Raccontate le vostre, che io racconto la mia... 
Le vecchie case della mia famiglia ne sono infestate, con moltissime testimonianze autorevoli a laiche a comprovarlo.
I fantasmi ufficiali sono due: zio Peppino, perito da eroe nella prima guerra mondiale e tornato in paese ectoplasma, e l'ava Graziella, che si suicidò gettandosi dalla terrazza del palazzo per amore di un suo cugino, mio tris o quadrisavolo.
Zio peppino comparve a più riprese nella "villetta", la casetta più vecchia, vicino ai campi. Seduto gambe penzoloni sul ramo di un albero di limoni, leggermente fosforescente ma sempre cordialissimo, salutava i passanti levandosi il cappello, nelle notti d'estate. Si presentò a salutare anche mia nonna, fresca sposina, alla porta della camera da letto:
- "Ricciotti, sei tu?"
- "No, cognata, stai tranquilla, sono Peppino"
Mia nonna si voltò, realizzò improvvisamente che Peppino era deceduto stagionato, e vide il soldatino dileguarsi sorridendo. Per frenare le crisi di nervi che rischiavano di minare la neonata felicità coniugale, mio nonno fece murare quella porta, quasi fosse uno Stargate, e ne aprì un'altra a un metro di distanza (ovviamente senza DIA e, visto la moderna decadenza delle economie familiari, entrambe le porte sono perfettamente visibili sul vecchio muro).
L'ava Graziella si era innamorata del bel cugino medico che frequentava la sua casa. Quando seppe che lui si era fidanzato con un'altra, cominciò a dare i numeri, quindi il padre - che purtroppo non poteva aver appreso il metodo Basaglia - ne fece un'internata domestica, alla Bertha Mason, nella cameretta sul tetto del palazzo.
Finchè la poveretta, giustamente a mio avviso, riuscì a fuggire e si buttò di sotto.
Questa è la versione ufficiale, ovviamente. In realtà, conoscendo le attitudini inseminatorie dei miei antenati, è più probabile che la meschinedda sia stata sedotta e abbandonata, indi epurata per evitare faide sanguinarie e dispendiose tra i rami della famiglia.
Fatto stà che ogni notte l'ava Graziella passeggia con mille scricchiolii sulle travi di legno del soffitto, discende la ripida scala a chiocciola soffiando il suo alito freddo in faccia agli atterriti presenti, provocando brividi e pelle d'oca ai più sensibili. Ora, è fondamentale capire che l'ava Graziella non è un'ipotesi: è verità vera, verificata in trecento anni di occupazione della casa, verificata da tutte le generazioni che si sono succedute, me compresa.

Le vecchie case della mia famiglia ne sono infestate, con moltissime testimonianze autorevoli a laiche a comprovarlo.
I fantasmi ufficiali sono due: zio Peppino, perito da eroe nella prima guerra mondiale e tornato in paese ectoplasma, e l'ava Graziella, che si suicidò gettandosi dalla terrazza del palazzo per amore di un suo cugino, mio tris o quadrisavolo.
Zio peppino comparve a più riprese nella "villetta", la casetta più vecchia, vicino ai campi. Seduto gambe penzoloni sul ramo di un albero di limoni, leggermente fosforescente ma sempre cordialissimo, salutava i passanti levandosi il cappello, nelle notti d'estate. Si presentò a salutare anche mia nonna, fresca sposina, alla porta della camera da letto:
- "Ricciotti, sei tu?"
- "No, cognata, stai tranquilla, sono Peppino"
Mia nonna si voltò, realizzò improvvisamente che Peppino era deceduto stagionato, e vide il soldatino dileguarsi sorridendo. Per frenare le crisi di nervi che rischiavano di minare la neonata felicità coniugale, mio nonno fece murare quella porta, quasi fosse uno Stargate, e ne aprì un'altra a un metro di distanza (ovviamente senza DIA e, visto la moderna decadenza delle economie familiari, entrambe le porte sono perfettamente visibili sul vecchio muro).
L'ava Graziella si era innamorata del bel cugino medico che frequentava la sua casa. Quando seppe che lui si era fidanzato con un'altra, cominciò a dare i numeri, quindi il padre - che purtroppo non poteva aver appreso il metodo Basaglia - ne fece un'internata domestica, alla Bertha Mason, nella cameretta sul tetto del palazzo.
Finchè la poveretta, giustamente a mio avviso, riuscì a fuggire e si buttò di sotto.
Questa è la versione ufficiale, ovviamente. In realtà, conoscendo le attitudini inseminatorie dei miei antenati, è più probabile che la meschinedda sia stata sedotta e abbandonata, indi epurata per evitare faide sanguinarie e dispendiose tra i rami della famiglia.
Fatto stà che ogni notte l'ava Graziella passeggia con mille scricchiolii sulle travi di legno del soffitto, discende la ripida scala a chiocciola soffiando il suo alito freddo in faccia agli atterriti presenti, provocando brividi e pelle d'oca ai più sensibili. Ora, è fondamentale capire che l'ava Graziella non è un'ipotesi: è verità vera, verificata in trecento anni di occupazione della casa, verificata da tutte le generazioni che si sono succedute, me compresa.





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