Il 'bad trip': un costrutto sociale che si autoalimenta
di V. Santoni
Il principale rischio degli allucinogeni? A chiunque si ponga questa domanda, dal più consumato psiconauta allo psichiatra, dal più bieco sicofante dell'antidroga all’ultimo dei tossici da bar, avrete comunemente una sola risposta: il cosiddetto "bad trip", il cattivo viaggio, la paranoia.
Il "bad trip", quindi, è ormai comunemente considerato intrinseco all'essenza stessa di sostanze enteogene quali acido lisergico, psilocibina, mescalina. La possibilità del "bad trip" è vista quasi come un rischio da correre "in cambio" dell'effetto della sostanza, addirittura una sorta di eventuale prezzo da pagare. Basta quindi un setting sbagliato, qualche preoccupazione in testa, qualche situazione tesa, per ritrovarsi in paranoia?
E' vero solo fino ad un certo punto: ciò che dimentichiamo facilmente quando si parla di setting è che il ‘setting’ non è solo il luogo fisico dove ci troviamo e le persone che si hanno intorno quando la sostanza viene assunta: la società stessa è in realtà il macrosetting di riferimento.
Qualunque luogo a disposizione dell'utente non può prescindere dallo scenario geografico-temporale (e quindi culturale) della società.
Una società che nel migliore dei casi vede l'esperienza allucinogena come un'assurdità da fricchettoni, ma che arriva, soprattutto nelle sue istituzioni fondanti come scuola, stato e famiglia, ad una condanna ferma che sconfina tranquillamente nella demonizzazione.
Si capirà quindi che anche l'utente più smaliziato potrà difficilmente prescindere da un background "negativo", costituito dal clima di disapprovazione sociale e illegalità in cui va a delinearsi la sua esperienza. L'intervento della legge, dei superiori, per un ragazzo dei genitori, sono rischi che risultano ovviamente intollerabili allo sperimentatore di allucinogeni; la stessa paranoia più comune, ovvero i classici "non ne esco più", "il viaggio dura troppo", etc, acquistano talvolta i connotati dell'incubo proprio perchè una maggiore durata del trip lo porterebbe a sconfinare pericolosamente in zone temporali designate alla normalità.
In tutte le società in cui esiste un uso rituale di enteogeni, questo è sempre preceduto da un lungo processo di tutoring, dove si predispone l'usufruitore a ciò che lo aspetta, si dà all'esperienza una forte connotazione spirituale ed epifanica, e soprattutto si rende il soggetto consapevole di star compiendo qualcosa di grande e importante, che non solo è socialmente approvato, ma costituisce addirittura un cruciale elemento definitorio del gruppo di appartenenza!
Nella società moderna, invece, nonostante l'uso di tali sostanze sia diffusissimo, si ha un fortissimo feedback di mispercezione. La società non si limita a lasciare l'utente solo nei confronti della sostanza dal punto di vista conoscitivo (a meno che questi non sia abbastanza accorto da documentarsi per vie proprie), ma addirittura lo colpevolizza e ne cataloga il comportamento come devianza: riesce difficile immaginare un setting più sbagliato di questo.
Tra gli utenti stessi l'esperienza enteogena è, nella maggior parte dei casi, comunque relegata ad un riduttivo ambito ludico: i "funghetti" ad Amsterdam, il "cartone", l’”acido” al rave-party o al campeggio del raduno rock. E' chiaro che anche considerare, più o meno volontariamente, gli enteogeni alla stregua di altre sostanze di intrattenimento costituisce già di per se' un punto di partenza errato, che non fa altro che aumentare il rischio di "shock" di fronte a esperienze fortemente rivelatorie.
Un altro fattore da non sottovalutare è il contrasto stridente tra l'etica utilitaristica, "del fare" che governa la società occidentale odierna, e il mondo "dell'essere" mostrato dagli enteogeni. Per dirla con Huxley "l'intensità dell'esistenza che anima ogni oggetto, vista dappresso e fuori dal suo contesto utilitario, è sentita come una minaccia. E allora vi è l'orrore dell'infinità" [1] [1] Aldous Huxley, "Le porte della Percezione" -1954
Abbiamo quindi un utente lasciato solo con la sostanza, non documentato, colpevolizzato, legalmente a rischio, calato in un'etica opposta a quella a cui è abituato e che si trova magari anche nel luogo sbagliato. Date queste premesse non stupirebbe se tutti i "viaggi" risultassero in un "bad trip"!
Fortunatamente questo non accade, ma qualche volta questi fattori societari e ambientali, riescono effettivamente ad innescare il "bad trip", il cortocircuito psichico tanto amato dagli alfieri della "tolleranza zero".
Ed è qui che entra in gioco il secondo processo, ancora più sottile, e ormai in corso da quasi quarant'anni: la possibile esistenza (anche se generata dalla società stessa) del "bad trip" giustifica il parlarne, diffondendone la paura.
Il "bad trip" arriva ad alimentare il suo stesso mito: l'utente, che avrà letto, anche negli opuscoli informativi più lungimiranti, che "un viaggio su cinque è un bad trip" (e la cosa è sempre descritta come se fosse una sorta di lotteria, senza riferimenti causali!), arriverà all'esperienza con una paura in più: quella del "bad trip" stesso.
Essendo la paura il principale motore di questo fenomeno, lo spauracchio del cattivo viaggio diventa a sua volta un generatore di cattivi viaggi! E ogni volta che "riuscirà" a crearne uno, alimenterà ulteriormente il suo mito, fornendo a se stesso prove empiriche di esistenza.
Immaginate -scenario utopico, ovviamente- opuscoli informativi che dicono, piuttosto che "un viaggio su cinque è un bad trip", qualcosa come "un viaggio su cinque viene effettuato in condizioni ambientali e culturali sfavorevoli, e con un contorno di paure indotte artificialmente, e perciò potrebbe sfociare in effetti indesiderati": l'utente sarebbe di fatto incoraggiato ad ottimizzare il clima della propria esperienza, e ad abbandonare le proprie paure. Risultato? E' facile immaginarlo: un probabile "good trip".
Il "bad trip", nella realtà odierna, da evento accidentale è diventato quindi, attraverso un processo di costruzione del mito del tutto simile a quello che porta alla diffusione delle c.d. leggende urbane, un costrutto sociale autoalimentantesi. Non di rado sfocia addirittura nell’assunto, contrario a qualunque dato medico, che gli allucinogeni “bruciano il cervello”.
Sfatare il mito del "bad trip" perciò non significa solo togliere un'arma propagandistica all'oscurantismo, ma molto di più: una volta sfatato il mito anche le sue basi cesseranno di esistere. Negare il "bad trip" significa distruggerlo, ridurlo nuovamente alla sua naturale dimensione di evento eccezionale, e conseguentemente addirittura riscoprire il possibile ruolo(fin troppo evidente in molte culture che consideriamo "primitive") dell'enteogeno come mezzo principe di superamento, e non di aggravamento, di eventuali empasse psicologici.
di V. Santoni
Il principale rischio degli allucinogeni? A chiunque si ponga questa domanda, dal più consumato psiconauta allo psichiatra, dal più bieco sicofante dell'antidroga all’ultimo dei tossici da bar, avrete comunemente una sola risposta: il cosiddetto "bad trip", il cattivo viaggio, la paranoia.
Il "bad trip", quindi, è ormai comunemente considerato intrinseco all'essenza stessa di sostanze enteogene quali acido lisergico, psilocibina, mescalina. La possibilità del "bad trip" è vista quasi come un rischio da correre "in cambio" dell'effetto della sostanza, addirittura una sorta di eventuale prezzo da pagare. Basta quindi un setting sbagliato, qualche preoccupazione in testa, qualche situazione tesa, per ritrovarsi in paranoia?
E' vero solo fino ad un certo punto: ciò che dimentichiamo facilmente quando si parla di setting è che il ‘setting’ non è solo il luogo fisico dove ci troviamo e le persone che si hanno intorno quando la sostanza viene assunta: la società stessa è in realtà il macrosetting di riferimento.
Qualunque luogo a disposizione dell'utente non può prescindere dallo scenario geografico-temporale (e quindi culturale) della società.
Una società che nel migliore dei casi vede l'esperienza allucinogena come un'assurdità da fricchettoni, ma che arriva, soprattutto nelle sue istituzioni fondanti come scuola, stato e famiglia, ad una condanna ferma che sconfina tranquillamente nella demonizzazione.
Si capirà quindi che anche l'utente più smaliziato potrà difficilmente prescindere da un background "negativo", costituito dal clima di disapprovazione sociale e illegalità in cui va a delinearsi la sua esperienza. L'intervento della legge, dei superiori, per un ragazzo dei genitori, sono rischi che risultano ovviamente intollerabili allo sperimentatore di allucinogeni; la stessa paranoia più comune, ovvero i classici "non ne esco più", "il viaggio dura troppo", etc, acquistano talvolta i connotati dell'incubo proprio perchè una maggiore durata del trip lo porterebbe a sconfinare pericolosamente in zone temporali designate alla normalità.
In tutte le società in cui esiste un uso rituale di enteogeni, questo è sempre preceduto da un lungo processo di tutoring, dove si predispone l'usufruitore a ciò che lo aspetta, si dà all'esperienza una forte connotazione spirituale ed epifanica, e soprattutto si rende il soggetto consapevole di star compiendo qualcosa di grande e importante, che non solo è socialmente approvato, ma costituisce addirittura un cruciale elemento definitorio del gruppo di appartenenza!
Nella società moderna, invece, nonostante l'uso di tali sostanze sia diffusissimo, si ha un fortissimo feedback di mispercezione. La società non si limita a lasciare l'utente solo nei confronti della sostanza dal punto di vista conoscitivo (a meno che questi non sia abbastanza accorto da documentarsi per vie proprie), ma addirittura lo colpevolizza e ne cataloga il comportamento come devianza: riesce difficile immaginare un setting più sbagliato di questo.
Tra gli utenti stessi l'esperienza enteogena è, nella maggior parte dei casi, comunque relegata ad un riduttivo ambito ludico: i "funghetti" ad Amsterdam, il "cartone", l’”acido” al rave-party o al campeggio del raduno rock. E' chiaro che anche considerare, più o meno volontariamente, gli enteogeni alla stregua di altre sostanze di intrattenimento costituisce già di per se' un punto di partenza errato, che non fa altro che aumentare il rischio di "shock" di fronte a esperienze fortemente rivelatorie.
Un altro fattore da non sottovalutare è il contrasto stridente tra l'etica utilitaristica, "del fare" che governa la società occidentale odierna, e il mondo "dell'essere" mostrato dagli enteogeni. Per dirla con Huxley "l'intensità dell'esistenza che anima ogni oggetto, vista dappresso e fuori dal suo contesto utilitario, è sentita come una minaccia. E allora vi è l'orrore dell'infinità" [1] [1] Aldous Huxley, "Le porte della Percezione" -1954
Abbiamo quindi un utente lasciato solo con la sostanza, non documentato, colpevolizzato, legalmente a rischio, calato in un'etica opposta a quella a cui è abituato e che si trova magari anche nel luogo sbagliato. Date queste premesse non stupirebbe se tutti i "viaggi" risultassero in un "bad trip"!
Fortunatamente questo non accade, ma qualche volta questi fattori societari e ambientali, riescono effettivamente ad innescare il "bad trip", il cortocircuito psichico tanto amato dagli alfieri della "tolleranza zero".
Ed è qui che entra in gioco il secondo processo, ancora più sottile, e ormai in corso da quasi quarant'anni: la possibile esistenza (anche se generata dalla società stessa) del "bad trip" giustifica il parlarne, diffondendone la paura.
Il "bad trip" arriva ad alimentare il suo stesso mito: l'utente, che avrà letto, anche negli opuscoli informativi più lungimiranti, che "un viaggio su cinque è un bad trip" (e la cosa è sempre descritta come se fosse una sorta di lotteria, senza riferimenti causali!), arriverà all'esperienza con una paura in più: quella del "bad trip" stesso.
Essendo la paura il principale motore di questo fenomeno, lo spauracchio del cattivo viaggio diventa a sua volta un generatore di cattivi viaggi! E ogni volta che "riuscirà" a crearne uno, alimenterà ulteriormente il suo mito, fornendo a se stesso prove empiriche di esistenza.
Immaginate -scenario utopico, ovviamente- opuscoli informativi che dicono, piuttosto che "un viaggio su cinque è un bad trip", qualcosa come "un viaggio su cinque viene effettuato in condizioni ambientali e culturali sfavorevoli, e con un contorno di paure indotte artificialmente, e perciò potrebbe sfociare in effetti indesiderati": l'utente sarebbe di fatto incoraggiato ad ottimizzare il clima della propria esperienza, e ad abbandonare le proprie paure. Risultato? E' facile immaginarlo: un probabile "good trip".
Il "bad trip", nella realtà odierna, da evento accidentale è diventato quindi, attraverso un processo di costruzione del mito del tutto simile a quello che porta alla diffusione delle c.d. leggende urbane, un costrutto sociale autoalimentantesi. Non di rado sfocia addirittura nell’assunto, contrario a qualunque dato medico, che gli allucinogeni “bruciano il cervello”.
Sfatare il mito del "bad trip" perciò non significa solo togliere un'arma propagandistica all'oscurantismo, ma molto di più: una volta sfatato il mito anche le sue basi cesseranno di esistere. Negare il "bad trip" significa distruggerlo, ridurlo nuovamente alla sua naturale dimensione di evento eccezionale, e conseguentemente addirittura riscoprire il possibile ruolo(fin troppo evidente in molte culture che consideriamo "primitive") dell'enteogeno come mezzo principe di superamento, e non di aggravamento, di eventuali empasse psicologici.

cera e volevo dire appena finito ilprimo 3ed!
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