Dedicate 5 minuti alla lettura di questa storia, ne vale la pena anche per capire cosa vale per gli amerikani la libertà e la vita di un suddito italiano.
Di certe storie si parla sempre troppo poco; e di questa poi in particolare, che non è neanche facile da seguire, che è una storia complicata, seppur cristallina nel suo orrore, con un sacco di date e nomi da ricordare, non si parla più. In passato se ne è parlato si, ma di certo non abbastanza, o non abbastanza da fare massa critica perché succeda qualcosa.
Dal 3 giugno 2005 Carlo Parlanti si trova rinchiuso nel carcere di Avenal, California: è stato condannato per reati che non ha mai commesso, accusato da una teste squilibrata, durante un processo farsa. Possibile? Negli Stati Uniti? Nella land of freedom che qualcuno, magari a capo di qualche quotidiano d’opinione di poche pagine, considera tale? Si, possibile.
Carlo Parlanti nasce a Montecatini nel 1964, cresce in una famiglia come tante altre, studia allo scientifico, poi, all’università, Fisica. A venticinque anni è a Milano, a cercarsi un lavoro: è uno sveglio, che sa studiare, e finisce che manda un curriculum ad un’importante multinazionale alimentare, una di quelle oggi più osteggiate. In epoca pre-global Carlo Parlanti ha bisogno di campare: e inizia a lavorare in Nestlè, fa l’analista di sistemi e il project manager, si direbbe oggi.
L’anno è il 2001: Carlo Parlanti conosce una donna, Rebecca McKay White. Lei è del 1959, ha qualche anno in più, e li dimostra tutti, si conoscono ad aprile, lavora in una gioielleria dove Carlo Parlanti va a cambiare la pila dell’orologio. Sono proprio i mesi vicini all’undici settembre quelli in cui i due si conoscono meglio; a novembre Rebecca McKay White perde il lavoro, è in un momento di difficoltà, in California c’è crisi, c’è paura e c’è recessione.
Soprattutto c’è una catastrofe dall’altro lato dell’America che ha appena colpito tutto il pianeta.
I due si spostano da Monterey al Westlake Village, vicino a Malibu. Vivono sotto lo stesso tetto, la casa di Carlo: i mesi passano, arriva un anno nuovo, il 2002.
L’estate del 2002 è il momento chiave: Carlo Parlanti ci pensa da un po’ a tornare in Italia, a far fruttare l’esperienza americana, a spendere il know-how acquisito nel grande gruppo internazionale.
Oltretutto, è stufo di Rebecca McKay White, non ce la fa più, vuole lasciarla: e tutte queste cose, lui che è un tipo che sa ripartire da zero senza fiatare, prende e le fa. Il 16 luglio 2002 la storia con Rebecca McKay White finisce: come mai una data così precisa?
Perché ci sono varie email spedite ad amici, oltre alle dichiarazioni del processo, che lo testimoniano.
Rebecca McKay White viene “messa alla porta” da Carlo Parlanti, che a quel punto ha praticamente deciso di mettere la parola fine all’avventura oltreoceano.
Due giorni dopo, il 18 luglio 2002, la donna che ha appena lasciato, sporge denuncia contro di lui: racconta di una notte in cui Carlo Parlanti l’avrebbe prima sequestrata, poi picchiata, in seguito sodomizzata costringendola a praticare del fist fucking, e infine, dopo averla legata con delle fascette di plastica, violentata ripetutamente.
Accuse gravissime, accuse che meriterebbero indagini approfondite, perizie, testimoni; in una parola, prove.
Ad agosto Carlo Parlanti torna in Italia: sarà libero e ignaro della vicenda fino al mese di luglio del 2004, quando verrà fermato all’aeroporto di Düsseldorf, dove scoprirà un mandato di cattura internazionale col suo nome sopra.
Dopo essere rimasto per circa un anno incarcerato in Germania, dall’estate del 2004, alla primavera del 2005, senza che ci fossero prove, evidenze, fatti, che giustificassero il suo fermo, viene estradato.
Questo malgrado il suo legale in Germania, Franzisca Lieb, cerchi di portare avanti ricorsi su ricorsi riguardo alla patente inammissibilità dell’estradizione, e lo stesso faccia anche Cesare Bulgheroni, il legale italiano di Carlo Parlanti, che tenta un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sempre per violazione dei trattati internazionali di estradizione. Senza successo.
Il 3 giugno 2005 il manager si trova impacchettato su un aereo, destinazione, California.
Trasferito da Düsseldorf a Ventura, in California, Carlo Parlanti si trova a vedere istruito contro di lui un procedimento penale.
Il processo produrrà una serie inimmaginabile di prove create dal nulla, - a volte comparse direttamente, come nel caso delle foto, su richiesta del district attorney - di testimonianze ritrattate e confuse, di accuse prive di fondamento e indimostrabili.
Nel dettaglio; il procuratore distrettuale parla di Carlo Parlanti, il project manager in giro per il mondo, uno che viaggia in continuazione, uno pieno di donne, come un delinquente.
Si parla di precedenti penali per rapina a mano armata, violenze assortite, tutti reati commessi in Italia; peccato che l’estratto della fedina penale del Parlanti sia lindo, pulito.
E’ solo l’antipasto: una delle dichiarazioni più incredibili di Rebecca McKay White, riguarda l’alcool che Carlo Parlanti avrebbe ingerito, prima di abusare di lei, nella notte del 29 giugno. Quattro litri di chardonnay in circa cinque ore; una quantità che l’avrebbe portato alla morte, visto che comporta un BAC – il blood alcool content - di circa 0,63, ed il coma etilico sopraggiunge già intorno a 0,40.
Fosse la sola dichiarazione assurda: Rebecca McKay White in precedenza aveva già ritrattato la data della violenza, passando dal 6 luglio al 29 giugno 2002 - evidentemente per guadagnare qualche giorno - allo scopo di giustificare l’assenza di ematomi visibili, ed il non poter essere oggetto di un med-legal, l’esame ginecologico cui vengono sottoposte le vittime di violenze sessuali.
Già, perché riguardo alla notte del fist fucking, Rebecca McKay White racconta di un’emorragia fortissima in seguito al braccio che Carlo Parlanti le avrebbe prima infilato a pugno chiuso nella vagina, e poi, con il palmo della mano aperto, nel retto.
Un’emorragia che, sempre secondo Rebecca McKay White, aveva lasciato tracce nel letto, chiazze di sangue che erano passate attraverso le lenzuola fino a inzuppare il materasso.
Superfluo dire che al momento delle denuncia, la polizia si reca in casa e non trova nulla.
Trova l’ordine, trova il letto rifatto, trova la vita da spot di Carlo Parlanti. La parete di cartongesso contro la quale Rebecca McKay White dichiara di essere stata sbattuta con il viso per decine di volte, perfettamente integra, è tutto perfettamente in ordine.
La donna già in passato, in occasione del divorzio dal primo marito, aveva manifestato segnali di instabilità psichica, ora durante il processo, ammette candidamente di avere problemi con la memoria a breve termine, il che torna utile, se si deve giustificare davanti ad un avvocato, davanti ad una corte, ad una giuria, come mai si è voluto ritrattare, anticipandolo di una settimana, il giorno più traumatico della propria vita.
Una delle prove più sconvolgenti, presentate da Rebecca McKay White, e incredibilmente ritenute valide, sono le due foto in cui è ritratta con un vistoso ematoma in corrispondenza dell’occhio sinistro.
E’ una foto che compare dopo anni dalla denuncia, dopo tre anni, in pratica su richiesta del district attorney: ed è un falso.
E’ un falso che però risulterà decisivo per la condanna di Carlo Parlanti. Perché è un falso?
Bisogna osservare, neanche troppo accuratamente, le due immagini, quelle presentate dopo tre anni, quelle con l’occhio sinistro macchiato da un livido bluastro, e un’altra immagine, scattata dalla polizia di Ventura in occasione della denuncia, il 18 luglio 2002.
La stessa persona, che però presenta qualche anno di differenza, un taglio di capelli diverso, la pelle più liscia.
Non solo: in sede dibattimentale Rebecca McKay White sostiene di essersi scattata quelle foto nel bagno della casa di Carlo Parlanti, seduta sulla toilette.
Purtroppo la memoria – in fondo l’aveva dichiarato, di avere problemi con la memoria a breve termine… - le gioca uno scherzo: il bagno di Carlo Parlanti è tinteggiato di giallo.
Le foto presentate da Rebecca McKay White, scattate con una compattina usa e getta, hanno uno sfondo bianchissimo con riflessi azzurri. Nonostante sia evidente si tratti, si, della stessa persona, ma in anni e luoghi differenti – dettagli da niente, per una prova di reato… – rispetto a quelli dove fu commessa la presunta violenza, incredibilmente viene emessa una condanna contro Carlo Parlanti.
Sono nove gli anni di reclusione cui viene condannato Carlo Parlanti.
Da scontare nel penitenziario di Avenal, dove le cose si mettono, prima ancora che male, peggio: viene coinvolto in una rissa, non si sa come, ma contrae l’epatite C. Soffre di piorrea, perde i denti. Reagisce male, come reagisce un innocente in galera senza un motivo.
Da tempo sono attivi un sito, Carlo Parlanti. [Giustizia ingiusta. Il paradosso.] che si occupa nel dettaglio di questa allucinante vicenda, ed una petizione per fare chiarezza su una storia complicata, come si diceva all’inizio, difficile da seguire, con un sacco di date e di luoghi da ricordare; e di cui ci si sta dimenticando un po’ troppo rapidamente.
Di certe storie si parla sempre troppo poco; e di questa poi in particolare, che non è neanche facile da seguire, che è una storia complicata, seppur cristallina nel suo orrore, con un sacco di date e nomi da ricordare, non si parla più. In passato se ne è parlato si, ma di certo non abbastanza, o non abbastanza da fare massa critica perché succeda qualcosa.
Dal 3 giugno 2005 Carlo Parlanti si trova rinchiuso nel carcere di Avenal, California: è stato condannato per reati che non ha mai commesso, accusato da una teste squilibrata, durante un processo farsa. Possibile? Negli Stati Uniti? Nella land of freedom che qualcuno, magari a capo di qualche quotidiano d’opinione di poche pagine, considera tale? Si, possibile.
Carlo Parlanti nasce a Montecatini nel 1964, cresce in una famiglia come tante altre, studia allo scientifico, poi, all’università, Fisica. A venticinque anni è a Milano, a cercarsi un lavoro: è uno sveglio, che sa studiare, e finisce che manda un curriculum ad un’importante multinazionale alimentare, una di quelle oggi più osteggiate. In epoca pre-global Carlo Parlanti ha bisogno di campare: e inizia a lavorare in Nestlè, fa l’analista di sistemi e il project manager, si direbbe oggi.
L’anno è il 2001: Carlo Parlanti conosce una donna, Rebecca McKay White. Lei è del 1959, ha qualche anno in più, e li dimostra tutti, si conoscono ad aprile, lavora in una gioielleria dove Carlo Parlanti va a cambiare la pila dell’orologio. Sono proprio i mesi vicini all’undici settembre quelli in cui i due si conoscono meglio; a novembre Rebecca McKay White perde il lavoro, è in un momento di difficoltà, in California c’è crisi, c’è paura e c’è recessione.
Soprattutto c’è una catastrofe dall’altro lato dell’America che ha appena colpito tutto il pianeta.
I due si spostano da Monterey al Westlake Village, vicino a Malibu. Vivono sotto lo stesso tetto, la casa di Carlo: i mesi passano, arriva un anno nuovo, il 2002.
L’estate del 2002 è il momento chiave: Carlo Parlanti ci pensa da un po’ a tornare in Italia, a far fruttare l’esperienza americana, a spendere il know-how acquisito nel grande gruppo internazionale.
Oltretutto, è stufo di Rebecca McKay White, non ce la fa più, vuole lasciarla: e tutte queste cose, lui che è un tipo che sa ripartire da zero senza fiatare, prende e le fa. Il 16 luglio 2002 la storia con Rebecca McKay White finisce: come mai una data così precisa?
Perché ci sono varie email spedite ad amici, oltre alle dichiarazioni del processo, che lo testimoniano.
Rebecca McKay White viene “messa alla porta” da Carlo Parlanti, che a quel punto ha praticamente deciso di mettere la parola fine all’avventura oltreoceano.
Due giorni dopo, il 18 luglio 2002, la donna che ha appena lasciato, sporge denuncia contro di lui: racconta di una notte in cui Carlo Parlanti l’avrebbe prima sequestrata, poi picchiata, in seguito sodomizzata costringendola a praticare del fist fucking, e infine, dopo averla legata con delle fascette di plastica, violentata ripetutamente.
Accuse gravissime, accuse che meriterebbero indagini approfondite, perizie, testimoni; in una parola, prove.
Ad agosto Carlo Parlanti torna in Italia: sarà libero e ignaro della vicenda fino al mese di luglio del 2004, quando verrà fermato all’aeroporto di Düsseldorf, dove scoprirà un mandato di cattura internazionale col suo nome sopra.
Dopo essere rimasto per circa un anno incarcerato in Germania, dall’estate del 2004, alla primavera del 2005, senza che ci fossero prove, evidenze, fatti, che giustificassero il suo fermo, viene estradato.
Questo malgrado il suo legale in Germania, Franzisca Lieb, cerchi di portare avanti ricorsi su ricorsi riguardo alla patente inammissibilità dell’estradizione, e lo stesso faccia anche Cesare Bulgheroni, il legale italiano di Carlo Parlanti, che tenta un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sempre per violazione dei trattati internazionali di estradizione. Senza successo.
Il 3 giugno 2005 il manager si trova impacchettato su un aereo, destinazione, California.
Trasferito da Düsseldorf a Ventura, in California, Carlo Parlanti si trova a vedere istruito contro di lui un procedimento penale.
Il processo produrrà una serie inimmaginabile di prove create dal nulla, - a volte comparse direttamente, come nel caso delle foto, su richiesta del district attorney - di testimonianze ritrattate e confuse, di accuse prive di fondamento e indimostrabili.
Nel dettaglio; il procuratore distrettuale parla di Carlo Parlanti, il project manager in giro per il mondo, uno che viaggia in continuazione, uno pieno di donne, come un delinquente.
Si parla di precedenti penali per rapina a mano armata, violenze assortite, tutti reati commessi in Italia; peccato che l’estratto della fedina penale del Parlanti sia lindo, pulito.
E’ solo l’antipasto: una delle dichiarazioni più incredibili di Rebecca McKay White, riguarda l’alcool che Carlo Parlanti avrebbe ingerito, prima di abusare di lei, nella notte del 29 giugno. Quattro litri di chardonnay in circa cinque ore; una quantità che l’avrebbe portato alla morte, visto che comporta un BAC – il blood alcool content - di circa 0,63, ed il coma etilico sopraggiunge già intorno a 0,40.
Fosse la sola dichiarazione assurda: Rebecca McKay White in precedenza aveva già ritrattato la data della violenza, passando dal 6 luglio al 29 giugno 2002 - evidentemente per guadagnare qualche giorno - allo scopo di giustificare l’assenza di ematomi visibili, ed il non poter essere oggetto di un med-legal, l’esame ginecologico cui vengono sottoposte le vittime di violenze sessuali.
Già, perché riguardo alla notte del fist fucking, Rebecca McKay White racconta di un’emorragia fortissima in seguito al braccio che Carlo Parlanti le avrebbe prima infilato a pugno chiuso nella vagina, e poi, con il palmo della mano aperto, nel retto.
Un’emorragia che, sempre secondo Rebecca McKay White, aveva lasciato tracce nel letto, chiazze di sangue che erano passate attraverso le lenzuola fino a inzuppare il materasso.
Superfluo dire che al momento delle denuncia, la polizia si reca in casa e non trova nulla.
Trova l’ordine, trova il letto rifatto, trova la vita da spot di Carlo Parlanti. La parete di cartongesso contro la quale Rebecca McKay White dichiara di essere stata sbattuta con il viso per decine di volte, perfettamente integra, è tutto perfettamente in ordine.
La donna già in passato, in occasione del divorzio dal primo marito, aveva manifestato segnali di instabilità psichica, ora durante il processo, ammette candidamente di avere problemi con la memoria a breve termine, il che torna utile, se si deve giustificare davanti ad un avvocato, davanti ad una corte, ad una giuria, come mai si è voluto ritrattare, anticipandolo di una settimana, il giorno più traumatico della propria vita.
Una delle prove più sconvolgenti, presentate da Rebecca McKay White, e incredibilmente ritenute valide, sono le due foto in cui è ritratta con un vistoso ematoma in corrispondenza dell’occhio sinistro.
E’ una foto che compare dopo anni dalla denuncia, dopo tre anni, in pratica su richiesta del district attorney: ed è un falso.
E’ un falso che però risulterà decisivo per la condanna di Carlo Parlanti. Perché è un falso?
Bisogna osservare, neanche troppo accuratamente, le due immagini, quelle presentate dopo tre anni, quelle con l’occhio sinistro macchiato da un livido bluastro, e un’altra immagine, scattata dalla polizia di Ventura in occasione della denuncia, il 18 luglio 2002.
La stessa persona, che però presenta qualche anno di differenza, un taglio di capelli diverso, la pelle più liscia.
Non solo: in sede dibattimentale Rebecca McKay White sostiene di essersi scattata quelle foto nel bagno della casa di Carlo Parlanti, seduta sulla toilette.
Purtroppo la memoria – in fondo l’aveva dichiarato, di avere problemi con la memoria a breve termine… - le gioca uno scherzo: il bagno di Carlo Parlanti è tinteggiato di giallo.
Le foto presentate da Rebecca McKay White, scattate con una compattina usa e getta, hanno uno sfondo bianchissimo con riflessi azzurri. Nonostante sia evidente si tratti, si, della stessa persona, ma in anni e luoghi differenti – dettagli da niente, per una prova di reato… – rispetto a quelli dove fu commessa la presunta violenza, incredibilmente viene emessa una condanna contro Carlo Parlanti.
Sono nove gli anni di reclusione cui viene condannato Carlo Parlanti.
Da scontare nel penitenziario di Avenal, dove le cose si mettono, prima ancora che male, peggio: viene coinvolto in una rissa, non si sa come, ma contrae l’epatite C. Soffre di piorrea, perde i denti. Reagisce male, come reagisce un innocente in galera senza un motivo.
Da tempo sono attivi un sito, Carlo Parlanti. [Giustizia ingiusta. Il paradosso.] che si occupa nel dettaglio di questa allucinante vicenda, ed una petizione per fare chiarezza su una storia complicata, come si diceva all’inizio, difficile da seguire, con un sacco di date e di luoghi da ricordare; e di cui ci si sta dimenticando un po’ troppo rapidamente.

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