Molto più banale: la "caricatura" che scrive alla "posta del cuore". Tutto li'. Per inciso, un aneddoto autobiografico: studente universitario, scrissi due lettere a "Grazia", come "moglie" e come "marito", in merito ad una lite sul lavaggio preliminare del pollo col sapone di marsiglia (consigliato dalla rivista). Un giorno di intervallo, stessa carta, stesso tipo di busta, ma grafie diverse grazie alla collaborazione di un'amica. E l'articolista cadde nella trappola, con mezza pagina di sdolcinature e saggi consigli.
La genesi di Tisanabollente e Machoinox
Pienamente funzionante e programmata in tecniche multiple
Volendo prendere per buono e per vero il racconto, mi sembra comunque un ridurre tutto ai minimi termini e con la tiritera dell'accontentarsi. Che ci può stare ma non lo sappiamo effettivamente. .
sì che lo sappiamo; a parte che te lo dice lei;
ma pure a prenderla con le molle, la gente che è stata felice te lo dice, anche se non lo è piu; quella cosa ti rimane attaccata per sempre, e conosci pure la strada, anche se magari non la puoi più percorrere;
magari si struggono di nostalgia, ma le idee le hanno parecchio chiare e distinte;
difficilmente leggi argomenti fangosi e inciampati, con tanti se e ma, distinguo e altre supercazzole di moderazione;
queste sono le storie di chi ha misurato col bilancino, perché su nessun piatto c'era roba che pesava in modo decisivo.
Bah, io tendo ad essere d'accordo con Rdc.
Una che scrive al Corriere per una roba del genere, che trovo decisamente fuori luogo e fuori contesto, mi fa venire in mente qualcuno di mentalmente molto limitato.
Invece la lettera è molto ben scritta, ben costruita, sintatticamente perfetta. Non mi puzza di maschile, ma di storiella inventata si. A meno che non sia la moglie dell'editorialista che vuole mandargli un messaggio, o una donna che sa che il marito legge quella rubrica in particolare e vuole mandargli un messaggio, anche a me suona finta.
Anche perché, se fosse vera, mi suonerebbe strano che gliela avessero pubblicata.
“Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]
Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .
Magari nella rubrica del giornale fanno come a Forum, non ci sono le persone reali ma prendono spunto da casi veri, con o senza ritocchini sulla storia e la lettera è fatta dalla redazione.
Pienamente funzionante e programmata in tecniche multiple
Si si, peraltro molti lo fanno, non è una pratica inusuale.
A me pareva più che altro fuori contesto il tema. Una lettera del genere la potevo vedere bene su un periodico di costume e lifestyle, non certo sul Corriere...
“Io e il mio gatto... siamo due randagi senza nome che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene” [cit. Colazione da Tiffany]
Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità [cit: Manifesto futurista] .
Si si, peraltro molti lo fanno, non è una pratica inusuale.
A me pareva più che altro fuori contesto il tema. Una lettera del genere la potevo vedere bene su un periodico di costume e lifestyle, non certo sul Corriere...
in 30 anni di Natalia Aspesi avrò letto centinaia di lettere così, stesso contenuto sostanziale; mogli stufe del bravo marito disinteressato; varianti: lei cornifica lui, o viceversa
Sicuramente è un brano asettico.
Non traspare nulla.
Sembra una lista della spesa di lagnanze.
Non c'è un minimo di pathos, non va in nessuna direzione.
La "Svanvera" ha appena ricevuto questa: "Egregio Direttore,
Le scrivo in uno stato d’animo che non esito a definire turbato, se non addirittura sconvolto. Non si tratta di una questione privata nel senso banale del termine, ma di un dubbio che, temo, possa riguardare molti uomini come me, e che tuttavia resta indicibile, quasi impronunciabile, per vergogna o per paura di essere fraintesi.
Sono un marito. Amo mia moglie, la rispetto, condivido con lei la vita quotidiana, le responsabilità, le fatiche e, fino a ieri credevo, anche una naturale intimità. Eppure oggi mi trovo a interrogarmi su qualcosa che mai avrei pensato potesse insinuarsi tra due persone unite da un vincolo così profondo: il timore che un gesto affettuoso, un’avance, un tentativo di vicinanza possano, un domani, essere riletti e giudicati come una forzatura, se non addirittura come un atto violento. Un tentato stupro, insomma. Con l'aggravante dell'ambito familiare.
Mi chiedo: quando un marito smette di essere tale, nella percezione giuridica o sociale, e diventa un potenziale aggressore? Dove si colloca il confine, spesso invisibile e mutevole, tra il desiderio condiviso e l’invasione non consentita? E soprattutto: come può un uomo orientarsi in questo spazio incerto senza scivolare nell’angoscia o, peggio, nella paralisi?
Non fraintenda le mie parole: non vi è in me alcuna nostalgia di tempi in cui il consenso era ignorato o dato per scontato. Comprendo bene, e condivido, la necessità di riconoscere pienamente la libertà e l’autonomia dell’Altra, anche all’interno del matrimonio. Ma proprio questa consapevolezza, portata alle sue estreme conseguenze, mi lascia disarmato. Ogni gesto, ogni parola, ogni tentativo di avvicinamento sembra ora esigere una certezza preventiva che, nella realtà umana, è difficile, se non impossibile, garantire in modo assoluto. Nel presente e nelle interpretazioni future.
Devo forse chiedere un consenso esplicito ogni volta? Devo rinunciare a ogni spontaneità per timore di un’interpretazione futura? Oppure esiste ancora uno spazio di fiducia reciproca che possa mettere al riparo da simili paure?
Non cerco scorciatoie né giustificazioni. Cerco, piuttosto, un orientamento. Una parola chiara che aiuti a distinguere tra il rispetto autentico dell’Altra e una forma di autocensura che rischia di svuotare di senso la relazione stessa.
Con rispetto, e con sincera inquietudine,
Un marito preoccupato (e desideroso di seguire i dettami divini)"
e la trasferisce qui, per competenza.
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