Per motivi di lavoro e di studio i trasferimenti sono all’ordine del giorno. Anche molti giovani del sud emigrerebbero verso il lavoro. Con quali opportunità?
Italiani, un popolo in movimento. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Istat più della metà della popolazione italiana, ovvero 30 milioni di persone, si muove per motivi di lavoro o di studio. La maggior parte si sposta all’interno della provincia in cui risiede, ma la percentuale di coloro che devono effettuare spostamenti più lunghi è comunque in continuo aumento. Nel 1991 infatti era soltanto il 5%, mentre oggi tale percentuale si assesta attorno all’8%, anche se in alcune zone supera abbondantemente il 10%, come nelle vicinanze delle grandi aree urbane. Crescono anche i "pendolari fra due case", ovvero tutti coloro che, con motivi diversi, si dividono fra la residenza della famiglia ed il domicilio presso cui svolgono il lavoro. Essi sono oggi oltre due milioni e mezzo di persone.
Questa propensione alla mobilità è una delle grandi novità di questo ultimo periodo; sono sempre meno coloro che si possono permettere il lusso di avere la porta di casa attaccata a quella del lavoro. Trasferirsi è diventato per molti una necessità ed in parecchi casi una abitudine quotidiana, forse scomoda, ma comunque preferibile allo starsene con le mani in mano. Pare insomma che agli italiani sia stata iniettata una sana dose di realismo: nessuno attende più la manna dal cielo, nessuno si aspetta che sia il lavoro a bussare alla porta di casa. Spostarsi, come ormai avviene anche nel resto d’Europa e del mondo, non spaventa più nessuno. D’altronde il movimento dalle periferie verso il centro è una caratteristica tipica di tante altre nazioni europee.
Sono in particolare i giovani a non mostrarsi più spaventati per questo possibile tipo di futuro; molti poi arrivano preparati grazie ad un lungo periodo di "tirocinio" sulle lunghe distanze effettuato durante il periodo scolastico o universitario; coloro che affrontano quotidianamente questo disagio sono attualmente oltre 10 milioni, ma il loro numero è in costante aumento. Specie per quello che riguarda gli studenti universitari, è noto che un numero altissimo di coloro che frequentano gli atenei italiani "invade" ogni mattina le carrozze dei treni per recarsi sui luoghi di studio.
Sempre in merito ai trasferimenti ed alle occasioni di lavoro lontane da casa, arrivano anche i dati di una indagine effettuata dalla Fondazione Corazzin di Venezia riguardante la disponibilità dei giovani meridionali a trasferirsi in modo provvisorio, o definitivo, verso le zone in cui sono presenti le maggiori opportunità occupazionali.
Due terzi degli intervistati non avrebbe problemi a trasferirsi al nord per trovare lavoro. Solo un terzo del campione ha più di 35 anni, e fra i giovani si riscontra un elevato tasso di scolarizzazione (più del 50% sono diplomati, numerosi sono gli specializzati o i laureati). Si tratta quindi di manodopera preparata e con una gran voglia di lavorare, che in gran parte ha abbandonato il sogno di un lavoro "per la vita" in qualche ufficio statale (meno di metà degli interpellati preferisce quest’ultima opzione).
Un giovane su tre vorrebbe addirittura intraprendere una attività in proprio, magari sul posto, in modo da poter offrire nuove opportunità ad altri disoccupati; comunque sia, anche in caso di trasferimento, il giovane meridionale sarebbe disponibile ad "aprire partita IVA" anche al nord, a dimostrazione che la necessità principale per i ragazzi del sud è quella di mettersi immediatamente all’opera. Il 50% circa del campione infine ritiene che, più che le 35 ore, sarebbe necessario proseguire sulla strada delle agevolazioni alle aziende del sud, al fine di rilanciare l’occupazione. Questi dati avranno probabilmente stupito solo gli osservatori meno attenti; in realtà il successo di iniziative come quella del "prestito d’onore" di cui abbiamo parlato nell’ultimo numero di Bollettino del Lavoro conferma che il nostro Mezzogiorno ha uno straordinario potenziale di risorse umane.
Ciò che manca, piuttosto, è una strategia sulle modalità con cui poter inviare verso le zone in cui maggiore appare la richiesta delle aziende questo flusso di giovani volenterosi. Il problema purtroppo non è semplice; manca per ora da parte dello stato quell’insieme di strategie e di progettualità che negli anni ’50 e ’60 aveva consentito a centinaia di migliaia di "ragazzi del sud" di emigrare nelle regioni del settentrione, creando una delle condizioni del "boom" economico del nostro paese; nello stesso tempo è stato fatto poco o nulla per migliorare la viabilità stradale e la qualità dei collegamenti ferroviari, in tutti i casi di trasferimenti su distanze brevi e medie. Molte infrastrutture, infatti, risalgono a quel lontano periodo e non hanno subito alcun aggiornamento.
Allora, come oggi, fare il pendolare o staccarsi definitivamente dalle terre di origine non era facile, soprattutto per la carenza degli alloggi nelle grandi realtà metropolitane del nord. Fu l’intervento di enti, oggi purtroppo ridotti o scomparsi, come INA Casa o i vari Istituti case popolari a permettere a tanti di stabilirsi, a prezzi non esosi, nelle regioni di immigrazione.
Va detto inoltre che dove non arrivava lo stato, giungeva l’iniziativa privata; sono stati infatti numerosi i casi in cui le grandi industrie del nord hanno contribuito alla creazione degli alloggi dei propri dipendenti. Se questo genere di interventi non si fosse verificato, è ben difficile che le aziende settentrionali avrebbero conosciuto l’espansione che le ha portate a competere nei mercati economici internazionali.
Al giorno d’oggi si è visto assai poco di tutto ciò. I casi in cui una impresa decide di attivarsi per offrire una casa ai suoi dipendenti sono purtroppo assai rari; probabilmente se le istituzioni, anche a livello locale, intervenissero in questa direzione, si vedrebbero in breve risultati positivi in termini di occupazione.
Italiani, un popolo in movimento. Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Istat più della metà della popolazione italiana, ovvero 30 milioni di persone, si muove per motivi di lavoro o di studio. La maggior parte si sposta all’interno della provincia in cui risiede, ma la percentuale di coloro che devono effettuare spostamenti più lunghi è comunque in continuo aumento. Nel 1991 infatti era soltanto il 5%, mentre oggi tale percentuale si assesta attorno all’8%, anche se in alcune zone supera abbondantemente il 10%, come nelle vicinanze delle grandi aree urbane. Crescono anche i "pendolari fra due case", ovvero tutti coloro che, con motivi diversi, si dividono fra la residenza della famiglia ed il domicilio presso cui svolgono il lavoro. Essi sono oggi oltre due milioni e mezzo di persone.
Questa propensione alla mobilità è una delle grandi novità di questo ultimo periodo; sono sempre meno coloro che si possono permettere il lusso di avere la porta di casa attaccata a quella del lavoro. Trasferirsi è diventato per molti una necessità ed in parecchi casi una abitudine quotidiana, forse scomoda, ma comunque preferibile allo starsene con le mani in mano. Pare insomma che agli italiani sia stata iniettata una sana dose di realismo: nessuno attende più la manna dal cielo, nessuno si aspetta che sia il lavoro a bussare alla porta di casa. Spostarsi, come ormai avviene anche nel resto d’Europa e del mondo, non spaventa più nessuno. D’altronde il movimento dalle periferie verso il centro è una caratteristica tipica di tante altre nazioni europee.
Sono in particolare i giovani a non mostrarsi più spaventati per questo possibile tipo di futuro; molti poi arrivano preparati grazie ad un lungo periodo di "tirocinio" sulle lunghe distanze effettuato durante il periodo scolastico o universitario; coloro che affrontano quotidianamente questo disagio sono attualmente oltre 10 milioni, ma il loro numero è in costante aumento. Specie per quello che riguarda gli studenti universitari, è noto che un numero altissimo di coloro che frequentano gli atenei italiani "invade" ogni mattina le carrozze dei treni per recarsi sui luoghi di studio.
Sempre in merito ai trasferimenti ed alle occasioni di lavoro lontane da casa, arrivano anche i dati di una indagine effettuata dalla Fondazione Corazzin di Venezia riguardante la disponibilità dei giovani meridionali a trasferirsi in modo provvisorio, o definitivo, verso le zone in cui sono presenti le maggiori opportunità occupazionali.
Due terzi degli intervistati non avrebbe problemi a trasferirsi al nord per trovare lavoro. Solo un terzo del campione ha più di 35 anni, e fra i giovani si riscontra un elevato tasso di scolarizzazione (più del 50% sono diplomati, numerosi sono gli specializzati o i laureati). Si tratta quindi di manodopera preparata e con una gran voglia di lavorare, che in gran parte ha abbandonato il sogno di un lavoro "per la vita" in qualche ufficio statale (meno di metà degli interpellati preferisce quest’ultima opzione).
Un giovane su tre vorrebbe addirittura intraprendere una attività in proprio, magari sul posto, in modo da poter offrire nuove opportunità ad altri disoccupati; comunque sia, anche in caso di trasferimento, il giovane meridionale sarebbe disponibile ad "aprire partita IVA" anche al nord, a dimostrazione che la necessità principale per i ragazzi del sud è quella di mettersi immediatamente all’opera. Il 50% circa del campione infine ritiene che, più che le 35 ore, sarebbe necessario proseguire sulla strada delle agevolazioni alle aziende del sud, al fine di rilanciare l’occupazione. Questi dati avranno probabilmente stupito solo gli osservatori meno attenti; in realtà il successo di iniziative come quella del "prestito d’onore" di cui abbiamo parlato nell’ultimo numero di Bollettino del Lavoro conferma che il nostro Mezzogiorno ha uno straordinario potenziale di risorse umane.
Ciò che manca, piuttosto, è una strategia sulle modalità con cui poter inviare verso le zone in cui maggiore appare la richiesta delle aziende questo flusso di giovani volenterosi. Il problema purtroppo non è semplice; manca per ora da parte dello stato quell’insieme di strategie e di progettualità che negli anni ’50 e ’60 aveva consentito a centinaia di migliaia di "ragazzi del sud" di emigrare nelle regioni del settentrione, creando una delle condizioni del "boom" economico del nostro paese; nello stesso tempo è stato fatto poco o nulla per migliorare la viabilità stradale e la qualità dei collegamenti ferroviari, in tutti i casi di trasferimenti su distanze brevi e medie. Molte infrastrutture, infatti, risalgono a quel lontano periodo e non hanno subito alcun aggiornamento.
Allora, come oggi, fare il pendolare o staccarsi definitivamente dalle terre di origine non era facile, soprattutto per la carenza degli alloggi nelle grandi realtà metropolitane del nord. Fu l’intervento di enti, oggi purtroppo ridotti o scomparsi, come INA Casa o i vari Istituti case popolari a permettere a tanti di stabilirsi, a prezzi non esosi, nelle regioni di immigrazione.
Va detto inoltre che dove non arrivava lo stato, giungeva l’iniziativa privata; sono stati infatti numerosi i casi in cui le grandi industrie del nord hanno contribuito alla creazione degli alloggi dei propri dipendenti. Se questo genere di interventi non si fosse verificato, è ben difficile che le aziende settentrionali avrebbero conosciuto l’espansione che le ha portate a competere nei mercati economici internazionali.
Al giorno d’oggi si è visto assai poco di tutto ciò. I casi in cui una impresa decide di attivarsi per offrire una casa ai suoi dipendenti sono purtroppo assai rari; probabilmente se le istituzioni, anche a livello locale, intervenissero in questa direzione, si vedrebbero in breve risultati positivi in termini di occupazione.


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