Nicola Gratteri, procuratore distrettuale antimafia sullo Stretto, il magistrato che ha dedicato maggiore analisi al fenomeno della ‘ndrangheta e che ha lanciato da più un decennio, in prima linea, la sfida alla più potente organizzazione criminale, non alza i toni, ma non sottovaluta il livello di confronto tra Stato e ‘Ndrine.
Non dimentichiamo però che l’assalto al cuore delle istituzioni, a Reggio, è alla sua seconda settimana... «Nel caso della bomba alla Procura del 3, gli ‘ndranghetisti hanno lanciato un messaggio preciso, che noi dobbiamo essere bravi a decriptare. Perché se loro mandano un certo segnale, la nostra risposta deve mirare esattamente nella direzione indicata dai mafiosi con le loro bombe». Vuol dire che i boss hanno patito i danni economici subiti coi sequestri patrimoniali? «No, non è solo la Procura generale a essere competente per quelle misure, credo invece i boss ci stiano comunicando come non gradiscano l’inasprimento delle pene detentive e la maggiore coordinazione tra i nostri uffici, che permette di non dilazionare pesanti condanne alle ‘Ndrine. I nostri sforzi vadano in questa direzione». Un messaggio arriva dallo Stato con la presenza inedita di tanti uomini di Governo.
«Questo serve, anche se da Locri denunciavamo lo strapotere della ‘Ndrangheta da una decina d’anni. Che l’abbiano capito anche a Roma fa piacere. Ma non vorrei che, una volta passato il clamore delle visite, si perdesse di vista l’obiettivo...». Come si può non abbassare la guardia? «Noi magistrati abbiamo bisogno di interventi normativi più decisi. In passato, dare un segnale come l’indulto è stato un boomerang incredibile. Un segno di debolezza dello Stato per i mafiosi. Possono ormai accettare qualche anno di detenzione, sicuri di poterla scampare alla lunga». Dalla Procura di Reggio chiedono anche più risorse, più mezzi e sostegno pratico.. «Sono fiducioso, alla fine troveremo i soldi per avere uffici adeguati, più personale, più magistrati. Ma non è questo che ci frena. Il problema sono le leggi. Ora questo Governo deve avere più coraggio. Per esempio vedo bene l’istituzione di nuove carceri». Le carceri sono importanti? «Non un singolo penitenziario, ma molti istituti attrezzati per applicare il regime del 41 bis, del carcere duro. Finora viene comminato solo ai capimafia. Non basta. Vanno isolati anche i quadri inferiori. E al momento le carceri italiane non sono adatte. Manca spazio fisico per mettere a regime di carcere duro, separato, così tanti detenuti». Qualche legge ultimamente si è fatta... «E i risultati si sono subito visti. Il regime delle confische di beni è stato inasprito, e si vede come fa male ai patrimoni delle ’Ndrine. Un’altra riforma che ho visto con piacere è stata la cancellazione, per l’appello, della possibilità di ricorrere al patteggiamento. Abbiamo tolto parecchio senso di impunità ai mafiosi. Prima a fronte di una sentenza anche a 24 anni in primo grado, potevano sperare di mitigare il carcere a soli 8 anni in appello. Ora non è più così. Bastava abrogare un semplice comma di un articolo di codice». Per lei parecchio rimane da fare.. «Un paio di provvedimenti servono in particolare, per quel senso di impunità degli ’ndranghetisti di cui le parlavo: sanno di dover scontare qualche anno in carcere, ma che potrebbero uscire a breve e più forti che mai. Per esempio, va equiparato il trattamento degli imputati da 416bis (associazione mafiosa, ndr ) a quelli per associazione finalizzata allo spaccio di droghe. Al contrario di quanto si può pensare, è più dura la pena per i trafficanti internazionali di droghe, di quanto lo sia per il 416bis : al netto di attenuanti e possibili sconti, un trafficante di droghe condannato non sconterà mai, per un mio calcolo, meno di 14-15 anni». E un mafioso? «Un mafioso potrebbe godere di sconti e benefici fino a cavarsela con soli 4-5 di detenzione. Così non va bene. C’è troppa differenza tra le pene “edittali” ossia il massimo applicabile di partenza, prima del computo delle varie aggravanti. I due regimi vanno equiparati». In definitiva, non servono tanto nuovi magistrati, nella lotta alle mafie... «...Quanto nuove leggi ancora più dure. Vedrà come i mafiosi ne avranno timore...».
Nicola Gratteri è uno dei magistrati piu' esposti nella lotta alla 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del narcotraffico. di origini calabresi da 20 anni vive, con la sua famiglia, sottoscorta perchè ha deciso di lottare lui per primo contro il malde della sua terra : La malapianta, come il titolo del suo ultimo libro, la 'ndrangheta. E' un eroe moderno o forse un illuso non lo so, ma un sicuramente un grande uomo di legge e penso che come lui qui ce ne vorrrbbe un esercito!
Concludo solo con una frase del suo libro che mi ha molto colpito : "povera calabria e povera san luca, povere genti di san luca con le bocche cucite che della 'ndrangheta ricevono solo il fango"
carcere duro e 416bis per tutti i 'ndranghetisti, inasprimento delle pene ed isolamento, certezza della pena e sequestro dei beni immediato, queste le armi per sconfingere questa grande piaga calabrese.
Non dimentichiamo però che l’assalto al cuore delle istituzioni, a Reggio, è alla sua seconda settimana... «Nel caso della bomba alla Procura del 3, gli ‘ndranghetisti hanno lanciato un messaggio preciso, che noi dobbiamo essere bravi a decriptare. Perché se loro mandano un certo segnale, la nostra risposta deve mirare esattamente nella direzione indicata dai mafiosi con le loro bombe». Vuol dire che i boss hanno patito i danni economici subiti coi sequestri patrimoniali? «No, non è solo la Procura generale a essere competente per quelle misure, credo invece i boss ci stiano comunicando come non gradiscano l’inasprimento delle pene detentive e la maggiore coordinazione tra i nostri uffici, che permette di non dilazionare pesanti condanne alle ‘Ndrine. I nostri sforzi vadano in questa direzione». Un messaggio arriva dallo Stato con la presenza inedita di tanti uomini di Governo.
«Questo serve, anche se da Locri denunciavamo lo strapotere della ‘Ndrangheta da una decina d’anni. Che l’abbiano capito anche a Roma fa piacere. Ma non vorrei che, una volta passato il clamore delle visite, si perdesse di vista l’obiettivo...». Come si può non abbassare la guardia? «Noi magistrati abbiamo bisogno di interventi normativi più decisi. In passato, dare un segnale come l’indulto è stato un boomerang incredibile. Un segno di debolezza dello Stato per i mafiosi. Possono ormai accettare qualche anno di detenzione, sicuri di poterla scampare alla lunga». Dalla Procura di Reggio chiedono anche più risorse, più mezzi e sostegno pratico.. «Sono fiducioso, alla fine troveremo i soldi per avere uffici adeguati, più personale, più magistrati. Ma non è questo che ci frena. Il problema sono le leggi. Ora questo Governo deve avere più coraggio. Per esempio vedo bene l’istituzione di nuove carceri». Le carceri sono importanti? «Non un singolo penitenziario, ma molti istituti attrezzati per applicare il regime del 41 bis, del carcere duro. Finora viene comminato solo ai capimafia. Non basta. Vanno isolati anche i quadri inferiori. E al momento le carceri italiane non sono adatte. Manca spazio fisico per mettere a regime di carcere duro, separato, così tanti detenuti». Qualche legge ultimamente si è fatta... «E i risultati si sono subito visti. Il regime delle confische di beni è stato inasprito, e si vede come fa male ai patrimoni delle ’Ndrine. Un’altra riforma che ho visto con piacere è stata la cancellazione, per l’appello, della possibilità di ricorrere al patteggiamento. Abbiamo tolto parecchio senso di impunità ai mafiosi. Prima a fronte di una sentenza anche a 24 anni in primo grado, potevano sperare di mitigare il carcere a soli 8 anni in appello. Ora non è più così. Bastava abrogare un semplice comma di un articolo di codice». Per lei parecchio rimane da fare.. «Un paio di provvedimenti servono in particolare, per quel senso di impunità degli ’ndranghetisti di cui le parlavo: sanno di dover scontare qualche anno in carcere, ma che potrebbero uscire a breve e più forti che mai. Per esempio, va equiparato il trattamento degli imputati da 416bis (associazione mafiosa, ndr ) a quelli per associazione finalizzata allo spaccio di droghe. Al contrario di quanto si può pensare, è più dura la pena per i trafficanti internazionali di droghe, di quanto lo sia per il 416bis : al netto di attenuanti e possibili sconti, un trafficante di droghe condannato non sconterà mai, per un mio calcolo, meno di 14-15 anni». E un mafioso? «Un mafioso potrebbe godere di sconti e benefici fino a cavarsela con soli 4-5 di detenzione. Così non va bene. C’è troppa differenza tra le pene “edittali” ossia il massimo applicabile di partenza, prima del computo delle varie aggravanti. I due regimi vanno equiparati». In definitiva, non servono tanto nuovi magistrati, nella lotta alle mafie... «...Quanto nuove leggi ancora più dure. Vedrà come i mafiosi ne avranno timore...».
Nicola Gratteri è uno dei magistrati piu' esposti nella lotta alla 'ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del narcotraffico. di origini calabresi da 20 anni vive, con la sua famiglia, sottoscorta perchè ha deciso di lottare lui per primo contro il malde della sua terra : La malapianta, come il titolo del suo ultimo libro, la 'ndrangheta. E' un eroe moderno o forse un illuso non lo so, ma un sicuramente un grande uomo di legge e penso che come lui qui ce ne vorrrbbe un esercito!
Concludo solo con una frase del suo libro che mi ha molto colpito : "povera calabria e povera san luca, povere genti di san luca con le bocche cucite che della 'ndrangheta ricevono solo il fango"
carcere duro e 416bis per tutti i 'ndranghetisti, inasprimento delle pene ed isolamento, certezza della pena e sequestro dei beni immediato, queste le armi per sconfingere questa grande piaga calabrese.



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