[QUOTE=nAn;927659]heltir ha ragione, nel mondo occidentale il prezzo degli immobili scende, la terra sale, inversione di tendenza dopo 1200-1400 anni...io per
La fine del capitalismo
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intervieni pure...cosOriginariamente Scritto da Gloucester Visualizza MessaggioMai letta una semplificazione tanto fuorviante dell'alto impero; ma evito di intervenire altrimenti si deraglierebbe catastroficamente nell'OT.
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E va bene...
L'assunzione da parte del principato di caratteri propri delle monarchie ellenizzate deve essere posticipato di un secolo rispetto a quanto da te sostenuto, risalendo alla programmatica sacralizzazione del potere imperiale perseguita da Diocleziano nell'ambito del sistema tetrarchico e quindi dai suoi successori (parliamo di IV secolo, pertanto, e non di III). Ma questo è un dato marginale nella presente discussione: meglio tralasciare la questione dell'ellenizzazione dello stato romano e, a maggior ragione, quella delle prerogative ed attribuzioni della classe senatoria, mi occorrerebbe troppo spazio.Originariamente Scritto da labutino Visualizza Messaggionel 200 d.c. l'impero romano aveva già assunto la fisionomia di uno stato orientale. l'imperatore era considerato un dio, aveva attorno a sé un'oligarchia di ricchi proprietari terrieri di origine nobile che facevano parte del senato, oramai ridotto ad un semplice accessorio del potere imperiale.
Non sussiste alcun elemento che permetta di considerare genericamente pessima la situazione delle province dell'impero: un dato significativo nello studio dell'alto impero è anzi costituito proprio dal suo sostanziale decentramento, dall'alto grado di autonomia fruito dai vari territori, dagli ampi margini di libertà goduti dai governatori provinciali (proconsoli o propretori), dalla fortissima differenziazione delle varie produzioni locali. Tanto è vero che il Mommsen, intuendo questo tratto fondamentale già nel 1885, nel dare alle stampe il quinto volume della sua storia romana (che avrebbe dovuto trattare dell'impero da Cesare a Diocleziano) preferì optare per una storia differenziata delle varie province imperiali. Stai generalizzando a partire dalla condizione peculiare della città di Roma.dal punto di vista economico la situazione nelle province era pessima, ma anche nella stessa penisola e a roma masse di poveri conducevano una vita misera ai margini della società.
Il clientelarismo è un altro fenomeno proprio della città di Roma e dei centri urbani in generale: stimarlo come rappresentativo dell'intera popolazione dell'impero è assurdo. In linea di massima i clientes prosperavano (e continuarono ad esistere anche durante l'alto impero, quantunque tu dica il contrario) laddove esistevano istituzioni rappresentative. Ergo, dal momento che i quadri dirigenti dell'impero erano selezionati a partire dai governi cittadini, riconfermando l'assetto sostanzialmente decentrato e municipale dell'alto impero cui prima facevo cenno, il clientelarismo fioriva nei centri urbani, coagulandosi attorno alle personalità politicamente eminenti al livello locale. I clientes non erano semplicemente individui che dovevano i propri mezzi di sussistenza al dominus, i rapporti che legavano i due contraenti erano molto più complessi. Il signore forniva lavoro, mezzi, posizioni remunerative, avanzamenti di carriera, facilitazioni, protezione: i clientes in cambio, col simbolico atto di sottomissione sancito dall'omaggio mattutino incentrato sulla consegna della sportula, accordavano al dominus la propria fedeltà e devozione. Si impegnavano a loro volta a sostenerlo ed agevolarlo nei suoi affari privati e nel suo cursus pubblico, dal momento che la formazione dei senati municipali rimase elettiva quantomeno sino al tardo III secolo. Osservazione più pertinente, semmai, sarebbe quella volta a sottolineare la non completa autosufficienza economica dei centri urbani: la necessità, da parte della vita associata delle comunità cittadine, di appoggiarsi ai generosi donativi dei privati adoperati non solo per esigenze legate al mantenimento degli indigenti, ma anche per il restauro o la manutenzione di edifici e servizi pubblici. E' il fenomeno dell'evergetismo che, peraltro, aveva anche evidenti ed importanti ricadute politiche in termini di creazione del consenso.i cosiddetti "clientes", che in epoche precedenti avevano garantito voti ai tribuni della plebe, avevano perso il loro ruolo politico ed erano andati ad ingrossare le file delle masse diseredate.
Ennesimamente, non puoi prendera il solo esempio costituito da Roma (che, in quanto capitale dell'Impero, costituisce una squisita anomalia) e poi generalizzare indebitamente facendone un caso studio valido per tutto l'impero. La dipendenza dalle importazioni cerealicole della periferia, in special modo da Egitto e, soprattutto nel tardo impero, dal Nordafrica, costituisce condizione peculiare dell'Urbe e della penisola italica, questo è vero: quanto tale dipendenza fosse vitale lo avrebbe dimostrato Genserico nel V secolo: conquistando la Mauretania Tingitana, la Numidia e la Byzacena e tagliando con conseguenze disastrose gli afflussi granari diretti verso l'Italia. Occorre sin da principio precisare come esistesse un'evidente dislivello produttivo fra le varie province imperiali, che potrebbero essere molto grossolanamente distinte fra produttrici e consumatrici. L'Italia era indubbiamente una provincia consumatrice: non solo, come accennato, dipendeva dai rifornimenti granari provenienti dalla periferia, ma le speciali esenzioni fiscali accordate agli abitanti della penisola (cancellate solo nel tardo impero) ne facevano anche un territorio connotato da scarso gettito fiscale. Allo stesso tempo, tuttavia, la penisola italica era anche sede di importanti centri manifatturieri adibiti ad una vera e propria produzione di massa, come quella delle ceramiche ad Arretium o dei capi di vestiario a Brixia. Certo, la produzione di massa, in grado di sfornare migliaia di pezzi contraddistinti da standard omogenei, non ci deve indurre a parlare di produzione pre-industriale: si tratterebbe ovviamente di una forzatura, dal momento che l'energia produttiva impiegata era anche in questo caso di natura muscolare, assicurata dall'abbondante manodopera schiavile, e non meccanica. Incapace, in sostanza, di innescare quel circolo virtuoso basato su produzione crescente e progressive innovazioni tecnologiche di cui si alimentò la rivoluzione industriale nel XIX secolo. Ma ci troviamo pur sempre di fronte a centri manifatturieri in grado di sostenere alti livelli produttivi, sufficienti a sconfessare la tesi di un'economia di sussistenza. In caso contrario non si potrebbe nemmeno contestualizzare soddisfacentemente la manifatture ceramiche ed i centri oleari del Nordafrica, che esportavano anfore ed olio praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo. Quella dell'economia di sussistenza, pertanto, è una tua personale interpretazione: neanche i primitivisti più rigorosi si sono spinti sino a simili enunciazioni. E, d'altronde, l'elevato volume di traffici marittimi nel bacino del Mediterraneo basterebbe da solo a dimostrare l'esistenza di eccedenze la cui commercializzazione era fondamentale, sconfessando palesemente l'idea di prassi produttive legate esclusivamente all'autoconsumo. Non che quest'ultimo non esistesse, intendiamoci: ma nel panorama economico alto-imperiale coesisteva sempre con la commercializzazione. Certo, non possiamo affermare che il sistema produttivo romano fosse di natura pre-capitalistica: l'impiego prevalente di manodopera schiavile produceva comunque eccedenze proporzionalmente basse rispetto allo sforzo produttivo impiegato. E ciò determinava una relativa scarsezza di quei capitali reinvestibili che sono invece alla base del sistema capitalista. Indubbiamente le attività produttive dell'impero riguardavano prevalentemente la produzione di beni primari (agricoltura e pastorizia); ma tale preponderanza non si estrinsecò mai in vocazione esclusiva.nel complesso l'impero si era sempre fondato su un economia di sussistenza e sostanzialmente agricola, che nel lungo periodo, a seguito della crescita esponenziale della popolazione urbana, non fu più sufficiente a garantire uno standard di vita accettabile a tutti.
Questa, scusami, ma è un'autentica sequela di cantonate. Storicamente l'ultimo territorio ad essere soggetto a distribuzione viritana fu l'agro gallico piceno ad opera di Gaio Flaminio (232 a.C.). Le successive acquisizioni, in special modo le ingenti confische operate nell'agro campano a seguito della seconda guerra punica (soprattutto ai danni dei centri passati ai cartaginesi, come nel caso di Capua) rappresentarono il primo fortissimo impulso all'estensione del latifondo. L'affermarsi del latifondo, peraltro, spiega da sé i tentativi dei Gracchi di varare delle riforme agrarie fortemente reazionarie in quanto legate alla tutela della piccola proprietà, fisiologicamente destinata alla scomparsa assieme al sistema della leva militare su base censitaria (sistema civico-timocratico). La nascita del grande latifondo non è datata all'alto impero, ma risale alla cosiddetta stagione dell'imperialismo repubblicano quando, all'indomani della conclusione della guerra annibalica, in appena un quarantennio di guerre ininterrotte Roma riuscì ad abbattere tutti i principali regni ellenistici concorrenti (macedonico e seleucida in primis) estendendo il proprio potere su tutto il bacino del Mediterraneo.se nell'epoca repubblicana il sistema di check and balance esistente tra i poteri dello stato (due consoli, il senato, i tribuni della plebe) aveva impedito il formarsi di proprietà agricole basate sul latifondo, anche a ragione della minore ricchezza complessiva del sistema, ora il latifondo era la regola e, a causa del regime di privilegio e di corruzione imperante, le redistribuzioni dei terreni agricoli erano cessate.
Basta, questo post ha raggiunto dimensioni eccessive.
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Inevitabile: Da Gaio Flaminio alla Federal reserve...ce ne corre di strada!amate i vostri nemici
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[QUOTE=Gloucester;929802]
L'assunzione da parte del principato di caratteri propri delle monarchie ellenizzate deve essere posticipato di un secolo rispetto a quanto da te sostenuto, risalendo alla programmatica sacralizzazione del potere imperiale perseguita da Diocleziano nell'ambito del sistema tetrarchico e quindi dai suoi successori (parliamo di IV secolo, pertanto, e non di III). Ma questo
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No, permettimi di farti notare che non hai centrato il punto. Un contoOriginariamente Scritto da labutino Visualizza Messaggionell'affermare che l'impero romano si era ellenizzato, intendevo che alcuni sovrani di quell'epoca e delle epoche precedenti, si erano comportati e si comportavano, da despoti orientali. penso a nerone, caligola, commodo, eliogabalo, ecc.
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Finalmente dopo anni un articolo economico decente sul corriere della sera, ve lo riporto
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Usa, il debito pubblico supera il Pil
15 mila miliardi dopo i salvataggi di Stato Quasi metà dei bond del Tesoro all’estero
Sidney Winter, docente della Wharton School di Philadelphia, così riassume la crisi americana in una mail a un collega della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa: «Abbiamo scoperto che la nostra ricchezza è di qualche migliaio di miliardi di dollari inferiore alle attese e ora dobbiamo decidere come ci dividiamo la sberla ». La sberla è violenta. E gli Stati Uniti non ne nascondono più i lividi sui loro conti pubblici e privati. Per cominciare, la Federal Reserve si scopre senza più margini di manovra. Ha già impegnato la metà delle riserve, circa 500 miliardi, in prestiti al mercato e finanziamenti al Tesoro (Consolidated statement of condition of all Federal Reserve Banks, 18 settembre 2008).
E non è nemmeno chiaro se le toccherà anche fare le due iniezioni di capitali freschi per 100 miliardi ciascuna per la nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae. Gli americani vedono la loro banca centrale diventare una holding che, direttamente e indirettamente, controlla la più grande compagnia assicurativa del mondo, l’Aig, e le due più grandi agenzie di mutui, Fannie & Freddie, e che, dopo il salvataggio della banca d’investimento Bear Stearns, funge pure da ricettacolo di titoli tossici, anche in valuta estera. Questa banca centrale zoppicante non avrebbe potuto far fronte, senza «stampare» altra moneta, al piano del governo per ritirare dai portafogli delle banche titoli illiquidi, e cioè non più negoziabili, nella misura straordinaria di 700 miliardi di dollari. Eppure, chi mai dovrebbe farsi carico di un piano salva-banche se non l’istituzione che eroga il prestito di ultima istanza? L’apertura dell’ombrello del Tesoro sopra l’ombrello della Fed ben segnala la gravità del momento, portata all’estremo dal rischio di un imminente tracollo di Goldman Sachs e Morgan Stanley, le ultime due banche d’investimento rimaste su piazza.
Ancora venerdì 18 settembre, all’annuncio del piano, nessuno credeva che Goldman e Morgan avrebbero chiesto la licenza di banche commerciali, rinunciando alla totale libertà di manovra avuta fin qui in cambio della protezione della Fed e del Tesoro. E invece domenica la licenza l’hanno implorata e ottenuta. Coincidenza che aggiunge più di un sospetto alle domande di fondo che il piano salva-banche propone di per sé. I 700 miliardi richiesti da Hank Paulson, il segretario al Tesoro che viene dalla Goldman e che dunque fa il pompiere dopo avere per anni attizzato il fuoco con i colleghi di Wall Street, saranno ottenuti con emissioni di titoli di Stato aggiuntive rispetto al programma ordinario di rifinanziamento del debito pubblico. A quali tassi saranno offerti? I risparmiatori americani stanno fuggendo dalla Borsa verso i Treasury bonds, il cui rendimento (somma algebrica del tasso d’interesse e del differenziale tra il prezzo corrente e quello d’emissione) è sceso poco sopra lo zero. Questa tendenza dovrebbe facilitare il collocamento delle emissioni aggiuntive.
Ma la scelta dei risparmiatori, dettata dalla paura, riapre la questione del rischio Paese nel momento in cui lo Stato interviene dove i capitali privati domestici rinunciano senza più essere sostituiti da quelli delle economie emergenti e dei loro sovereign wealth funds. Ora Morgan, con la licenza in tasca, sta cercando nuovi soccorsi a Pechino: sarà interessante valutare il prezzo e i diritti di governance che il China Investments pattuirà dopo la batosta subita al primo ingresso. Quanto poi delle emissioni al servizio del piano non fosse accettato dai mercati, sarà fatalmente accollato alla Fed in contropartita a nuova moneta. Il rischio Paese, dunque. Ne influenzano il livello la politica estera, la potenza militare, l’interdipendenza con l’estero che detiene il 45% del debito pubblico Usa, mentre 40 anni fa ne aveva 9 volte meno.
Il rischio America dipenderà dalla capacità di generare reddito mentre si va esaurendo la spinta ai consumi indotta dai tagli fiscali di Bush, costati 160 miliardi al bilancio federale e non più replicabili. Ma dipenderà anche da altro. Dall’entità del debito pubblico, per esempio. Di quello che si vede oggi e che, con il consolidamento di Freddie & Fannie, arriva a 15 mila miliardi contro un prodotto interno lordo che quest’anno viaggia sui 14300 miliardi. E del debito pubblico che si intravede per domani a consuntivo dei salvataggi, operazioni non amate da nessuno e tuttavia necessarie a evitare che la crisi finanziaria colpisca in modo troppo radicale i fondi pensione privati, già in drammatica sofferenza, con la conseguente necessità di estendere l’ombrello pubblico alla previdenza privata. Il rischio Paese, infine, dovrebbe considerare anche la ricchezza delle famiglie.
Secondo il Bureau of economic analisys del governo americano, nel 2005 la ricchezza netta pro capite (case e risparmi meno i debiti) era pari a 176 mila dollari, più 38,2% a valori costanti rispetto al 1995. Secondo la Banca d’Italia, sempre nel 2005 la ricchezza netta pro capite degli italiani era pari a 134 mila euro, più 47% benché il reddito sia aumentato solo in ragione di uno a tre rispetto a quello americano. Diversi stili e obiettivi di vita? Maggior presenza in Italia di redditi non ufficiali? Vero. Ma alla base c’è la maggior propensione americana a indebitarsi quale emerge dalla tabella sulla ricchezza delle famiglie nei diversi Paesi del G-7 (Girouard, Kennedy, André, Has the rise in debt made households more vulnerable?, Oecd working paper, 2006). E una più ineguale distribuzione del patrimonio tale per cui l’americano medio (ovvero la fascia di popolazione egualmente lontana dalle fasce più ricche e dalle più povere) dispone di una ricchezza inferiore a quella dell’italiano comparabile (Sierminska, Brandolini, Smeeding, Comparing wealth distribution across rich countries, Banca d’Italia, 2007). Questa caratteristica americana accentua il rischio dei fallimenti.
La crisi dei mutui subprime dimostra la pericolosità delle piccole insolvenze private quando i debiti siano integrati ai piedi del castello di carte montato dalla finanza. Per questo la decisione cui fa cenno il professor Winter non è tanto semplice: come ci si divide il dolore per la sberla? Gli obiettivi condivisi del piano salva-banche sono due: a) impedire il tracollo dei mercati finanziari; b) minimizzare, per quanto possibile, l’onere per il contribuente. I critici radicali ritengono che questo piano salvi dal peggio i re decaduti del mercato, ma non il mercato. Perciò propongono di trasformare i crediti in azioni e poi di chiamare i mercati a ricapitalizzare le banche sopravvissute. I sostenitori dell’intervento, ormai vincenti al Congresso e al Senato, osservano che, essendo le ban che esposte con altre banche o con soggetti a loro legati, avremmo solo una partita di giro. Ma il piano Paulson è vago su due punti cruciali: la determinazione del prezzo dei titoli tossici e la definizione dei diritti di proprietà in capo al pagatore di ultima istanza, e cioè al contribuente.
Il governatore della Fed, Ben Bernanke, acquisterebbe i titoli al prezzo di realizzo alla scadenza che dipende dal valore futuro dei beni sottostanti: caso classico, le case per i subprime. Nessuno sa stimare questo valore, ma tutti capiscono che il prezzo di Bernanke è più alto di quello di mercato. La differenza serve a ricapitalizzare le banche senza fare tutti gli aumenti di capitale che servirebbero. Ai soci delle banche e ai loro ricchi gerenti si farebbe dunque il doppio regalo di rendere liquido l’illiquido, migliorando già così i ratios patrimoniali, e di farlo a prezzo di favore. L’iniziale crisi di liquidità è diventata una crisi di capitali a causa dell'impennata delle garanzie richieste dalle controparti. Il regalo, se ne conclude, è obbligato. Certo, lo Stato potrebbe sempre acquistare con una serie di aste al ribasso a sconti decrescenti sul valore facciale dei titoli tossici. In questo modo, caldeggiato da Winter, si riduce il favore sul prezzo. Ma resta aperta la questione dei diritti di proprietà.
La buona regola vorrebbe che chi paga comanda così da assicurarsi una gestione diversa e, con il tempo, riportare a casa qualcosa. Dati i valori in campo, il Tesoro nazionalizzerebbe il sistema bancario americano se adottasse la buona regola. Sarebbe la rivoluzione. Ma sarebbe solo una rivoluzione apparente. La classe dirigente è sempre la stessa se il segretario del Tesoro è un banchiere della Goldman Sachs in quiescenza; e il massimo consigliere economico di Barack Obama, da ministro di Clinton, abolì il Glass Steagal Act, che per mezzo secolo aveva tenuto a freno il delirio di onnipotenza dei banchieri, per poi diventare un boss di Citicorp.
Massimo MucchettiAHAHAHAHA
AhahahahA
AHAHAHAHA
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A
VIAVIA
dietro il passo,
tump tump,
dietro il tasso,
tump tump,
per il cartiglio segreto
dell'
AHAHAHAHA
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Altra giornata nera per la borsa.
Anzi la prima giornata nera dell'economia Italiana, crollo verticale di unicredit nonostante la ricapitalizzazione, il corpoAHAHAHAHA
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Ascoltatemi bene, oggi è la giornata più importante per l'economia. Come sappiamo dopo dei tonfi colossali come quello di ieri in borsa c'è un recupero fisiologico nei due giorni successivi, soprattutto nel primo, infatti cosi era oggi: tutti recuperavano. Ma era solo speculazione, ora torna tutto in picchiata e addirittura tutti i mercati mondiali stanno chiudendo di nuovo in negativo
AHAHAHAHA
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