[QUOTE=labutino;927701]lo sapevate che in brasile, che non a caso negli ultimi anni sta conoscendo una notevole crescita economica, si consuma pi
La fine del capitalismo
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Originariamente Scritto da labutino Visualizza Messaggioinoltre non sono d'accordo con te quando dici che l'energia e il cibo mancano o sono troppo cari a causa di interessi di pochi speculatori.
Non[I][SIZE="1"]"Se un uomo non
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Sicuramente.
Però, tanto per illustrarti il concetto che esprimo, la produzione mondiale di granturco è stata per il 2005 di 708 milioni di tonnellate, che, tenendo conto di un fabbisogno energetico annuale pari a circa 200 kg di granturco pro capite, sono sufficienti a coprire più della metà del fabbisogno di 7 miliardi di individui.
E parlo solo di granturco tralasciando il resto dei cereali.
Ora, il problema è che buona parte di questa produzione viene inviata alla sintesi di etanolo e altri idrocarburi, da qualche tempo utilizzati, specie nei paesi del Terzo Mondo, come combustibile da trasporto, specie in seguito ai noti problemi di approviggionamento di petrolio.
Chi sa farsi due conti ha capito da parecchio che è un ottima occasione per fare molti quattrini.
Il problema quindi risiede nella gestione delle risorse, non tanto nella loro mancanza. Per gli stato del blocco Occidentale lo sfruttamento del potenziale economico dell'Est si è rivelato un'arma a doppio taglio, perché a motivo dello stile di vita eccessivamente elevato, finanziato tralatro dai soldi provenienti dagli investimenti orientali, non siamo più in grado di accettare quel tipo di rinunce che ci permetterebbero di superare l'inevitabile crisi che l'ascesa capitalistica di Cina e India, e quindi la loro fame di materie prime ed energia - lo stesso processo che ha coinvolto Europa e USA anni addietro - sta causando. Ma non solo di provare a farlo: non siamo nemmeno in grado di pensarci, sia pure a livello di programmazione economica.
Il nostro sopraggiunto benessere si sta rivelando la causa della nostra disgrazia, e parlo, ovviamente, dei paesi a carattere industriale nei quali accanto ad una categoria di cittadini sempre più ricchi a causa delle speculazioni di cui sopra se ne sta formando un'altra di nuovi poveri che sperperano i loro mezzi nel tentativo di vivere allo stesso livello dei primi.[I][SIZE="1"]"Se un uomo non
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L'intervento statale non necessariamente postula la delegittimazione dei governi; il New Deal roosveltiano fa testo, in questo caso. Fu un esempio non solo di intervento regolatore dello stato nell'ambito economico ma anche di successo nella mobilitazione delle energie morali del paese, di coagulazione del consenso attorno ad un progetto di ricostruzione nazionale. Non è davvero importante che con il programma delle nazionalizzazioni obbligate, come accaduto ora nel caso di FNMA e FHLMC, lo stato abbia difatto scaricato i debiti sui contribuenti: il punto davvero cruciale è riuscire a convincere l'opinione pubblica della necessità di determinati sacrifici in nome di comuni benefici, coinvolgendola attivamente nel processo. Certo, il New Deal non va astratto dal contesto storico e soprattutto sociale da cui prese le mosse, dalle peculiarità della società americana: si sollecitò la corda del patriottismo, che fece da catalizzatore al successo tutto sommato modesto degli interventi governativi. A tutt'oggi l'unica corrente di pensiero in ambito economico che abbia criticato pesantemente la ricetta roosveltiana, accusandola sostanzialmene di dirigismo, è stata quella scuola di Vienna che imputò proprio a Roosvelt di aver perpetuato quella politica interventista, già praticata da Wilson e Hoover, accusata in ultima analisi di aver contribuito in modo determinante al crack del '29. Se così stessero le cose, verrebbe da chiedersi per quale motivo Roosvelt ebbe successo proprio laddove i suoi predecessori avevano fallito: facendo ricorso a misure sostanzialmente identiche e senza peraltro ottenere, nel breve periodo, incoraggianti risultati concreti. La soluzione, probabilmente, è da ricondursi proprio alla mobilitazione delle masse, al tentativo stesso di ricompattare il tessuto sociale americano attorno ad una serie di valori nazionali fortemente sentiti, all'idea stessa di una solidarietà sociale dopo il rampantismo selvaggio degli anni '20. Stando così le cose dubito fortemente che si vedrà mai una rivoluzione socialista sull'altra sponda dell'Atlantico: le conseguenze politiche che tali contraccolpi economici avranno sull'Europa sono invece meno prevedibili. Sicuramente il sistema economico andrà incontro ad un radicale mutamento che, sin da ora, comporterà piuttosto prevedibilmente l'abbandono delle tesi neoliberiste dominanti quantomeno dalla metà degli anni '80. E se ciò dovesse accadere è probabile che l'attuale egemonia occidentale ne esca compromessa: è tesi notoriamente ripetuta dai suoi detrattori che il neoliberismo abbia sinora alimentato lo sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo da parte delle potenze industrializzate. Il punto essenziale è che tale sfruttamento è stato sinora subordinato alle politiche alimentate dal Fondo Monetario Internazionale che, come noto, ha promosso un circolo vizioso basato sulla concessione di generosi prestiti orientati al finanziamento dei paesi in via di sviluppo in cambio dell'adozione, da parte di questi stessi paesi, di tutta una serie di provvedimenti di stampo chiamarente neoliberista: obiettivo essenziale, la privatizzazione delle risorse di tali paesi (equivalente ad una sostanziale espropriazione) e la loro conseguente integrazione nel mercato globale, a disposizione dello sfruttamento da parte delle grandi multinazionali. Se dovesse verificarsi un intensificarsi degli interventi statali, in pratica un ritorno dello Stato come agente moderatore e regolatore dei meccanismi economici, non solo verrebbe meno il meccanismo su cui si fonda l'attuale esercizio, mediato dal sistema economico, dell'egemonia dei paesi occidentali sul Terzo Mondo: si frantumerebbe anche la coesione interna al FMI, l'intesa in base alla quale gli stati maggiormente industrializzati, con la Conferenza di Bretton Woods, rinunciavarono a parte delle proprie prerogative in ambito economico per rimetterle ad un organismo sovranazionale. Tale evenienza, lungi dal lasciare spazio ad un utopico ritorno del socialismo, potrebbe invece rappresentare il preludio ad una nuova età di nazionalismi: un contesto in cui gli Stati occidentali tenterebbero di colmare il vuoto creato dal collasso del sistema di tutela sovranazionale scaturito da Bretton Woods, rinunciando magari a perseguire programmi di respiro planetario ma tornando ad implementare nelle loro tradizionali sfere d'influenza politiche neocoloniali più dirette ed aggressive.
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vacilla, ma non crollerà.
al massimo se ne sposterà sensibilmente il baricentro, ma anche questo era inevitabile prima o poi.
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Questa crisi non c'entra nulla con la crisi del 29.
Nulla.
Paragonarle non ha senso.
Avete idea di che differenza c'AHAHAHAHA
AhahahahA
AHAHAHAHA
AHAHA
AHA
H
A
VIAVIA
dietro il passo,
tump tump,
dietro il tasso,
tump tump,
per il cartiglio segreto
dell'
AHAHAHAHA
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Sta bene, ma l'evoluzione non comporta di necessità una rivoluzione. La struttura si può cambiare qualora non rispondesse più alle necessità, non è un'entità cristallizzata. Inoltre se non erro questa crisi dei mutui ha avuto i natali da speculazioni molto redditizie ma anche molto rischiose; correggetemi se sbaglio...[I][SIZE="1"]"Se un uomo non
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[QUOTE=Cornolio;927744]Se mai imparerai a dividere in paragrafi... ma fino a quel punto l'unico lettore che avrai sar
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Io punto sulla guerra. Anche se la danno 1,2:1.
Gia'.I'm laying down, eating snow
My fur is hot, my tongue is cold
On a bed of spider web
I think of how to change myself
A lot of hope in a one man tent
There's no room for innocence
So take me home before the storm
Velvet mites will keep us warm.
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