Conte esiste gi
Russia vs Georgia
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EDITOriginariamente Scritto da Bia Visualizza MessaggioCredo stesse ironizzando.
Credo eh...
Chiaramente Vladi non reagirà, per paura che Silvio gli neghi la sua amicizia e non lo inviti più a Villa Certosa.Originariamente Scritto da spleen Visualizza MessaggioGià,ostenta quest'amicizia con i due criminali e mentre si autoproclama spartiacque..Ma nel caso in cui gli USA dichiarassero guerra alla Russia,l'Italia è obbligata a prestare aiuto agli Stati Uniti,se non erro.. E la Russia come reagirà?..
PS: Nella sfiga totale di non avere risorse energetiche sul territorio nazionale, il lato positivo è che dovremmo essere relativamente al sicuro, con un po' di fortuna non vedremo mai divisioni di T-80 in sosta a Piazza S. Pietro. Certo nella tua ipotesi di nuova guerra mondiale, la nostra pessima abitudine di tenere in caldo testate statunitensi potrebbe non essere comunque salutare, all'occupazione potrebbe sostituirsi il lancio di qualche confetto da 450 kt (magari made in China).Last edited by Boyakki; 12-08-2008, 21:14.[I]Sono tanto semplici gli uomini, e tanto ubbidiscono alle necessit
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Originariamente Scritto da Bia Visualizza MessaggioCredo stesse ironizzando.
Credo eh...
Azzz...finalmente qualcuno se ne accorge....
Ma che siete tutti appuntati con gli spilli?
Questa è una valida motivazione...Chiaramente Vladi non reagirà, per paura che Silvio gli neghi la sua amicizia e non lo inviti più a Villa Certosa.
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Laddove non è arrivato il buonsenso è riuscita la dipolmazia. Il piano Ue presentato dal presidente francese Nicolas Sarkozy (presidente di turno dell'Unione) ha ricevuto in nottata anche il sì della Georgia, dopo quello già incassato martedì da parte del presidente russo Medved. Il Capo dello Stato georgiano Mikhail Saakashvili ha dunque accettato una versione modificata del piano per la fine delle ostilità tra Georgia e Russia, come annunciato dallo stesso presidente francese da Tbilisi spiegando che Mosca è stata informata delle modifiche e che il presidente Dmitry Medvedev ha accettato:
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Intanto il nostro governo come al solito da del suo meglio.
Mentre"Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me". Giacomo Matteotti al termine del suo discorso alla Camera il 30 maggio 1924
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Che cara.Originariamente Scritto da spleen Visualizza Messaggioperchè hai editato? ero entrata tutta felice in questo thread per leggere il tuo post..Last edited by Gloucester; 13-08-2008, 15:01.
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Come avevo precisato, scrissi il seguente commento un anno fa (il documento Word data 25 Agosto 2007) e rappresenta una buona anticipazione di quel che è successo nel corso degli ultimi giorni.
Non mi dilungherò su di un'analisi geopolitica dell'attuale situazione degli assetti interni e delle relazioni estere della Federazione Russa, soffermandomi piuttosto su quelle aree che appaiono già oggi possibili punti di contatto e di scontro fra le zone d'influenza e gli interessi delle rispettive potenze: in tale ambito risaltano infatti alcuni dati tutto sommato evidenti. L'attuale linea politica inaugurata da Putin si può riassumere a grandi linee alla luce della volontà di ridare visibilità internazionale alla Russia accreditandola come terzo attore nel confronto fra USA e le potenze emergenti di Cina ed India; facendone, nel contempo, un interlocutore forte nei rapporti bilaterali con l'Europa. Cercherò in seguito di chiarire in che modo il rinnovato peso militare della Russia possa influire sui rapporti fra Mosca e le capitali europee. Per il momento mi limito a rilevare che rispolverare il comparto militare della nazione costituisce un impegno prioritario della nuova stagione di politica di potenza inaugurata dalla Russia. Essa è tesa a due fondamentali obiettivi:
- rafforzare militarmente il potere centrale di Mosca, contrapponendo un nodoso bastone alle tendenze centrifughe che ancora animano la Federazione russa soprattutto nelle sue regioni periferiche e persuadendo i residui movimenti indipendentisti a recedere dai propri intenti;
- difendere la sua tradizionale sfera di influenza: quella che gli americani chiamerebbero "backyard" e farebbero coincidere con l'area caraibica e centro-sudamericana. Ovvero, nel caso della Russia, regione del Caucaso, del Caspio, altopiano Kazako, confine meridionale siberiano e Transbajkalia;
Come risalta chiaramente, in questa fase la rinnovata politica militare russa si estrinseca in una funzione di deterrenza; la si potrebbe chiamare politica delle "porte chiuse". La Russia intende cioè dimostrare la volontà e la capacità di chiudere i varchi geopolitici che con il crollo dell'URSS si erano aperti alle altre potenze verso le ricche e sfruttabili regioni caucasiche e caspiche: tutti territori che la Russia considera di sua esclusiva pertinenza. Le prime tre regioni citate sono teatri di possibili attriti geopolitici in quanto ospitanti repubbliche ex-sovietiche la cui definitiva autonomizzazione (con il conseguente allontanamento dall'area di influenza russa) Mosca intende ad ogni costo prevenire: in termini semplici, l'ex periferia imperiale non può in alcun caso subire ulteriori scollamenti rispetto alla frammentazione cui è già andata incontro nel corso dei 17 anni trascorsi. Le ultime due regioni menzionate, invece, risultano strategicamente sensibili perchè a contatto con il problematico confine cinese. Riaffacciarsi come potenza militare in grado di tutelare i propri interessi mediante l'adozione di una strategia di deterrenza (nella più ampia accezione de termine) comporta due risultati:
- uno a breve termine, rappresentato dalla tutela dei residui interessi russi oltre frontiera. In questo caso va inquadrata la guerra in Cecenia e le crescenti interferenze russe in Georgia finalizzate a stabilire il destino dell'indipendentista Ossezia Meridionale: provincia autonoma della Georgia, questa, che che Mosca vorrebbe riunire all'Ossezia Settentrionale, già repubblica federale, consolidando pertanto la propria posizione in un corridio strategico ed energetico fondamentale come quello esistente fra il Mar Nero ed il Caspio;
- uno a lungo termine, dipendente strettamente dal successo del primo e condizionato da una serie di variabili. Se e quando la Russia dimostrerà di saper tutelare i propri interessi immediati, se e quando il potenziale di deterrenza delle forze armate russe tornerà ad evolversi in capacità di risposta e di proiezione offensiva, allora Mosca potrebbe anche porsi l'ambizioso obiettivo di ricostituire l'ex periferia imperiale mantenuta in pugno dall'Impero zarista e successivamente dall'URSS. Alcuni indizi di velleità orientate in tal senso, o comunque di azioni di pressing politico-militare conformi ad una linea di condotta più aggressiva ed ambiziosa, sono rintracciabili già oggi;
Prendiamo in considerazione il Caucaso, la regione del Caspio ed il corridoio Transcaucasico:
La mano libera concessa dall'Occidente alla Russia in merito alla questione cecena, prima ancora della massiccia distrazione di attenzione e forze provocata dalle due guerre in Afghanistan ed Iraq, ha radici più lontane e risalenti al primo intervento russo del 1991, sotto Yeltsin. La Cecenia, in quanto ex repubblica federale ribelle, era considerata una questione interna di esclusiva competenza russa; e l'allora collasso economico, politico e morale in cui versava la Russia post-sovietica rendeva plausibile l'ipotesi che i russi finissero nel pantano ceceno senza riuscire a tirarsene fuori: previsione sostanzialmente avveratasi con il cessate il fuoco del 1996. La possibile (e problematicamente dimostrabile) collusione fra indipendentismo ceceno e terrorismo islamico costituisce un teorema successivo e finalizzato a giustificare la seconda invasione del 1999 alla luce del leitmotiv del momento della politica estera statunitense. La questione cecena è ancora lontana dall'essere conclusa, ma credo siano stati i crescenti successi russi nell'assicurarsi il controllo di almeno una parte della regione a spingere in particolar modo gli USA a cambiare rotta in merito alla contro-politica da adottare nel Caucaso. In una partita per il controllo delle principali fonti energetiche mondiali il possesso del corridoio caucasico è di vitale importanza: il possesso della Cecenia e dell'Inguscezia costituisce la chiave d'accesso alla Georgia. Al contrario, la nascita di una Cecenia indipendente comprometterebbe in modo significativo gli sforzi russi diretti verso il settore meridionale della regione caucasica. Appena 192 km dividono Grozny da Tblisi, con in mezzo il solo ostacolo rappresentato dalla catena dei Monti Kavkaz. E la capitale georgiana è posta al centro di una fascia relativamente pianeggiante che taglia in due la regione caucasica dividendola fra Caucaso a nord e Piccolo Caucaso a sud: si tratta della Transcaucasia, che corre dal porto di Batumi sul Mar Nero ai pozzi petroliferi di Baku sul Caspio. Batumi è situata ad ovest del confine georgiano e guardacaso è anche il terminal dell'oleodotto di Baku, che solca tutta la Transcaucasia attraversando la Georgia e si conclude sulle coste del Mar Nero; da dove il greggio sarà successivamente trasportato in Occidente via mare, attraverso la porta del Bosforo.
Ampliando il discorso dalla gepolitica alla sfera della pianificazione militare, uno dei principali passaggi per il superamento degli Alti Kavkaz verso il cuore della Georgia è rappresentato dal passo di Darial, scavato fra le rocce dal fiume Terek: questi nasce dalle montagne georgiane per poi gettarsi nel Caspio. Discendendo il corso del fiume (ovvero procedendo verso nord-nordest) dalla zona del valico per appena 32 km incontriamo la città di Vladikavkaz, capitale della già ampiamente citata Repubblica dell'Ossezia del Nord: terza città per ordine di importanza della repubblica nord-ossetica è Beslan, balzata agli onori della cronaca per il tristemente famoso sequestro. Vale la pena ricordare che la crisi di Beslan ha rappresentato un'occasione colta da Putin per varare una serie di riforme e provvedimenti nominalmente tesi a rafforzare la sicurezza dello Stato. Fra questi provvedimenti spicca la decisione del Presidente di avocare a sé la nomina dei governatori degli oblast, ovvero delle regioni della Federazione Russa non appartenenti ad alcuna repubblica federale ma direttamente dipendenti dal governo centrale: tale nomina era precedentemente elettiva. Tornando alla questione ossetica occorre di seguito notare che il confine russo-georgiano cade esattamente nella zona del citato passo di Darial; a meridione si estende, non per mera casualità, l'indipendentista regione georgiana dell'Ossezia del Sud (oramai de facto repubblica autonoma) di cui Putin richiede a gran voce la riunificazione con l'Ossezia settentrionale russa. Un'eventualità del genere, su di un piano strategico, amputerebbe la Georgia di un'area di circa 3.900 kmq posta esattamente al centro del proprio confine settentrionale e concederebbe alla Russia pieno sfruttamento del passo di Darial, permettendo a Mosca di porre già saldamente un piede in territorio georgiano: oltre i Kavkaz e nel pieno della vitale Transcaucasia. Le ripercussioni sulla stabilità interna della repubblica georgiana, specie in concomitanza con un rafforzamento del dispositivo militare russo alle frontiere, sarebbero difficilmente calcolabili: la caduta in mano russa di questa fascia di territorio che schiude direttamente l'accesso al cuore della Georgia richiama molto da vicino l'annessione, avvenuta nel 1938, della regione dei Monti Sudeti.
Questa sinora descritta la possibile direttrice di penetrazione orientata verso Tblisi e Baku; occorre però ricordare che assieme all'Ossezia del Sud il governo russo caldeggia la secessione di un'altra regione settentrionale della Georgia, quella costituita dall'ormai de facto indipendente repubblica dell'Abkhazia. Essa fa ormai parte solo ufficialmente dello stato georgiano, avendo concluso quell'iter indipendentista che Tblisi vorrebbe invece stroncare nel caso della nascente repubblica ossetica e che è alla base delle attuali pesanti interferenze russe. Qualora l'Abkhazia decidesse di rendersi formalmente indipendente dalla Georgia è plausibile ritenere che il suo assorbimento da parte della Federazione russa costituirebbe soltanto una questione di tempo: ed una simile mossa non solo sottrarrebbe a Tblisi ulteriori 8.600 kmq di territorio, ma sposterebbe in avanti il confine russo portandolo a meno di 100 km dal porto di Batumi la cui importanza strategica è già stata ampiamente illustrata. Vale inoltre la pena rammentare che tale evento compenserebbe in parte lo smantellamento (da completarsi entro il 2008) della 12. Base militare russa un tempo ubicata nella città. In questi ultimi mesi si è fatto un gran parlare del crescente coinvolgimento statunitense nello scacchiere caucasico, soprattutto in seguito alle accuse lanciate da Mosca contro Washington riguardo alla compromissione dei vitali interessi nazionali russi nell'area a seguito dell'interferenza americana. Gli USA non sono certo animati da intenzioni disinteressate, ed è ovvio che guardino con estremo interesse alle opportunità di più ampio sfruttamento delle ricchissime risorse energetiche presenti sul territorio ed alla tutela di quelle linee di approvvigionamento che egualmente passano per l'area in esame. Ma non si può certo nascondere che tale coinvolgimento, via via crescente sotto il premierato fortemente filo-occidentale dell'ex presidente georgiano Eduard Shevardnadze (e peraltro riconducibile nella sua dimensione attivamente partecipativa a sviluppi relativamente recenti della politica estera di Washington), nascesse dalla preoccupazione georgiana di tutelare la propria indipendenza di fronte al nuovo corso politico inaugurato da Mosca nella Transcaucasia in seguito all'intervento militare in Cecenia, la cui portata strategica è già stata sottolineata.
Potenziamento militare e monopolio energetico sono aspetti strettamente interagenti della nuova politica putiniana: solo parzialmente innovativa perchè segna un'evidente rottura con il passato rappresentato dalla Russia di Yeltsin, estrinsecandosi nel contempo in una spinta espansiva nella Transcaucasia che costituisce tuttavia una costante della politica estera russa sin dalla seconda metà del XVIII secolo. Sono differenti semmai i presupposti, laddove politica di potenza tesa a riaffermare la preminenza russa nella propria sfera d'influenza e politica energetica tendono a coincidere: senonché la stessa politica energetica, nella misura in cui si valutino correttamente le fortissime ripercussioni internazionali determinate dalla fluttuazione della disponibilità e del costo dei combustibili, diviene inevitabilmente politica di potenza. L'espansione territoriale finalizzata all'acquisizione dei principali giacimenti di petrolio e gas naturale potrebbe avverarsi solamente qualora si disponesse alle spalle di uno strumento militare realmente efficiente: ovverosia capace tanto di vincere i conflitti convenzionali come quello ceceno, quanto sufficientemente potente da costituire un valido deterrente in grado di imbastire un'efficace politica della dissuasione nei confronti delle potenze estere decise ad interferire con i programmi di Mosca. Mentre una raggiunta condizione di monopolio riguardante una rilevante aliquota delle risorse energetiche mondiali, se associata ad un restaurato apparato militare, permetterebbe alla Russia di condizionare il mercato a propria discrezione; al riparo, pertanto, dalla minaccia di quelle ritorsioni internazionali che, pur contemplando l'azione militare come ultima ratio, hanno sempre avuto buon gioco della tradizionale debolezza politico-militare dei principali paesi produttori. Il tutto, per di più, finirebbe per coincidere con l'attuale grave perturbazione dello scacchiere mediorientale, con la conseguente (e presumibilmente perdurante) destabilizzazione di quello che era sino ad oggi considerato il principale bacino energetico dell'Occidente, cui va associata la recente nazionalizzazione delle risorse petrolifere di un importante paese esportatore come il Venezuela. A meno di una decisiva diversificazione delle fonti di approvvigionamento (verso cui, ad onor del vero, si stanno già muovendo i primi passi) per l'Europa, pertanto, i rapporti con la Russia costituirebbero una scelta obbligata; e come è già oggi possibile arguire sarebbe Mosca a dettare le condizioni di tali rapporti.
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Ah bè..questa non l'avevo letta.... uhmm..alto il livello in questo forum... Spleen, sarei proprio curioso di sapere se tali cose riesci a dirle anche di presenza, senza nasconderti dietro un monitor, a viver di stereotipi.Originariamente Scritto da spleen Visualizza MessaggioSbagli,lui è il classico sicilianuncolo mafiosetto e omertoso che vota Berluscaizer
Manco ti vedo... sogni d'oro e cresci un pochino.
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L'obiettivo, anche sufficientemente esplicito, di Mosca è sempre stato quello di determinare la definitiva secessione dell'Ossezia meridionale dalla Georgia e la sua riunificazione all'Ossezia settentrionale, già repubblica facente parte della Federazione russa e sottoposta a pesante russificazione, mediante misure come ad esempio la generosa concessione di passaporti russi ai suoi cittadini; in tal modo l'Ossezia nel suo complesso verrebbe a ricadere entro l'orbita russa, con le conseguenze strategiche cui ho fatto cenno. Non per nulla, quando Putin ha deciso di coordinare lo sforzo offensivo delle forze russe, lo ha fatto da Vladikavkaz, capitale dell'Ossezia del Nord e principale avamposto russo nel Caucaso ex sovietico. A ciò, come si è visto, si aggiungerebbe eventualmente anche la secessione dell'Abkhazia, altra repubblica formalmente indipendente da Tbilisi, retta da un regime filorusso, e di cui la Russia vorrebbe anche in questo caso determinare la definitiva secessione dalla Georgia. Qualora, come ampiamente prevedibile, queste due regioni dovessero finire per essere riassorbite dalla nuova Russia, potrebbero aprirsi una serie di differenti scenari, per la maggior parte comunque favorevoli a Mosca. Il primo riguarda la posizione di forza che i russi verrebbero ad acquisire con il possesso dell'intera Ossezia, e che già precedentemente ho puntualizzato: il parallelismo con la conquista dei Sudeti cecoslovacchi da parte del Reich non è infondata, dal momento che con l'acquisizione da parte russa di una salda posizione oltre gli Alti Kavkaz, in piena Transcaucasia, la Georgia vedrebbe vanificate gran parte delle sue speranze di esercitare una efficace difesa del proprio confine settentrionale. Esattamente come la Cecoslovacchia nel 1938; e come nel caso di quest'ultima è plausibile ritenere che, con le porte aperte ad un'invasione stavolta sì su larga scala, la Russia potrebbe procedere in un secondo momento ad una completa occupazione militare della Georgia approfittando del silenzio o della distrazione delle potenze occidentali.Originariamente Scritto da Xilinx23 Visualizza MessaggioGloucester, interessante la tua analisi.
Alla luce di quello che sta accadendo, dobbiamo quindi aspettarci che l'Ossezia sia riunita in un'unica federazione indipendente che verrà poi assorbita da Mosca?
Questo potrebbe mettere in seria crisi la Georgia, dando modo all'attuale opposizione filorussa di tornare a governare.
E dei rapporti con l'Europa, dove Mosca già si trova in posizione di forza? Hanno già dimostrato il potere di "chiudere i rubinetti" del gas, prospettando un'eventuale crisi in diverse nazioni europee...
Il principale accomodamento per evitare questo scenario implicherebbe comunque la cessione dell'Ossezia meridionale e dell'Abkhazia alla Federazione russa (mascherando opportunamente tali cessioni coi termini dell'autodeterminazione delle popolazioni locali), e ponendo allo stesso tempo sotto la tutela della NATO la sovranità territoriale di quel che rimarrebbe della repubblica georgiana all'indomani delle amputazioni. Una tale misura presenterebbe tuttavia vantaggi e svantaggi ad un tempo. Se è vero che l'ingresso della Georgia mutilata sotto l'ombrello NATO porrebbe un limite all'espansionismo russo nel Caucaso, ed impedirebbe a Mosca di impossessarsi del vitale corridoio energetico Baku-Tbilisi-Batumi, è altrettanto evidente che tale ingresso comporterebbe comunque problemi a lungo termine difficilmente calcolabili. In primo luogo la NATO si troverebbe ad accettare come proprio membro uno stato reso instabile dalla disfatta militare, umiliato dalle cessioni territoriali, politicamente diviso fra russofili imbaldanziti dai recenti successi della politica russa e filo-occidentali. Una simile Georgia potrebbe essere fonte non solo di disordini, e conseguentemente di turbolenze all'interno del Patto Atlantico: tale situazione finirebbe anche per prestare il fianco a prevedibili interferenze da parte di Mosca. Qualora, per ipotesi (non del tutto improbabile, in questo scenario), si decidesse di procedere isolando politicamente la fazione filorussa, Mosca finirebbe per accusare la NATO di interferire indebitamente nella volontà di autodeterminazione del popolo georgiano esattamente allo stesso modo in cui oggi accusa il governo georgiano di aver pesantemente interferito nella volontà di autodeterminazione della repubblica ossetica, giungendo sino a tacciare il governo di Saakashvili di aver promosso la pulizia etnica in Ossezia: un'accusa ancora tutta da dimostrare.
Ma anche qualora gli orientamenti filo-occidentali degli attuali vertici georgiani dovessero dimostare una sostanziale tenuta, ciò non allontanerebbe il pericolo di continue frizioni con la Federazione russa in un incessante susseguirsi di crisi locali dalle gravi ripercussioni internazionali, dal momento che comprensibilmente la Georgia potrebbe cercare di avvalersi dell'ombrello NATO per tentare di strappare nuovamente alla Russia quanto perduto nell'ultima guerra: innescando un duro confronto fra la Federazione russa e le potenze occidentali potenzialmente destabilizzante e che non rientrerebbe nemmeno negli interessi dei due blocchi, attualmente alle prese con problematiche ben più pressanti. Inoltre, qualora si dovesse realmente verificare una sostanziale spartizione della Georgia fra le due sfere di influenza, la Russia avrebbe difatto già conseguito un notevole successo strategico e diplomatico: insito nella forzata accettazione da parte della NATO, all'insegna della volontà di salvare il salvabile di fronte alla minaccia di operazioni militari russe su più vasta scala, di quell'accomodamento politico che già Putin aveva a suo tempo offerto al presidente Bush incassandone un netto rifiuto. Vale a dire il benestare della Russia all'ingresso di Georgia ed Ucraina nella NATO ma solo al prezzo di una mutilazione di ambedue gli stati; ovvero della cessione di quei territori che la Russia considera di sua esclusiva pertinenza. L'Ossezia meridionale e l'Abkhazia, come ovvio, nel caso della Georgia; e l'intera Crimea nel caso dell'Ucraina. In questa guerra la Federazione sembra lanciata all'ottenimento di quanto si era vista sdegnosamente rifiutare al tavolo del G8, di fronte alla presunzione americana che in fondo Mosca non si sarebbe dimostrata sufficientemente determinata dal forzare la mano e non disponesse, in definitiva, nemmeno delle risorse militari per inaugurare una nuova politica di potenza nei tradizionali scacchieri geopolitici su cui si affaccia; la prossima crisi internazionale, dovesse perdurare l'intento ucraino di aderire al Patto Atlantico, potrebbe risultare decisamente più vicina alle porte dell'Europa.Last edited by Gloucester; 13-08-2008, 23:31.
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Sono molto incuriosito di vedere come la Nato, e gli Stati Uniti, decideranno di muoversi. Questi ultimi a parole sono sembrati molto risoluti, se lo fossero anche nei fatti la situazione temo potrebbe diventare ancor piMembro del Consiglio degli Admin
[RIGHT][I]L'ironia
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