TORCIA n. 1
Praga, in piazza San Venceslao la sera del 16 gennaio 1969 il giovane Jàn Pàlach si diede fuoco versandosi addosso della benzina: un estremo atto di protesta contro l'invasione sovietica nella capitale cecoslovacca.
Non sono molte le parole da spendere per un sacrificio che parla da sé, parliamo di un semplice ragazzo che decise di testimoniare sulla propria pelle, a costo della propria vita, i principi in cui credeva e la necessità di riscattare il suo popolo, la sua patria.
Forse avvicinarsi ad una storia del genere può spaventare, metterci finanche in imbarazzo, ci si pone (voglio sperare!) subito la domanda “ ed io, l'avrei fatto? “. Oggi, vittime mediatiche dei tragici eventi del terrorismo internazionale, riteniamo quasi barbarico un gesto come il suicidio, ma fino a qualche anno fa affianco a questa, c'era una morale diversa, eroica, religiosa. In effetti, crudele era coinvolgere altri nel sacrificio ma eleggersi martire per un ideale era segno d'onore e fedeltà. Strano pensare che quel ragazzo di 30 anni fa è più vicino ai romani di 2 mila anni prima che a noi. La storia pare essere cambiata più in 30 che in tremila anni.
Forse se tra i “magici anni sessanta” non si fosse volutamente cancellata (così come è stato fatto) la memoria di Jàn le cose sarebbero state diverse, se si fosse ricordato l'unico sessantottino che pagò amaramente la sua contestazione di fronte ai carri armati sovietici.
Verrebbe naturale paragonare ancora una volta quel genere di contestazione, quel gesto d'amore per la patria ferita e la liberta calpestata, con il lassismo della nostra generazione e riscontrare ancora una volta il paradosso per il quale c'era più pienezza di vita in quei vent'anni spezzati e non in una passata senza sporcarsi le mani. Questo però, è un concetto che chissà quanti di voi avranno già sentito e sul quale noi stessi abbiamo già detto tanto nei nostri precedenti articoli. Stavolta voglio avvicinarmi in modo diverso ad un eroe come Jan Palach, ma pur sempre un ragazzo.
Bisogna avvicinarsi a questi gloriosi martiri con serenità, uno straordinario spettacolo su Sergio Ramelli ( militante di destra ucciso a 18 anni dalle BR) lo spiega bene. La prima impressione che si ha nel conoscere queste storie è di orrore che ci offende e stupisce, si tenta così di rimuovere queste vicende, negarle. Ma perché tutto questo, dopo tanti anni, perché queste persone ci fanno ancora paura? Le idee fanno paura a questa società, ma ancora più paura può far la fedeltà…
Quando ognuno di noi vorrà riacquisire la propria dignità, riscoprendo che essere onesti e coerenti è un dovere, allora potranno reggere lo sguardo, fissare negli occhi tutti coloro morti per un ideale.
Jàn fa paura cosi come solo la purezza e la semplicità fanno paura; mentre bruciava nella piazza, si preoccupava che non bruciasse con lui anche il suo messaggio. Era scritto su un quaderno scolastico a righe e diceva: “ Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la causa. Poiché ho avuto l' onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera…” Firmato: la torcia n. 1.
fonte: www.nucleoulisse.it
Praga, in piazza San Venceslao la sera del 16 gennaio 1969 il giovane Jàn Pàlach si diede fuoco versandosi addosso della benzina: un estremo atto di protesta contro l'invasione sovietica nella capitale cecoslovacca.
Non sono molte le parole da spendere per un sacrificio che parla da sé, parliamo di un semplice ragazzo che decise di testimoniare sulla propria pelle, a costo della propria vita, i principi in cui credeva e la necessità di riscattare il suo popolo, la sua patria.
Forse avvicinarsi ad una storia del genere può spaventare, metterci finanche in imbarazzo, ci si pone (voglio sperare!) subito la domanda “ ed io, l'avrei fatto? “. Oggi, vittime mediatiche dei tragici eventi del terrorismo internazionale, riteniamo quasi barbarico un gesto come il suicidio, ma fino a qualche anno fa affianco a questa, c'era una morale diversa, eroica, religiosa. In effetti, crudele era coinvolgere altri nel sacrificio ma eleggersi martire per un ideale era segno d'onore e fedeltà. Strano pensare che quel ragazzo di 30 anni fa è più vicino ai romani di 2 mila anni prima che a noi. La storia pare essere cambiata più in 30 che in tremila anni.
Forse se tra i “magici anni sessanta” non si fosse volutamente cancellata (così come è stato fatto) la memoria di Jàn le cose sarebbero state diverse, se si fosse ricordato l'unico sessantottino che pagò amaramente la sua contestazione di fronte ai carri armati sovietici.
Verrebbe naturale paragonare ancora una volta quel genere di contestazione, quel gesto d'amore per la patria ferita e la liberta calpestata, con il lassismo della nostra generazione e riscontrare ancora una volta il paradosso per il quale c'era più pienezza di vita in quei vent'anni spezzati e non in una passata senza sporcarsi le mani. Questo però, è un concetto che chissà quanti di voi avranno già sentito e sul quale noi stessi abbiamo già detto tanto nei nostri precedenti articoli. Stavolta voglio avvicinarmi in modo diverso ad un eroe come Jan Palach, ma pur sempre un ragazzo.
Bisogna avvicinarsi a questi gloriosi martiri con serenità, uno straordinario spettacolo su Sergio Ramelli ( militante di destra ucciso a 18 anni dalle BR) lo spiega bene. La prima impressione che si ha nel conoscere queste storie è di orrore che ci offende e stupisce, si tenta così di rimuovere queste vicende, negarle. Ma perché tutto questo, dopo tanti anni, perché queste persone ci fanno ancora paura? Le idee fanno paura a questa società, ma ancora più paura può far la fedeltà…
Quando ognuno di noi vorrà riacquisire la propria dignità, riscoprendo che essere onesti e coerenti è un dovere, allora potranno reggere lo sguardo, fissare negli occhi tutti coloro morti per un ideale.
Jàn fa paura cosi come solo la purezza e la semplicità fanno paura; mentre bruciava nella piazza, si preoccupava che non bruciasse con lui anche il suo messaggio. Era scritto su un quaderno scolastico a righe e diceva: “ Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la causa. Poiché ho avuto l' onore di estrarre il numero uno, è mio diritto scrivere la prima lettera…” Firmato: la torcia n. 1.
fonte: www.nucleoulisse.it

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