interessante articolo sul BAD TRIP

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  • gamtisezesura
    Opinionista
    • 19/05/06
    • 232

    #1

    interessante articolo sul BAD TRIP

    Il 'bad trip': un costrutto sociale che si autoalimenta

    di V. Santoni

    Il principale rischio degli allucinogeni? A chiunque si ponga questa domanda, dal più consumato psiconauta allo psichiatra, dal più bieco sicofante dell'antidroga all’ultimo dei tossici da bar, avrete comunemente una sola risposta: il cosiddetto "bad trip", il cattivo viaggio, la paranoia.
    Il "bad trip", quindi, è ormai comunemente considerato intrinseco all'essenza stessa di sostanze enteogene quali acido lisergico, psilocibina, mescalina. La possibilità del "bad trip" è vista quasi come un rischio da correre "in cambio" dell'effetto della sostanza, addirittura una sorta di eventuale prezzo da pagare. Basta quindi un setting sbagliato, qualche preoccupazione in testa, qualche situazione tesa, per ritrovarsi in paranoia?
    E' vero solo fino ad un certo punto: ciò che dimentichiamo facilmente quando si parla di setting è che il ‘setting’ non è solo il luogo fisico dove ci troviamo e le persone che si hanno intorno quando la sostanza viene assunta: la società stessa è in realtà il macrosetting di riferimento.
    Qualunque luogo a disposizione dell'utente non può prescindere dallo scenario geografico-temporale (e quindi culturale) della società.
    Una società che nel migliore dei casi vede l'esperienza allucinogena come un'assurdità da fricchettoni, ma che arriva, soprattutto nelle sue istituzioni fondanti come scuola, stato e famiglia, ad una condanna ferma che sconfina tranquillamente nella demonizzazione.
    Si capirà quindi che anche l'utente più smaliziato potrà difficilmente prescindere da un background "negativo", costituito dal clima di disapprovazione sociale e illegalità in cui va a delinearsi la sua esperienza. L'intervento della legge, dei superiori, per un ragazzo dei genitori, sono rischi che risultano ovviamente intollerabili allo sperimentatore di allucinogeni; la stessa paranoia più comune, ovvero i classici "non ne esco più", "il viaggio dura troppo", etc, acquistano talvolta i connotati dell'incubo proprio perchè una maggiore durata del trip lo porterebbe a sconfinare pericolosamente in zone temporali designate alla normalità.

    In tutte le società in cui esiste un uso rituale di enteogeni, questo è sempre preceduto da un lungo processo di tutoring, dove si predispone l'usufruitore a ciò che lo aspetta, si dà all'esperienza una forte connotazione spirituale ed epifanica, e soprattutto si rende il soggetto consapevole di star compiendo qualcosa di grande e importante, che non solo è socialmente approvato, ma costituisce addirittura un cruciale elemento definitorio del gruppo di appartenenza!
    Nella società moderna, invece, nonostante l'uso di tali sostanze sia diffusissimo, si ha un fortissimo feedback di mispercezione. La società non si limita a lasciare l'utente solo nei confronti della sostanza dal punto di vista conoscitivo (a meno che questi non sia abbastanza accorto da documentarsi per vie proprie), ma addirittura lo colpevolizza e ne cataloga il comportamento come devianza: riesce difficile immaginare un setting più sbagliato di questo.
    Tra gli utenti stessi l'esperienza enteogena è, nella maggior parte dei casi, comunque relegata ad un riduttivo ambito ludico: i "funghetti" ad Amsterdam, il "cartone", l’”acido” al rave-party o al campeggio del raduno rock. E' chiaro che anche considerare, più o meno volontariamente, gli enteogeni alla stregua di altre sostanze di intrattenimento costituisce già di per se' un punto di partenza errato, che non fa altro che aumentare il rischio di "shock" di fronte a esperienze fortemente rivelatorie.

    Un altro fattore da non sottovalutare è il contrasto stridente tra l'etica utilitaristica, "del fare" che governa la società occidentale odierna, e il mondo "dell'essere" mostrato dagli enteogeni. Per dirla con Huxley "l'intensità dell'esistenza che anima ogni oggetto, vista dappresso e fuori dal suo contesto utilitario, è sentita come una minaccia. E allora vi è l'orrore dell'infinità" [1] [1] Aldous Huxley, "Le porte della Percezione" -1954

    Abbiamo quindi un utente lasciato solo con la sostanza, non documentato, colpevolizzato, legalmente a rischio, calato in un'etica opposta a quella a cui è abituato e che si trova magari anche nel luogo sbagliato. Date queste premesse non stupirebbe se tutti i "viaggi" risultassero in un "bad trip"!
    Fortunatamente questo non accade, ma qualche volta questi fattori societari e ambientali, riescono effettivamente ad innescare il "bad trip", il cortocircuito psichico tanto amato dagli alfieri della "tolleranza zero".
    Ed è qui che entra in gioco il secondo processo, ancora più sottile, e ormai in corso da quasi quarant'anni: la possibile esistenza (anche se generata dalla società stessa) del "bad trip" giustifica il parlarne, diffondendone la paura.
    Il "bad trip" arriva ad alimentare il suo stesso mito: l'utente, che avrà letto, anche negli opuscoli informativi più lungimiranti, che "un viaggio su cinque è un bad trip" (e la cosa è sempre descritta come se fosse una sorta di lotteria, senza riferimenti causali!), arriverà all'esperienza con una paura in più: quella del "bad trip" stesso.
    Essendo la paura il principale motore di questo fenomeno, lo spauracchio del cattivo viaggio diventa a sua volta un generatore di cattivi viaggi! E ogni volta che "riuscirà" a crearne uno, alimenterà ulteriormente il suo mito, fornendo a se stesso prove empiriche di esistenza.

    Immaginate -scenario utopico, ovviamente- opuscoli informativi che dicono, piuttosto che "un viaggio su cinque è un bad trip", qualcosa come "un viaggio su cinque viene effettuato in condizioni ambientali e culturali sfavorevoli, e con un contorno di paure indotte artificialmente, e perciò potrebbe sfociare in effetti indesiderati": l'utente sarebbe di fatto incoraggiato ad ottimizzare il clima della propria esperienza, e ad abbandonare le proprie paure. Risultato? E' facile immaginarlo: un probabile "good trip".

    Il "bad trip", nella realtà odierna, da evento accidentale è diventato quindi, attraverso un processo di costruzione del mito del tutto simile a quello che porta alla diffusione delle c.d. leggende urbane, un costrutto sociale autoalimentantesi. Non di rado sfocia addirittura nell’assunto, contrario a qualunque dato medico, che gli allucinogeni “bruciano il cervello”.
    Sfatare il mito del "bad trip" perciò non significa solo togliere un'arma propagandistica all'oscurantismo, ma molto di più: una volta sfatato il mito anche le sue basi cesseranno di esistere. Negare il "bad trip" significa distruggerlo, ridurlo nuovamente alla sua naturale dimensione di evento eccezionale, e conseguentemente addirittura riscoprire il possibile ruolo(fin troppo evidente in molte culture che consideriamo "primitive") dell'enteogeno come mezzo principe di superamento, e non di aggravamento, di eventuali empasse psicologici.
    Last edited by gamtisezesura; 21-05-2006, 17:50.
  • Spectum
    chemical brother
    • 12/01/05
    • 728

    #2
    mitico aldous
    Blow Your Mind

    o_O ----> d(@_@)b

    Kristian Wilson, Nintendo Inc, 1989
    I videogames non influenzano i bambini: infatti se da piccoli fossimo stati plagiati da Pac-Man, adesso passeremmo il nostro tempo in ambienti semibui, mangiando pillole magiche ed ascoltando della musica elettronica ripetitiva.

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    • cinciallegra

      #3
      Sono d'accordo su quasi tutto, fino a questo punto. Ora vi rivelerò un grosso segreto, che nessuno si azzarda mai a spiegare fino in fondo.

      Originariamente Scritto da gamtisezesura
      Immaginate -scenario utopico, ovviamente- opuscoli informativi che dicono, piuttosto che "un viaggio su cinque è un bad trip", qualcosa come "un viaggio su cinque viene effettuato in condizioni ambientali e culturali sfavorevoli, e con un contorno di paure indotte artificialmente, e perciò potrebbe sfociare in effetti indesiderati": l'utente sarebbe di fatto incoraggiato ad ottimizzare il clima della propria esperienza, e ad abbandonare le proprie paure. Risultato? E' facile immaginarlo: un probabile "good trip".

      Il "bad trip", nella realtà odierna, da evento accidentale è diventato quindi, attraverso un processo di costruzione del mito del tutto simile a quello che porta alla diffusione delle c.d. leggende urbane, un costrutto sociale autoalimentantesi. Non di rado sfocia addirittura nell’assunto, contrario a qualunque dato medico, che gli allucinogeni “bruciano il cervello”.
      L'articolo è partito bene, però tralascia sempre un punto fondamentale, cosa che qui viene a galla: il bad trip è parte dell'esperienza psichedelica. Non è un prezzo da pagare, o il suo lato negativo. E' fondamentale. L'esperienza psichedelica non avrebbe il suo valore così profondo se non ci fossero i bad trip. Sarebbe un'esperienza facilotta come quella dell'ecstasy, tutta positiva senza grosse difficoltà psicologiche. E senza difficoltà non si ottiene veramente nessun valore aggiunto.
      Perché il bad trip è parte della nostra coscienza. La nostra "ombra" è sempre lì nella nostra testa, tanto quanto la società.
      In questo articolo sembra che la società sia l'opprimente istituzione che condanna le nostre psiche altrimenti serene e pacifiche. Niente di più sbagliato.
      Noi siamo la società. E chi altri se no? Ora gettiamo luce sulla vera natura dei bad trip e dell'esperienza psichedelica.

      Chi ha scritto questo articolo non ha un'esperienza ampia e approfondita sugli enteogeni, anche se la gran parte delle cose che dice è giusta.
      La verità è...

      Il bad trip è il trip migliore che si possa avere! Per chi sa cosa aspettarsi.
      Per chi non lo sa, ahimé, anche un trip senza alcuna traccia di ansia a mio avviso è pericoloso. Perché? Perché pone aspettative, risoluzioni e porta a vedere le cose in un modo fittizio. La stessa cosa vale per il bad trip per chi non è preparato, ma in quel caso almeno questa persona non si azzarderà più a viaggiare. Chi invece non ha idea di cosa stia facendo ma ha avuto un viaggio bello, vorrà ripetere l'esperienza inoltrandosi in zone sempre più profonde e "calde" della sua psiche senza accorgersene, fino a incasinare qualcosa in modo serio.
      Ora, per chi invece non ha intenzioni stupidamente ludiche o ricreative, il bad trip è proprio il meglio che un enteogeno possa offrire. E' il bad trip che ci offre il vero tour guidato verso le parti più nere e fetide della nostra mente. Il sudiciume non è fuori, nelle istituzioni, nelle altre persone, è impiantato dritto nel vostro cervello.
      E l'unico modo per liberarsene veramente, per vomitare tutta quella merda di cui ci siamo cibati fin da quando abbiamo respirato per la prima volta, è guardarla in faccia. Vedere tutto fino in fondo, fino all'ultimo pezzo di cacca nascosto negli anfratti dei propri neuroni fin quando non si viene rovesciati dentro-fuori come una vacca al macello dalla propria consapevolezza.
      Questo è un bad trip.
      Se viene affrontato nel modo corretto, porta senza ombra di dubbio all'esperienza più sconvolgente, radicale ma soprattutto liberatoria che si possa avere. Al confronto di questa, tutte le altre esperienze con viaggi "belli" non hanno alcun valore! E questo vale per tutti.

      Sfatare il mito del "bad trip" perciò non significa solo togliere un'arma propagandistica all'oscurantismo, ma molto di più: una volta sfatato il mito anche le sue basi cesseranno di esistere. Negare il "bad trip" significa distruggerlo, ridurlo nuovamente alla sua naturale dimensione di evento eccezionale, e conseguentemente addirittura riscoprire il possibile ruolo(fin troppo evidente in molte culture che consideriamo "primitive") dell'enteogeno come mezzo principe di superamento, e non di aggravamento, di eventuali empasse psicologici.
      Qui infatti si vedono proprio i fantocci di chi sta scrivendo. Queste sono affermazioni scorrette e pericolose. Io dico:
      1) L'oscurantismo è prima di tutto nella nostra mente.
      2) Negare il bad trip significa negare la propria ombra, e quindi alimentare quell'ombra, prendersi per il culo da soli. Il bad trip è lo specchio della psiche, né più né meno, tanto quanto il viaggio bello.
      3) Il superamento degli empasse psicologici avviene solo affrontando quegli empasse psicologici! E affrontarli significa letteralmente sudare sangue!! Come lo tratta qui, sembra che il viaggio enteogenico si tratti di una cazzata new age tipo "omm ora vedo la mia divinità interiore nella forma di un folletto che mi saluta omm come sono figo"
      L'esperienza psichedelica non è per tutti, ed è difficile, terrificante, piena di insidie, ma ha un enorme valore.

      Fate molta attenzione al significato di queste parole. Chi non è preparato o adatto a certe cose, è meglio se ne astenga completamente.
      Last edited by Ospite; 22-05-2006, 12:07.

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      • Spectum
        chemical brother
        • 12/01/05
        • 728

        #4
        Secondo me l'articolo è riferito a chi un bad trip non è preparato ad affrontarlo, ad affrontare quindi la brutalità della nostra psiche. Chi è, per quanto si possa esserlo, preparato, non solo riuscirà ad uscire dall'esperienza del bad trip, ma addirittura, come sostieni tu, potrebbe anche ricavarne la vera esperienza psichedelica.

        Per chi nn è preparato imho è un buon inizio.



        p.s.=io nn mi ritengo preparato
        Blow Your Mind

        o_O ----> d(@_@)b

        Kristian Wilson, Nintendo Inc, 1989
        I videogames non influenzano i bambini: infatti se da piccoli fossimo stati plagiati da Pac-Man, adesso passeremmo il nostro tempo in ambienti semibui, mangiando pillole magiche ed ascoltando della musica elettronica ripetitiva.

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        • cinciallegra

          #5
          Beh, lo sai come la penso io, chi non

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          • luther

            #6
            minkia kalidor mi prostro ai tuoi post precedenti che hanno scritto quello che in diverse regioni del mio cervello ovviamente con collegate cera e volevo dire appena finito ilprimo 3ed!
            i bad trip servono quasi pi

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            • cinciallegra

              #7
              Il 2c-t-7? Ma tu sei pazzo, dove le trovi certe cose
              Anzi, penso di immaginarlo

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              • luther

                #8
                allora mi sa che immagini male, in questo caso era tutto down the sun light, più o meno quando io ho compiuto 18 anni è stato aperto in svizzera uno smart che vendeva legalmente ai maggiorenni, 2ct7,2ct4,bzp e A2. inutile dire che con la titolare siamo diventati presto grandi amici, nonostante lo smart sia stato aperto solo5 mesi:-) se è consentito mando una scannerizzata del "menu".
                ps:tutte queste sostanze in italia(non so adesso ma disicuro ai tempi si) erano legali quindi tranqui.
                ps2:appena qualche giorno prima che provassi il 2ct4 è successo che in america un tizio è morto inalandolo, siccome volevo provarlo anchio così....mi ha salvato il culo dibbrutto!

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