorosi di Emma), un cinegiornale freddo senza anima che stanca parecchio per l'approssimazione della sua realizzazione, e non ultima la sconvolgente vuotezza di alcune scene (i cortei che paiono quelli della processione della parrocchia con braccia in alto anzichè conserte).
              Pensando ai prodotti d'oltrealpe di genere (chi ha detto Loach?) viene da pensare a quanto non si riesca davvero, sopratutto con il patrocinio dei soldi pubblici, molte volte ormai solo una scusa per giustificare esborsi e non per vero merito d'arte, a dare un minimo di dignità a questo cinema italiano d'oggi quando parla di fatti sociopolitici, così palesemente ancorato ai suoi grandi transfughi americani (Bertolucci e company) e che non riesce a dare fiato decente quando deve suonare totalmente sul suolo patrio.
              E così monotonamente vediamo dipanarsi la triste vicenda della Fiat del 1980 con in mezzo due amanti che fanno Romeo e Gulietta dalle parti opposte della barricata, senza che ci si ricongiunga alla minimale quota del rapporto valenza storica/storia umana che ci si dovrebbe aspettare, quasi che le pulsioni emotive debbano essere raccontate per foto su uno sfondo importante, prendendoci in giro due volte in quanto la sbandierata proposizione cultural sociale di questi film inganno è totalemente disattesa. Ci sono momenti della storia da ricordare, anche questi, ma davvero non in questa maniera così assurdamente stereotipo, tra l'altro con un finalino nel 2007 del tutto privo di ogni valore.
              Minimo pregio è la buona ricostruzione delle strade e delle auto circolanti, dove non si notano vetture o targhe fuori tempo. Ma è davvero poco.
              In definitiva un film ricordo/denuncia che è un petardo sordo in una scatola di cioccolatini, monotono e inconcludente, dove la signorina F... del titolo lo è veramente, peccato che anche se di quattro lettere non c'entri nulla con un famoso marchio di automobili. Evitatelo senza problemi e guardate un reportage dell'epoca.

              non solo quentin ma nel nome di quentin...
              quentin tarantino project

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              • moana
                Opinionista
                • 15/11/06
                • 2962

                #502
                Non Sapevo Fosse Il Tuo Mestiere..

                [/B][QUOTE=marsellus wallace;810115]perch
                [FONT="Comic Sans MS"]nulla

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                • mat
                  Il Magnifico
                  • 20/05/05
                  • 17786

                  #503
                  [QUOTE=marsellus wallace;810328][B]mat, se devo dimostrare all'utente che ha postato prima che le recensioni sono farina del mio sacco non ci penso due volte a postare il link del sito giornalistico dove me le pubblicano con il nome e poi a mettere la mia carta d'identit
                  Moderatore Debate Square

                  "Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"
                  - P. Conte -


                  Angst essen Seele auf

                  Comment

                  • moana
                    Opinionista
                    • 15/11/06
                    • 2962

                    #504
                    infatti ripeto il mio complimento: è bravissimo a scrivere.. io non avendo letto dall'inizio come fare per le recensioni... COPIAVO E INCOLLAVO!!!
                    [FONT="Comic Sans MS"]nulla

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                    • marsellus wallace
                      Opinionista
                      • 26/07/06
                      • 819

                      #505
                      bhe mat non era proprio una opinione, c'era una dichiarazione di plagio insita, ma ora è tutto chiarito senza problemi, kubrickfan è il mio nome sul forum di filmup & ioma, (se noti in fondo alla firma di film up c'è il link pubblicitario di quentintarantinoproject) per omaggiare l'altra mia passione cinematografica e il miglior regista mai visuuto al mondo (marsellus walalce è il mio nick da admin di tarantinoforum). D'altronde come ovvio non le scrivo in esclusiva per discutere ma le giro a parecchi altri forum e di base fanno parte di tv.zone.it che le pubblica in mnaiera giornalistica.
                      Ho già ricevuto le scuse sincere di moana e va bene così. tutto chiarito. ecco la prossima :

                      MR. MAGORIUM E LA BOTTEGA DELLE MERAVIGLIE



                      (Mr. Magorium's Wonder Emporium)
                      Un film di Zach Helm. Con Dustin Hoffman, Natalie Portman, Jason Bateman, Zach Mills. Genere Commedia, colore 96 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione Moviemax

                      data di uscita : 25 gennaio 2008



                      Trama: Mr.Magorium è il proprietario e gestore di un incredibile negozio di giocattoli, dove i balocchi prendono vita e un grande libro soddisfa i desideri di adulti e piccini incantati. Ma un giorno Magorium sente che è arrivato il momento di di re addio a questo mondo perchè il suo momento è arrivato, segnato da un paio di scarpe consunte. Improvvisamente, capito questo, la bottega delle meraviglie stessa cade in una terribile depressione e comincia a morire con lui segnando di nero le proprie pareti. Riusciranno la dolce assistente Mallory, da sempre al suo fianco, e il piccolo Eric, aiutati da un premuroso contabile, a ridare la gioia perduta alla fantasia e alla meraviglia ?



                      Commento: Il grandissimo Dustin Hoffman ritorna al cinema con questa favola a capitoli (intervallata nelle sequenze da dei cartelloni disegnati con dei titoli), leggero e dolcissimo sprazzo di gioco e gioia in mezzo al cinema fracassone, tragico e sempre alla ricerca di emozioni forti, e mai cinema puramente zuccheroso e dolce senza chiedersi tanto il perchè. Di fatto questa favola del negozio che ha una sua vita propria fornendo colorati giocattoli in quantità e che sfiorisce con l'abbandono del suo proprietario, potrebbe tranquillamente avere delle radici nei Grimm o negli Andersen, se non fosse che manca completamente di ogni elemento tragico nel suo svolgersi. Non c'è traccia, neppure minimamente, in questo lavoro diretto da Zach Elm, di un cattivo, di un elemento negativo oppure contrariamente sarcastico, tutto è appianato verso una totale conclamazione del bene e della gioia, dove si sorride e si gioca. E' questo un bene? Oppure un valore negativo? Di fatto la bottega delle meraviglie è un inno, per quanto placido e tranquillo, alla gioia e alla vita e non alla fine di essa. Come Magorium dice non conta il momento che muori, ma come hai vissuto prima e quanto hai dato al mondo. Si cerca di essere ricordati con la gioia e con il sorriso, altrimenti è meglio di non essere ricordati neppure se dobbiamo rimanere con il pianto e la tristezza. Il messaggio, decisamente c'è, il fascino un po' meno, troppo annacquato dalla mancanza di variazioni di trama, sapendo subito dall'inizio che tutto dipenderà da come e quando il segreto di un inanimato pezzo di legno verrà portato allo scoperto. Di fatto comunque è un film troppo legato al gusto personale rispetto ai meriti oggettivi per poter dare un indirizzo di come potrà essere apprezzato, ai più teneri di cuore strapperà una lacrimuccia, pieno com'è di tante scene carine e dolci (la stanza planetaria, il piccolo cocciuto assistente, i giocattoli retr&#242 ma a coloro che vogliono anche qualche seppure piccolo sprazzo di toni alzati e amplificati farà storcere il naso. Vedendolo viene alla mente anche l'ormai antidiluviano Toys con Robin Williams, contrariamente simile in quanto il protagonista era un Peter Pan cresciuto ma aveva una sua trama movimentata, qua invece il personaggio centrale è un consapevole adulto che vive di cose strane e vocaboli strampalati alla ricerca di eredi, e non di sopravvivenza per se ma per il suo amato negozio (precisiamo che gli effetti dei movimenti dei giocattoli non sono nulla di che ma funzionali alla storia).
                      Si vedono nel film anche la fine delle illusioni ma si riparte con le didascalie ogni volta a ricordarci il nuovo inizio, riallacciando storia e trama a quanto detto prima sull'importanza del centro della vita e non della fine, dove anche l'eccentrico personaggio baffuto (collaboratore di Magorium) che ha vissuto sempre nel seminterrato a fabbricare libri magici dovrà cercare all'esterno nuovi orizzonti. Bella l'iconizzazione iniziale dell'idea del negozio con il cappello a 3 metri d'altezza che il bimbo prende con un salto, sinonimo di stupore e possibilità che le leggi fiscihe sono superate da quelle della fantasia se ci si crede veramente.
                      Hoffmann, pur in una parte poco impegnativa per la sua immensa caratura, tratteggia un personaggio che trova nella fine un senso perfetto di racconto dell'arco della vita, con un sorriso e senza nessuna amarezza, appoggiando le sue scarpe vecchie a quelle nuove della sua assistente (una Natalie Portman qua dolcissima e tremebonda di fronte al compito di ridare gioia al negozio, ex-bimba di Leon e principessa Agmidala di Guerre Stellari). Fa da contorno .Jason Bateman (Smokin'Aces) nella parte del contabile di modi garbati e infaticabile lavoratore, che rappresenta il sistema che deve controllare ciò che non può essere fisicamente contabilizzato a dovere (il negozio vivente e la fantasia).
                      In definitiva un film tenero a tenuta stagna, senza la minima contaminazione oscura se non quella della paura del futuro senza un personaggio perno, zuccheroso e oltranzista nella sua trama dolce, che piacerà immensamente agli animi più portati a commuoversi, che farà invece storcere il naso al grande pubblico che lo eviterà in massa in cerca di emozioni meno vere ma più potenti visivamente, bimbi compresi perchè con temi troppo adulti e nullo d'avventura.
                      Personalmente dico che è bello anche sognare con una rara favola, per quanto monodirezionale d'intenti, estraniamoci dal mondo per 90 minuti e crediamo che un negozio possa essere la simbiosi della nostra vita, da vivere con gioia dall'apertura alla chiusura, senza rimpianti ma serena accettazione. E' un utopia impossibile, ma è bello sapere che potrebbe esserci anche questa variabile nel cammino della nostra esistenza

                      Last edited by marsellus wallace; 26-01-2008, 13:34.
                      non solo quentin ma nel nome di quentin...
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                      • marsellus wallace
                        Opinionista
                        • 26/07/06
                        • 819

                        #506
                        Aliens vs Predator 2

                        Alien vs Predator 2



                        (AVPR: Aliens vs Predator - Requiem)
                        Un film di Colin Strause, Greg Strause. Con John Ortiz, Steven Pasquale, Johnny Lewis, Reiko Aylesworth, David Paetkau, Chelah Horsdal. Genere Azione, colore 86 minuti. - Produzione USA 2007. - Distribuzione 20th Century Fox



                        Trama: Dopo il loro primo tremendo scontro con gli Aliens che spruzzano acido se feriti, i Predator stanno portando sul loro pianeta alcuni esemplari dei loro atavici nemici per studiarli e per usarli per la loro sete di lotta. Ma nel cammino spaziale succede un evento che segna l'inizio della nuova razza ibrida, la navicella trasporto nella lotta che ne segue viene sbalzata dalla rotta e va a finire sulla Terra, nuovamente scenario di lotta per le due razze aliene. Il combattimento sta per iniziare, peccato che in mezzo ci siamo noi ...



                        Commento: Probabilmente dopo aver accantonato il progetto di un quinto Alien con Sigourney Weaver per problemi vari (nonostante il quarto capitolo realizzato dal francese Jeunet aveva un suo finale aperto per poter concedere una possibilit
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                        • marsellus wallace
                          Opinionista
                          • 26/07/06
                          • 819

                          #507
                          Into the Wild



                          Cast Emile Hirsch, Vince Vaughn, Jena Malone, Hal Holbrook, Catherine Keener, Steven Wiig, Robin Mathews, Zach Galifianakis, Kristen Stewart, Haley Ramm
                          Regia Sean Penn
                          Sceneggiatura Sean Penn
                          Durata 02:28:00
                          Data di uscita Venerdì 25 Gennaio 2008
                          Generi Avventura, Drammatico
                          Distribuito da BIM



                          Trama: La storia vera di Christopher McCandless, conosciuto anche con il soprannome autoscelto di Alendander Supertramp. Convinto di cercare il vero senso della vita in un regime di vita selvaggia libero da qualunque pastoia data dai dogmi della società, sopratutto del denaro, si libera di ogni avere, abbandona la famiglia nel 1990 e vaga conoscendo varia umanità, fino a quando nel 1992 si reca in Alaska dove vuole coronare il suo sogno di rimanere 100 giorni isolato nella natura. Lì trova un pullmino in un accampamento abbandonato dove ...



                          Commento: Tratta dal libro di Jon Krakauer, la vita vera di Christopher McCandless e il suo desiderio di vivere nelle terre selvagge, libero da ogni vincolo della società e i suoi dettami. Una storia umana intensissima che avrebbe potuto far tremare i polsi ad ogni regista, ma non a Sean Penn, diventato ormai artista totale da diverso tempo, sia in direzione che in recitazione, che qui colleziona e ci dona una perla infinita dal valore poetico grandioso. La trama è semplice e lineare: il giovane Christopher McCandless subito dopo la laurea capisce che qualcosa ormai non lo soddisfa più nella sua famiglia e nel suo modo di vivere, dona i suoi averi a una associazione benefica, e parte per un giro itinerante a piedi (da trampoliere, supertramp) con destinazione finale la solitudine dell'Alaska per raggiungere un traguardo personale di completamento spirituale. Nel cammino incontra varia umanità e si relaziona con essa.
                          Sembrerebbe un tema affascinante per un film on the road da cui però pare difficile poter estrarre un autentico capolavoro cinematografico, invece grazie a una perfetta miscela di ogni comparto cinematografico (prima di tutto per come sono fotografati i paesaggi strepitosi che fanno sfondo alla vicenda ma anche protagonisti e antagonisti del giovane eversivo ragazzo), si forma una delle pellicole degli ultimi anni più umane, intense, coinvolgenti, stimolo di grandi riflessioni post visione che rimane impressa nel nostro animo a marchio di fuoco che non si vuole mai cancellare. La musica (ost da acquisto immediato) con le sue parole perfette (tra l'altro grande totale completa sottotitolazione delle canzoni, anche con i titoli di coda che scorrono) che fanno da arco e cornice alla vicenda che vediamo. I testi che leggiamo si integrano a completare il senso del peregrinare di Supertramp, che con la sua logica di vita strega non solo noi spettatori ma anche i personaggi che incontra, che da lui prendono beneficio e valore nuovo, quasi che dopo aver completato la sua visita e il suo incontro debba andare subito per portare altre parole a persone che ne hanno bisogno (il vecchio solitario, i due ragazzi di Copenaghen in visita in America, la coppia di Hippie e la ragazzina con la chitarra sedicenne che si innamora di lui). Il cammino è ogni volta irto di nuove fatiche, incontra vari tipi di ostacoli e con il paesaggio che cambia sempre bisogna che Il protagonista (un Emile Hirsch sublime, ricordiamolo in Alpha Dog e Il club degli imperatori) si adatti alle difficoltà, che affronta con sorriso e con caparbietà senza mai stancarsi, fino a che trova il suo Sancta Santorum nel Magic Bus, un pullmino abbandonato che in passato era usato per dei ritrovi o rifugio di cacciatori (quando lo scopre dopo aver gridato per essere sicuro di essere solo, rinviene un tavolo, un letto e qualche altro arnese da utilizzare). Il sistema di racconto è molto particolare : con un sapiente montaggio si parte dal momento del ritrovo del pullmino al freddo della neve dell'Alaska, poi con dei flash-back, cadenzati dal tempo che li dista dalla scena iniziale, si percorre il cammino spirituale di McCandless dividendolo in capitoli che sono il percorso della vita (dalla nascista alla saggezza/maturit&#224.
                          I dialoghi sono eccezionali, parole nel vento che ci fanno venire i brividi con voci calde ed intense fuori campo, come le sensazioni della sorella che approva il comportamento del fratello ma vorrebbe sapere come sta, dialoghi da brivido che mettono a disagio per non sentirsi all'altezza della sfrontata utopia che il ragazzo coltiva, tanto sicuro di se da non capire che la sfida per abbattere le frontiere è pericolosa, irta di pericoli e sopratutto senza possibilità di essere direttamente raccontata da chi l'ha ideata ("voglio che quello che è successo lo racconti mio fratello, non qualcun altro"). Il tutto senza la minima sbavatura, con un racconto asciutto, completo, efficace.
                          Viene da pensare e riflettere che in fondo la parola "Alone" ossessivamente scritta sul legno sia un viatico per dare una similitudine di necessità nel dover vivere con un contatto anche nei territori selvaggi, perchè dal momento che è rimasto completamente solo e non può parlare con nessuno Christoper perde la sua sicurezza e le sue certezze, non dando beneficio ma neppure ricevendone, messaggio univoco di dover cercare il proprio senso della vita ma non per forza uscendo da ogni canone o aggregamento urbano/societario. E difatto quando rinnega uno dei suoi dogmi per disperazione ("Avere solo il necessario") uccidendo l'alce e prendendo più di quello che gli serve, la natura sembra voglia ribellarsi e punirlo. Ha vissuto due anni girando nelle difficoltà ma sempre con qualche valido appiglio, rifiutando anche un letto a cui ormai non era più abituato, ma ora che non ha nessuno deve per forza pagare il suo rifiuto totale non calibrato del fatto che non siamo soli e non possiamo ne dobbiamo esserlo per forza.
                          Oltre al grandioso protagonista (totalitario nella difficile parte) abbiamo la presenza performante di Vince Vaughn (con barbetta e baffi nei panni di un agricoltore trafficone), quella di William Hurt (l'arcigno e arido padre, vero motore della rivolta emotiva di Supertramp), e Catherine Keener (Jan Burres).
                          In definitiva un grandioso lavoro emotivo, che si fonda su immagini fondamentalmente semplici di grandiosi ambienti, ma perfettamente incastonate tra loro come una collana di perle dalle perfette tonalità di colore diverso. Lavori di questo livello e di questo valore, così sentiti e così poetici, dove ci troviamo ad essere impotenti umili spettatori di tanta forza sanguigna della sfida dell'uomo alla natura e ai propri limiti, sarà molto raro vederli in futuro, e dobbiamo ringraziare Penn per un regalo fenomenale giunto da dove ce lo si aspettava (la sua bravura ormai non era una novit&#224 ma non certo che fosse di tale proporzioni, connubio perfetto di costruzione filmica con sentimento emotivo.
                          Da non perdere assolutamente per nessun motivo, sopratutto al cinema per ammirare a dovere il respiro della terra selvaggia, dove un uomo si scopre nei suoi limiti e nei suoi difetti. Non abbiamo diritto di autoescluderci totalemente, ma di scegliere con chi e come stare, e il mancato rispetto dei pericoli insiti non sempre è un orso caritatevole che ci ignora e non ci divora. Grazie Sean. Non sappiamo che cosa abbiamo fatto per meritarci questo regalo, ma ora che l'abbiamo nell'anima non lo lasceremo mai andare via.

                          non solo quentin ma nel nome di quentin...
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                          • marsellus wallace
                            Opinionista
                            • 26/07/06
                            • 819

                            #508
                            Non è mai troppo tardi



                            Non è Mai Troppo Tardi (The Bucket List)
                            Cast Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow
                            Regia Rob Reiner
                            Durata 01:36:00
                            Data di uscita Venerdì 25 Gennaio 2008
                            Generi Avventura, Commedia, Drammatico
                            Distribuito da WARNER BROS. ITALIA (2008)



                            Trama: Edward e Carter sono due uomini completamente diversi, il primo un ricco industriale farmaceutico, l'altro un riparatore di auto. Un giorno si ritrovano tutti e due nella stessa stanza di ospedale (di proprietà di Edward) in seguito alla triste scoperta di avere ambedue un cancro incurabile. L'amicizia che li lega dovuta a questa esperienza li porta a scrivere una lista di cose più o meno bizzarre e spericolate che dovrebbero fare prima di morire, con il poco tempo che gli rimane. La lista di Bucket è pronta, riusciranno a compiere in tempo tutto quello che si sono preposti di fare ?



                            Commento: Sulla scia di quanto fatto da altri grandi attori (come Jack Lemmon e Walter Matthau) l'incontro nella terza età di due interpreti luminosi del cinema è un sinonimo di grande fascino. Per questa operazione il regista Rob Reiner (ha diretto nel 2005 Kevin Costner e Jennifer Aniston in Vizi di famiglia) si avvale della presenza di due superbig, uno bianco e uno nero : Morgan Freeman (Le ali della libertà) e Jack Nicholson (inutile citare i film che ha fatto, si adatta a qualunque ruolo senza problema anche se noi lo ricordiamo per sempre nei ruoli del folle di Shining e Qualcuno volò sul nido del cuculo). I due mostri sacri si spalleggiano in una commedia amara sulla fine della esistenza, sorta di testamento spirituale di due uomini, totalmente diversi, al tramonto (non voglia mai che sia il loro reale), che una volta scoperta la terribile verità di una vita ormai agli sgoccioli, decidono di fare una sorta di lista con segnate delle cose da fare e spuntare prima che sia troppo tardi : la cosidetta lista di Bucket del titolo originale.
                            Sfruttando i soldi del ricchissimo Edward (Nicholson), proprietario dell'ospedale dove si incontrano, comincia un giro del mondo che sarà fonte di confronto e ispirazione per riflettere sui momenti che hanno passato prima di incontrarsi.
                            Dovrebbe essere un film altamente emozionante leggendo la base di storia, ma purtroppo ogni emozione è salvata solo dalla presenza di due attori di calibro che rendono soportabile e valido uno script a dir poco lacunoso di idee (tra l'altro non si può non notare come l'idea sia presa pari pari dalla serie televisiva My name is Earl, penna e foglietto con le cose da cancellare per omaggiare il karma, nel serial, compreso) che non si sommovimenta neppure quando dovrebbe eseguire dei salti di carreggiata o delle azioni diverse da quelle della scena prima (cambia lo sfondo ma il succo è sempre lo stesso).
                            Tutto è scontato fin nei minimi dettagli, partendo dal fatto che Nicholson sia il più esagerato e pazzoide mentre Freeman il calmo e riflessivo, ci si fida troppo del pubblico che adora il solo vederli, e li si cala incolpevoli in una sceneggiatura piena di cose trite (l'assistente fidato e perfetto, la moglie devota con grande famiglia di Carter contro a quella senza nessuno mai presente di Edward) che alla fine rischiano di far cadere nel torpore lo spettatore.
                            Il cinema non può essere fatto di soli attori, anche se è tremendamente vero che personaggi di statura immensa come questi riempiono lo schermo, lo pregnano della loro arte e coprono pecche che con altri interpreti sarebbero state evidentissime. Ci sono messaggi buonisti a profusione dentro il film, come quello che anche fare cose estreme in paesi lontani non è mai appagante come trovare la felicità vicino e con chi ti sta accanto, sistemato il proprio si può guardare all'oltre, ma alla fine in un contesto tanto povero sembrano tutta aria fritta. I duetti nell'ospedale sono tenerissimi, il concitato momento della cancellazione delle prime cose della lista divertente, ma si è messo un succo da venti minuti in un contenitore da novantasei (tanto dura il film).
                            E' la prima volta che i due attori si incontrano sul grande schermo e duettano insieme, speriamo davvero che non sia l'ultima ma chiederemmo film di valore un attimino più degno della loro caratura, non una storia con qualche sprazzo (bella l'apertura e la chiusura) e tanta presenza.
                            L'errore che si segnala in maniera maggiore in tutto il comparto descrittivo, che neanche la bravura reciatativa copre, è il fatto che dopo la prima dolorosissima serie di chemio e il terribile verdetto di futura morte, i due si ritrovino sereni e senza troppi problemi (fisici e mentali) a fare una scampagnata lungo il mondo a vedere ed assaporare luoghi affascinanti del pianeta, sopratutto a sfondo e richiamo tombale cinerario (Piramidi comprese), tentando addirittura approcci amorosi, scalate improbabili, senza nessun jetlag, nessuna voglia di mostrare che quanto vivono ora ha comunque una presenza reale di sofferenza presente come ci si aspetterebbe (ricordata solo blandamente da un catetere rotto). Alla fine ci si annoia e parecchio, e anche i grandi temi affrontati sono un respiro di vento e non una bufera di emozioni che non ti colpisce al cuore come dovrebbe.
                            In definitiva un film povero di contenuti e ricco di recitazione, da vedere solo ed unicamente per gli attori impegnati, ricordandoli poi non per questo ma per ben altro.

                            non solo quentin ma nel nome di quentin...
                            quentin tarantino project

                            http://quentintarantino.forumcommunity.net/

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                            • marsellus wallace
                              Opinionista
                              • 26/07/06
                              • 819

                              #509
                              Scusa ma ti chiamo amore



                              Cast Veronika Logan, Luca Angeletti, Ignazio Oliva, Francesco Apolloni, Davide Rossi, Cecilia Dazzi, Francesca Antonelli, Luca Ward, Riccardo Rossi, Raoul Bova
                              Regia Federico Moccia
                              Sceneggiatura Luca Infascelli, Federico Moccia
                              Durata 01:50:00
                              Data di uscita Venerdì 25 Gennaio 2008
                              GeneriCommedia, Drammatico, Romantico
                              Distribuito da MEDUSA (2008)



                              Trama: Alex è un pubblicitario trentasettenne in grave crisi sentimentale per essere stato appena abbandonato dalla compagna Elena. Niki è una studentessa di diciassette anni che vive con allegria la vita insieme alle sue amiche e compagne di scuola, il gruppo delle Onde, formato dalle iniziali dei loro 4 nomi. Un giorno mentre lui si arrovella il cervello in macchina per trovare una idea per la nuova campagna pubblicitaria, lei gli piomba addosso sulla portiera con il motorino. Questo banale incidente stradale unisce le strade di questi due universi tanto distanti, e mentre la bellezza di lei e la sua vitalità stregano Alessandro, incominciano le domande di parenti e amici su un rapporto con venti anni di distanza ...



                              Commento: Verrebbe da chiedersi come mai Federico Moccia abbia deciso di dirigere un film tratto da uno dei suoi libri di grande vendita tra il pubblico delle ragazzine che accorrono in massa a vedere Ho voglia di te oppure andranno a pagare sudati euro di paghetta con questa strampalata e improbabile storia d'amore del tutto platonica e senza nessun vero senso di logica. La risposta alla domanda iniziale che ci viene spontanea è immediata è questa : visto che tanti registi incapaci (vedi Luis Prieto, un grande recensore di quel film disse genialmente "Riprende a seconda di dove è seduto") hanno fatto incasso dirigendo un mio scritto, che problemi ho io a essre presente dietro la mdp visto che tanto comunque sia fatto incasserà lo stesso?
                              E così il baldanzoso Moccia si accolla la terribile responsabilità di trascrivere in immagini tanto romanzo (definito imperdibile dal trailer, noi viviamo e dormiamo tranquillamente anche senza) e spruzza immagini catatoniche di deliranti ragazzine (ma quanto è conciata male la società se questo fosse stereotipo fosse vero) nell'incontro con una variegata compagnia di quarantenni del tutto ormonali e pieni di tic (decisamente il Moccia vede questo mondo davvero pieno di immondizia morale). L'incontro tra Alex, pubblicitario di trentasette anni in difficoltà e in crisi sentimentale per essere stato brutalmente lasciato dall'amata, con la bella Niki ,modello di bellezza velina standard dai lunghi capelli, il sorriso stampato, le minigonne perenni e le lunghe belle gambe pronte ad aprirsi senza problemi nonostante la giovine età, è invece un raggio di sole tra il marciume dell'intelletto (mentre il cervello dell'autore sembra privo di questa presenza) presente nelle compagnie.
                              E così tra frasi importanti di noti scrittori e poeti che vengono sciroppate (in modo tanto banale quasi da odiarle, povere e incolpevoli gemme di saggezza) durante il film, viene messa in onda (la rappresentazione non è cinematografica ma trash televisiva da Italia 1) la sarabanda dei provoloni allupati, dell'uomo maturo zerbino, degli urletti idioti e delle discrepanze di età che fanno solo un dato statistico che non dovrebbe influire per nulla (certo, sopratutto in una storia che promette eterno amore e non una avventura sessuale e via, perdonate ma non posso scrivere scopata, ma loro lo dicono un milione di volte, cosa questa che sarebbe stata credibile).
                              C'è anche il tempo per l'ex fidanzato sosia di Nino D'angelo, rap supercrash che fa il bum bum car (delle auto si scontrano come sulle giostre), con citazione da Gioventù Bruciata con tanto di quadro di James Dean stile Warhol visto in seguito (e accanto c'è anche Eastwood del Pugno di dollari).
                              Moccia ci mette ogni possibile stupidaggine gli passa nella testa : nel minestrone dell'assurdo abbiamo un Raoul Bova decisamente irriconoscibile (era meglio se andava nella sala accanto e si faceva rimangiare da qualche Aliens) che presenta il prototipo dell'emorroideo a caccia delle ultime chance con la gioventù che non vuol mollare dentro, la Quattrociocche ha una voglia pazza di portarselo a letto (molto più allupata nei baci recitati lei di lui) peccato che debba per manifesta incapacità limitarsi a faccine da Lolita inconsistente (altri tempi e paragoni di impatto vero? a pensare a ste cose vediamo come si è conciati certe volte) neppure minimamente emozionanti, sensuali oppure di credibilità. La banda degli amici di lui una vergognosa carrellata di inutile contorno, con un incontro quattro a quattro a dir poco da incubo. Abbiamo anche una limousine di lusso noleggiata chissà come da una delle ragazze, che offre viaggi e premi a tutti, l'isolamento spirituale su un faro, e, udite udite, la vicenda tragica con una delle Onde (non vi diremo chi ma vorremmo davvero farlo solo per dispetto all'autore che ce ne ha fatte troppe) che subisce un coma all'acqua di rose curato con le tre amiche che cantano e portano l'album dei ricordi per svegliarla. Un autentico letamaio narrativo che puzza tremendamente di assurdo, vergognoso, inconsistente e che oltretutto dura anche troppo e non ci lascia tanto presto.
                              L'unica cosa che si salva è la voce narrante, la stupenda e calda vocalizzazione di Luca Ward (doppiatore di Samuel L.Jackson e che appare nel film come un investigatore privato esistenziale, c'è pure questo dentro, ma è l'unica parte credibile). Moccia potrebbe difendersi dicendo che ha voluto dare un affresco narrativo sull'amore diverso visto in tante prospettive, ma neppure questo è possibile, in quanto non si possono dare messaggi pericolosi per le ragazzine dodici tredicenni (e lui sa che quello è il suo pubblico) sul grande bello uomo maturo a cui affidare sogni in maniera tanto diretta e con la speranza che siano duraturi, non si possono presentare aspetti di vita che non hanno confini quando non sono parte di un incontro sporadico ma un cammino insieme (che va conteggiato come lavoro, realizzazione ed impegno) dando solo e sempre cioccolatini o caramelle tutti uguali. Alla fine non ci consoliamo neppure con qualche bel nudo dopo tante promesse di carne fresca, non troviamo apporto spirituale in una esperienza tecnicamente devastante (riprese a dir poco da galera, e la scena hot di sesso dei venti anni diversi forse la cosa più vuota e moscia di ogni tempo e che doveva essere invece un clou), ci sorbiamo frasi fatte a ripetizione in figuranti increduli di intascare soldi con così poco sforzo.
                              In definitiva il film contrario di Cardiofitness è una autentica scemenza, privo di qualunque valore morale/etico e fatto solo per cavalcare l'idea che possa essere pieno di fascino sognare sempre e comunque oltre i propri limiti di età, che giusto o sbagliato che sia non solo ci sono ma devono esserci per non confondere i ritmi delle età e dei loro graduali traguardi.
                              Odiate e diffidate di coloro che vi offriranno un biglietto omaggio di questo film, vi vogliono solo del male.
                              Vi diciamo il finale sperando che possa esservi d'aiuto per non andare a vederlo ... dovremmo, ma eticamente non possiamo farlo, l'ultima cosa che vogliamo è metterci alla pari di Moccia, colpendo vigliaccamente per salvare qualcuno che forse non vuol neppure essere salvato, visto che il film parla da solo appena si presenta in cartellone.

                              non solo quentin ma nel nome di quentin...
                              quentin tarantino project

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                              • marsellus wallace
                                Opinionista
                                • 26/07/06
                                • 819

                                #510
                                Cloverfield



                                Un film di Matt Reeves. Con Lizzy Caplan, Jessica Lucas, T.J. Miller, Michael Stahl-David, Mike Vogel, Odette Yustman. Genere Azione, colore 85 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Universal Pictures



                                Trama: Durante una festa come tante, un gruppo di amici sta chiaccherando in una tranquilla New York. Uno di essi, Hud, riprende tutto con la sua videocamera mentre l'amico Rob gli chiede di fare una specie di reportage registrando le impressioni della serata. All'improvviso un boato sconvolge la città : una petroliera viene ribaltata da un essere misterioso e gigantesco, e la testa della statua della libertà staccata e gettata in strada.
                                Tutti cercano di salvarsi scappando dove possono, mentre Hud non cessa mai di riprendere quanto accade. Qualche tempo dopo questi tragici fatti ci viene mostrata l'intera sequenza di quanto accaduto proprio come Hud l'aveva ripresa con la sua videocamera ...



                                Commento: Incredibile davvero JJ Abrams, il geniale produttore e ideatore con Bryan Burk di questo atipico disaster movie (termine caro alla cinematografia degli anni settanta/ottanta), che fonda la sua stranezza dall'essere girato interamente come un reportage in presa diretta degli accadimenti con camera a mano apparentemente (ovviamente nella realtà della realizzazione filmica non è cos&#236 senza alcun tipo di montaggio alcuno. Abrams si era già segnalato per essere il regista dell'action Mission Impossible 3 con Tom Cruise, ma sopratutto per le sue serie televisive di successo come Alias e Lost. Trama e metodologia di ripresa davvero affascinanti, con un intenso lavoro di marketing che ha tenuto nascosto le immagini del mostro che provoca il disastro fino all'ultimo e distillato in rete a poco a poco facendo rimbalzare ogni tipo di congettura (addirittura unendo due poster del film si vedrebbe la sagoma della terribile inarrestabile bestia arrivata da chissà dove, che potrebbe essere anche un esperimento fallito del governo o risvegliata da un terremoto sottomarino), strategia vincente che ha fatto salire l'attesa per questo Cloverfield (letteralmente "campo di trifogli" ma deve avere dei significati slang particolari) alle stelle.
                                Blog, siti di cinema e forum hanno ipotizzato che la creatura poteva essere un proseguo dei film giapponesi con un redivivo Godzilla, qualche figlio transfuga dal giappone generato da quel genere di mostri, invece niente di tutto questo. La creatura è autoriale, personale e nuova. Non genialissima nella morfologia alla fine dei fatti, ma teniamo conto che la cosa non è neppure poi così importante. In un film di questo tipo dove i protagonisti sono delle persone qualunque, non armati, spaventati (e tutti attori volutamente semisconosciuti proprio per calare lo spettatore idealmente nella coscienza del personale e del possibile esserci situazionale) e che si muovono non per affrontare il pericolo ma per scampare alla minaccia, alla fine cosa affronti non diventa determinante ma quanto più dove devi andare per trovare un rifugio sicuro.
                                La trama è facilmente riassumibile : Hud e Rob stanno festeggiando a New York con degli amici, quando un terribile boato porta tutti ad affacciarsi alle finestre. E'incominciato un terribile attacco da parte di una misteriosa creatura alla città, Hud non smette mai di riprendere con la sua videocamera ogni fase della successiva fuga e della ricerca della fidanzata di Rob, Elisabeth, rimasta imprigionata nel suo appartamento dal crollo di un muro. E mentre il gruppo di amici coadiuvato da Lili, Marlena e Jason si aggirano sperduti per arrivare all'obbiettivo, la città fugge in preda al panico e i militari non sanno che fare.
                                I film in presa diretta degli avvenimenti con telecamera a mano non sono certo una novità, sono stati usati varie volte, come nel famoso (ma tutt'altro che valido) The Blair Witch Project, fu usata anche in una puntata di X-Files, ma sicuramente è stato quanto mai coraggioso usarla nel realizzare un disaster movie che conta tra le sue chicche una testa della Statua della Libertà scaraventata in strada, attacchi furiosi di Stealth e carri armati, esplosioni dovunque con morte e distruzione generalizzate.
                                Di fatto questa scelta rappresenta un valore aggiunto nell'immedesimazione dello spettatore, che da un lato può sgradire i movimenti di macchina tanto sincopati e frenetici (davvero meglio vederlo prima dei pasti e non dopo questo film, comunque la durata limitata di 85 minuti è proprio cercata per aiutare di limitare il disagio di visione) ma dall'altro è scelta performante di ansia, che tiene incollati alla sedia dopo l'inizio tranquillo (abbastanza lungo in proporzione alla durata del film che serve per farci conoscere i personaggi).
                                Bravo il regista Matt Reeves (sopratutto sceneggiatore e produttore, non dirigeva dal 1996 con il film Tre amici un matrimonio e un funerale) a dosare le varie cose, mettendo al suo interno varie domande non risolte per strada e alcune scene d'impatto strepitoso (quella del ponte ripresa dal basso) e fughe in bui cunicoli dove il pericolo è ad ogni angolo (come se non bastasse, ci sono anche altri problemi oltre al grande mostro da affrontare).
                                Viene accennato anche come la razza umana si distingua pure in questi momenti tragici per i suoi vili atti di sciacallaggio nei negozi, dove solo il gruppo di amici è determinato ad essere unito e pronto ad aiutare gli altri.
                                Gli effetti speciali sono più che validi, distruzione di palazzi ed esplosioni complete, dove il mostro viene mostrato lungamente solo a pezzi e alla fine in maniera completa.
                                In definitiva un film innovativo e geniale, potentemente emozionale, pieno di pathos, che diventerà un cult per la sua concezione filmico/tecnica, fatto per essere visto come non un esperimento ma un modo per immedesimare al massimo nell'azione, con eroi qualunque che non combattono ma scappano per la vita, rovinato purtroppo da un design della creatura banale, alcune scelte narrative discutibili (il faccia a faccia davvero straniante con un senso perso delle proporzioni), comunque da vedere assolutamente perchè di film così coinvolgenti non ne passano davvero molti.
                                Per la camera a mano lo stomaco regge, non preoccupatevi, al limite fate come abbiamo scritto sopra : prendere prima dei pasti.

                                non solo quentin ma nel nome di quentin...
                                quentin tarantino project

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