Copio dal sito del Correre della sera.
Bossi: «Per il fucile c'è sempre prima volta» Il leader della Lega Nord interviene ad un comizio in provincia di Bergamo: «A Roma pensano che quelli del nord siano un po' pirla»
CÀ SAN MARCO (Bergamo) - «Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c'è sempre una prima volta». Così ha detto Umberto Bossi, riferendosi al governo, mentre arringava i fedelissimi della Lega Nord a Cà San Marco, durante la manifestazione con cui si è avviata la raccolta di firme sulla protesta fiscale. Toni duri, assai lontani dagli ammorbidimenti nelle posizioni che erano emersi nelle parole che lo stesso Senatùr aveva pronunciato sabato, quando aveva derubricato l'iniziativa leghista da «sciopero fiscale» a semplice «protesta».
RUBINETTI CHIUSI - «A Roma - ha detto il capo del Carroccio - pensano: "Al nord sono un po' pirla. Parlano ma poi pagano, quindi non diamogli niente"». Però secondo il leader della Lega «se la Lombardia potesse chiudere i rubinetti, l'Italia morirebbe in cinque giorni, perchè l'Italia vive con i soldi della Lombardia». Per questo motivo, secondo Bossi, la protesta fiscale «è una cosa pericolosa per i romanofili e per tutta la banda di chi vive e non paga le tasse». «Finora - ha chiosato - gli è andata bene. Allo stato italiano interessano solo i nostri soldi».
«CAVOUR E GARIBALDI» - Bossi ha poi spiegato che in tutto il mondo «le rivolte fiscali hanno portato alla nascita degli Stati moderni». Poi ha fatto citazioni storiche dicendo che la gente del Nord ha creduto «stupidamente ai Cavour e ai Garibaldi, tutti stronzi. Siamo qui - ha sottolineato - per far nascere quello Stato che doveva nascere con un patto tra Venezia e la classe politica milanese. Oggi tocca a noi fare la Padania che non fu fatta allora. Il destino ci dà questa possibilità e bisogna andare fino in fondo. Noi non ce ne andremo fin quando avremo raggiunto i nostri Parlamenti la nostra libertà, non prima».
I PRECEDENTI - Non è la prima volta che Bossi ricorre a metafore «armate» durante i suoi interventi di fronte al popolo padano. In passato aveva già avuto modo di parlare di «300 mila uomini armati pronti a marciare su Roma» e di proiettili per i giudici «che dalle nostre parti costano solo 300 lire». E nel 2003, da ministro del governo Berlusconi, aveva criticato il suo collega Pisanu per la gestione del problema degli sbarchi di clandestini dicendo di voler «sentire il rombo dei cannoni», ovvero gli abbattimenti forzati delle imbarcazioni con cui gli immigrati giungono sulle coste italiane.
26 agosto 2007
Ma dico siamo impazziti?E questo sarebbe un politico????
Scusate,posso capire che il nord (non solo la lombardia) ovviamente porta piu' entrate allo Stato,è così fin dall'unificazione d'Italia,ma Bossi cosa intende fare,lo stato unificato del Nord?Non pagare le tasse è incostituzionale,inoltre attualmente non ci sono gli estremi per uno sciopero fiscale.Si può,anzi si deve adottare una politica fiscale piu' sevra,lotta all'evasione,taglio della spesa ecc.ecc..Inoltere il paragone con Cavour è del tutto fuori luogo,lui una volta unificata l'italia mandò l'esercito a riscuotere le tasse al sud,da cui poi prese piede la famosa questione meridionale che a mio avviso non sembra molto risolta,anche oggi al alcune zone del meridione c'è una certa avversione verso lo Stato.Inoltre lo scopo di Bossi è solo far cadere il governo,perchè quando era lui al governo ha fatto qualcosa di tutto quello che oggi grida a gran voce?Mi ricollego all'editoriale del corriere di oggi:
L'umiliazione dei cervelli di Angelo Panebianco
In politica contano sia la qualità dei leader che la natura delle istituzioni. Le «imprese» del Presidente Sarkozy che tanto ammirato stupore suscitano in Italia dipendono certamente dalle sue qualità personali ma anche dalle caratteristiche delle istituzioni politiche francesi. Questa nostra generale ammirazione è sospetta. Perché, ad esempio, Sarkozy si può permettere di nominare una Commissione con il compito di fare proposte per rilanciare lo sviluppo economico francese chiamandovi a farne parte anche personalità come Mario Monti e Franco Bassanini? E, soprattutto, perché ci sono ragionevoli probabilità che quella Commissione non butti via il suo tempo? Ciò può accadere perché le istituzioni politiche francesi sono centralizzate al massimo grado, perché il Presidente francese è (quasi) tutto e tutto il resto è (quasi) niente. Perché, in Francia, un Parlamento con una maggioranza politicamente omogenea al Presidente conta meno di zero. Perché Sarkozy può dire l'Etat c'est moi. Perché, quando decide, deve «mediare » quasi solo con se stesso. Il sospetto per tanta ammirazione da parte degli italiani nasce dal fatto che tutte le volte che da noi si è tentato, non certo di concentrare il potere istituzionale a livelli francesi, ma solo, più modestamente, di rafforzare un poco i poteri dell'esecutivo e di ridurre (un poco) quelli del Parlamento, anche molti di coloro che oggi ammirano il decisionismo di Sarkozy si sono stracciati le vesti chiamando le folle a raccolta a difesa della «centralità del Parlamento», gridando al «fascismo», alla «Costituzione tradita», alla «Resistenza oltraggiata », e continuando così ad alimentare quel fiume di bolsa retorica che un giorno potrebbe uccidere, soffocandola, la nostra malmessa democrazia acefala e «indecisionista ».
Però, le istituzioni sono solo una parte, anche se importantissima, imprescindibile, della storia. Poi contano anche le culture politiche e la qualità dei leader. Non c'è solo, nella vicenda della Commissione Attali, una tradizione francese (l' Ena, le Grandi Scuole amministrative), che va indietro nel tempo ben al di là di De Gaulle, la quale dà un grande spazio al «sapere tecnico» nelle decisioni politiche. C'è anche il fatto che Sarkozy sa che il successo della sua presidenza si giocherà sulla sua capacità di rilanciare lo sviluppo e ha necessità di vedere presto affluire sul suo tavolo proposte tecnicamente all'altezza. Oltre che per le istituzioni, siamo attualmente diversi dai francesi anche per la qualità dei leader. I nostri preferiscono l'improvvisazione e l'improvvisazione si porta sempre dietro una scia di errori, approssimazioni, pasticci «tecnici». Si noti che il problema riguarda assai più il centrodestra che il centrosinistra. Quest'ultimo non ha infatti mai promesso ai suoi elettori vere rivoluzioni ma solo la continuazione, tramite alte tasse e alta spesa pubblica, delle politiche ridistributive di sempre. Lo ha fatto male, disgustando anche molti suoi elettori, ma questo è un altro discorso.
E' il centrodestra, invece, quello che ha sempre promesso sfracelli, «rivoluzioni». Come mai siamo quasi tutti convinti che se Berlusconi tornerà al governo, non riuscirà a fare (esattamente come l'altra volta) nessuna «rivoluzione liberale »? Una volta concesso che le istituzioni italiane sono diverse da quelle francesi e che qui da noi la decisione politica necessita di mille mediazioni, resta anche il fatto che le politiche davvero innovative non si improvvisano. Le politiche innovative necessitano di seria preparazione. Altrimenti si fa come si fece con la riforma Castelli, la riforma dell'ordinamento giudiziario del centrodestra: un brutto progetto malconcepito e malscritto anche a detta di coloro che non apprezzano l'attuale configurazione di quell'ordinamento. In Italia, per esempio, non dico una rivoluzione liberale ma anche solo una modesta spinta in quella direzione, richiederebbe una drastica contrazione della spesa pubblica (senza la quale anche la promessa di bassa tassazione rimane irrealizzabile). Ma tagliare davvero la spesa pubblica è difficilissimo. Necessita di progetti tecnicamente complessi abbinati alla capacità politica di imporli contro tutte le resistenze. Dove sono allora gli staff di esperti al lavoro per dare al centrodestra una proposta credibile di riduzione della spesa pubblica con cui fare la campagna elettorale e andare al governo? Non credo di sbagliarmi se sospetto che, inventiva e intelligenza personali di Giulio Tremonti a parte, ci siano, nel centrodestra, ben pochi cervelli attualmente al lavoro su questi temi. In un precedente articolo ( Corriere della Sera del 7 agosto), constatato che l'Italia, anche dopo cinque anni di governo Berlusconi, era rimasta il fanalino di coda fra le democrazie occidentali quanto a libertà economiche, ho chiesto ai leader del centrodestra di spiegarci cosa intendano fare, una volta tornati al governo, per portare l'Italia ai piani alti della classifica. Non hanno risposto. Forse perché non ne hanno la più pallida idea.
27 agosto 2007
Penso che indipendentemente dallo scieramento l'Italia abbia bisogno di cervelli,non di istigatori di folla come Bossi,che parlano parlano ma alla fine non fanno nulla che giovi veramenteall'Italia.
Voi cosa ne pensate?
Bossi: «Per il fucile c'è sempre prima volta» Il leader della Lega Nord interviene ad un comizio in provincia di Bergamo: «A Roma pensano che quelli del nord siano un po' pirla»
CÀ SAN MARCO (Bergamo) - «Finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c'è sempre una prima volta». Così ha detto Umberto Bossi, riferendosi al governo, mentre arringava i fedelissimi della Lega Nord a Cà San Marco, durante la manifestazione con cui si è avviata la raccolta di firme sulla protesta fiscale. Toni duri, assai lontani dagli ammorbidimenti nelle posizioni che erano emersi nelle parole che lo stesso Senatùr aveva pronunciato sabato, quando aveva derubricato l'iniziativa leghista da «sciopero fiscale» a semplice «protesta».
RUBINETTI CHIUSI - «A Roma - ha detto il capo del Carroccio - pensano: "Al nord sono un po' pirla. Parlano ma poi pagano, quindi non diamogli niente"». Però secondo il leader della Lega «se la Lombardia potesse chiudere i rubinetti, l'Italia morirebbe in cinque giorni, perchè l'Italia vive con i soldi della Lombardia». Per questo motivo, secondo Bossi, la protesta fiscale «è una cosa pericolosa per i romanofili e per tutta la banda di chi vive e non paga le tasse». «Finora - ha chiosato - gli è andata bene. Allo stato italiano interessano solo i nostri soldi».
«CAVOUR E GARIBALDI» - Bossi ha poi spiegato che in tutto il mondo «le rivolte fiscali hanno portato alla nascita degli Stati moderni». Poi ha fatto citazioni storiche dicendo che la gente del Nord ha creduto «stupidamente ai Cavour e ai Garibaldi, tutti stronzi. Siamo qui - ha sottolineato - per far nascere quello Stato che doveva nascere con un patto tra Venezia e la classe politica milanese. Oggi tocca a noi fare la Padania che non fu fatta allora. Il destino ci dà questa possibilità e bisogna andare fino in fondo. Noi non ce ne andremo fin quando avremo raggiunto i nostri Parlamenti la nostra libertà, non prima».
I PRECEDENTI - Non è la prima volta che Bossi ricorre a metafore «armate» durante i suoi interventi di fronte al popolo padano. In passato aveva già avuto modo di parlare di «300 mila uomini armati pronti a marciare su Roma» e di proiettili per i giudici «che dalle nostre parti costano solo 300 lire». E nel 2003, da ministro del governo Berlusconi, aveva criticato il suo collega Pisanu per la gestione del problema degli sbarchi di clandestini dicendo di voler «sentire il rombo dei cannoni», ovvero gli abbattimenti forzati delle imbarcazioni con cui gli immigrati giungono sulle coste italiane.
26 agosto 2007
Ma dico siamo impazziti?E questo sarebbe un politico????
Scusate,posso capire che il nord (non solo la lombardia) ovviamente porta piu' entrate allo Stato,è così fin dall'unificazione d'Italia,ma Bossi cosa intende fare,lo stato unificato del Nord?Non pagare le tasse è incostituzionale,inoltre attualmente non ci sono gli estremi per uno sciopero fiscale.Si può,anzi si deve adottare una politica fiscale piu' sevra,lotta all'evasione,taglio della spesa ecc.ecc..Inoltere il paragone con Cavour è del tutto fuori luogo,lui una volta unificata l'italia mandò l'esercito a riscuotere le tasse al sud,da cui poi prese piede la famosa questione meridionale che a mio avviso non sembra molto risolta,anche oggi al alcune zone del meridione c'è una certa avversione verso lo Stato.Inoltre lo scopo di Bossi è solo far cadere il governo,perchè quando era lui al governo ha fatto qualcosa di tutto quello che oggi grida a gran voce?Mi ricollego all'editoriale del corriere di oggi:
L'umiliazione dei cervelli di Angelo Panebianco
In politica contano sia la qualità dei leader che la natura delle istituzioni. Le «imprese» del Presidente Sarkozy che tanto ammirato stupore suscitano in Italia dipendono certamente dalle sue qualità personali ma anche dalle caratteristiche delle istituzioni politiche francesi. Questa nostra generale ammirazione è sospetta. Perché, ad esempio, Sarkozy si può permettere di nominare una Commissione con il compito di fare proposte per rilanciare lo sviluppo economico francese chiamandovi a farne parte anche personalità come Mario Monti e Franco Bassanini? E, soprattutto, perché ci sono ragionevoli probabilità che quella Commissione non butti via il suo tempo? Ciò può accadere perché le istituzioni politiche francesi sono centralizzate al massimo grado, perché il Presidente francese è (quasi) tutto e tutto il resto è (quasi) niente. Perché, in Francia, un Parlamento con una maggioranza politicamente omogenea al Presidente conta meno di zero. Perché Sarkozy può dire l'Etat c'est moi. Perché, quando decide, deve «mediare » quasi solo con se stesso. Il sospetto per tanta ammirazione da parte degli italiani nasce dal fatto che tutte le volte che da noi si è tentato, non certo di concentrare il potere istituzionale a livelli francesi, ma solo, più modestamente, di rafforzare un poco i poteri dell'esecutivo e di ridurre (un poco) quelli del Parlamento, anche molti di coloro che oggi ammirano il decisionismo di Sarkozy si sono stracciati le vesti chiamando le folle a raccolta a difesa della «centralità del Parlamento», gridando al «fascismo», alla «Costituzione tradita», alla «Resistenza oltraggiata », e continuando così ad alimentare quel fiume di bolsa retorica che un giorno potrebbe uccidere, soffocandola, la nostra malmessa democrazia acefala e «indecisionista ».
Però, le istituzioni sono solo una parte, anche se importantissima, imprescindibile, della storia. Poi contano anche le culture politiche e la qualità dei leader. Non c'è solo, nella vicenda della Commissione Attali, una tradizione francese (l' Ena, le Grandi Scuole amministrative), che va indietro nel tempo ben al di là di De Gaulle, la quale dà un grande spazio al «sapere tecnico» nelle decisioni politiche. C'è anche il fatto che Sarkozy sa che il successo della sua presidenza si giocherà sulla sua capacità di rilanciare lo sviluppo e ha necessità di vedere presto affluire sul suo tavolo proposte tecnicamente all'altezza. Oltre che per le istituzioni, siamo attualmente diversi dai francesi anche per la qualità dei leader. I nostri preferiscono l'improvvisazione e l'improvvisazione si porta sempre dietro una scia di errori, approssimazioni, pasticci «tecnici». Si noti che il problema riguarda assai più il centrodestra che il centrosinistra. Quest'ultimo non ha infatti mai promesso ai suoi elettori vere rivoluzioni ma solo la continuazione, tramite alte tasse e alta spesa pubblica, delle politiche ridistributive di sempre. Lo ha fatto male, disgustando anche molti suoi elettori, ma questo è un altro discorso.
E' il centrodestra, invece, quello che ha sempre promesso sfracelli, «rivoluzioni». Come mai siamo quasi tutti convinti che se Berlusconi tornerà al governo, non riuscirà a fare (esattamente come l'altra volta) nessuna «rivoluzione liberale »? Una volta concesso che le istituzioni italiane sono diverse da quelle francesi e che qui da noi la decisione politica necessita di mille mediazioni, resta anche il fatto che le politiche davvero innovative non si improvvisano. Le politiche innovative necessitano di seria preparazione. Altrimenti si fa come si fece con la riforma Castelli, la riforma dell'ordinamento giudiziario del centrodestra: un brutto progetto malconcepito e malscritto anche a detta di coloro che non apprezzano l'attuale configurazione di quell'ordinamento. In Italia, per esempio, non dico una rivoluzione liberale ma anche solo una modesta spinta in quella direzione, richiederebbe una drastica contrazione della spesa pubblica (senza la quale anche la promessa di bassa tassazione rimane irrealizzabile). Ma tagliare davvero la spesa pubblica è difficilissimo. Necessita di progetti tecnicamente complessi abbinati alla capacità politica di imporli contro tutte le resistenze. Dove sono allora gli staff di esperti al lavoro per dare al centrodestra una proposta credibile di riduzione della spesa pubblica con cui fare la campagna elettorale e andare al governo? Non credo di sbagliarmi se sospetto che, inventiva e intelligenza personali di Giulio Tremonti a parte, ci siano, nel centrodestra, ben pochi cervelli attualmente al lavoro su questi temi. In un precedente articolo ( Corriere della Sera del 7 agosto), constatato che l'Italia, anche dopo cinque anni di governo Berlusconi, era rimasta il fanalino di coda fra le democrazie occidentali quanto a libertà economiche, ho chiesto ai leader del centrodestra di spiegarci cosa intendano fare, una volta tornati al governo, per portare l'Italia ai piani alti della classifica. Non hanno risposto. Forse perché non ne hanno la più pallida idea.
27 agosto 2007
Penso che indipendentemente dallo scieramento l'Italia abbia bisogno di cervelli,non di istigatori di folla come Bossi,che parlano parlano ma alla fine non fanno nulla che giovi veramenteall'Italia.
Voi cosa ne pensate?
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