Su la7 un paio di sere fa è andato in onda un documentario sulla repressione penale dell'omosessualità.
Si è parlato anche del "caso Braibanti", un famoso processo e caso giudiziario del quale mi ero dimenticato e che mi ha stimolato una serie di considerazioni.
Prima però i fatti.
Il 12 ottobre 1964 Ippolito Sanfratello presentò alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro Aldo Braibanti, accusandolo di plagio nei confronti del figlio, Giovanni Sanfratello.
Nell'esposto egli sosteneva che Braibanti, grazie al potere che esercitava sul figlio, aveva assoggettato quest'ultimo a sé sia sotto l'aspetto psichico sia dal punto di vista fisico, in quanto omosessuale.
Il procuratore della Repubblica aprì immediatamente l'istruttoria, che sarebbe durata per ben quattro anni, nonostante la legge del tempo imponesse, trascorsi quaranta giorni dall'apertura del fascicolo, il passaggio del procedimento al giudice istruttore.
Ben presto fu chiamato agli interrogatori, tra gli altri, pure Piercarlo Toscani, il quale affermò di essere anch'egli vittima di Braibanti, non lesinando al procuratore i particolari più intimi della sua passata relazione con quest'ultimo.
Il 5 dicembre 1967 Aldo Braibanti fu arrestato e rinchiuso a Regina Cœli per aver sottoposto "Toscani Piercarlo e Sanfratello Giovanni al proprio potere in modo da ridurli in totale stato di soggezione", secondo l'articolo 603 del Codice penale (reato di plagio).
Qualche mese dopo, dal 12 giugno al 13 luglio 1968 si svolse, alla Corte d'Assise di Roma, il processo, che vide Ippolito Sanfratello e Piercarlo Toscani costituirsi parti civili.
A difesa di Braibanti testimoniarono, tra gli altri, Sylvano Bussotti, Marco e Piergiorgio Bellocchio.
Nel processo Braibanti fu indicato di volta in volta come un fallito, un frustrato, un buono a nulla, un essere diabolico, un corruttore di giovani anime innocenti; non solo si utilizzò la sua produzione artistica, filosofica o poetica (e financo i suoi interessi scientifici) per farne oggetto di disprezzo o per trovarvi i segni della volontà di plagiare; non solo si reinterpretarono banali fatti della vita quotidiana e di relazione fra le persone in chiave ossessiva; ma si utilizzò tutto il campionario di stereotipi e di pregiudizi antiomosessuali disponibili, per portare sul banco degli imputati, oltre al "cattivo maestro", anche l'omosessuale Braibanti.
Nonostante la difesa che Giovanni Sanfratello fece dell'imputato (indicata anzi dall'accusa come una delle prove dell'avvenuto plagio), la Corte condannò Braibanti a nove anni di prigione meno due per meriti resistenziali.
Il successivo appello, più di un anno dopo, confermò l'impianto della sentenza, riducendo però la pena a quattro anni meno due.
Nel 1971 una sentenza della Corte di Cassazione confermò il giudizio d’appello.
L'articolo 603 del Codice Penale fu eliminato definitivamente dal nostro ordinamento con una sentenza della Corte Costituzionale nel 1981.
Scusate la prolissità ma circa 40 anni fa (non 400) la nostra Repubblica condannava un uomo al carcere per le sue abitudini sessuali, senza che legalmente l'omosessualità fosse ufficialmente considerata un reato.
Sono passati quasi 40 anni da un simile obbrobrio ma adesso a che punto siamo?
Davvero le abitudini sessuali delle persone non influiscono sulla valutazione dei loro comportamenti che possono avere una rilevanza legale?
Se noi italiani fino a pochi decenni orsono mandavamo in galera gli omosessuali, come facciamo ora a farci paladini delle iniziative contro la persecuzione giudiziaria dell'omosessualità da parte dei regimi integralisti islamici?
Bastano 40 anni per cambiare davvero la cultura d'un popolo e delle sue istituzioni?
Vi ringrazio già ora della pazienza che avrete leggendo questa lunga introduzione.
Si è parlato anche del "caso Braibanti", un famoso processo e caso giudiziario del quale mi ero dimenticato e che mi ha stimolato una serie di considerazioni.
Prima però i fatti.
Il 12 ottobre 1964 Ippolito Sanfratello presentò alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro Aldo Braibanti, accusandolo di plagio nei confronti del figlio, Giovanni Sanfratello.
Nell'esposto egli sosteneva che Braibanti, grazie al potere che esercitava sul figlio, aveva assoggettato quest'ultimo a sé sia sotto l'aspetto psichico sia dal punto di vista fisico, in quanto omosessuale.
Il procuratore della Repubblica aprì immediatamente l'istruttoria, che sarebbe durata per ben quattro anni, nonostante la legge del tempo imponesse, trascorsi quaranta giorni dall'apertura del fascicolo, il passaggio del procedimento al giudice istruttore.
Ben presto fu chiamato agli interrogatori, tra gli altri, pure Piercarlo Toscani, il quale affermò di essere anch'egli vittima di Braibanti, non lesinando al procuratore i particolari più intimi della sua passata relazione con quest'ultimo.
Il 5 dicembre 1967 Aldo Braibanti fu arrestato e rinchiuso a Regina Cœli per aver sottoposto "Toscani Piercarlo e Sanfratello Giovanni al proprio potere in modo da ridurli in totale stato di soggezione", secondo l'articolo 603 del Codice penale (reato di plagio).
Qualche mese dopo, dal 12 giugno al 13 luglio 1968 si svolse, alla Corte d'Assise di Roma, il processo, che vide Ippolito Sanfratello e Piercarlo Toscani costituirsi parti civili.
A difesa di Braibanti testimoniarono, tra gli altri, Sylvano Bussotti, Marco e Piergiorgio Bellocchio.
Nel processo Braibanti fu indicato di volta in volta come un fallito, un frustrato, un buono a nulla, un essere diabolico, un corruttore di giovani anime innocenti; non solo si utilizzò la sua produzione artistica, filosofica o poetica (e financo i suoi interessi scientifici) per farne oggetto di disprezzo o per trovarvi i segni della volontà di plagiare; non solo si reinterpretarono banali fatti della vita quotidiana e di relazione fra le persone in chiave ossessiva; ma si utilizzò tutto il campionario di stereotipi e di pregiudizi antiomosessuali disponibili, per portare sul banco degli imputati, oltre al "cattivo maestro", anche l'omosessuale Braibanti.
Nonostante la difesa che Giovanni Sanfratello fece dell'imputato (indicata anzi dall'accusa come una delle prove dell'avvenuto plagio), la Corte condannò Braibanti a nove anni di prigione meno due per meriti resistenziali.
Il successivo appello, più di un anno dopo, confermò l'impianto della sentenza, riducendo però la pena a quattro anni meno due.
Nel 1971 una sentenza della Corte di Cassazione confermò il giudizio d’appello.
L'articolo 603 del Codice Penale fu eliminato definitivamente dal nostro ordinamento con una sentenza della Corte Costituzionale nel 1981.
Scusate la prolissità ma circa 40 anni fa (non 400) la nostra Repubblica condannava un uomo al carcere per le sue abitudini sessuali, senza che legalmente l'omosessualità fosse ufficialmente considerata un reato.
Sono passati quasi 40 anni da un simile obbrobrio ma adesso a che punto siamo?
Davvero le abitudini sessuali delle persone non influiscono sulla valutazione dei loro comportamenti che possono avere una rilevanza legale?
Se noi italiani fino a pochi decenni orsono mandavamo in galera gli omosessuali, come facciamo ora a farci paladini delle iniziative contro la persecuzione giudiziaria dell'omosessualità da parte dei regimi integralisti islamici?
Bastano 40 anni per cambiare davvero la cultura d'un popolo e delle sue istituzioni?
Vi ringrazio già ora della pazienza che avrete leggendo questa lunga introduzione.


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